La rivista »

La pratica difficile della forza femminile

Due domande

 

Vorrei cominciare da questo: il modo in cui ho pensato il senso del mio intervento e, più in generale, il modo in cui vedo gli incontri e le discussioni di questo Grande Seminario, che pongono la questione dell’inizio, in un confronto tra “diverse generazioni politiche”. Tale confronto può essere l’occasione – questa è per me la scommessa – di mettere sul tavolo, di affrontare, la questione che formulerei così: “La politica delle donne, il pensiero della differenza, il femminismo sono una partita aperta. Dobbiamo giocarcela”. È la questione che poneva Barbara Verzini nel suo intervento.

La politica delle donne, dunque, come una lotta aperta quanto a che cosa sarà e a che cosa farà la libertà delle donne. È una questione che sta di fronte a tutte, in cui siamo tutte, anche se di essa possiamo avere un sentire diverso, più o meno acuto, e, per le nostre esperienze, possiamo, in essa e di fronte ad essa, avere paure diverse, diversi blocchi, sguardi, resistenze e aspettative.

 

Vorrei provare a ragionare, qui, sulla forza femminile e la sua pratica difficile, nel suo districarsi tra politica e potere, nel dover conoscere i propri limiti e nel non farsi però bloccare anticipatamente da limiti mentali e simbolici che precedono la pratica di quella forza intrappolandola, e non sorgono, invece, da essa. Più precisamente, vorrei seguire il filo di due domande: “Quali sono le forme efficaci della lotta politica?”, domanda che era il titolo di un articolo scritto da Vita Cosentino il 19 dicembre 2010, subito dopo le manifestazioni degli studenti a Roma del 14 e gli scontri duri e violenti di quel sabato pomeriggio di quasi due anni fa.

L’altra è: “In che modo questo problema tocca la politica delle donne?” La politica delle donne è essa stessa coinvolta e toccata da questa domanda (le donne che stanno, a modo loro, nei movimenti la pongono e molte se la pongono e più in generale essa si impone per il senso attuale della libertà femminile e del femminismo). Riguarda quindi che cosa è e sarà la libertà delle donne; ma anche: che cosa fa e che cosa farà questa libertà? Per confrontarsi col problema delle forme efficaci di lotta politica, la liberta femminile, la politica e il pensiero della differenza non possono essere aggirati, saltati. Questo è il punto, e la scommessa politica.

 

Forza e violenza

 

Per provare a trattare, a contornare, questi problemi, ho deciso di partire dal libro di Luisa Muraro, Dio è violent (Nottetempo, 2012). Tanto più che ha suscitato e suscita reazioni diverse in molti e diversi contesti. E, questo intrico, garbuglio, tra forza e violenza, difficile polarità, è qualcosa su cui si pensa e si continua a pensare, lei stessa pensa e continua a pensare (ad esempio: Via Dogana, Con tutta la forza necessaria, n.100 e Radicalità, n.102). Questo mostra che si tratta di una questione difficile, difficilissima, in cui il pensiero si ritrae, dei fantasmi ci prendono alle spalle, ci revocano la parola. Però talvolta non si può sfuggire, talvolta bisogna aprirsi alcuni varchi nelle zone selvagge della vita, anche se non sono né molti né molto agevoli. Per provare a dire qualcosa, quindi, parto da quel libro. E da come, per dire così, l’ho preso. Non farò un commento. È l’occasione di provare insieme a tutte su questo nodo difficile. Imposterò comunque la discussione in un modo diverso.

Talvolta, quando si pensa, si riflette, in ogni momento o quando si fa filosofia si ha la tentazione o almeno io l’ho spesso avuta e ancora persiste e ritorna – di legare una parola a un’altra, un’idea a un’altra per seguire un filo di pensieri, un’esigenza, magari molto giusta. E questo anche quando si pensa alla forza e alla violenza, al bisogno di estromettere quest’ultima dalla politica, di confinarla, considerarla cosa “d’altri” o “passata”, si ragiona sulla politica in sé, sulla violenza in sé, con significati e parole già dati, che si inanellano uno all’altro, vengono quasi con facilità uno dopo l’altro, si richiamano. Un po’ come se il mondo fosse un foglio bianco su cui scrivere. Solo che la realtà va per conto suo. E, proprio perché non vada solo per conto suo, occorre fare i conti con essa, fino in fondo. Partire non da quello che si ha in testa, ma da quello che c’è.

È così che ho preso il libro di Luisa, come uno sforzo per partire da quello che c’è, dalle difficoltà che si fanno incontro nell’esperienza politica di molti e di molte, e cominciare a pensarlo. Con la speranza e l’idea che questo possa far parte di ciò che dà la possibilità alle cose e alle persone di andare un po’ meglio, e non per il peggio.

Partire da quello che c’è. E che cosa c’è?

Dai testi che sono stati prodotti in giro per il mondo, da movimenti di ragazzi e ragazze, come Occupy, Piazza Taharir, Cile, Spagna, Russia, alle parole e i nodi della mia esperienza e di incontri con ragazze e ragazzi che hanno più o meno la mia età, qui in Italia e in Francia, un tema si ripete con insistenza, punto di passaggio obbligato: il mondo non ci prevede, non possiamo avervi un futuro. Non sa che cosa farsene di noi, della nostra intelligenza, idee, passioni, studio…

È l’esperienza diretta, nella carne e nel pensiero, di una “violenza incivilita” (Federica Giardini, in Sensibili guerriere, Jacobelli 2011), che ha effetti sul corpo e sulle passioni. Riconosciamo che il procedere delle cose e della vita comune, quello che si chiamava “progresso” che aveva una potenza, una forza ideale molto grande – l’idea era possibile stare tutti sempre meglio –, “è sempre a discapito di qualcuno”, “il meglio è per qualcuno a spese di altri”. Ci rendiamo conto che questo è stato sempre vero e che ora lo diventa anche per noi, in primo luogo per donne e uomini della mia età, e più giovani. È il problema del lavoro, del precariato, ma è anche un problema di senso di quel che si fa e di quel che si è: come si dice in Francia per le scuole delle periferie in cui bambini, ragazzi e insegnanti sono abbandonati a loro stessi, in cui si sta rinunciando a insegnare e imparare, c’è un insieme di persone che, per la società, per chi se ne è appropriato, sono “jetables”, resti e scarti. Possono essere buttati via. Finiranno nella spazzatura della vita comune, e pazienza. E questo lo si sente nella pelle, nella vita di tutti i giorni, quando si pensa al futuro e quando ci si aggrappa con le unghie e coi denti al presente.

Tutto questo secerne un veleno. Che scorre nelle persone e tra le persone. Diventa rabbia, che prende i corpi e i pensieri, può andare in molte direzioni, creare e distruggere. Oppure, come scrive Luisa Muraro, “fa ammalare” le persone, di tristezza e di impotenza. Diventa depressione. È questo che consente di mettere a fuoco il libro.

In uno dei testi prodotti dagli Indignati spagnoli1 si parla di questo come di una forza – questa è la parola – che si accumula, quando si inviano centinaia di curriculum senza ottenere risposta, si passa da un lavoro a un altro, si percepisce che il mondo sembra non farsene niente di te. È «la forza che usiamo per fare quello che facciamo senza sapere perché. È ciò che fa avanzare la nostra vita su una strada che non porta da nessuna parte. È fatta di frustrazioni, insoddisfazioni e illusioni perdute». Questa forza schiaccia e imprigiona. Però, lui continua, ogni tanto questa forza accumulata trova degli spiragli e delle brecce nella crosta della società, com’è stato, per lui, scendere in piazza e partecipare al movimento degli Indignados. Però, conclude, anche così, è una forza disorientata che procede a tentoni, come si muove il bastone di un cieco per strada.

Ecco, pensare questa forza è non consegnarla tutta alla sua casualità. È produrre una reazione chimica, una pratica sapiente dei dosaggi e dei modi, per cui il veleno diventi qualcos’altro.

C’è una bella frase di Nietzsche, che H. Arendt riporta all’inizio dei suoi Quaderni. Dice “quando non è più possibile amare, bisogna passare oltre”. Ecco noi non amiamo più. Molte e molti di noi non amano il mondo e la vita che ci viene imposta. Ma come “passiamo oltre”? Come passiamo oltre senza perdere il bisogno di poter amare, di stare in un mondo che non ci getti via e a cui quindi non dobbiamo più “voltare le spalle”? Questa è la prova di forza e della nostra forza.

 

È così che si impone la domanda di Vita Cosentino: “Quali sono le forme efficaci della lotta politica?”. Dove due sono le parole importanti. La prima è “efficaci” – è una questione di “giustezza”, di un agire che interrompe il corso ripetitivo delle cose e apre lo spazio per del nuovo e della libertà. Non basta che sia così, dobbiamo anche sapere che è così, bisogna avere fiducia che possa essere così. L’altra parola importante è “politica”: la lotta è politica, non è di e per il potere. Una lotta politica che non ceda al fascino dei rapporti di forza come ciò che fa cambiare la realtà, che non si sottometta all’idea che per trasformare le cose bisogna fare tabula rasa di quello che c’è. Quello che non possiamo più amare di questo mondo è solo una parte di esso. C’è del resto, già lì, tra noi, che aspetta di essere nutrito, ripreso, rilanciato. E quello che non amiamo, che non vogliamo più, di cui ci vogliamo liberare, non può essere superato distruggendolo. La distruzione non garantisce il superamento.

 

Due donne a Piazza Tahrir: contro la feticizzazione della non-violenza

 

Per entrare ancora un po’ più nella questione, riprendo alcuni passaggi delle lettere che i ragazzi e le ragazze egiziane di piazza Tahrir hanno scritto ai ragazzi e alle ragazze di Occupy Wall Street, circa un anno fa:

«Noi siamo con voi non solo per far crollare l’antico, ma anche per sperimentare il nuovo. Noi non protestiamo. A chi mai potremmo rivolgere queste proteste? Che cosa potremmo chiedere loro? Noi, invece, occupiamo. Ci riprendiamo lo spazio pubblico, che è stato modificato, privatizzato e confiscato da una burocrazia senza volto, da degli speculatori e delle imprese immobiliari, dalla “protezione” della polizia». (in Indignés! D’Athènes à Wall Street)

 

Ho incontrato a Parigi, quasi un anno fa, alcune donne egiziane che avevano partecipato in prima persona alla rivoluzione e al suo difficile seguito. Una era una regista, un’altra era giornalista. Continuavano a dirci che avevano voluto che la rivoluzione fosse e continuasse a essere una rivoluzione pacifica. Questa frase aveva un senso preciso: non sporcarsi le mani del sangue dei politici e burocrati, che avevano messo la loro violenza al servizio del vecchio regime.

Quelle donne sapevano perfettamente quanto questo esponesse tutte loro e tutti loro al rischio di un nuovo regime fantoccio, manovrato dalla giunta militare. Eppure reclamavano la non-violenza. Ma – ed è questo che mi è stato chiaro più tardi – per una ragione ben precisa: non l’esclusione della violenza e della forza per principio, ma perché non credevano che quello occupato dai politici, burocrati e militari fosse l’orizzonte della loro politica, là dove qualcosa poteva accadere e la lotta essere veramente condotta. È interessante, a questo proposito, la Lettera che i ragazzi di Piazza Tahrir hanno scritto a quelli di Occupy, che volevano andare come osservatori delle elezioni: “Perché dare tutta questa importanza alle elezioni? – chiedono loro – Che cosa venite a osservare, un nuovo corpo politico che governerà in favore dell’1%? La nostra politica, e la vostra politica, è un’altra cosa. Questa volta siamo noi a darvi una lezione di democrazia”. C’è qualcosa di sorprendente, con vecchie categorie mentali si potrebbe faticare a chiamare tutto questo rivoluzione, eppure lo è stata e il pensiero nato dalla politica delle donne ci aiuta a capire perché – ma ci tornerò tra poco.

 

Tuttavia, il fatto che la forza e la violenza non fossero impiegate su quel piano, del regime e dei suoi funzionari, non significa neppure la cancellazione di quelle da ogni azione e pratica politica. Scrivono infatti, i ragazzi e le ragazze di piazza Tahrir nella lettera già citata, parlando della polizia e dell’esercito:

«Noi abbiamo fatto fronte a queste violenze, dirette e indirette, e continuiamo ad affrontarle. Coloro che dicono che la rivoluzione egiziana è stata pacifica, non hanno visto gli orrori che la polizia ci ha inflitto, e non hanno visto neppure la resistenza e la forza che i rivoluzionari hanno usato per difendere le loro occupazioni e i loro spazi».

Non cedere, non dare via quello che hanno riguadagnato. Concludono dicendo che non bisogna confondere la loro non violenza con una feticizzazione della non violenza. Questo è il problema, la cosa da pensare e, per chi ci si trova, da saper praticare. Difficilissima, una linea sottile e arrischiata, che in quei movimenti e nelle parole che ho potuto trovarvi non è risolta, anche perché non può esserlo una volta per tutte. A essa rimane sospeso molto di quel che accadrà.

Qual è la posta in gioco per loro?

Occupare. Forse non è la parola migliore, nasconde un desiderio e un’intenzione politica più precisa: riprendersi quel che è comune, l’acqua, l’educazione, la cultura, la politica, per sottrarlo alle grinfie di chi lo ha reso una cosa privata, fonte di guadagni, gestito come lo farebbe un padrone, un cattivo padrone, con prepotenza e brutalità (è quel che ho capito meglio discutendo con le ragazze di Terza partita, a Feltre, di cui parlerò dopo). È a questa altezza che la lotta politica deve abbandonare la “feticizzazione della non-violenza”. Ma come? Che cosa vuol dire?

L’ho capito solo molto dopo, ma credo proprio che parlando della loro rivoluzione come di una rivoluzione che era e doveva continuare a essere pacifica, parlandocene nel modo che vi ho raccontato, quelle donne egiziane a Parigi stavano lottando per dare un loro senso a questa pratica non feticistica della non-violenza, di fronte a noi, occidentali, e per la politica che stavano vivendo nel loro paese, con donne e uomini, e i per i tempi difficili che sapevano le avrebbero attese. Non c’era l’illusione di aver sbaragliato una volta per tutte il potere e il regime. Ma c’era il bisogno di far valere e di continuare a far vivere una scelta simbolica, per un’altra politica, e una pratica, difficilissima, della forza, che difendesse quella scelta, senza sconfinare, senza sconfinare troppo, senza finire ancora nel sangue. Con enorme coraggio e difficoltà. Perché il nuovo che era così emerso, la politica che faceva il riccio, si chiudeva e si sottraeva al potere, doveva, è questo che ci diceva la giornalista, poter cambiare le cose e continuare a cambiarle nel tempo. C’era bisogno della forza di assicurare una progettualità politica per un tempo lungo, senza le facilitazioni del potere. Come cambiare le forme di vita e il modo di pensare? Come non scoraggiarsi nel frattempo? Quanta forza ci vuole per farlo e per difendere quanto di comune è stato occupato e riguadagnato, metro per metro?

 

Questo desiderio e bisogno, di riprendersi e di difendere ciò che ci è comune, che ritroviamo anche qui da noi – i referendum sull’acqua, ma anche i movimenti di studenti per l’università e la scuola… – ci mostrano la posta in gioco, uno dei punti in cui un discorso sulla forza e il suo uso si fa urgente, e difficilissimo: la scuola, la cultura, l’università, la sanità e molto altro, sono stati resi, in questi ultimi decenni, una cosa sempre più privata, oggetto di interessi parziali, di affari e rapporti violenti. Come riprendersi queste cose di tutti, questi spazi comuni? Questi spazi prima erano presidiati, o avrebbero dovuto esserlo, da istituzioni, come la scuola e l’università, ad esempio, che avevano le loro magagne e le loro logiche di potere, certo, ma che anche erano attraversate dal bisogno di fare sì che quegli spazi comuni restassero tali, non appropriabili.

Smantellare molte istituzioni, sotto la guida di imperativi economici, è stato anche, e prima di tutto, far sparire questi spazi comuni, agguantarli, far passare l’idea che ognuno avrebbe dovuto arrangiarsi da sé, come meglio poteva. Facendo gravare questa sopravvivenza sulle relazioni e l’iniziativa personale. È qui, mi pare, che nasce il problema e la sfida. Molte nuove esperienze politiche, e da più tempo e in modo un po’ diverso, la politica delle donne, si sono sottratte alla rappresentanza dall’alto, ai partiti, alla gestione del potere, e anche alla valorizzazione delle istituzioni. Hanno tolto il loro credito a tutto questo. Facendo valere nuove pratiche politiche e la centralità, l’importanza delle relazioni.

Se questa è la strada, se si rinuncia – del tutto o in parte alle istituzioni o a quelle vecchie, che si sono vendute – bisogna allora riconoscere con chiarezza la sfida: le relazioni, le pratiche politiche nuove dovranno avere anche la potenza di occupare quello spazio comune e presidiarlo, “occupare” il comune – cultura, educazione, scambi vitali, politica… – di farlo vivere e trasformare. Le relazioni non devono chiudersi su se stesse, ma confliggere consapevolmente su questo campo e per questo campo. Questo significa anche, per molti, avere la forza per opporsi a chi vuole invece metterci le mani, farne una “cosa sua”. Ed è qui che nei movimenti e nelle rivoluzioni in giro per il mondo, il problema della forza e delle forme efficaci della lotta politica emerge. Questo è anche quel che ho riconosciuto nelle parole di quelle donne egiziane. Come rilanciare e far vivere nel tempo una politica diversa, un pensiero e delle forme di vita nuovi? In che modo non sarà cancellata, annullata, ma farà mondo e realtà?

 

Irreversibilità ed efficacia

 

Leggendo il libro di Hanna Arendt, Sulla violenza, ho trovato un’idea che mi ha colpita, e che è questa: la posta in gioco della politica è una trasformazione che segni un taglio, una rottura nella storia, nel mondo, qualcosa rispetto a cui non si torni più indietro. Conficcata nel tempo e nella realtà. Lei la chiama “irreversibilità”. Ora, il fatto è che questa irreversibilità è qualcosa che anche la violenza promette. Rompere, ferire, uccidere, distruggere, niente di questo può essere fatto e poi disfatto. È così che, dico spingendomi forse un po’ oltre quel che Hanna Arendt scrive, la violenza esercita la sua presa: la promessa di fare qualcosa di reale e irreversibile, reale perché irreversibile. Questa presa è tanto più forte e incontrollata quanto più la politica e la sua forza sono in difficoltà.

Sappiamo in che senso spaccare una vetrina, dare fuoco a una macchina, sono gesti irreversibili: quella si rompe e va sostituita, questa brucia e resta la sua carcassa sull’asfalto. E i rivoluzionari francesi ci hanno fatto vedere che cos’è tagliare la testa a un re e ai suoi nobili.

Ma i guadagni politici, quelli che cercano le donne egiziane, e molte e molti di noi, si possono perdere? Come e quanto trasformano la realtà? Come e quanto fanno durare questa trasformazione? Possono essere irreversibili? Che cos’è la loro irreversibilità? La distruzione del mondo del lavoro, oggi, dice molto di queste perdite e dello spaesamento di fronte a conquiste che sembravano reali e consistenti come il sole e le montagne e che paiono invece dissolversi come un miraggio, a idee che sembravano inscritte per sempre nella realtà e che invece evaporano tra le mani, date via per poco. O così sembra.

È sulla linea di queste domande che entra in campo, per me, la politica delle donne.

Un po’ di tempo fa ho riletto Non credere di avere dei diritti (Rosenberg & Sellier, 1987). L’ho riletto dopo aver lavorato su queste cose di H. Arendt. L’inconscio deve avermi assistita, perché, anche se non ricordavo affatto che ci fosse, sono finita su un passo in cui si parla proprio di questo: irreversibilità e necessità, dell’irreversibilità e della necessità rispetto alla rivoluzione portata dal pensiero e dalla libertà femminile. Due cose, in questa rilettura, mi sono sembrate importantissime. Mi sembra che aiutino a maneggiare le questioni difficili di cui vi dicevo, quelle che mi si ripresentano quando leggo i testi dei ragazzi e delle ragazze impegnati nei movimenti, o parlo con loro.

 

La prima è questa: il modo in cui lì viene pensata la specifica necessità storica che accompagna la rivoluzione della libertà femminile. Questa, si dice, a differenza delle altre rivoluzioni sociali, non si lascia dietro un mondo distrutto. Quelle rivoluzioni immaginavano che la distruzione del mondo esistente, dei suoi rapporti di potere, avrebbe assicurato loro una irreversibilità, una necessità: il passato è distrutto, bisogna andare avanti. La rivoluzione del femminismo, cerca invece, continua il testo, un’altra necessità: una necessità di natura simbolica, che sovverta e trasformi, cioè, il senso delle cose. Pensare altrimenti, aprire e crearsi nuove possibilità. Dirsi “si può fare anche così”. E dare a questo senso e valore anche per altri e altre.

«Tutta la violenza si concentra nel pensare e nell’attuare delle nuove combinazioni in contrasto con quelle che la realtà presenta come le sole dotate di senso e di valore» (p.144). Così la realtà data perde consistenza e si sgretola svuotata dal di dentro. La distruzione fisica non ha la stessa efficacia.

Questo è il nodo: la politica delle donne ha messo al centro la forza materiale di questa operazione simbolica, ha legato a questa una forza di necessità storica. «Forse – continua il testo – tutte le rivoluzioni sociali sono nella loro essenza simboliche, come pensava Simone Weil. La rivoluzione portata dal pensiero femminile sa di esserlo». Questo sapere, che circola tra le pratiche e le parole e i pensieri, è la cosa che mi sembra centrale: la politica delle donne sa, conosce, la forza materiale del simbolico, e per questo può insegnarla. Mostrarla, farla venir fuori, proporla, farla valere. E per questo la si può imparare, poco alla volta, guadagnandosela…

Può essere ripresa e rilanciata anche per qualcosa di più e d’altro che per quello per cui è stata praticata. Quella forza, la politica delle donne, la insegna perché la sa. È incredibilmente vero: studio il post rivoluzione francese, in cui c’’è stato senza dubbio un grande lavoro simbolico. Ma non sanno insegnarlo, è un dramma politico per loro, non sanno insegnarlo perché non lo sanno. Lo fanno ma non lo sanno, fino in fondo.

La politica delle donne può insegnare una necessità simbolica e un’irreversibilità tutta singolare: non si scrive nei regimi, nell’organizzazione del potere, ma cambia la realtà. La cambia e ce la consegna, ogni volta, a ciascuna e ciascuno – per questo non è potere, appropriazione, privatizzazione: cambia la realtà e ce la consegna non come qualcosa di trasformato per sempre, ma come qualcosa che richiede quella costanza attiva e creativa di cui è fatta la politica, una necessità che va nutrita e rilanciata, e voluta, a partire da quel che accade e che ci accade, dagli eventi che ci si impongono, dalle situazioni in cui siamo prese e che ci interpellano, e che fanno dell’espressione della nostra libertà non la manifestazione di un libero arbitrio, non un’immagine di libertà, ma un intreccio di libertà e necessità, di desiderio e realtà, la forza delle cose e di noi in quelle.

La partita aperta della politica delle donne e di questa sua singolare necessità è allora, anche insieme, la partita aperta per un diverso modo di fare politica, per un diverso modo di pensare il cambiamento. È il problema, e la scommessa, che al di là delle tutele che offrivano il potere e le vecchie istituzioni, la nostra politica possa segnare la realtà, non disperdersi nei flutti della storia, non essere cancellata da un colpo di spugna.

 

La sfida della libertà

 

Ma per spiegarmi meglio su questo punto, passo alla seconda idea che vorrei riprendere da Non credere di avere dei diritti. Si lega alla prima, ma la precisa, e ci porta più vicine al difficile rapporto tra forza e violenza, così come l’ho precisato – riappropriarsi, far vivere e difendere il comune, sfuggendo a una feticizzazione della non-violenza, a un’immagine della non-violenza.

Vado diritta al punto. Ecco l’idea: la politica femminile non ha lo scopo di rendere la società migliore, ma di dare esistenza sociale e simbolica alla differenza e alla libertà femminile (p.152). Idea forte, non facile, radicale. Non c’è coincidenza già data e già assicurata tra la libertà femminile e il bene della società. La libertà femminile non è convalidata da quel bene, già presupposto e significato.

L’esempio portato è l’atto di riunirsi tra sole donne: di quello, si dice che non era in niente già garantito, nessuno garantiva loro che quello che stavano facendo era giusto. Non si può passare che per un atto pratico e di pensiero di trasgressione – c’è una dirompenza degli inizi, un tratto di irresponsabilità, di cui parlava Barbara nel suo intervento – che non si sa già esattamente che cosa sarà e che cosa farà, in qualche modo va scoperto nel fare, trovando e ritrovando ciò che può fargli da misura e dargli senso. Praticando cioè l’autorità tra donne.

Questo vuol dire anche che in quella pratica di libertà, non tutto è già ben accomodato e armoniosamente composto, tra quella libertà e il mondo in cui si inscrive, che ci sono forzature, sgarbi, offese, cose che zoppicano, altre che sono il meglio possibile tutto considerato. Anche di questa materia bruta è fatta la politica. È difficile e insieme un sollievo poterselo dire. La consapevolezza che fare è decidere, eliminare delle possibilità, trasgredire, stare di fronte a conti che non tornano, è quel che rende così difficile, per me, ma mi pare un problema di molte e forse anche di altri, fare, desiderare, esserci, e giocarsi la propria libertà.

Per questo l’affermazione forte di Non credere di avere dei diritti va ripresa nella sua potenza. Trova anche una formulazione più radicale: «la giustizia non viene prima di tutto. Prima di tutto viene la fedeltà a quello che è, a quello che si è». Credo che il problema della forza e della forza femminile, della loro pratica difficile, possa essere ripensato a partire di qui.

Il limite tra forza e violenza, la determinazione di quanta e di che cosa sia la forza necessaria, non può essere presupposto, né garantito in anticipo, né già custodito da qualcuno, né messo al riparo da tutto quel che di riottoso e di incerto c’è nell’agire. Quel limite, quella misura, il loro valore, devono poter essere guadagnati politicamente, e simbolicamente, in una pratica arrischiata della forza, che sa di poter dover passare attraverso la trasgressione e la fedeltà a quel che c’è e a quel che si è. Così la forza ridiventa disponibile. Si libera da delle immagini, la si trova nelle stretture e nelle urgenze, e nel proprio sforzo di rispondervi con libertà.

La conclusione cui sono arrivata non è facile da dire e sostenere. Lo dico qui, ma non lo direi così ovunque. O a chiunque. Per questo è un discorso in cui penso prima di tutto a delle donne. Lo posso fare, questo discorso, perché ho imparato che c’è un senso profondo e inaggirabile di questo bisogno di rivolgersi ad altre donne, innanzitutto ad altre donne, che solo rende formulabili certi pensieri e possibili certe azioni. Lì c’è una misura possibile, ma faticosa, che consente di procedere anche senza balaustra, senza farsi sconti sulla difficoltà di pensare questo nodo intricato della forza femminile e della forza, e sulla difficoltà di attraversare alcuni dei fantasmi che suscita in molte.

Questo discorso lo faccio, allora, avendo in testa le tante donne che hanno animato e animano i movimenti e le rivoluzioni di questi ultimi anni, dalla Tunisia all’Egitto, da Milano a Wall Street, dal movimento per i beni comuni a quello studentesco, in Cile, in Canada o in Italia. È lì che vedo aperta la grande partita della politica delle donne, e la partita in cui tutte e tutti siamo coinvolti, quella in cui si scontrano politica e potere, in cui il bisogno di riprendersi ciò che è comune, perché resti comune, di guadagnare spazio e pensiero per relazioni più libere, ha da trovare la giusta forza per opporsi al movimento che si appropria di quello che è di tutti, privatizza le scelte e i desideri, annichilisce gli spazi di politica e il futuro, e impoverisce il senso della libertà femminile. Una forza che è difficile praticare, perché non sia né troppa né troppo poca.

Sarà da vedere, ad esempio, come si giocherà, come giocheremo, quei due guadagni del femminismo di cui parlavo prima: la forza materiale del simbolico nella trasformazione della realtà e il bisogno di non farsi anticipare da significati, valori e limiti del tutto già predeterminati, ma di riguadagnarli in un agire politico, in cui si condividono pensiero, desideri ed esperienze, e si cerca di praticarne una misura.

 

Due racconti, per concludere

 

Dalle Dolomiti…

 

Nella primavera 2012 ci sono state le elezioni amministrative in molti comuni, tra cui Feltre, in provincia di Belluno. Lì si è creato un movimento politico, legato a una lista civica, fatto di molti, ragazzi e ragazze – anche il sindaco ha qualche anno più di me. Cercano una politica che possa ripartire da problemi sentiti, materiali, ridefinirli insieme, partecipando altrimenti. Una nuova politica, dicono. Che deve continuare a esserci e a vivere: sono consapevoli dei rischi della politica istituita, che tende a ripiegarsi su di sé e diventare amministrazione, contabilità.

Da qui nasce il bisogno di creare uno scarto, del gioco, un’apertura che faccia resistere la politica, che apra l’istituzione ad altro, a quello che le dà forza e la radica nella realtà vivente, delle relazioni concrete, a quel che accade tra i cittadini, etra quelli che fanno parte del movimento, alle loro idee e iniziative.

Ora, è capitato che alcune donne, ragazze più o meno della mia età, abbiano voluto, desiderato, sentito il bisogno di vedersi tra loro. Sulla spinta di molte e diverse ragioni (ragioni di diversi tipi – i desideri emergono anche poco a poco nel fare e nel parlare, e nel farlo tra donne): in prima battuta la delusione per la scarsa presenza di donne nei ruoli istituzionali – questo problema della politica istituita e della sua importanza è un punto importante di discussione che abbiamo. Ma poi, mi hanno raccontato, è venuto fuori qualcosa d’altro, che mi ha interessata di più, che mi ha interessata di più politicamente: la percezione che la loro parola sembra mancare di forza quando intervengono nelle grandi assemblee del movimento, sembra cadere nel vuoto, non è raccolta né ripresa; e il disagio e la fatica di prendere parola in quei contesti, cosa che non accade in altri, come i laboratori, più ristretti, dove si seguono altre modalità politiche e di parola, si lavora su punti precisi, legati all’esperienza, con la sfida esplicita di nuove forme da costruire…

Ci siamo incontrate e abbiamo parlato di tutto questo e di molto altro. Una delle cose che sono venute fuori e che riporto qui è questa: dalla domanda come mai non riusciamo a parlare lì, nelle assemblee, a fare la nostra parte nelle discussioni? – vissuta col malessere di chi crede di doversi necessariamente adattare a una forma e scopre che è sempre troppo stretta e non calza – ne è venuta poi fuori un’altra: vogliamo starci, così, in quelle forme già date (nuove ma in qualche modo già date: non hanno contrattato con la libertà delle donne che ci stanno e queste con quelle forme)? Vogliamo spendere tutte quelle energie, usare la nostra forza, solo per arrivare sulla soglia di quel modo di fare che non ci conviene?

Penso che questa domanda venga fuori spesso, nei movimenti, e altrove. Poterselo chiedere dà grande sollievo e qualcosa di più, restituisce le energie, mentali e pratiche, le rende disponibili per un di più di libertà, di fedeltà a sé. È possibile cambiare scena. Una cosa vorrei dire su tutto questo: la posta in gioco, e anche la difficoltà, qui è, mi pare, per le donne che ci si trovano, dare valore alle altre forme di parola e di agire politico, quelle in cui si trovano meglio, in cui le cose girano di più, parole, idee e gesti non sono congelati.

La difficoltà è questa: che cos’è questo dare valore? C’è una trappola da evitare: pensare che queste altre forme di parola e di pratica siano una cosa a parte, tra noi, poi c’è la realtà, fuori, il mondo, la politica. La forza richiesta qui è allora quella di capire che quelle forme e il desiderio che porta a cercarle sono la realtà, un pezzo di realtà. Solo nella misura in cui è un pezzo di mondo può cambiare il mondo. Bisogna trovare le forme e le parole perché sia pienamente così. C’è un punto che ho capito meglio parlando con loro: quel di più di libertà per loro solleva immediatamente il problema del loro essere pienamente nel movimento politico in cui sono, la questione e la sfida di trovare il punto o piuttosto la zona di scambio e passaggio tra le loro pratiche e desideri, e quelli che circolano nel movimento di cui fanno parte. La sfida è allora qui, che lo si faccia con cautela quanto ai modi ai tempi e alle aspettative, con sapienza politica direi. Che non ci si faccia catturare dall’idea della ricerca di una forza femminile che serva per essere finalmente a posto, al posto dato, coi compiti fatti, per intervenire in assemblea, ma perché quelle stesse forme politiche, che pure già vorrebbero essere nuove e in parte lo sono, cambino di più e meglio e più consapevolmente, cioè sapendo tutto quel che la trasformazione deve a quel lavoro femminile di libertà e pensiero e tutto quello che può venire fuori di lì, se si gioca la partita. Quest’ultima cosa deve essere poter essere vista e detta, dalle donne che lo fanno innanzi tutto. Movimento Occupy ad esempio: ci sono parlano, anche donne già molto note, Rebecca Solnit, Naomi Klein, ma parlano poco di questo, ci stanno e fanno, orientano anche quei movimenti, ma forse lo dicono ancora troppo poco.

La scommessa è qui: esserci inventando nuove forme, scoprirle facendo, e però anche, in un circolo difficile ma a cui non si può rinunciare, dirlo, farlo valere, mostrarlo, insegnarlo e impararlo. Tutto il non-detto, o quel che è detto troppo poco, perde realtà. È il grande insegnamento che ho ricevuto da Diotima e dal femminismo. Bisogna parlare proprio per questo, perché “siamo affamate di realtà”, come scrive Arendt, affamate della nostra realtà e la realtà di un mondo che si vuole cambiare.

Così viene fuori quella forza materiale del simbolico di cui si diceva, del simbolico che libera dalla particolarità di una buona trovata, senza peraltro negare quell’origine, e rende disponibile l’idea, la nuova pratica e le loro poste in gioco anche per altri e altre. Così è pienamente politico e trova quella necessità o irreversibilità precaria di cui si diceva. Per questo c’è bisogno di grande forza, e c’è da farlo. Qui si vede bene in che senso la politica delle donne e il pensiero della differenza restino una partita aperta, innanzitutto per molte donne: di lì passa la possibilità di un agire più libero e della sua inscrizione nella realtà. Ma è aperta anche per tutti gli altri, con loro, in una circolarità cui queste donne non vogliono rinunciare. Di qui passa quello che farà o potrà fare la libertà femminile, e il suo senso.

 

…alla battaglia di palle di neve a Mosca

 

Il secondo racconto è il racconto di un’amica francese che vive in Russia, a Mosca – Perrine Poupin. Nel gennaio 2009, una giovane ragazza, di 24 anni, giornalista di un giornale di opposizione e attivista politica, Nastia Baburova, viene uccisa, apparentemente da uno sbandato. Tutti sanno che è un omicidio politico. Non si sa bene come reagire e che cosa fare, nell’immediato e nell’anno che segue l’assassinio: vi sono grandi difficoltà nel gestire rabbia che chiede una reazione politica che stenta venire. Sembra che vinca la paura di essere sbattuti in prigione o di perdere lavoro. Rischio che non va sottovalutato affatto, mi spiegava. Un anno dopo si decide di fare qualcosa per l’anniversario dell’assassinio. Organizzano una manifestazione. Dovete sapere che là non si può manifestare in strada: in una piazza la polizia fa un recinto e lì vanno i manifestanti, controllati e contati.

Ora, quel che è accaduto quella volta è che hanno voluto riprendersi la piazza, parlare di politica e di quella donna in giro per le strade. I poliziotti hanno cercato un confronto per disperdere manifestazione farla andare male. Alcuni si preparano a reagire. E poi succede qualcosa. Invece di tirare sampietrini, pietre, qualcuno o qualcuna comincia a lanciare palle di neve. Si ingaggia una battaglia di palle di neve. Ho visto un breve filmato, è incredibile: il corpo è preso in un gesto di lotta e di rabbia, come se lanciasse una pietra, ma sono palle di neve, e c’è qualcosa di diverso. Perrine Poupin, nel raccontarlo, diceva che c’era, incredibilmente, qualcosa di quasi gioioso, nell’aria. E lei mi diceva che a un certo punto la paura, che prima attanagliava i manifestanti, ha cambiato campo.

Non so come fosse, che cosa scrivesse e facesse quella giovane donna per ricordare la quale si trovavano lì. Dicono che brillasse in lei una grande intelligenza politica. Mi piace pensare che, se fosse stata lì, nella battaglia di palle di neve, avrebbe trovato, con altre donne, le parole per dire quel che era accaduto, come aveva fatto in parte già la mia amica, e insieme, da quelle parole e quel senso, un nuovo orientamento per quel movimento politico sarebbe stato possibile, una maggiore lucidità, si sarebbero aperte altre possibilità, la politica avrebbe trovato di che vivere al suo meglio. Mi auguro che alcune donne lo faranno, altre lo stanno facendo, altrove sicuramente.

Non si possono anticipare gli effetti di questo loro lavoro, di quelle idee e parole di donne, possono essere lenti e profondi, o sferzate di energia, svolte prorompenti, ma anche gesti e parole che si perdono. Niente toglie questa dimensione incerta. Ma restano dei margini. Per starci e mantenerli aperti bisogna ricordarsi che, essere affamate di realtà, volere che le cose cambino e durino senza passare per le illusorie rassicurazioni del potere, ma riprendendosi ciò che è comune, le strade, le piazze, la vita, l’educazione, l’acqua, i modi di pensare e fare, ecco essere affamate di questa realtà è dare valore, nelle pratiche, nel pensiero e nelle parole, a tutto questo, a quel che la libertà femminile è e fa, alla sua potenza politica. Solo così la politica vive, e sottrae e riconquista spazi al potere.

 

Un anno dopo

 

Rileggendo questo testo, più di un anno dopo averlo scritto, mi sono resa conto di quante cose siano cambiate, in me e attorno a me. L’esperienza politica delle ragazze di Feltre va avanti, tra creatività e difficoltà, che molto spesso girano attorno a una questione: la forza di seguire pratiche politiche diverse, di non correre semplicemente dietro a quelle già date, in modo che il proprio desiderio, il proprio corpo, possa starci con più agio e meno affanno. Ma questo suscita grandi conflitti, nelle relazioni d’amore, d’amicizia e politiche. E ripropone ogni volta la sfida che le invenzioni, il nuovo intreccio tra pratiche e idee che si cerca e si sperimenta, riesca ad avere una presa sulla realtà, un’efficacia in un mondo che sembra opporre una resistenza granitica a ogni tentativo di attraversarlo con parole, idee e gesti diversi. È capire dove vanno la libertà e il desiderio che circolano in queste invenzioni, e come esser loro fedeli, fin nella giustezza dell’azione.

Da quel seminario di Diotima, sono poi nate per me delle relazioni e delle esperienze importanti, il cui centro è stato proprio riconoscere la forza e l’ostinazione di un desiderio, di un’esperienza di libertà, che voleva e vuole qualcosa di più, che spinge per incarnarsi in modi di fare e di pensare, in pratiche politiche che facciano breccia nella realtà. È quel che ho sentito e visto a Paestum in ottobre, e poi, alcuni giorni fa a Bologna, nell’incontro Confliggere danzando, in cui è stata rilanciata, e in qualche modo anche riguadagnata politicamente, la questione della forza dell’inizio, della forza e del rischio di ogni momento che si fa e si vive come un inizio, nella sua dirompenza e libertà, come forse è quello in cui ci troviamo.

Mi ci vuole del tempo per restituire in parole le cose che accadono. Così, per chiudere, mi appoggio alle parole di Marta che, all’incontro di Bologna, ha illuminato il senso simbolico dell’incontro tra donne “venute dopo”, venute dopo quelle che hanno vissuto in prima persona il femminismo degli anni ’70. Si tratta, diceva lei, di questo gesto simbolico: assumersi la responsabilità di trasformare le pratiche politiche delle donne e stare di fronte, senza cedimenti, a una domanda sul desiderio, una domanda che chiede “che cosa vogliamo dalla politica delle donne?”.

Note

  1. I testi sono raccolti nel volume Indignés! D’Athènes à Wall Street, échos d’une insurrection des consciences, “Contretemps”, Zones/ La Découverte 2012 – Apri il link
Condividi:
FacebookTwitterGoogle+