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La ricchezza della povertà. L’ascesi di Chiara di Assisi, la raggiante nascosta

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

Premessa

 

                                    O beata povertà che a coloro che l’amano e l’abbracciano

offre ricchezze eterne!

Chiara di Assisi[1]

 

Fino ad oggi sia Chiara che Francesco di Assisi si manifestano come figure di una teologia cristiana caratterizzate dal fatto che la loro teologia non viene formulata teoricamente ma viene piuttosto vissuta. Ciò che Immanuel Kant chiama il primato della Ragion Pratica su quella Teoretica, o Karl Barth il primato dell’Etica sulla Dogmatica viene riflesso espressamente da entrambi,[2] Chiara e Francesco, soprattutto realizzandolo nella loro vita. Il loro contributo principale consiste meno nella loro opera teorica, non molto ampia, che include principalmente manuali d’uso come ad esempio le regole per le loro forme di vita, lettere e testi poetici, e soprattutto preghiere, quanto piuttosto nella vita di entrambi che riflette la Bibbia e che manifesta fino ad oggi un’efficacia addirittura infinita.[3]

Per questo motivo rappresenterò le principali figure dell’ascesi, che sono al centro della loro teologia non tanto sulla base della loro opera teorica, ma cercherò piuttosto di leggere la loro teologia vissuta.

 

  1. Partenze e addii: la storia della libertà ascetica di Chiara di Assisi

 

E se qualcuno ti dice o ti suggerisce altre iniziative, che impediscano la via di perfezione che hai abbracciata o che ti sembrino contrarie alla divina vocazione, pur portandoti con tutto il rispetto, non seguire però il consiglio di lui.

                                                                                                                                                             Chiara di Assisi[4]

                  

La storia di Chiara di Assisi inizia con un sogno. Una giovane donna prega con timore prima della nascita del suo primo figlio affinché, “Dio voglia sostenerla nei forti dolori del parto”.[5] Dopodiché sogna di partorire una luce che avrebbe illuminato il mondo. Il nome che dà alla bambina che partorisce è Chiara: la raggiante.  Di lei si dirà che è una luce più luminosa della luce stessa.

Chiara nasce nel 1193 nella città di Assisi, nell’Italia centrale. Figlia di una delle famiglie nobili più ricche e potenti della città. Nella sua famiglia cresce in un ordine di divisione fra i sessi in comunità con altre donne, nella casa torre nobiliare che si staglia sopra la città, insieme a sua madre, le sue sorelle, le vicine e le amiche. Ottiene un’ottima educazione. Legge la letteratura classica e religiosa e scrive in un latino eccellente.[6]

Chiara di Assisi è forse la donna del Medioevo di cui abbiamo più testimonianze. Possediamo molteplici testimonianze storiche sia su di lei che di lei stessa.[7] Di elevata cultura e dotata di carisma sia con l’autorità spirituale che con quella politica non è la prima donna ad avere stilato una Regola per la sua forma di vita spirituale. Ma è la prima che è riuscita a farsi valere dopo decenni di continue resistenze e avere il riconoscimento della sua Regola dalla massima autorità della sua epoca, il Papa di Roma. Il cuore di questa Regola è costituito da un’esigenza paradossale, cioè il diritto di non dover possedere nulla: il diritto alla povertà. Questo concetto: “povertà” definisce la particolare forma di vita ascetica di Chiara di Assisi.

Chiara nasce in una situazione storica di radicali mutamenti sociali, in cui la Chiesa si trova al vertice assoluto del suo potere temporale. Le fiorenti città del 12. e 13. secolo crescono e producono nuovi modi di vivere che spostano profondamente i rapporti di potere fra il clero, la nobiltà e il patriziato cittadino a favore delle città. Le città diventano più potenti in questo periodo. La borghesia acquisisce importanza. Le città, naturalmente soprattutto in Italia, sono sinonimo di libertà, cultura e arte.

Il cuore della città è il mercato. L’economia monetaria e il sistema bancario nascono all’epoca di Chiara di Assisi e vicino al luogo dove vive, nelle città della Toscana e della confinante Umbria. Conducono già allora a degli scontri armati che Chiara vive e soffre in prima persona nella propria città di Assisi. A seguito di questi radicali mutamenti sociali nasce anche una nuova forma di povertà cittadina.

Già molto presto Chiara si decide per una vita a fianco dei poveri e in povertà. Di nascosto fin da piccola cerca di far arrivare ai poveri della città parte del suo cibo. Ugualmente fin da bambina decide di non volersi sposare ma di voler vivere nella verginità.  Molto presto Chiara nella comunità di donne in cui cresce si decide per una vita spirituale. Nel fervido amore per Gesù vuole seguire da povera il povero Cristo. Vuole vivere seguendo le sue impronte, povera come lui. Perché facendo riferimento a lui diventa consapevole in tutta la sua chiarezza della sofferenza che la circonda.

È questo tenero e intenso amore mistico per Gesù, che la porta a sentire una tenerezza così intensa nei confronti del mondo e delle sue creature, da voler anche vivere questa dedizione appassionata. La particolare spiritualità ascetica di Chiara la traspone in un atteggiamento di radicale dedizione nei confronti del mondo, nient’affatto scontato dal punto di vista teologico. Chiara, nata in una delle famiglie nobili più potenti della città, ricerca una forma di vita a fianco dei malati e dei poveri. Si discosta dalla ricchezza e si rivolge alla povertà.

In questo modo crea uno straordinario movimento di opposizione a quella logica che ai suoi tempi stava prendendo il sopravvento, la logica del capitale. Non ubbidisce al nuovo Dio che è il denaro, ma ricerca un’esistenza apostolica o evangelica, vale a dire conforme al Vangelo, nella successione di Gesù.

Con questo atteggiamento viene a conoscenza della figura radicale di Francesco, solo dodici anni più vecchio di lei, cresciuto anch’egli nella stessa città di Assisi. Viene a sapere di come, in modo spettacolare, abbia iniziato una vita di povertà radicale. Da quel momento in poi Francesco, l‘ignorante e l’idiota, diventa per Chiara l’ispirazione di tutta la sua vita. Francesco di Assisi è per lei un’ispirazione, con il cui aiuto può prendere forma il suo desiderio di un’altra vita rispetto a quella molto ambivalente a cui doveva piegarsi una donna nobile di quell’epoca fra il potere e l’impotenza, fra la libertà e la restrizione, fra la ricchezza e la mancanza del potere discrezionale sulla sua proprietà. Prende contatto con Francesco di Assisi, e in vari incontri notturni segreti riesce a parlarci, a conoscere il suo modo di vivere e a consultarsi con lui su come poter condurre lei stessa una vita in povertà.

Nella teologia e nella letteratura fino ai giorni nostri viene sempre immaginato un amore fra Francesco e Chiara, spesso come un desiderio d’amore inappagato di Chiara nei confronti di Francesco.[8] Francesco diventa una figura di luce, seguita da una Chiara silente. Questo è romantico, ma non veritiero. Chiara, più luminosa della luce, in questa prospettiva perde il suo splendore. Le sue decisioni perdono la loro originalità e la loro rispettabilità. Diventano solo uno struggimento d’amore per un uomo. Il suo amore libero che sgorga in abbondanza, l’amore per Gesù, per tutti gli uomini e tutte le creature intorno a lei viene così limitato e canalizzato verso l’unica figura, che siamo abituati ad attribuire all’amore di una donna: l’amore per un’unica persona, nel caso ideale per un uomo.

Chiara tuttavia è alla ricerca di un’altra vita. Nella notte della domenica delle Palme dell’anno 1211, a diciassette anni quindi e quattro anni dopo Francesco, abbandona in una fuga notturna la sua famiglia e la sua vita precedente alla ricerca di una forma di vita apostolica e evangelica di radicale povertà. Questo modo di vivere aperto e autodeterminato è la ricchezza che cerca e trova nella povertà. Vuole fare assolutamente parte del Movimento Francescano, che le apre una forma di vita che corrisponde alla sua spiritualità radicale. Perciò fugge di notte di nascosto dalla sua casa ben sigillata e dalla città chiusa, dopo aver partecipato ancora una volta riccamente vestita alla messa della domenica delle Palme, che apre la settimana della Passione, coincidenza sicuramente molto simbolica per Chiara. Al di fuori o meglio al di sotto delle mura della città Francesco e i suoi fratelli la aspettano nella notte della sua fuga e la accompagnano a una piccola cappella, dove durante una semplice cerimonia indossa un saio e si lascia tagliare i capelli da Francesco iniziando così il suo cammino della successione di Gesù.[9] I primi passi li fa da sola. Perché come donna che vuole vivere nel celibato, non può condividere la sua vita con gli uomini. Per questo deve trovare un proprio nuovo modo di vivere o meglio reinventarlo. Deve inventarsi un modo di vivere in cui possa realizzare il suo desiderio di successione radicale in povertà. Successione per lei non significa la successione di Francesco ma la successione di Gesù.

Inizialmente non ci riesce. Per quattordici giorni vaga confusa avanti e indietro fra un Convento di Domenicane e uno di Beghine. Si vede che entrambi non corrispondono al suo desiderio di vita più intimo. Deve ancora trovare il suo luogo. Ci riesce soltanto nel momento in cui dopo queste due settimane viene raggiunta da una delle sue sorelle carnali, Caterina, e da un’amica della sua vita precedente. Soltanto ora, insieme a loro, ma in questo caso immediatamente, Chiara trova una forma per la vita che ha desiderato.

In questo momento, in cui non è più sola, ma ha fatto una scelta di vita nuova e radicale in comunione con altre donne, si chiarisce per lei la forma che deve avere il proprio futuro. La vita che cerca non può realizzarla da sola e in maniera isolata.

Insieme a sua sorella e alla sua amica di sempre Chiara va ad abitare nella piccola chiesa di San Damiano, che Francesco di Assisi aveva restaurato alcuni anni prima,[10] e inizia qui una nuova vita in questa nuova e vecchia comunità. Non lascerà mai più né questa comunità né questo luogo. Qui condurrà la sua vita in una crescente sorellanza, la cui forma concreta le si manifesterà sempre, mentre la sta realmente vivendo.

Ancora più chiaramente che in Francesco di Assisi, letteralmente fin dal primo momento, in Chiara risulta evidente, che la forma radicale di esistenza, ricercata da Chiara, cioè un’esistenza di ascesi radicale, non è possibile come esistenza isolata di un singolo individuo. Il suo presupposto indispensabile e forse anche il suo obiettivo è quello di una vita in comunione con altri, per Chiara: con altre donne. L’esistenza radicale ascetica che vive viene quindi sorretta da due forze per lei imprescindibili: il fervido amore verso Dio, che trova in Gesù Cristo, e l’intenso amore per il suo Convento di San Damiano, che si intende come parte del Movimento Francescano pauperistico.

Chiara testimonia con questa vita, che è piena di miracoli, di non credere a nessuno dei poteri che comunemente vengono ritenuti coercitivi e che dominano effettivamente la normalità dell’esistenza della vita umana. Nel tenero amore verso Dio, che ha creato il cielo e la terra e nella fede che ripone nel Dio che crea e protegge ogni giorno la sua vita, non concede a questi poteri nessun potere su di lei. Questa è l’essenza della sua vita ascetica e la sua libertà.[11]

Questa libertà vale anche nei confronti delle autorità ecclesiastiche includendo la massima autorità del Papa, a cui ha promesso l’obbedienza ma con cui ciononostante arriva a scontrarsi molto duramente, quando vede toccato e minacciato il cuore della sua spiritualità ascetica e del suo modo di vivere. Tre Papi si succedono al vertice della Chiesa durante l’epoca in cui ha vissuto Chiara. Due di loro cercano di influenzare massicciamente il suo modo di vivere e il suo Convento. A loro oppone resistenza in maniera risoluta. Ogni volta riesce a spuntarla sui Papi e sulla loro influenza. Lotta per avere l’esplicito diritto di poter condurre nella comunità del suo Convento la vita di estrema povertà che ha scelto senza nessuna proprietà seguendo la Regola particolare che ha stilato a questo proposito.

  • Papa Innocenzo III nel 1216 le concede il privilegio straordinario, che secondo le sue parole non è mai stato richiesto al Soglio pontificio, di non poter essere costretta da nessuno a accettare qualsiasi forma di possedimento.
  • Papa Gregorio IX, che ciononostante la assilla incessantemente con l’offerta della dispensa papale dal voto di povertà, che concretamente significa soprattutto accettare il possesso di terreni e quindi acconsentire allo stesso tempo il controllo su coloro che coltiverebbero il terreno per il Convento, e la vuole infine liberare dal suo voto di povertà. Chiara respinge la proposta, argomentando in maniera teologicamente inoppugnabile con un’unica frase: “Santo Padre, a nessun patto e mai, in eterno, desidero essere dispensata dalla sequela di Cristo”.[12]

 

In questo modo Chiara di Assisi nel 1228 con la sua inoppugnabile chiarissima e concentrata argomentazione ottiene ora da Papa Gregorio IX il rinnovamento del privilegio della povertà, che le aveva già concesso Innocenzo III.  Al Papa non poteva andare bene, perché il rappresentante dell’estrema violenza ecclesiastica simpatizzante del Movimento Francescano nei suoi scontri con il primo movimento radicale di Francesco e Chiara ha sempre voluto essere lui stesso la persona che dava a questo movimento la forma che corrispondeva alle sue aspettative.

  • Lo stesso Papa Gregorio IX vuole soggiogare Chiara una seconda volta, quando nel 1230 nella bolla Quo elongati prescrive che nessun fratello può visitare il convento delle sorelle per predicare senza il permesso papale. Questo significherebbe isolare spiritualmente il Convento di Chiara dal Movimento Francescano e allo stesso tempo imporre dall’esterno alle sorelle una clausura estremamente rigida. Come reazione Chiara di Assisi rispedisce tutti i fratelli che raccolgono il pane quotidiano per le sorelle dal vicario generale iniziando così di fatto con tutte le sue sorelle uno sciopero della fame. Accompagna il suo sciopero della fame nella lotta contro il Papa con le parole: “Ormai ci tolga tutti i frati poiché ci ha tolto quelli che ci davano il nutrimento vitale [della predica]”.[13] Il Papa deve quindi piegarsi una seconda volta al suo volere e continuare a permettere lo scambio illimitato fra il Convento di Chiara e il Movimento Francescano.

 

  • Lotta contro un secondo Papa, finché finalmente si aggiudica la vittoria il giorno prima della sua morte. Nel 1247 Papa Innocenzo IV le impone una Regola dell’ordine da lui stilata, che non corrisponde ai suoi desideri per molti aspetti. Per questo Chiara di Assisi inizia a stilare la propria Regola che deve sostituire la Regola imposta dall’esterno e che deve garantire il modo di vivere del suo Convento anche dopo la sua morte. Dopo sette anni di scontri Papa Innocenzo IV riconosce la sua Regola dopo aver visitato Chiara sul letto di morte. Così Chiara diventa la prima donna che stila una Regola e che riesce a farla approvare dal Papa.

 

Con la bolla papale nelle mani, per cui ha lottato per metà della sua vita e per più di 20 anni dopo la morte di Francesco di Assisi, Chiara di Assisi, conosciuta in tutta Europa, muore all’età di sessant’anni l‘11 agosto 1253, il giorno dopo aver raggiunto l’obiettivo della sua vita. Persistendo sul riconoscimento del suo modo di vivere da parte della massima autorità non ha cercato solo di garantire il suo modo di vivere per il futuro. È riuscita anche a posizionare al centro del dibattito pubblico la questione del diritto e della verità del suo modo di vivere. Negli scontri che porta avanti nonostante il suo impegno all’obbedienza, risulta chiaro in cosa consista il centro irrinunciabile della sua vita. L’autodeterminazione nei confronti dei poteri del mondo, di cui per Chiara fa parte anche la gerarchia ecclesiastica, come dimostra la realtà del suo agire, porta imprescindibilmente a queste conseguenze:

 

  • Chiara di Assisi respinge un Papa, quando la vuole separare dai fratelli e quindi escludere dall’appartenenza al Movimento Francescano pauperistico.
  • Respinge un Papa, quando le vuole imporre un ordine in cui lei, Chiara, verrebbe posta al vertice del suo Convento come badessa volendo introdurre in tal modo una gerarchia nella vita comunitaria del Convento.
  • Respinge un Papa, quando vuole inasprire la clausura da lei scelta volontariamente, limitando così la parte pubblica e rivolta verso il mondo della sua esistenza.
  • Soprattutto respinge ogni Papa, che voglia contestare il suo diritto alla povertà estrema, alla sua vita ascetica, liberandola dal suo diritto alla povertà, come espresso dal linguaggio papale.

 

Ma in cosa consisteva quello che Chiara di Assisi cercava di esprimere nell’orizzonte del primo Movimento Francescano con il concetto di povertà, che definiva secondo lei in maniera esauriente la sua esistenza radicale ascetica?

 

  1. Libertà e fiducia: le dimensioni politiche della povertà volontaria

Te veramente felice!

Ti è concesso di godere di questo sacro convito per poter

aderire con tutte le fibre del tuo cuore a Colui, la cui bellezza è l’ammirazione instancabile delle

beate schiere del cielo. L’amore di lui rende felici, la contemplazione ristora, la benignità ricolma.

La soavità di lui pervade tutta l’anima, il ricordo brilla dolce nella memoria. Al suo profumo i morti

risorgono…

   Chiara di Assisi[14]

 

A questo punto vorrei delineare brevemente alcune dimensioni della povertà volontaria, che ha assunto l’esistenza ascetica di Chiara di Assisi, vissuta nel contesto del primo Movimento Francescano in considerazione dei radicali mutamenti sociali della sua epoca. Il concetto di povertà, che qui definisce l’esistenza ascetica non è casuale o intercambiabile, perché prima di tutto manifesta la priorità centrale ascetica di Chiara, il rifiuto di ogni proprietà e di ogni contatto con il denaro. Inoltre, definisce anche altre importanti dimensioni dell’ascesi.

 

2.1 Povertà/ascesi la vita senza alcun possedimento

 

Chiara di Assisi vive in un’epoca in cui si afferma l’economia monetaria, in cui nasce quindi la forma economica i cui effetti catastrofici e disperati stiamo vivendo oggi. Forse nessuno ha reagito in maniera più radicale e con maggiore precisione di Francesco e Chiara di Assisi, che insieme al loro Movimento che portavano avanti hanno trovato una risposta spirituale che hanno trasposto nella loro vita. Questo significa non possedere niente, né una casa, né un terreno, né cose, né animali, né come singoli né come comunità.

L’ideale della povertà eletta liberamente conferisce alla povertà stessa un nuovo significato. Chiara e Francesco scoprono in lei un momento di libertà nei confronti della logica nascente, che domina tutto.[15] Se questa punta in senso universale sulla proprietà e sull’incremento della proprietà come unico principio valido, a cui nessuno può o deve sottrarsi, ed è questo il caso nel Capitalismo, allora trovano uno spazio libero che contrasta questa logica, cambiando quasi la direzione e vivendo effettivamente una vita in cui riescono a cavarsela senza possedere nulla. Mettono in discussione la realtà di questa libertà nella Chiesa, nel cuore del discorso dominante della loro epoca. In questo modo affrontano la questione della verità in ambito pubblico, politico.

 

2.2 Povertà/ascesi senza nessun contatto con il denaro

 

Ogni tipo di commercio era vietato in seno al Movimento Francescano, anche attraverso mediatori o avvocati che ad esempio avrebbero potuto concludere degli affari per la comunità. Non era permesso nemmeno toccare il denaro. Non era ammesso accettare denaro per lavori eseguiti o come elemosina, nemmeno per darlo a altri bisognosi. L’unica eccezione è rappresentata dalla cura dei malati.

Nel cuore di ciò da cui prende le distanze l’esistenza ascetica di Chiara e Francesco di Assisi, si trova la forza affascinante del denaro con la sua pressoché irresistibile tentazione. Ogni contatto, per quanto sia mediato o ben motivato, era oggetto di assoluta astinenza ascetica. Per Francesco e Chiara il denaro aveva lo stesso valore delle pietre o dello sterco che si trovano per strada. L’esistenza ascetica di Chiara e Francesco di Assisi contrappone all’economia monetaria, che nella loro epoca inizia con immenso potere a rappresentare la struttura basilare e ineludibile di tutte le esistenze, una fede radicale nel Dio della Bibbia e nel Gesù del Nuovo Testamento. La forza divina creatrice e di redenzione testimoniata dal Vecchio e dal Nuovo Testamento e nessun’altra forza o potere preserva ogni vita.

 

2.3 Povertà/ascesi come vita senza esercizio del potere

 

La prima metà della vita di Chiara di Assisi corrisponde all’epoca di Papa Innocenzo III, che incoronava e destituiva imperatori in quanto era “la figura politica dominante in Europa”.[16] Innocenzo III è stato sicuramente il Papa più potente del Medioevo e quindi il Papa più potente di tutti i tempi. La Chiesa papale era diventata un’istituzione di grandissimo potere, che combatteva contro le città, la nobiltà e gli imperatori anche in scontri armati per la rivendicazione estrema del potere e sapeva imporlo. Nei rapporti di forza politici rivelò avere la stessa potenza che esercitava sulle anime.

Una Chiesa di tale estremo potere è la contrapposizione per cui Chiara di Assisi prende le sue decisioni ascetiche. Opporre a questa Chiesa la povertà radicale, e questo include non per ultimo il rifiuto di ogni forma di potere, significava iniziare un conflitto enorme. Chiara ha portato avanti questi conflitti in maniera ancora più determinata rispetto a Francesco di Assisi.

La rinuncia ascetica al potere significa per lei non volere assolutamente vivere in strutture gerarchiche, soprattutto non al loro vertice. Per questo ha rifiutato tutte le strutture dell’ordine esistenti. Non ha mai voluto essere una badessa e non ha mai chiamato se stessa badessa, nemmeno nell’epoca in cui la Regola dell’ordine impostagli da Papa Innocenzo IV la costringeva formalmente a essere una badessa.

 

2.4 Povertà/ascesi come vita senza alcun esercizio di violenza

 

Ci sono molte testimonianze dei miracoli nella vita di Chiara. Fra le testimonianze più belle ci sono quelle che raccontano dei suoi interventi di salvataggio nelle guerre in cui è stata coinvolta: sia per salvare il suo Convento che la sua città natale di Assisi, nelle cui immediate vicinanze ha vissuto per tutta la vita.

Durante le guerre scatenate dall’Imperatore Federico II contro le città umbre e quindi anche contro Assisi, i Saraceni, quindi i musulmani, che erano al comando dell’imperatore dell’armata cristiana (!), penetrarono anche all’interno del Convento di San Damiano. Questa era una situazione di estremo pericolo per le sorelle.

Nel corso del processo di canonizzazione di Chiara molti testimoni oculari riferiscono che Chiara di Assisi si fece portare un ostensorio e si mise a pregare davanti alla porta del refettorio in cui le sorelle avevano cercato rifugio dalla situazione molto pericolosa. I nemici Saraceni si ritirarono, come scacciati da una forza superiore e senza usare violenza alle sorelle.[17] Allo stesso modo la preghiera di Chiara salva anche la città di Assisi dai suoi assedianti che dopo la sua preghiera si ritirano in maniera sorprendente e incomprensibile. Come durante il suo sciopero della fame anche in questo caso Chiara sceglie una forma di resistenza passiva. Veniva escluso ogni ricorso alla violenza, anche quella che sarebbe servita a altri per proteggere le donne, sotto l’auspicio dell’ascesi, che per Chiara ha il nome di povertà.

 

2.5 Povertà/ascesi come una vita nell’estrema minimizzazione di tutto ciò che si necessita per vivere come mangiare, bere, vestirsi, alloggiare

 

Infine, il modo di vivere ascetico in povertà comprendeva anche ciò che forse colleghiamo innanzitutto con il concetto di ascesi: una vita in celibato volontario e nell’estrema minimizzazione di tutto ciò che si necessita per vivere come mangiare, bere, vestirsi. Chiara di Assisi lo ha realizzato con estrema radicalità, soprattutto per quanto riguarda il cibo.[18] Mangiava così poco, per tre giorni alla settimana digiunava e negli altri giorni mangiava in maniera così ridotta che si ammalò gravemente facendo preoccupare così tanto sia le sue consorelle che Francesco e il vescovo di Assisi, che alla fine la costrinsero a mangiare ogni giorno almeno la quantità di un mezzo panino.

Il digiuno estremo di Chiara accompagnato anche da dure penitenze fisiche tuttavia secondo i racconti dei testimoni oculari che hanno vissuto con lei non le impedivano di dedicarsi con fervore alle persone cha la circondavano, ma piuttosto la ponevano in uno stato euforico in cui manteneva una sembianza gioiosa e serena che comunicava agli altri. Forse anche per questo sua nipote Amata nel processo di canonizzazione afferma: “Nella parcità delli cibi era tanto stretta, che pareva fusse nutrita da li Angeli”.[19] Non è qui il luogo per giudicare queste decisioni di vita ascetica di Chiara, così come per condurre una discussione sicuramente interessante sulla similitudine fra l’approccio radicale con il cibo da parte delle donne nell’Alto Medioevo e quello delle ragazze e delle donne di adesso.

Alla luce della formulazione nutrita dagli Angeli al di là di ogni questione patologica vorrei solo accennare che anche questa forma di ascesi di Chiara di Assisi può essere espressione di una libertà che contesta il famoso regno della necessità con tutti i suoi poteri e violenze apparentemente impellenti, senza tuttavia per questo discostarsi dal mondo che per lei è rappresentato dagli altri.

Tuttavia, il momento difficile di una certa superbia supponente di questo atteggiamento nei confronti della materialità della vita si mostra eventualmente nella durezza nei confronti del proprio corpo. Francesco di Assisi ha affrontato questa questione non solo interessandosi alla vita di Chiara, ma anche rispetto alla propria vita. Al termine della sua vita ha chiesto scusa al fratello corpo strapazzato attraverso la dura ascesi del digiuno tenendo in considerazione in questo modo anche la materialità della propria esistenza.[20]

Le dimensioni della libertà dell’ascesi finora menzionate insieme alla loro problematica di una libertà nei confronti della materialità del mondo, che minaccia già di trasformarsi nel suo gravissimo non- riconoscimento, un itinerario per gradi, in cui le forme radicali di libertà forse si tengono necessariamente in equilibrio, Chiara di Assisi le condivide con il primo Movimento Francescano. Oltre a ciò esiste tuttavia una dimensione dell’ascesi, che differenzia il suo modo di vivere da quello dei fratelli. A questa dedico le mie riflessioni conclusive.

 

  1. Inclusione e visione: l’ascesi di Chiara come rinuncia alla libertà di movimento

 

                                                      Non arrestarti; ma anzi, con corso veloce e passo leggero, con piede sicuro, che neppure alla polvere permette di ritardarne l’andare, avanza confidente e lieta nella via della beatitudine che ti sei assicurata.

                                                                                                                           Chiara di Assisi[21]

 

 

Per Chiara di Assisi la povertà e l’ascesi significano anche condurre una vita in cui si rinuncia per sempre alla libertà di movimento nello spazio pubblico. Questa dimensione dell’ascesi tocca sicuramente questioni riguardanti la gerarchia tra i sessi. Perché diversamente dai fratelli francescani per la cui forma di vita era essenziale spostarsi come predicatori liberi itineranti senza stabilirsi da nessuna parte, Chiara si è legata ad un unico luogo, che non ha mai lasciato per tutta la sua vita: la chiesetta di San Damiano alle pendici della città di Assisi, che è diventata il luogo dove è sorto il suo convento.

Forse questa decisione di Chiara di Assisi, che tocca quasi la base comune di tutte le politiche delle donne, cioè quella della libertà di movimento nello spazio pubblico, è quella in cui ci appare maggiormente come un’estranea. Questo momento di estraneità deve essere assolutamente mantenuto, perché è proprio dell’altro come estraneo che si deve occupare la questione storica. Per questo voglio concludere interrogandomi su questa decisione di Chiara. Si basa sicuramente sulle necessità della gerarchia tra i sessi della sua epoca, ma forse non si limita semplicemente a questo. Forse per Chiara anche in questa decisione si riflette un momento di libertà ascetica.

Chiara di Assisi non ha mai lasciato la chiesa di San Damiano, dove è andata a vivere dal primo momento della fondazione del suo Convento. A San Damiano ha sviluppato un modo di vivere nella clausura volontaria, che le ha permesso di realizzare le cose a cui teneva di più. Per la loro realizzazione era essenziale che la clausura volontaria di Chiara non fosse una clausura totale. Perché la sua clausura non significa un ritiro, essere separati dal mondo: Chiara nella clausura di San Damiano ha curato malati, soprattutto malati psichici e bambini che sono giunti a frotte, attraverso un contatto fisico diretto. Ha intrattenuto corrispondenza con tutta Europa, ha partecipato a celebrazioni eucaristiche pubbliche e ha ricevuto Papi. Ha sempre insistito nel voler avere un legame reale con il Movimento Francescano, cioè la possibilità della presenza reale e fisica dei fratelli e dello scambio reciproco.[22]

Ancora quando era in vita il suo Convento era cresciuto fino a ospitare cinquanta sorelle, e sono sorte tutta una serie di comunità di religiose intorno a Assisi e in tutta Europa, che si chiamavano le piccole sorelle e da cui è nato l‘Ordine delle Clarisse.

La clausura di Chiara di Assisi quindi apparentemente non ha ostacolato la sua attività ma al contrario l’ha favorita. Effettivamente è stata forse il presupposto per l’alta autorità che le conferiva la sua esistenza ascetica radicale. La sua clausura le ha paradossalmente permesso di assumere un posto di rilievo nel dibattito pubblico.

Allo stesso tempo, e anche questo deve essere menzionato, la limitazione della sua libertà di movimento è diventato per lei un problema notevole. Non sappiamo se l’esclusione da una vita spirituale come predicatrice itinerante abbia significato per lei una dura rinuncia. Sappiamo dalle fonti tuttavia, che si è ammalata gravemente quando ha dovuto realizzare che la sua clausura le avrebbe impedito di percorrere il cammino del martirio intrapreso invece da Francesco di Assisi e da parecchi fratelli. Il momento ascetico supplementare, che ha vissuto Chiara di Assisi, le impedisce la forma più estrema dell’ascesi, la rinuncia alla propria vita.

Se l’ascesi per Chiara così come per Francesco di Assisi ha effettivamente rappresentato la realizzazione della libertà estrema nei confronti di tutti i poteri dominanti nella fede nell’unico potere sulla vita e sulla morte, il potere di Dio, allora forse non si riuscirà a risolvere se la clausura per Chiara è stata parte di questa libertà o se in certo qual modo è stato il prezzo che ha dovuto pagare all’ordine costituito, per poter condurre una vita nella libertà ascetica. È evidente che l’ascesi come rinuncia alla libertà di movimento per Chiara stessa non è stata di certo priva di ambivalenze. Sarebbe stata oggetto di un negoziato che Chiara ha condotto con se stessa e che come dimostra la sua malattia è stato per lei molto doloroso. Allo stesso tempo questo negoziato con se stessa in cui ha scambiato la libertà di movimento con la vita ascetica nel suo Convento, sembra averla messa in grado di decidere da sola sulla forma della sua esistenza in clausura senza farsi imporre in nessun caso niente dall’esterno. Il guadagno della clausura in ogni caso sarebbe stata la possibilità di poter vivere la massima povertà o ascesi nella comunità del suo Convento nel modo da lei stessa determinato. Per questo vorrei riportare l’attenzione su questo punto nelle mie conclusioni.

Nel corso della sua vita la maggior parte delle donne con cui aveva convissuto da ragazza hanno seguito Chiara di Assisi nel suo Convento, tra cui le amiche, due delle sue sorelle e sua madre stessa. Le testimonianze sulla vita di Chiara riportano che la sua fuga dalla vita che le era stata destinata, e ancor più quella di sua sorella Caterina, che la seguì due giorni dopo, era stata un rischio mortale. Gli uomini della famiglia delle due sorelle le hanno seguite a cavallo e hanno cercato di costringerle con la violenza a riprendere la loro vita precedente. Dato che Chiara si trovava nel Convento delle Domenicane, in cui si era rifugiata nei primi giorni dopo la sua fuga, nella chiesa del convento ha potuto richiamare l’attenzione sulla sua tonsura già eseguita, cioè sulla sua scelta di vita spirituale, facendo quindi capire che la sua famiglia aveva già perso qualsiasi diritto su di lei. Soprattutto poteva fare riferimento alla pace conventuale, che includeva il diritto di concedere l’asilo. E gli uomini della famiglia non hanno osato violarlo.

Nel caso della sorella è andata diversamente. Perché i familiari che volevano riportarla indietro hanno trovato Caterina nella chiesetta abbandonata e restaurata da Francesco di Assisi di San Damiano. Questo luogo era privo di qualsiasi autorità istituzionale e quindi di qualsiasi tutela. Pertanto, Caterina, la sorella di Chiara, è stata presa dai suoi familiari ed è stata trascinata per i capelli fuori dalla chiesa.   Lì nei campi è stata aggredita fisicamente e minacciata di morte. La leggenda racconta che a Chiara non restava nessun’altra possibilità che pregare per ricevere aiuto. Mentre pregava Caterina diventò così pesante che nessuno dei suoi parenti riuscì in alcun modo a spostarla e i familiari terrorizzati desistettero dal loro intento.

A mio avviso mi sembra interessante considerare il motivo di questa pesantezza sotto molti aspetti, partendo dall’attuale imperativo della leggerezza per le ragazze e le donne, a cui non sembra spettare di avere peso, cioè di essere di un certo peso, fino al facile superamento che tale mancanza di peso significa, per giungere al termine ebraico kavod, che definisce la magnificenza, soprattutto quella di Dio, ma che letteralmente tuttavia significa “peso”.

Qui mi sembra interessante l’aspetto che il peso in questo caso significa che la sorella di Chiara non poteva essere strappata o portata via dal posto in cui aveva scelto di restare insieme alle sue sorelle. È evidente che la sua parentela maschile abbia fatto ricorso alla violenza contro le sorelle con grande naturalezza per sottometterle alla loro volontà. Questo ci fa pensare che tale violenza potesse essere stata considerata anche prima come una cosa naturale in questa nobile famiglia di cavalieri.

Chiara di Assisi ha invece voluto creare un luogo? Potrebbe essere che per Chiara fosse più importante creare un luogo in cui poter vivere nella libertà ascetica della povertà anche con coloro ai quali era legata fin da bambina, che vederle accordata la sua libertà di movimento? Un luogo dove restare?

Restare e andare in giro possono essere diventati per Chiara di Assisi un’alternativa che esclude l’altra. Per Chiara la clausura ha rappresentato la rinuncia alla forma estrema di ascesi, la rinuncia alla libertà del martirio. Sembra averlo accettato in un processo doloroso, che le è stato forse possibile perché significava non dover rinunciare alla particolare convivenza nel suo Convento.

Così affermava che questa vita comunitaria in povertà e in clausura non rappresentava tuttavia la rinuncia a ciò che per lei era essenziale: la presenza della vita comunitaria e della sua verità nello spazio pubblico.

 

 

NOTE: il testo è stato originariamente scritto in tedesco e tradotto dall’autrice. I riferimenti in nota restano quelli originali. 

[1] Chiara di Assisi, Erster Brief an die heilige Agnes von Prag, in: Marianne Schlosser (Hrsg.), Im Spiegel Christi. Die Schriften der Chiara di Assisi, mit einer Kurzbiographie von Johannes Schneider, Kevelaer 2004, 84. Ich zitiere die Texte Klaras nach der Übersetzung Marianne Schlossers, weil sie nicht nur aktuell, sondern auch gut zugänglich ist. (Cito i testi di Clara nella traduzione di Marianne Schlosser, perché non è solo attuale, ma anche facilmente accessibile)

[2] Francesco Von Assisi stand der Theologie und insbesondere der Exegese der Gelehrten äußerst skeptisch gegenüber. Er hielt sie vor allem für ein Instrument, das Leben in der Nachfolge Jesu, das der biblische Text in unverkennbarer Klarheit zeigt und wünscht, unkenntlich werden zu lassen. (Francesco d’Assisi era estremamente scettico sulla teologia e soprattutto sull’esegesi degli studiosi. Soprattutto la considerava uno strumento, la vita di imitazione di Gesù,  il testo biblico mostra con inconfondibile chiarezza e vuole essere lasciato oscuro) . Siehe hierzu Francesco von Assisi, Regula non bullata c.17, in: Franziskus-Quellen: Die Schriften des heiligen Franziskus, Lebensbeschreibungen, Chroniken und Zeugnisse über ihn und seinen Orden. Im Auftrag der Provinziale der deutschsprachigen Franziskaner, Kapuziner und Minoriten, Herausgegeben von Dieter Berg und Leonhard Lehmann, Kevelaer 2009.

[3] Siehe hierzu Giorgio Agamben, Höchste Armut. Ordensregeln und Lebensformen, Frankfurt a.M. 2012, besonders 127–149. Agamben geht mit seinem gesamten Buch der Unterscheidung zwischen Lebensform und monastischer Regel nach. Mit dem Begriff Lebensform (forma vitae oder forma vivendi) greift er einen Terminus der Franziskanischen Bewegung auf, der auch evangelica vita oder apostolica vita oder vita evangelii Jesu Christi lauten kann. Das Leben selbst wird hier zum Gegenstand des Interesses. Das heißt für Agamben zumindest zweierlei, das auch für meine Überlegungen wesentlich ist: Dass es nämlich erstens darum geht, verstehend diesem Leben zu folgen und nicht seiner Regel oder seinem Bekenntnis, d.h. seiner Verschriftlichung. Und dass es für die Franziskanische Bewegung zweitens entscheidend ist, dieses Leben selbst als sein eigenes Ziel zu verstehen, sein Ziel also nicht jenseits seiner selbst sondern in diesem besonderen Leben zu suchen. Dazu Giorgio Agamben, ebd., 128f: “sie [die Lebensform] stellt jedoch nicht, wie in der monastischen Tradition eine asketische oder mortifikatorische Praxis dar, um das Heil zu erlangen, sondern ist jetzt unverzichtbarer und konstitutiver Bestandteil des ›apostolischen‹, ›heiligen‹ Lebens, das sie, wie sie betonen, voll Freude führen. Insofern ist es bezeichnend, dass Olivi in seiner Polemik gegen die Meinung des Thomas, der zufolge die Armut nur ein Modus ist, zur Vollkommenheit zu gelangen, nicht aber die Vollkommenheit selbst […] behauptet, dass sie wesentlich und vollständig mit der evangelischen Vollkommenheit zusammenfällt”. (Il libro di Agamben tratta della distinzione tra forma di vita e regola monastica. Con il termine forma di vita (forma vitae o forma vivendi) assume un termine del movimento francescano, che può anche essere evangelica vita o apostolica vita o vita evangelii Jesu Christi. La vita stessa diventa argomento di interesse qui. Per Agamben ciò significa almeno due cose, che sono anche essenziali per le mie considerazioni: che, in primo luogo, si tratta di comprendere questa vita e non di seguire la sua regola o la sua confessione, i. la sua scrittura. E in secondo luogo, è fondamentale che il movimento francescano comprenda questa vita come il suo obiettivo, non cercare il suo scopo oltre la vita stessa, ma in questa vita particolare. Giorgio Agamben, ibid., 128f: “Tuttavia, non rappresenta, come nella tradizione monastica, una pratica ascetica o mortificante per il raggiungimento della salvezza, ma ora è una parte indispensabile e costitutiva dell’ “apostolica” vita santa, che, come sottolineano, conducono con gioia. A questo proposito, è significativo che la polemica di Olivi contro l’opinione di Thomas secondo cui la povertà è solo un modo per raggiungere la perfezione, ma non la perfezione stessa, affermi che ciò è essenzialmente e completamente coerente con la perfezione evangelica “).

[4] Chiara di Assisi, Zweiter Brief an die heilige Agnes von Prag, in: Schlosser (Hrsg.), Im Spiegel Christi, 91.

[5] Ebd., 16.

[6] Die hohe Bildung Klaras von Assisi und ihr gutes Latein sind aus ihren eigenen Texten, insbesondere aus ihren Briefen, in denen sie die klassische Literatur ebenso selbstverständlich zitiert wie die biblischen Schriften, gut erkennbar. (L’istruzione superiore di Chiara di Assisi e il suo buon latino sono ben riconoscibili dai suoi stessi scritti, specialmente dalle sue lettere, nelle quali cita la letteratura classica con la stessa naturalezza degli scritti biblici).

[7] Engelbert Grau, Leben und Schriften der heiligen Chiara di Assisi, Werl 2001, in der 8. Auflage neu bearbeitet von Marianne Schlosser (vollständige, kritische, lateinisch-deutsche Ausgabe des Werkes und der frühen Überlieferungen zu Chiara di Assisi). Neben ihren eigenen Schriften ist das Leben Klaras gut bezeugt. Insbesondere durch den sehr frühen Heiligsprechungsprozess Klaras, der schon drei Monate nach ihrem Tod im Oktober 1253 beginnt, verfügen wir über eine Vielzahl von Augenzeugenberichten ihres Lebens. Siehe hierzu ausführlich Helmut Feld, Francescoiskus von Assisi und seine Bewegung, Darmstadt, 2. überarbeitete Auflage 2007, 401f. (Oltre ai suoi stessi scritti, la vita di Chiara è ben attestata. Soprattutto a causa del primo processo di canonizzazione che inizia già tre mesi dopo la sua morte nell’ottobre 1253, abbiamo un gran numero di testimonianze dirette della sua vita).

[8] Siehe hierzu etwa Feld, Franziskus von Assisi, 416ff.

[9] Siehe Martina Kreidler-Kos u.a., Chiara di Assisi. Freundin der Stille – Schwester der Stadt, Kevelaer 2011, 136.

[10]Zweifach bezeugt, nämlich durch Klaras selbst und durch die frühe Dreigefährtenlegende zum Leben Francesco von Assisis, findet sich eine Prophezeiung Francesco von Assisis auf das Leben der Frauen in San Damiano hin. Da heißt es: “Als Franziskus damals weder Brüder noch Gefährten hatte und gleich nach seiner eigenen Bekehrung die Kirche von San Damiano wieder aufbaute, da redete er prophetisch in großer Freude von uns, indem er einigen dort weilenden Armen laut auf Französisch zurief: Kommt und helft mir beim Bau des Klosters von San Damiano, denn dort werden bald Frauen ein heiliges Ordensleben führen”. (KlTest 9–14 und Gef 24, zitiert nach Schlosser, Im Spiegel Christi, 17f).  (Come testimoniato due volte, dalla stessa Chiara e dalla prima leggenda di tre lettere sulla vita di Francesco d’Assisi, c’è una profezia di Francesco d’Assisi sulla vita delle donne a San Damiano. Dice: “Quando Francesco non ebbe né fratelli né compagni e subito dopo la propria conversione ricostruì la Chiesa di San Damiano, parlò profeticamente con grande gioia da parte nostra, gridando ad alta voce ad alcuni di quelli che erano lì: Venite e aiutami a costruire il monastero di San Damiano, perché lì le donne vivranno presto una sacra vita religiosa).

[11] In diesem Sinn formuliert Chiara am Ende ihres Lebens: »Der dich erschaffen hat, hat dich zuerst geheiligt, […] er hat dich immer behütet wie eine Mutter ihr Kindlein, das sie liebt.« (ProKl III 20), zitiert nach Schlosser, Im Spiegel Christi, 15. (Così Chiara formula alla fine della sua vita: “Chi ti ha creato per primo ti ha santificato, […] si è sempre preso cura di te come una madre ama suo figlio”).

[12]  LebKl 14; ProKl 1,13.

[13]  LebKl 37.

[14]  Chiara di Assisi, Vierter Brief an die heilige Agnes von Prag, in: Schlosser (Hrsg.), Im Spiegel Christi, 103f.

[15] Siehe hierzu Michael Hardt/Antonio Negri, Empire. Die neue Weltordnung. Aus dem Englischen von Thomas Atzert und Andreas Wirthensohn, Frankfurt a.M./New York 2003, 10–18 und 473–497, insbesondere 497.

[16] Hans Wolter, Der Kampf der Kurie um die Führung im Abendland, in: Herausgeber? Handbuch der Kirchengeschichte, Bd. III/2, Freiburg 1985, 237–296, 241.

[17] ProKl 2,20; 3,18; 9,2.

[18] Siehe zum Verhältnis von Körper und Geschlecht, insbesondere zur Bedeutung des Essens und des radikalen Fastens von Frauen im Mittelalter Caroline Walker Bynum, Fragmentierung und Erlösung. Geschlecht und Körper im Glauben des Mittelalters. Aus dem Amerikanischen von Brigitte Große, Frankfurt a.M. 1991.

[19] ProKl 4,5.

[20] 2 Cel 116.

[21] Chiara di Assisi, Zweiter Brief an die heilige Agnes von Prag, in: Schlosser (Hrsg.), Im Spiegel Christi, 90.

[22] So erzählt eine der Wundergeschichten der auf Almosen angewiesenen Gemeinschaft des Konvents, dass die Schwestern einmal von den Franziskanischen Brüdern, die überhaupt nichts mehr zu essen hatten, gefragt wurden, ob sie ihnen vielleicht etwas Brot geben könnten. Der Konvent der Frauen hatte selbst nur noch drei Brote, davon sandten sie den Brüdern zwei. Francesco verteilte sie an die Brüder mit den Worten: »Das ist das Brot der Liebe.« Von den zwei Broten wurden 30 Brüder satt und von dem letzten verbliebenen Brot der Konvent der Frauen, die bezeugten, dass kaum jemals etwas so köstlich war wie dieses eine geteilte Brot. Die Erzählung zeigt, welche Bedeutung der gegenseitige Austausch für die Brüder ebenso hatte wie für die Schwestern. Und sie hebt hervor, welcher lebensnotwendige Genuss in diesem Austausch lag. (AF III). (Ad esempio, una delle storie di miracoli raccontate dalla comunità caritatevole della Convenzione è che una volta le suore avevano ricevuto la richiesta dai fratelli francescani, che non avevano più cibo, se potessero magari dare loro del pane. Nel convento delle donne erano rimasti solo tre pani, e di questi ne mandarono due ai fratelli. Francesco li distribuì ai fratelli con le parole: “Questo è il pane dell’amore”. Con quei due pani, trenta fratelli si saziarono, e quanto all’ultimo pane rimasto del convento di donne, si disse che quasi nulla era tanto delizioso come quel pane spezzato. La narrazione mostra quale significato ha avuto lo scambio reciproco per i fratelli e per le sorelle. E sottolinea il piacere vitale di questo scambio).

 

 

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