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La ragazza che ero, la riconosco. Schegge di autobiografie femministe

 

*Maria Alacevich, Marta Baiardi, Rossana Cirillo, Maria Pia Conte, Silvia Neonato, Marina Olivari, Giulia Richebuono, Giovanna Sissa, “La ragazza che ero la riconosco. Schegge di autobiografie femministe”, Iacobellieditore 2018. A cura di Silvia Neonato.

 

Ci sono molti modi di raccontare la Storia. Ci sono i saggi dei grandi storici, i documentari, i manuali di scuola e i film d’azione. Ci sono poi i racconti di famiglia. Ecco, questa raccolta di scritti ha il sapore di un racconto di famiglia. Di quei momenti in cui nonne o nonni, zie, zii, amiche e amici, madri o padri, sorelle o fratelli maggiori prendono quel sorriso particolare e raccontano ciò che è successo, in un tempo vicino o lontano. Al di sotto di quel sorriso sta il calore di qualcosa che non deve essere dimenticato.

I racconti di queste donne ci riportano alla Genova degli anni Settanta, raccontando da tanti punti di vista differenti il movimento del Femminismo. Ma lo fanno con una delle pratiche fondamentali che il Femminismo stesso ha sviluppato: ​partire da sé.Il racconto non è mai asettico e schematico, non vuol essere onnicomprensivo o esplicativo del momento storico da cui è attraversato, ma resta sul particolare, tanto che a volte il filo rosso dell’esperienza femminista sembra scomparire nella trama di fili colorati delle vite vissute. Eppure è proprio da quel vissuto, da quelle “schegge di autobiografie femministe”, che brilla la luce di un’epoca.

Walter Benjamin ha scritto che la figura ancestrale del narratore ha sempre una funzione pratica: quella di fornire consiglio. Trasmettendo il vissuto attraverso i propri racconti, il narratore fornisce non un’indicazione precisa, un dover-fare, ma quello che può essere considerato come una proposta sulla continuazione di una storia – la vita del singolo. Attraverso le voci di queste narratrici si trasmettono non solo i vissuti, ma anche le problematicità che nel tempo emersero, e tutt’ora emergono, nello sviluppo di quel movimento culturale, sociale e politico chiamato Femminismo.

Tanti sono i temi comuni affrontati nei percorsi tracciati dai racconti. Ci sono i rapporti con ​il manifesto e il problema della doppia militanza, che se per molte è stata una contraddizione, scioltasi con la scissione e la nascita del Collettivo Femminista Genovese, per altre era invece la doppia faccia della stessa medaglia. La relazione con il Femminismo, per alcune profonda, trasformante, liberante, per altre troppo radicale e diretta, o incontrata troppo presto. L’autocoscienza, nodo centrale a cui tutti i percorsi si legano e da cui è partito il progetto di scrittura del libro. La scoperta e la conquista della sessualità, i rapporti con le madri, i padri e le altre donne. Ma anche i rapporti di potere, la violenza di genere con le sue vecchie e nuove forme, sulle donne italiane e sulle donne straniere, migranti, richiedenti asilo o vittime delle tratte.

Ma da questi nodi comuni si dipana poi la ricchezza della varietà di esperienze di queste autrici. Ed è grazie a queste esperienze, a queste parti fatte anche di critica e durezza, disincanto, stanchezza o continua ricerca, che il libro acquista un valore non solo di testimonianza ma soprattutto di riflessione sul presente.

Qualche scintilla dai racconti.

Marta critica duramente la mancanza di attenzione alla “questione sociale” all’interno del collettivo, la messa in sospensione – idealizzante ma mai reale – delle condizioni materiali di provenienza di ogni donna. Tutte dovevano essere pensate come uguali, povere e ricche, operaie e intellettuali, come se la classe sociale non influisse. Grande è la sensazione del ​non detto, di invisibilità della propria identità – agita da lei per prima, a suo tempo – , che l’autrice denuncia dalle sue pagine. «Le nostre vite materiali, avevamo in tanti buone ragioni per dimenticarle: chi era ricco era a disagio perché, in tempi di riscossa proletaria, le unanimi nostre simpatie andavano ai diseredati. E chi era povero perché aveva imparato l’eterna vergogna dei poveri e non voleva mettere i ricchi a disagio: sempre allegri bisogna stare… Quando qualcosa affiorava, un filo di imbarazzo preludeva al silenzio».

Annalia è stanca. Stanca delle lotte per il diritto a decidere sul corpo delle donne, stanca della disumanizzazione di certi ambienti ospedalieri, della violenza ostetrica, degli obiettori di coscienza, stanca del muro di gomma contro cui si è scontrato per anni il suo lavoro per garantire il diritto all’aborto. L’attenzione della società e del movimento femminista stesso, poi, le sembra che negli anni si sia allontanata sempre più da questi argomenti. Si chiede cosa si può dire di aver guadagnato dalle lotte, quando nessuno si gira più a guardare cosa accade veramente, specialmente alle donne meno visibili, migranti, povere o prigioniere della violenza.

Arianna riafferma il rapporto conflittuale tra “lavori di donne” e “lavori da donne”, i primi ancora lungi dall’essere riconosciuti socialmente e politicamente, i secondi come etichetta di lavori considerati di secondaria importanza, sempre legati a stereotipi. E’ ancora lungo il percorso per ritrovare e credere – soprattutto per sé stesse – nella dignità e importanza di questi lavori. Per Maria Pia, la razionalizzazione che ha portato all’introduzione del part-time come soluzione al doppio lavoro, in casa e fuori, delle donne, ha lasciato fuori molta parte della questione – prima di tutto il corpo. L’importanza del lavoro di cura, la sua profondità di relazione, l’esperienza che porta con sé la maternità non vengono riconosciute. Manca, dice l’autrice, la gratitudine pubblica per questo lavoro che le donne conducono per la società e per la specie umana. Ma è anche importante riconoscere che non si potrà mai avere l’onnipotenza divina, che i salvatori assoluti non esistono, così come le soluzioni definitive. Esistono piuttosto i piccoli passi, i percorsi lunghi e le creature fallibili.

Marina si è sentita a disagio nel femminismo, soprattutto quando si è fatto più radicale. Ha cercato una strada sua e l’ha trovata nell’inguaribile desiderio di giocare, di immaginare, di provare empatia, e la capacità di insegnarlo agli altri. «Per provare a restare tutti umani finché ci sarà una Aleppo assediata e bombardata, finché qualcuno continuerà ad affogare in mare mentre noi siamo a cena».

Tra queste scritture di esperienza suona come nota a sé quella di Silvia, che sembra aver impugnato il Femminismo come un’arma, contro gli uomini e contro le donne diverse da lei. Più deboli, meno decise, meno “femministe”, meno “libere”. Definendosi con leggerezza un «oggetto sessuato niente male» stride con il percorso di riappropriazione di sé come soggetti del proprio desiderio che alcune delle altre hanno descritto come uno dei più difficili tra quelli intrapresi, e mai finito. Nel Femminismo c’è stato in alcune e c’è ancora questo fraintendimento, questo volersi sostituire alla figura del padre lasciando intatta la struttura di potere, questo prevalere del giudizio sull’apertura e sulla valorizzazione della differenza.

Questo libro dunque è un raccontare il passato in relazione vivace con il presente. Il suo essere anche una lezione di storia sul Femminismo si intreccia inestricabilmente con l’essere, prima di tutto, un racconto di esperienze, di relazioni, di scoperte e di costruzione di nuove vie da percorrere. Una narrazione che non scrive la fine della storia, ma invita le narratrici che verranno a prendere la parola.

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