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La responsabilità della scienza e la mediazione della politica

 

* Ringrazio Maria Cristina Mecenero per la revisione critica del testo e il confronto politico sulle questioni discusse.
Lo scambio con lei mi ha permesso sia di mettere meglio a fuoco le problematiche a cui tengo ma anche di trovare le parole più precise che colgono il simbolico sottostante.

 

Sono una epidemiologa/biostatistica e da marzo 2020 ho sentito l’urgenza e la responsabilità di scrivere sulla pandemia, partendo dalle competenze acquisite con il mio lavoro e dalla pratica politica nel femminismo. Uno dei primi articoli che ho scritto è stato pubblicato da Effimera a marzo e si intitola “Rendere politica la rabbia”.[1] Non era facile in quei mesi trovare qualcuno che avesse il coraggio di pubblicare articoli che introducessero senso critico nella discussione pubblica, anche in riviste di sinistra e femministe. Per questo sono grata a Cristina Morini che per prima mi ha chiesto di scrivere su questo argomento e ha poi promosso un bel seminario in presenza alla Casa delle donne di Milano dal titolo “Dei corpi perduti e dei corpi ritrovati, L’enigma del valore”.[2]

Appoggiandomi all’esperienza viva del mio essere scienziata, donna, cittadina, non rintracciabile nelle narrazioni ufficiali e molto diffuse dai media e dai social, con l’intenzione di rendere l’espressione della rabbia un’azione politica, ho messo in discussione l’impersonale della scienza e del sapere dell’esperto, inteso come un sapere neutro ed universale. Ho parlato di rabbia perché da decenni siamo in mano a classi dirigenti che hanno portato il paese allo sfascio, tagliando sanità e scuola. Non si può quindi far altro che partire da questi sentimenti e tensioni che ci attraversano perché se li reprimiamo il rischio è la depressione o l’ansia. Io penso che la rabbia, intesa come sentimento legato al senso di ingiustizia, possa essere un motore politico, intendendo per politica quell’insieme di parole e azioni per dare spazio nel mondo a ciò che si sente come vero e giusto. Rendere politica la rabbia significa capire come trovare la mediazione giusta perché il senso di ingiustizia non si disperda, non diventi violenza, populismo, ribellismo sterile, perché la postura depressiva non prevalga.

La rabbia veniva dalle tante insensatezze che vedevo intorno a me. In piena emergenza Covid-19, la polizia ha sgomberato una famiglia con un bambino di 14 mesi dalle case popolari del mio quartiere. Sono stati abbandonati per giorni a dormire sulle scale comuni delle cantine del caseggiato. Nell’appartamento chiuso hanno dovuto lasciare le poche cose che appartenevano loro: documenti, vestiti, il lettino del bambino, i pannolini e gli omogeneizzati. Le associazioni di quartiere hanno chiesto aiuto alle istituzioni: Regione, Prefettura e Comune. Per giorni nessuna risposta. Sono tanti gli episodi assurdi, al limite del surreale, che sono accaduti durante questo periodo di lockdown, episodi in cui si svelano tutti i limiti dell’ideologia della lotta per i diritti. Il diritto alla salute viene messo in contrapposizione ai bisogni simbolici come quello di celebrare i funerali o assistere i propri cari in ospedale. Ma la salute e il benessere di una famiglia, sia attuali che futuri, sono strettamente legati sia ai bisogni simbolici che alle condizioni economiche e sociali: come posso seguire la didattica a distanza se non ho una stanza e un computer? Chi segue i bambini piccoli che sono a casa se si deve andare a lavorare? Se si chiudono le scuole si favoriscono la dispersione scolastica e la disoccupazione femminile, si mettono in scacco le famiglie e soprattutto le donne, si finisce per chiedere aiuto ai nonni che sono quelli che rischiano di più. Se non si tiene una visione a lungo termine la chiusura delle scuole produrrà più povertà e quindi anche un peggioramento della salute del paese.

 

Il posto dell’errore nella scienza

 

Nell’articolo pubblicato su Effimera ho fatto un errore. Avevo citato i risultati di un solo modello predittivo italiano mentre avrei dovuto nominarne anche altri. Sarebbe stato importante farlo per mostrare la variabilità enorme dei risultati di questi modelli. Ho sbagliato, ma tengo il punto. I modelli predittivi, che sono fioriti in questo periodo come non mai, dovrebbero essere usati come fonte di comprensione della realtà e invece sono stati usati strumentalmente per supportare programmi di “epidemiologia difensiva” che pone problemi simili a quelli della “medicina difensiva”: entrambe adottano la strategia dettata dallo scenario peggiore che si può immaginare, come se quest’ultimo fosse esente da rischi, mentre ogni scelta comporta effetti sulle persone che sono non meno importanti e non meno drammatici dell’impatto diretto del virus. Nella medicina difensiva il medico fa fare esami inutili pur di mettersi al riparo da possibili denunce, con l’epidemiologia difensiva, pur di difendersi da eventuali critiche future di non essere stati abbastanza cauti, si adotta la strategia del rischio zero in nome di un astratto primato della salute, come se questa scelta fosse esente da rischi essa stessa. Con la pandemia si sono assunti come molto probabili i modelli che prevedevano la situazione più drammatica e quindi che richiedevano il più rigido lockdown. I modelli dell’Imperial College di Londra prevedevano diversi scenari e il peggiore prevedeva in Italia oltre mezzo milione di morti per Covid-19 se non si fosse preso alcun provvedimento, e 283 mila decessi applicando, come di fatto è stato fatto, “il più rigido lockdown”, mentre a ottobre, in Italia dopo le aperture dei mesi estivi, avevamo circa 36 mila decessi. Per la Svezia, che non ha adottato un lockdown rigido imposto dall’alto, il modello dell’Imperial college era arrivato a prevedere quasi 20.000 morti in aprile, mentre a ottobre si è arrivati a poco oltre 5000.

Nel mio articolo avevo citato le stime di un modello in un momento della pandemia in cui si sapeva ancora troppo poco ma l’ho fatto perché mi interessava fare dei confronti con altre patologie, perché solo se si fanno confronti con altre realtà che si conoscono si riesce a comprendere meglio la realtà che si ha di fronte.  Fare confronti con le sindromi influenzali è importante. Primo perché comportano una mortalità molto più elevata di quello che si pensa [3]e poi perché nelle epidemie influenzali sappiamo che le scuole sono problematiche, perché i bambini sono molto più suscettibili, e infatti nella prima ondata del virus Sars-Cov-2 la chiusura delle scuole fu una delle prime misure ad essere proposta, mentre poi si è visto che il virus contagia di più gli adulti. Durante la cosiddetta “influenza spagnola” del 1918 il 99% delle vittime aveva meno di 65 anni e le persone più colpite erano proprio i giovani, mentre l’età media dei decessi con Covid-19 è oltre 80 anni. Secondo i dati dell’istituto superiore di sanità, dall’inizio della pandemia al 25 novembre solo 133 vittime aveva meno di 40 anni, e di queste 85 presentavano diagnosticate gravissime patologie. Per confronto, ogni anno oltre 1000 persone sotto i 40 anni perdono la vita a causa di incidenti automobilistici che sono la prima causa di morte tra i giovani.[4] Queste informazioni sulle differenze di rischi sono fondamentali per capire quali strategie adottare. Ora ad esempio sappiamo che, facendo un bilancio rischi-benefici, le scuole devono essere tenute aperte, perché la salute non è solo assenza di contagio ma riguarda un concetto ampio che include il benessere psicologico e gli effetti a lungo termine della mancata educazione scolastica. A marzo ero anch’io d’accordo nel chiudere le scuole ma la scienza funziona così, esplicitando le ipotesi e rivendendole nel tempo, segnalando i limiti delle proprie analisi che sono sempre parziali.

L’errore nelle scienze statistiche e in epidemiologia non è un difetto, è frutto della visione del ricercatore che ha un suo sguardo necessariamente parziale sulla realtà. L’errore in ambito scientifico fa parte dei risultati delle analisi. La misura dell’errore (quello che chiamiamo misura dell’errore standard) è un elemento essenziale delle stime riassuntive della ricerca, va quindi tenuto in conto sia dai ricercatori sia da chi legge. C’è l’errore dello strumento di misura, l’errore dettato dal campione limitato che si sta studiando, l’errore dato dalla parzialità dei risultati e l’impossibilità di generalizzare i risultati alla popolazione generale: sono tanti gli errori di cui tenere conto quando si interpretano i dati di uno studio scientifico. La variabilità delle stime e i limiti degli studi sono parte del processo della ricerca scientifica, sono gli elementi che aiutano ad andare avanti nella scienza, il punto di partenza per le future ipotesi e analisi, ma questi aspetti faticano ad entrare nella comunicazione che i ‘media mainstream’ danno delle ricerche scientifiche perché la vendita della notizia funziona solo se si danno presunte certezze e non si esplicitano i dubbi e i limiti. Bisogna sviluppare consapevolezza perché c’è un presupposto implicito secondo il quale la scienza è infallibile e il suo discorso è sempre vero e giusto, mentre l’errore è parte della modalità di conduzione della ricerca. La cosa grave, che è accaduta durante la pandemia, è che i giornalisti hanno comunicato i risultati degli studi scientifici stravolgendo o manipolando il significato dei risultati delle pubblicazioni per vendere la notizia o sostenere la propria tesi ideologica. Con la vicenda sulle scuole questo fatto è emerso con grande forza. In tutta Europa nella seconda ondata i vari governi hanno deciso di tenere aperte le scuole perché il bilancio rischi/benefici era tutto a favore dell’apertura delle scuole, mentre in Italia gli insegnanti erano terrorizzati e le scuole erano considerate un luogo pericoloso.

 

Verità scientifica e verità assoluta

 

Le verità della scienza evolvono, non sono mai assolute, statiche, oggettive. Il ricercatore e la ricercatrice sono soggetti che portano nel loro lavoro il loro sguardo partendo dalle loro competenze e da quello a cui danno importanza. Ma affermare che la verità è soggettiva non vuol dire che è manipolata, strumentale, falsa. È proprio il femminismo che mi ha insegnato a riconoscere la soggettività in ogni campo del sapere, a dubitare dell’oggettività e a svelare quel punto di vista maschile che storicamente vuole imporsi come universale.

Quello che invece abbiamo visto durante la pandemia è stata una forte richiesta di verità assoluta, di certezze, soprattutto nei confronti degli scienziati, perché era alto il livello della paura, la narrazione ufficiale faceva acqua e le persone avevano necessità di placare le ansie. Per tenere le paure sotto controllo venivano chiamati continuamente in tv esperti che si ponevano nella posizione di chi sa e quindi può guidare.

D’altra parte, la comunità scientifica si è ritrovata in scacco durante la pandemia per via della velocità degli eventi e della necessità di decidere con prontezza. Con i suoi lunghi processi e linguaggi complessi aveva armi spuntate: essa funziona quando ha il tempo per potersi confrontare, tenendo conto della complessità delle varie patologie e dei limiti metodologici degli studi. L’urgenza ha invece creato un impedimento per quel fondamentale processo di verifica e controllo e scambio necessario, con la revisione esterna delle ricerche scientifiche, delle pubblicazioni, mettendo in difficoltà anche quel normale processo democratico in cui decisioni così importanti che riguardano la vita del paese dovrebbero essere discusse in parlamento.

All’inizio prendere delle decisioni basandosi sulle evidenze scientifiche era molto complesso e gli errori andavano messi in conto. L’unica strada sarebbe puntare sulla ricerca indipendente da interessi di potere, mossa da un simbolico che non è quello del denaro ma da un’etica che ha a che fare con l’onestà intellettuale, con la verità soggettiva, intesa come ciò che sentiamo intimamente come vero e giusto in scambio con altri e altre, come il desiderio politico di consegnare alle proprie figlie e ai propri figli un mondo migliore. Questa visione l’ho imparata dal femminismo e in questi mesi l’ho messo in pratica con “Pillole di Ottimismo”, uno spazio virtuale che è nato su iniziativa spontanea di Guido Silvestri, un famoso virologo che lavora negli USA, che ha catalizzato attorno a sé una serie di persone dalle competenze più diverse che hanno messo a disposizione il proprio lavoro, le proprie competenze, le proprie passioni, senza interessi personali, senza agende di partito da seguire o strumentalizzazioni ideologiche. Sono coinvolti donne e uomini epidemiologi, biologi, medici, ma anche giuristi, economisti, sociologi; lo scambio non è sempre facile, anche perché tutte le discussioni avvengono online perché abitiamo in paesi diversi e non ci siamo mai incontrati prima. L’ambizione è quella di una costruzione collettiva del sapere che permette di recuperare la fiducia e l’autorità nella scienza, che si sono perse quando si è puntato strumentalmente sui protagonismi dei singoli esperti con le loro verità assolute e su una gestione autoritaria e poco trasparente della pandemia.

 

Scienza e politica

 

La pandemia è un problema essenzialmente politico, lo è stato fin dall’inizio. Ora lo si può dire, mesi fa non si poteva. Mi dicevano: “non è il momento delle polemiche, non è il momento di far politica, bisogna essere uniti” (tradotto: ubbidienti e zitti). “Perché la gente è incosciente, il virus è sconosciuto, questo è il momento di piangere i morti…”. Io ribadivo: se non siamo capaci di farci domande radicali su ciò che è successo, alla prima occasione le soluzioni che adotteremo saranno di nuovo rette dall’irrazionalità.

In quei mesi la mia preoccupazione era lavorare per togliere paura, perché il terrore arrivava quotidianamente dai media e la paura è un fantastico strumento di repressione dell’intelligenza collettiva. E poi sentivo la necessità di allargare il quadro: il problema è il virus o la società in cui viviamo?

Con la pandemia si è visto con forza come la scienza non sia in un mondo a parte e le parole degli scienziati abbiamo ripercussioni importanti sulla società. La scienza deve muoversi con indipendenza simbolica e con il Covid-19 è emerso ancora più chiaramente come sia strettamente legata alla politica, intesa come azione che si prende cura del mondo.

In una intervista in RAI, quando parlavo degli effetti della chiusura delle scuole sui giovani, sono stata fermata per far parlare l’esperto di turno che ha dichiarato che gli effetti della chiusura su apprendimento e sulla condizione psichica nei giovani non sono un problema degli scienziati. Io credo che sia ipocrita e falso affermare questo. Come epidemiologa che studia i fattori di rischio delle malattie e i trend delle malattie nei vari paesi considero fondamentale domandarsi l’effetto che può avere sulla salute a lungo termine di tutti gli abitanti di un paese bloccare un intero paese e chiudere la scuola per mesi e mesi. Non si può non tenere conto dei differenti rischi che corrono bambini e anziani ad esempio e gli effetti di queste scelte su chi deve essere curato per le altre patologie. Ragionare sulla salute di un paese implica valutare le conseguenze del lockdown sulla salute a lungo termine anche per coloro che non hanno un lavoro o lo perderanno, coloro che non hanno una casa in cui poter fare didattica a distanza. Questo implica una valutazione che tenga conto della complessità e sia fondata su una visione ampia delle poste in gioco: altre malattie, lavoro e povertà, aumento dell’ansia sociale e individuale.

È importante preoccuparsi della dimensione economica perché intrinsecamente legata anche alla salute. Vuol dire occuparsi di chi al momento non ha uno stipendio su cui contare, dei precari, delle periferie, ma anche dei giovani a cui stiamo consegnando una società distrutta.

 

Perché parlare di economia

 

Tra le femministe alcune scrivono che l’unico modo in cui in questo momento ci si può prendere cura dell’altro da sé è proprio l’isolamento. Sembrerebbe un ragionamento sensato, che porta solo buone conseguenze, se non fosse che buona parte della popolazione rimane fuori dal quadro positivo di questa narrazione. Se non fosse che per permettere ad alcuni di restare a casa bisogna che qualcuno ci procuri tutti gli oggetti e servizi che permettono di stare tranquilli, dalle mascherine, ai test, alla sanità, al cibo portato dai riders. Sembrerebbe altruismo e senso di responsabilità, se non fosse che per permettere ai benestanti di stare a casa, condanniamo parte del paese alla disoccupazione, povertà, e alla mancanza di cura per le altre patologie. Si delega tutto allo stato, il Leviatano di Hobbes, preposto alla protezione e difesa nel caso di “sedizione, malattia e guerra civile”, per difendere i privilegi di chi può lavorare da casa, dimenticandosi di tutti coloro che un lavoro proprio non ce l’hanno o l’hanno perso. Nel 2020 oltre 300 mila imprese e 200 mila autonomi hanno chiuso.[5]

Ci tengo a parlare anche di economia perché sappiamo bene che il capitalismo farà di questa tragedia l’ennesima occasione di sviluppo. Naomi Klein con il suo discorso sul ‘screen new deal’ spiega che la pandemia è una fantastica occasione per i giganti della tecnologia che si approfitteranno della situazione con politiche aziendali che minacciano di distruggere il sistema educativo e sanitario: telemedicina, scuola virtuale, didattica digitale.  La quarantena come laboratorio dal vivo: “In un contesto straziante di morte di massa, ci viene venduta la dubbia promessa che queste tecnologie sono l’unico modo possibile per proteggere la nostra vita da una pandemia”.[6] Solo per fare un esempio concreto, la pubblicità della tecnologia per auto che si parcheggiano da sole al tempo del virus usa questa retorica: «C’è stato un notevole progresso verso una tecnologia senza umani e senza contatto. […] Gli esseri umani sono biologicamente pericolosi, le macchine no».

 

Sindemia

 

Richard Horton, il direttore di The Lancet, sottolinea che non siamo di fronte ad una pandemia ma ad una sindemia, che è caratterizzata dall’interazione tra caratteristiche biologiche e condizioni sociali che aumentano la suscettibilità di una persona ad avere una prognosi peggiore (COVID-19 is not a pandemic. It is a syndemic).[7] La vulnerabilità dei cittadini anziani, delle comunità etniche nere, asiatiche e minoritarie, dei lavoratori chiave che sono comunemente mal pagati, con meno protezioni sociali, ci rimanda a una verità finora a malapena riconosciuta, vale a dire che non importa quanto sia efficace un trattamento o protettivo un vaccino, la ricerca di una soluzione puramente biomedica al Covid-19 fallirà, nel senso che chi non soccomberà alla crisi economica e avrà accesso alle cure efficaci sarà comunque una minoranza.

A differenza della pandemia, che indica il diffondersi di un agente infettivo in grado di colpire più o meno indistintamente con la stessa gravità chiunque, parlare di sindemia vuol dire tenere in conto della interazione tra Covid-19, malattie non trasmissibili (infarti, diabete, tumori…) e condizioni socioeconomiche. Nominare Covid-19 come una sindemia implica sottolineare che si tratta di una malattia la cui prognosi è dettata dalla concomitanza di altre patologie la cui frequenza è significativamente maggiore nelle classi sociali più svantaggiate. Le malattie croniche concomitanti, che aumentano il rischio di mortalità per Covid-19, sono legate a fattori socioeconomici e spesso dovute a fenomeni eliminabili se si rinnovassero le politiche pubbliche su ambiente, salute e istruzione. È quindi essenziale riconoscere le cause sottostanti, quelle strutturali, e intervenire sulle condizioni in cui il virus diventa letale, altrimenti nessuna misura sarà efficace. Inoltre, non possiamo dimenticarci che le misure restrittive a lungo termine possono aumentare le diseguaglianze sociali e creare un vero e proprio circolo vizioso che riduce i redditi già bassi e in fine l’aspettativa di vita delle classi sociali più in difficoltà.

Preoccuparsi della salute pubblica, come dovrebbero fare gli epidemiologi, implica necessariamente allargare il quadro alle altre patologie e quindi alla dimensione sociale collettiva. Il numero totale di persone che convivono con malattie croniche è in crescita. Affrontare Covid-19 significa quindi affrontare ipertensione, obesità, diabete, malattie cardiovascolari e respiratorie croniche e cancro. Per il miliardo di persone più povere nel mondo oggi, le malattie non trasmissibili rappresentano oltre un terzo del loro carico di malattia. Horton sostiene che interventi economici del prossimo decennio indirizzati in questa direzione potrebbero evitare quasi 5 milioni di morti tra le persone più povere del mondo, senza considerare il Covid-19. Anche lui ribadisce che la pandemia è una crisi politica e non semplicemente una crisi sanitaria.

 

Prendersi l’autorità di dire con le amiche femministe

 

Con Ilaria Durigon, della Libreria delle donne di Padova, e Tristana Dini, insegnante e filosofa, ora attiva con il movimento “usciamo dagli schermi”,[8] non abbiamo rinunciato a ragionare in senso critico durante tutta la pandemia anche se abbiamo faticato a trovare riviste/giornali che accettassero di pubblicare gli articoli che scrivevamo. Siamo andate avanti ugualmente e ci siamo assunte l’autorità di esprimerci sui problemi concreti del paese, creando incontri pubblici online e in presenza e continuando a riflettere e scrivere. Il desiderio era quello di assumerci la responsabilità delle nostre vite e non consegnarle ad una autorità patriarcale che scalpita per riacquisire potere nonostante il disorientamento evidente. Abbiamo scritto testi e promosso incontri che nascono dal desiderio di affrontare le paure che ci paralizzano e pensare a pratiche politiche che non stanno al linguaggio paternalista con cui hanno tentato in questi mesi di regolare le nostre urgenze. In particolare, il convegno a Padova, dal titolo “Eravamo già distanti”[9], è stato un momento molto intenso che ha mostrato l’urgenza di condividere le riflessioni fatte durante i mesi chiusi in casa e come la presenza dei corpi permettesse uno scambio di verità più aperto all’altra/o e un clima completamente diverso da quello che avevamo vissuto nei mesi precedenti, segnati fortemente da aggressività e difficoltà a parlare con verità. Essere lì col proprio sguardo che incrocia lo sguardo altrui, l’impaccio della distanza e della mascherina che si scontra con la voglia di toccarsi e di abbracciarsi, l’emotività che spariglia le carte. Cambia tutto. Essere in presenza e in relazione permette di trovare una misura che tenga conto dell’altra/o, misura che invece è difficile tenere sui social perché si ha di fronte un video e non l’altra persona. E così, proprio mentre facevo il mio intervento e parlavo di quello che stiamo lasciando alle nuove generazioni, mi sono dovuta fermare perché mi veniva da piangere. Ma il sopraggiungere inaspettato dell’emotività e delle lacrime, che spesso accade alle donne, ha aiutato a creare un clima più sereno. Non mi era mai successo ma in questo periodo sento a fior di pelle le responsabilità pesanti che portiamo come adulti verso i giovani, che stanno subendo in modo sproporzionato le misure di contenimento del virus e pagheranno per i prossimi decenni le scelte di questi mesi. A volte mi sento come coloro che “hanno la carne a contatto con la carne del mondo”, come direbbe Alda Merini. Per questo ho continuato a scrivere sui social sulla pandemia, ogni giorno con determinazione, nonostante la fatica emotiva. Sento la responsabilità di agire per non consegnare ai giovani un paese in una crisi terribile, per cui mi aggrappo alla scienza, alle relazioni e alla poesia.

 

Problemi strutturali

 

Il bombardamento mediatico ha sollevato nella popolazione un’angoscia tale che il timore che si mettesse in discussione il lockdown faceva sì che si vivesse come pericolosa persino la necessità di studiare le caratteristiche della malattia, facendo confronti con gli altri paesi e con altre malattie, per capirne la natura e come affrontarla.

Un confronto utile è per esempio quello tra la mortalità di questi mesi con quella del 2015, in cui in Italia nei primi 8 mesi sono stati registrati 45.000 decessi in più rispetto al 2014, e in cui l’incremento di morti potrebbe essere dovuto in larga parte alle sindromi simil-influenzali, di cui il Covid-19 è il più nuovo esempio.[10] Diversi articoli anche sulla stampa uscirono quell’anno e gli anni seguenti,[11] per denunciare che le terapie intensive in Lombardia erano al collasso per l’influenza. È proprio grazie a questi confronti che appare evidente che la ragione della crisi attuale è da ricercare non tanto nell’imprevedibilità del virus, quanto in scelte irresponsabili di chi ci ha governato e ha ritenuto opportuno disinvestire nella sanità pubblica, in ossequio a vincoli di bilancio che andavano invece contrattati in sede europea senza aspettare il Covid-19. Nel 2016 in Italia ad esempio ci sono stati 49.301[12] decessi per infezioni ospedaliere e nel nostro Paese si verifica il 30% dei decessi per sepsi dei 28 Paesi UE. La maggior parte dei decessi per tale causa (circa il 75% del totale) si concentra nella fascia di età 75 anni ed oltre, ciò a conferma che si tratta di un fenomeno associato all’invecchiamento della popolazione spiegabile con una maggiore presenza di multicronicità nei soggetti che determina un conseguente scadimento delle condizioni fisiche. La contaminazione dei reparti ospedalieri ha sicuramente contribuito alla crisi delle strutture sanitarie che troppi vorrebbero attribuire esclusivamente al Covid-19.

Ci tengo anche a ricordare che i malati oncologici, che soffrono di una patologia con più anni di vita persi in assoluto, hanno dovuto subire modifiche importanti alle loro cure durante la pandemia.[13] In un recente articolo pubblicato su The Lancet è stato stimato il numero di decessi per cancro evitabili, nel Regno Unito, ma previsti a seguito di ritardi diagnostici dovuti alla pandemia COVID-19. Solo considerando il tumore al seno, al colon, al polmone e all’esofago si stimano tra 3300 e 3600 morti in più nei prossimi 5 anni.[14]

Esplicitare questo vuol dire capire quali sono le strategie giuste da attuare per permettere ad esempio di studiare alternative come quella della Germania e quella della Svezia che non hanno dovuto chiudere tutto come abbiamo fatto in Italia. Il confronto con la Germania ci insegna l’importanza di investire nei medici di base, nell’assistenza medica territoriale e in generale nella sanità,[15] che da noi ha subito tagli pesantissimi. Nel 2019 l’osservatorio GIMBE[16] denunciava che negli ultimi 10 anni ci sono stati tagli e definanziamento del Servizio Sanitario Nazionale pari a 37 miliardi. Anche l’ISTAT ricorda in questi giorni i tagli alla sanità[17] sottolineando che dal 2009 in questo settore c’è stata una progressiva riduzione degli occupati a tempo indeterminato, invecchiamento del personale e crescita del ricorso al lavoro flessibile.

 

Perché chiudere la scuola?

 

Molte madri mi hanno scritto in questi mesi raccontandomi la fatica nel gestire la quotidianità tra figli e il lavoro e il senso di solitudine e sofferenza dei figli. Cercavano sostegno perché durante la pandemia ho lavorato molto per spiegare da un punto di vista scientifico che i rischi della chiusura delle scuole sono maggiori dei benefici. Durante tutta la gestione del 2020 i giovani sono stati ignorati, colpevolizzati e trattati esclusivamente come un problema privato, senza alcuna rilevanza sociale. Eppure, non investire sull’infanzia, sui giovani vuol dire non preoccuparsi delle priorità del presente e del futuro.

La gestione della pandemia ha ampliato le problematiche comportamentali e i sintomi di regressione nei giovani. Uno studio importante del Gaslini di Genova ha mostrato un incremento dei disturbi del sonno e disturbi d’ansia con la chiusura delle scuole. Diverse ricerche sia Europa che in Cina hanno mostrato un aumento significativo di sintomi depressivi e un aumento di suicidi e tentati suicidi negli adolescenti.[18] Unicef, Unesco e OMS hanno dato un allarme stimando che 24 milioni di bambini[19] abbandoneranno la scuola a causa delle misure di contenimento del virus. Questo perché almeno un terzo degli scolari del mondo non ha potuto accedere ai servizi educativi anche a causa della mancanza di accesso a internet, di computer. Stimano che 460 milioni di giovani sono stati esclusi dalla didattica a distanza, restando di fatto privi di una qualunque forma di istruzione. Ma anche nei paesi più sviluppati gli effetti sono stati pesanti. Un recente enorme studio olandese, che ha valutato più di 350.000 persone, ha mostrato che, nonostante un lockdown relativamente breve di 2 mesi e un livello tecnologico elevato del paese, c’è stata in media una riduzione dell’apprendimento di circa il 20% rispetto ai tre anni precedenti,[20] fino ad arrivare al 50% per i giovani in famiglie con genitori non laureati. A livello globale, c’è stato un aumento significativo della povertà e si stima che il numero di bambini che vivono in condizioni di povertà sia aumentato del 15%.[21] Nell’arco di 12 mesi potrebbero verificarsi 2 milioni di morti di bambini in più a causa delle misure di contenimento per via delle gravi interruzioni dei servizi e dell’aumento della malnutrizione.

E così, oltre a studiare gli articoli scientifici sulle evidenze dei rischi legati al virus e legati al contenimento del virus, con le mie amiche Ilaria Durigon e Tristana Dini abbiamo continuato a riflettere sul disordine simbolico del momento e a confrontarci anche se a distanza. Abbiamo tra le altre cose organizzato un incontro con un paio di studentesse, la famosa Anita che è scesa in piazza in Piemonte per protestare contro la didattica a distanza, e Ilaria, una ragazza delle case popolare del mio quartiere, che ha lottato duramente per ottenere il diploma delle scuole medie superiori, nonostante tre bocciature e varie scuole cambiate. Noi sappiamo che per le donne la scuola è stata una conquista recente e per questo abbiamo deciso di iniziare il 2021 organizzando un incontro intitolato “La scuola salvata dalle ragazzine”. Abbiamo invitato alla discussione sottolineando come l’istruzione per secoli abbia rappresentato per le donne un desiderio irrealizzabile, un sogno proibito. Per questo il legame delle donne con la scuola è così speciale. Come abbiamo scritto nell’invito, non dovrebbe “stupirci se in questi mesi, in cui il diritto all’istruzione è stato messo in discussione come diritto sacrificabile in nome di altri più importanti, siano state soprattutto le donne a ribellarsi e a battersi per le riaperture.” La scuola è un importante terreno di lotta politica ed è il femminismo che ce lo ha insegnato. Per prima Virginia Woolf in “Le tre ghinee” mostra il legame decisivo tra istruzione e politica e come la scuola non sia un terreno “neutrale”.

La didattica a distanza ha fatto emergere che c’è una sproporzione tra l’idealità (raggiungiamo tutti, diamo le stesse possibilità a tutti) e l’effettivo risultato. Ma questa questione è precedente alla pandemia. La scuola infatti sta facendo fatica a non confermare i destini sociali di ragazzi e ragazze con retroterra culturali e sociali svantaggiati e a includere concretamente le differenze. Considerato questo dato ora ancora più evidente, non ci si può più nascondere. Ci sono zone critiche che vanno curate con più ricerca, risorse e intenzionalità da parte della scuola e dello stato. Per rilanciare seriamente opportunità c’è bisogno però di essere vicini, in relazione, sul territorio. C’è bisogno di relazioni in presenza.

 

La politica della paura versus la politica della responsabilità

 

L’impressione è che in molti, incluse le donne, nei momenti di crisi emerge di nuovo il bisogno di una autorità paterna che faccia ordine. La politica della paura che si è vista all’opera con De Luca, governatore della regione Campania, ad esempio abbiamo visto che assicura più voti. La politica della paura versus la politica della responsabilità di fatto mostra il fallimento del patto tra stato e cittadino: ai cittadini non si chiede di comportarsi responsabilmente. Il patto non è più basato sulla ragione e sul rispetto reciproco tra persona e istituzione, ma sull’interesse e la paura. Persino da sinistra sta arrivando questa imposizione autoritaria di regole esagerate perché altrimenti i cittadini non seguirebbero le necessarie indicazioni.

La retorica che sta passando è quella del sacrificio: per qualche mese, fino all’arrivo del vaccino, fino alla fine del virus… Ma se l’emergenza diventasse la nuova normalità? Se la didattica a distanza, il lavoro da casa senza orari, l’isolamento degli anziani nelle case di cura, la sfiducia nei cittadini, la paura del contagio e della malattia, la paura dell’incontro con l’altro da sé, la necessità di non fare assembramenti e di evitare gli scioperi diventassero consuetudini di una nuova normalità?

E se la prossima pandemia non fosse distante?

 

 

[1] http://effimera.org/covid-19-rendere-politica-la-rabbia-di-sara-gandini/

[2] http://effimera.org/dei-corpi-perduti-e-dei-corpi-ritrovati-lenigma-del-valore-seminario-di-studio-3/

[3] https://www.ijidonline.com/article/S1201-9712(19)30328-5/fulltext

[4] https://www.epicentro.iss.it/stradale/epidemiologia

[5]https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-e-crisi-consumi-italia-sparite-oltre-300mila-imprese-e-200mila-autonomi-AD2wQWAB

[6] https://www.lab-lps.org/post/?p=3639

[7] https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)32218-2/fulltext

[8]https://www.youtube.com/watch?v=ryaKQc_JxLA&fbclid=IwAR3kYvvmbnSYGArUmByHqKKBn1n51Wybd5IPoaiHD9TyqNGl-h2ziO95gIU

[9] https://www.youtube.com/watch?v=7ojjPDhcwDI

[10]https://www.istat.it/it/files/2015/12/Nota_decessi2015.pdf?title=Chiarimento+su+aumento+dei+decessi+2015+-+28%2Fdic%2F2015+-+Testo+integrale.pdf

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/attenti-ai-morti#

[11] https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/milano-terapie-intensive-collasso-l-influenza-gia-48-malati-gravi-molte-operazioni-rinviate-c9dc43a6-f5d1-11e7-9b06-fe054c3be5b2_amp.html?fbclid=IwAR3TGfnMpmvTqncXlbx9nwH4S2aOM74QojmljmKH5AWiAqBKd65IYvG0PI4

[12] https://www.osservatoriosullasalute.it/wp-content/uploads/2019/05/ro-2018.pdf

[13] Richards, M., Anderson, M., Carter, P. et al. The impact of the COVID-19 pandemic on cancer care. Nat Cancer 1, 565–567 (2020).

[14] The impact of the COVID-19 pandemic on cancer deaths due to delays in diagnosis in England, UK: a national, population-based, modelling study. Maringe, Camille et al. The Lancet Oncology, Volume 21, Issue 8, 1023 – 1034.

[15]https://www.linkiesta.it/2020/04/germania-coronavirus-sanita-modello-italia-aiuti/amp/?fbclid=IwAR2wX8UgdUQms8ozqZcYastw2kP-Ptm98IQOzbOZC5wvDL8yNpNDy1h2Oyk

[16] https://www.gimbe.org/pagine/1229/it/report-72019-il-definanziamento-20102019-del-ssn

[17] https://www.istat.it/it/archivio/242294?fbclid=IwAR345-uWp0ljzNkIMXLhBGyST_vJxKkssNBASmgNuwylDQ_5a6b2pQBoY7w

[18] (2) Pellai, Alberto (2020) Il distanziamento fisico e i bisogni evolutivi del bambino.

(3) Pietrobelli A, Pecoraro L, Ferruzzi A, et al. Effects of COVID-19 Lockdown on Lifestyle Behaviors in Children with Obesity Living in Verona, Italy: A Longitudinal Study [published online ahead of print, 2020 Apr 30]. Obesity (Silver Spring). 2020;10.1002/oby.22861. doi:10.1002/oby.22861

(4) Sprang G, Silman M. Posttraumatic stress disorder in parents and youth after health-related disasters. Disaster Med Public Health Prep. 2013;7(1):105-110. doi:10.1017/dmp.2013.22

(5) Uccella, Sara, Fabrizio De Carli, Lino Nobili et al. Impatto Psicologico e Comportamentale sui Bambini delle Famiglie in Italia. Gaslini, Università degli Studi di Genova.

(6) Pisano, Luca, Domenico Galimi e Luca Cerniglia (2020) A qualitative report on exploratory data on the possible emotional/behavioral correlates of Covid-19 lockdown in 4-10 years children in Italy.

[19] https://www.unicef.it/media/coronavirus-la-met-della-popolazione-studentesca-mondiale-non-ancora-in-grado-di-tornare-in-classe/

[20] https://www.demographicscience.ox.ac.uk/post/children-learned-little-or-nothing-during-school-closures-despite-online-learning?fbclid=IwAR0dTwpGGCaQ0O1eQJLfXEp7UYyg8-rRp57eiFlDJLKaowOIwjiLSGLoPI4

[21] https://www.savethechildren.it/blog-notizie/coronavirus-150-milioni-bambini-in-piu-in-poverta#:~:text=Lo%20dice%20una%20nuova%20analisi,’inizio%20di%20quest’anno

 

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