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La paura della ragione

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

Il tema viene esplorato attraverso una serie di ritratti esemplari: Rousseau, Lenz (indirettamente attraverso Büchner e Bachmann), Nietzsche, Helene von Druskowitz, Van Gogh e Virginia Woolf, che corrispondono ai diversi capitoli del libro. Questo tema nel quale Wanda Tommasi si è coraggiosamente avventurata, è un tema estremamente complesso, perché riguarda non solo il problema del rapporto fra la ragione e la follia, ma anche il gradiente di autonomia più o meno relativa della dimensione creatrice artistica o filosofica sia dalla follia, sia dalla organizzazione data della razionalità vigente nella componente di pertinenza dell’io del soggetto. E ciò perché le dimensioni creatrici di fatto superano sia la follia, sia l’assetto dell’io e delle sue ragioni e razionalizzazioni.

Nella trattazione del tema l’autrice ha scelto una impostazione comune che ritorna trasversalmente nei vari ritratti riguardanti soggettività tanto diverse. In ognuno dei ritratti Wanda Tommasi riporta testi autografi dei soggetti stessi, artisti o filosofi, e testi di differenti autori/commentatori improntati ad uno sforzo interpretativo, inquadramento diagnostico incluso. Mentre ho trovato estremamente interessante e ricca la raccolta dei testi autografi, mi ha suscitato una certa perplessità lo sforzo interpretativo soprattutto quando spinto fino alla formulazione di diagnosi.   E qui c’è una mia prima osservazione. È una osservazione che naturalmente deriva dalla mia professione, che ha implicato ed implica un rapporto stretto con la follia, ciò che mi permette di affermare che l’inquadramento interpretativo e diagnostico è spesso utilizzato in funzione difensiva rispetto al contatto con una esperienza umana che ci appare paradossale e densa di elementi ai nostri occhi incompatibili, come follia e genialità, come realtà e delirio.

La follia ci suscita uno spiazzamento che è tanto più intenso quanto più la follia si accompagna a quelle opere artistiche e/o filosofiche che, per la loro importanza, sono oggetto di ammirazione per la loro forza estetica o teorica, per la loro genialità. Dato che è evidente che non tutti i geni sono folli e non tutti i folli sono geni, è la combinazione di follia e genialità che é decisamente enigmatica e spiazzante, generatrice in noi di effetti emotivi difficilmente compatibili… angoscia e ammirazione ad esempio. Un’altra combinazione altrettanto enigmatica e spiazzante può essere quella fra elementi di realtà e contenuti di follia delirante (come ad esempio nel caso di Rousseau). Alle prese con queste enigmaticità perturbanti tanto complesse, tendono a scattare in noi quelle difese psichiche razionalizzanti che perseguono un ricorso ostinato ad una chiave interpretativa univoca e classificatoria, arrivando fino al punto di considerare queste soggettività o solo sane o solo folli, invece di accettare di incontrare quelle zone di indiscernibilità fra salute e follia che tanto ci spaventano. Le difese di cui sto parlando operano in realtà semplificazioni e astrazioni a mio avviso poco accettabili e tendenzialmente fuorvianti, allontanandoci dal contatto (e nel mio lavoro dall’immersione) con la peculiarità delle esperienze soggettive concrete di coloro che riescono a salvare lo splendore di una possibilità creatrice sia dalla loro follia sia da una razionalità adattativa e normativa.

Voglio aggiungere che, come è evidente nel ritratto di Rousseau e della sua lotta contro i contenuti persecutori del suo delirio paranoico, l’esercizio della ragione con le buone ragioni delle sue facoltà interpretative, non solo non ha alcun effetto rasserenante, ma applicata ad una disamina del delirio viene pericolosamente a colludere con il delirio stesso. La possibilità di non essere ostaggio del suo delirio, Rousseau la trova nella contemplazione della natura (la natura non chiede e non giudica) e nell’esperienze estatiche rese accessibili dalla rêverie. É sorprendente come questa traiettoria del rapporto di Rousseau con il pensiero somigli a ciò che la psicoanalisi contemporanea (in particolare quella di area bioniana) mette in gioco rispetto al rapporto fra pensiero pensato e pensiero pensante. Quest’ultimo per avvenire alla soglia della coscienza necessiterebbe di trovare il proprio nutrimento nel pensiero inconscio accessibile attraverso la pratica della rêverie. Quanto al rapporto fra esperienze estatiche e pensieri aurorali voglio ricordare l’importanza, sia filosofica che psicoanalitica, dell’ultimo lavoro di Elvio Facchinelli, La mente estatica.

Quest’ultimo tema è il tema centrale delle pagine iniziali dell’ultimo capitolo che Wanda Tommasi dedica al ritratto di Virginia Woolf, dalle quali emerge forte la convinzione della Woolf che solamente un’esperienza di shock dà accesso a quella intuizione mistica/estatica della realtà che dà avvio al processo alchemico della scrittura. Per la Woolf lo shock, “la scossa”, è in grado di forare “l’ovatta” delle confortevoli abitudini della vita quotidiana, definite dalla scrittrice “non essere”, e aprire quell’accesso mistico/estatico alla realtà dal quale emerge la creazione delle parole della sua scrittura. Nelle pagine autografe della Woolf é descritto con grande intensità il valore per lei di questo stato di coscienza prodotto dallo shock, nonostante la forza d’urto potenzialmente disorganizzante. É in quello stato di coscienza che per la Woolf rilucono quelle relazioni d’essere generatrici del processo creativo e di un possibile accesso alla gioia della scrittura.  Vere e proprie epifanie in cui appare la trama d’essere della realtà.

Qui trovo un collegamento con l’opera pittorica di Van Gogh e della sua possibilità di dar forma e colore a straordinarie epifanie dell’essere degli oggetti, dei paesaggi e dei volti.

Ripensando al titolo scelto da Tommasi mi viene in mente che è la nostra “ragione” ad essere spaventata e messa a dura prova dalla follia di coloro che ammiriamo per la loro capacità creatrice, così come è spaventata dalla capacità estatica della mente avvertita come “pericolosa dal punto di vista di un io personale ben individualizzato” (Facchinelli).

Un altro elemento, potrei aggiungere, per chiarire ulteriormente il rapporto potenzialmente mortificante fra interpretazione (diagnosi) e complessità dell’esperienza, ed è l’analogia con l’esperienza onirica e l’interpretazione del sogno. Nessuna interpretazione può esaurire il sogno: l’interpretazione è un punto di vista, mentre lo spazio onirico in cui si colloca l’esperienza psichica del sogno è multidimensionale, includente gli opposti, e fuori dalle coordinate temporali e identitarie. A proposito del sogno è proprio una letterata, Marguerite Yourcenar, a mettere in guardia contro quegli eccessi di interpretazione, quel “furor interpretandi” che rovina le meraviglie estetiche dell’intensità onirica.

Un esempio di come sia possibile accostarsi alla follia di un autore senza interpretarla e senza sminuire l’opera di quell’autore lo troviamo nel libro di Wanda nel capitolo su Lenz, nella lettura che ne danno Büchner e Bachmann. È una lettura che restituisce l’intensità tragica della vita e dell’opera di Lenz, a cui entrambi (non a caso anch’essi letterati) si avvicinano con la grazia di un grande rispetto, senza oggettivazione e senza giudizio.

Un esempio ulteriore di questa posizione non giudicante lo troviamo nel capitolo su Van Gogh nelle pagine che trattano della lettura filosofica di Massimo Cacciari e di Giorgio Frank.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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