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La passione non consumata: l’altro rapimento di Lol V. Stein

 

Intervento al convegno Scrittura, pensiero, differenza sessuale a partire da Marguerite Duras,

Università di Verona 29 Aprile 2016

 

 

 

 

-Qui, è S. Thala fino al fiume.

 

Il suo movimento si ferma. Poi il movimento riprende, mostra di nuovo, ma più precisamente,

sembra, la totalità, il mare, la spiaggia, la città azzurra, quella bianca, poi altre, altre ancora: la stessa, aggiunge:

 

-dopo il fiume è ancora S. Thala.[1]

Scrivere il rapimento

 

Il rapimento di Lol V. Stein è il segno dello scrivere di Marguerite Duras. Scrivere non ha inizio, origine e non finisce; scrivere ha a che fare con lo scritto ma rimanda ad un altrove: è ritrovarsi incantati, rapiti dallo spiegarsi dell’immagine del mare attraverso e oltre lo scritto.

Marguerite Duras non si riconosce come autrice di Lol V. Stein: la scrittrice afferma di essersi imbattuta in Lol, di averla vista una volta e poi di non essere più riuscita a vederla completamente: “quando ho fatto Lol V. Stein mi è totalmente sfuggito. Ovviamente posso mostrare Lol V. Stein al cinema, ma posso mostrarla solo nascosta, quando è come un cane morto sulla spiaggia, ricoperta di spiaggia.”[2]

Ad ogni nuova lettura, Lol V. Stein ci riporta ancora e nuovamente a fare esperienza della perdita: non è la perdita di qualche cosa ma è la perdita di niente che va distendendosi e crea il luogo presso il quale avrà luogo l’evento della scrittura.

Marguerite Duras è attraversata dalla scrittura, ne subisce il fascino; allo stesso modo colei o colui che legge si trova ad essere rapita o rapito da questo movimento infinito.

Il corpo di Lol V. Stein è il segno di un’esistenza mancante per eccesso: leggere Il rapimento è trovarsi a camminare sopra  i margini di un vuoto che occupa il cuore di Lol V. Stein che non è ancora, sentire, improvvisamente accendersi la sua passione e assistere al suo espandersi all’interno e oltre i luoghi.

Nessuno ha mai incontrato Lol V. Stein, nessuno è mai riuscito a vederla completamente, lei vive nel punto in cui gli sguardi cedono, incantati.

È l’incanto ad avvolgere Lol quando gli amanti ballano la loro ultima canzone e finiscono per allontanarsi per sempre da S. Thala. È l’istante dell’avvento della follia: l’estasi lascia il posto al vuoto. Non è stato forse lì che Lol ha sentito per la prima volta il suo cuore vuoto? Lo ha sentito debordare.

Il turbamento guida la lettrice o il lettore che nel suo perdersi tra le pieghe della scrittura fa esperienza dell‘eccesso. Il turbamento è soggettivo ma i suoi effetti conducono colei o colui che percepiscono l’eccesso dello scritto a fare esperienza di una certa letteratura.

 

Il ballo, lo sguardo, la ferita

 

Lol V. Stein è al ballo, il centro del romanzo: il ballo di S. Thala è il luogo della scrittura e del rapimento. Si tratta di un rapimento senza rapitori e rapiti, senza soggetto e oggetto: è piuttosto una dimensione che comprende tutto e tutti, niente e nessuno escluso.

Di esclusione non si può parlare neanche in riferimento a Lol V. Stein che abbandonata assiste all’unione fatale tra gli amanti: Michael Richardson e Anne-Marie Stretter; Lol non si trova nella posizione di terza esclusa ma piuttosto la donna è la forza motrice dell’intero meccanismo che è il romanzo, che è il rapimento. Lol V. Stein è il segno della vacuità, il suo mancare a se stessa deriva dal suo essere stata per un istante il centro degli sguardi che poi ha ceduto. Dopo il ballo Lol cade a terra svenuta: non si può dire che soffra, neppure che non soffra. Ciò che le accade non è spiegabile a tal punto da non poterne parlare, non resta che l’ossessione dell’evento che non finisce ma ritorna a interessare colei alla quale da sempre mancava qualche cosa per esserci.

Lo sguardo di Lol non riesce a trattenere ciò che vorrebbe vedere per l’eternità. Cosa vede Lol?, ci chiederemo. Lol non vede niente, ma il suo sguardo è rapito. Lo sguardo di Lol V. Stein si dice che avesse un difetto: Da vicino si capiva che questo difetto veniva da uno scoloramento quasi penoso della pupilla, occupava tutta la superficie degli occhi: difficile coglierlo.[3]

A proposito dello sguardo vorrei fare un accenno a un passo del seminario XI di Jaques Lacan,  all’interno del capitolo che prende il nome la schisi fra occhio e sguardo. Nel rapporto che instauriamo con le cose attraverso la visione, ordinato secondo la rappresentazione, c’è qualcosa che scivola, passa, si trasmette per essere sempre eliso e questo è ciò che chiamiamo sguardo. Quindi lo sguardo ha sempre a che fare con l’elisione di qualche cosa che non rimane ma passa attraverso l’occhio ed è impossibile rappresentare.

Lacan affronta specificamente la distinzione secondo lui esistente tra la funzione dell’occhio e quella dello sguardo. Tale distinzione deriva dalla presenza di una macchia che non impedisce la visione ma segna la preesistenza al visto di un dato-da-vedere. Lacan non è realmente interessato al campo scopico, ma alla funzione dello sguardo all’interno di un contesto in cui filosofia e psicoanalisi si incontrano. La macchia che non impedisce di vedere, è però causa di un momento di sospensione dell’immagine. L’esitazione che si presenta nel reale è la traccia della faglia dell’inconscio.[4]

Lo sguardo eliso si trasmette: il turbamento coglie coloro che pur sentendosi attraversati da questo non-sguardo di Lol V. Stein non si sentono guardati, colti, riconosciuti. È l’angoscia, è la perdita di contatto con se stessi, è essere altrove, dove Lol si lascia scorgere senza mostrarsi mai completamente.

A causa di questo dato nello sguardo, dato di un già visto che non è nel ricordo ma è questa ferita che attraversa lo sguardo, ciò che vediamo può ricordarci qualche cosa che inspiegabilmente ci appare familiare, ci attrae e al tempo stesso provoca il turbamento.

Per Lol si tratta del ballo e dell’apparizione di Anne-Marie Stretter; poi riaccade qualcosa di simile, senza saperlo Lol è di nuovo presa dal rapimento a causa dell’incontro con Jaques Hold e Tatiana Karl, colei che per tutto il tempo del ballo è stata accanto a Lol V. Stein e ha assistito al suo cambiamento.

Questa volta Lol è distesa nel campo di segala di fronte all’hotel dei boschi, dove i due amanti si incontrano. Mentre Tatiana non vede Lol, Jaques è inquieto e al tempo stesso preso ancor di più dal suo amore a causa di quella presenza; ma il suo amore per chi? Non per una donna, la cui immagine gli sfugge ma per tutte le Lol.

Come esprimere la molteplicità di Lol? Lei non esiste se non come immagine sbiadita, riflesso traslucido dello sguardo altrui, mai presente dove si vorrebbe che fosse, mai del tutto assente.

Marguerite Duras a tal proposito dice: è così che la vedo, Lol V. Stein, appare sulla superficie dell’acqua e risprofonda…quando ho fatto Lol V. Stein mi è totalmente sfuggito.[5]

Motivo per il quale Lol V. Stein non smetterà di interessare la scrittura di Marguerite Duras: la scrittura è affascinata da ciò che le sfugge, da ciò che è sempre mancante, eppure è intorno a tale mancanza che si scrive nell’attesa che qualche cosa appaia.

Lol sopravvive al rapimento nella misura in cui non si salva dall’essere rapita. Lo si intende quando alla fine del romanzo Lol è ancora lì dove per la prima volta è stata intra-vista: presso il luogo del suo godimento.

Quale godimento? Non so dargli un nome, ma che Lol goda non ci sono dubbi.

 

Il godimento

 

C’è un godimento, un godimento senza oggetto, che ha a che fare con la malattia di Lol, la sua follia, la sua felicità.

Quasi tutte le figure femminili della letteratura di Marguerite Duras vivono, patiscono il loro essere folli. Lol lo fa tacendolo: la parola che le viene a mancare è una parola vuoto, una parola assenza; questa parola c’era, esisteva ma non poteva essere pronunciata.

Lol vive la passione e diviene folle: a seguito di quel momento d’essere tutto precipita nel vuoto, nel non-senso.

Alla venuta di Anne-Marie Stretter, Lol è preda della visione di questa donna sconosciuta. Lol è riempita e al tempo stesso svuotata da questa apparizione della donna, del desiderio, di questa folle coincidenza tra la donna e il desiderio.

La follia di Lol non ha cause, ragioni, soluzioni; la sua follia è anche ciò per cui la donna gode. Allo stesso modo si scrive, senza inizio o fine, programmazione o scopo. La dimensione dello scrivere è legata al corpo dello scritto e al tempo stesso è altro da questo in quanto ricopre una posizione eccessiva: scrivere è il debordare del linguaggio oltre lo scritto. È l’apparizione di qualcosa e il cedimento di qualcosa d’altro: il cedimento dello sguardo sul mare illimitato.

 

Dopo aver letto di Lol V. Stein e del rapimento lo misi da parte, mi dimenticai quasi del tutto di questo scritto. Mi resi conto di essermi scontrata con un testo infinito solo in seguito all’incontro con il pensiero di Jaques Lacan.

Durante lo studio approfondito de Il seminario, libro XX, Ancora, mi ricordai di Lol e della sua strana presenza.

Nel seminario Ancore, Lacan affronta la questione del godimento: c’è un godimento fallico che si inscrive nell’ordine simbolico dominante e ne esiste un altro che si differenzia radicalmente da quello fallico in quanto di tale godimento non si può dire nulla.

Lacan ci parla di come alcune donne e i mistici facciano esperienza di questo godimento che è non-tutto compreso nei discorsi ma è parte dell’esperienza di chi ne è toccato.

Lacan indaga la parte della donna e pone l’accento sulla posizione femminile all’interno del linguaggio. Lo psicanalista ritiene che la donna non partecipi del godimento fallico, il godimento complementare, e che essa in quanto essere parlante non sia del tutto compresa nell’ordine simbolico dominante. Inoltre, il non esserci della donna presso il luogo dove domina la funzione fallica non comporta il suo mancare  ma il suo esserci appieno, un esserci supplementare: c’è un godimento a lei proprio, proprio a questa lei che non esiste e non significa niente. C’è un godimento a lei proprio di cui forse lei stessa non sa niente se non che lo prova – questo lo sa. Lo sa, naturalmente quando capita. Non capita a tutte.[6]

L’esperienza del godimento Altro non solo è il segno dell’essere delle donne presso il linguaggio ma è la prova che esse ne sono attraversate e abitano tale luogo non solo in quanto esseri parlanti ma in quanto donne e quindi portatrici della propria differenza.

A partire dal punto di vista del simbolico dominante tale differenza è percepita come eccedente e non simbolizzabile, quindi non dicibile. Diversamente, sul piano del linguaggio, inteso come luogo di pensiero,  di esperienza e  di scrittura, questo eccedere delle donne mi è apparso come il segno dell’inesauribilità del loro godimento, il quale non essendo legato ad un oggetto non incontra la propria soddisfazione, quindi non finisce ma è costantemente rivolto a qualcosa di sconosciuto e infinitamente distante.

 

Nella scrittura di Jaques Lacan intorno al godimento femminile, tra le righe, ho colto un legame tra ciò che lo psicanalista dice e la scrittura di Marguerite Duras.

Lol V. Stein è giocata dal godimento ma quando ciò accade la donna diviene invisibile: non è nel romanzo, ma nell’al di là della storia.

L’essere giocata dal godimento ha a che fare con lo stare di Lol dove gli altri non la riescono a comprendere. Del suo essere non compresa Lol non subisce gli effetti, ma reinventa una maniera di vivere questa sua passione senza nome. La passione del trovarsi nel luogo dove improvvisamente avviene un cedimento. Sul piano del linguaggio, quindi della scrittura, si pensi ad un punto cieco, ad una spaccatura, ad una faglia. Franando i significati, ciò che è rappresentabile lascia il posto a ciò che esiste al di là di ciò che rientra nei confini, di ciò che eccede il linguaggio: è l’apparire dello scrivere.

C’è un istante significativo all’interno del romanzo che ha a che fare con l’uscita dai territori del rappresentabile: si tratta dell’istante in cui Lol osserva da lontano l’incontro tra Jaques Holt e Tatiana Karl. Jaques sa di Lol, sa di essere osservato, ormai è il suo desiderio di Lol a muoverlo verso l’amante. Il gioco del godimento prevede che i personaggi, lasciandosi fare, affascinati, vadano incontro ad una certa perdita di sé. Sbriciolandosi l’immagine creata da altri come vestizione dei corpi, cede l’immaginario e appare l’indicibile della nudità.

Quando cede l’immaginario appare il linguaggio: scrivere è l’istante in cui si realizza questo susseguirsi di un cedimento e di un’ apparizione.

 

Il mare illimitato

 

Il cuore incompiuto di Lol V. Stein straripa ma il destino rimane incompiuto, l’orizzonte si richiude sull’impossibilità di realizzarsi della passione di Lol. Non è forse questo il prezzo da pagare per l’aver vissuto il proprio debordare?.

Quel che non si consuma però anima Lol del desiderio di ritrovarsi lì dove per l’unica volta si è vista: l’istante in cui tutto poteva accadere ma non è avvenuto.

Che cosa non è accaduto? La fine, la risoluzione: l’identificazione ha ceduto il posto al delirio, all’uscita dai confini del proprio io, alla molteplicità.

Il nome stesso del luogo S. Thala da thalassa, che in greco significa mare, fa risuonare nel romanzo un senso di illimitatezza, di mancanza di confini.  Come la scrittura è infinita, così è Lol: presenza vacua, un’identità destrutturata, un vuoto di significato. L’incontro con tale figura è ambiguo e disorientante: l’estraneità che si produce nell’incontro con Lol V. Stein va di pari passo con la sensazione di rivedersi, ritrovarsi in questa figura di esiliata dalle cose del mondo.

Lol è per lo più invisibile: infatti lei incarna la forma di una radicale mancanza a se stessa; anche se non esiste il soggetto pieno e integro, in questo caso entriamo in contatto con una soggettività difettosa che non riflette mai su se stessa, che vive un tempo destrutturato, in una sospensione.

Lol non ricorda, dal momento che tale ricordo la riempie. Mentre nel rapimento sentiamo lo stare di Lol fuori dal tempo ordinario, in un altro testo, L’Amour, ci troviamo a vivere il tempo di Lol V. Stein.

Ne L’amore il paesaggio è divenuto spettrale, tutti i nomi sono spariti al di fuori di uno solo che  è sopravvissuto: S. Thala. In questo testo si percepisce l’essere senza confini di Lol V. Stein e il suo entrare in relazione con i luoghi fino all’osmosi con essi. Nel farsi frammento della storia l’esperienza di Lol e del ballo viene rievocata nel mezzo di un paesaggio fantasmatico, al limite del reale. S. Thala, il mare e le spiagge appaiono come luoghi deserti e illimitati. Il mare ricopre tutto lo spazio dello scritto: questo non fa da sfondo alle vicende ma è presenza indomabile, di fronte al mare tutti gli sguardi cedono; guardare il mare è guardare il tutto.

Illimitato è in Duras il desiderio: la scrittrice ne parla come di un moto latente; come la scrittura il desiderio non si rivela mai del tutto ma conserva un resto. Tale resto desiderante non ha collocazione o funzione, va incontro alla perdita; sotto tale forma anima in maniera infinita la scrittura.

Quindi il desiderio non è mosso dalla  mancanza e il godimento non è la soddisfazione del desiderio. Desiderio e godimento non hanno a che fare con un limite ma con un resto irrappresentabile che non si lascia integrare presso il luogo del linguaggio simbolico dominante.

Lol V. Stein è muta: nonostante la volontà dell’amante di ricostruire la storia di Lol e di trovare l’origine del suo essere folle, la ragazza è silenziosa e vive nel suo sogno, lontana dal tempo, lontana dagli altri.

La follia di Lol non viene pronunciata nei termini di un discorso: la parola vuoto  risuona tra le pieghe della scrittura nella misura in cui non viene detta.

Questo silenzio non è la totale assenza di parola, ma è il segno dell’indisponibilità di Lol a essere compresa nei discorsi altrui. Ciò che lei sa senza sapere è di non volere essere salvata dal rapimento.

L’eccedenza dello stare femminile di Lol presso il linguaggio è visibile attraverso il mancato disvelamento del segreto che occupa, in maniera ossessiva, la sua esistenza. La sua follia non è traducibile né risolvibile.

L’istante di beatitudine: il ballo, l’apparizione di Anne-Marie Stretter, l’impossibile dell’amore. Vorrebbe rivivere ciò di cui non riesce a parlare, è preda della sua ossessione: il cuore vuoto di Lol trabocca nell’attesa che nella ripetizione qualcosa appaia.

Lol non ha coscienza, vive in uno stato prima della riflessione, è sempre altrove, oltre se stessa e gli altri.

Lol vive sospesa, nell’attesa interminabile che si ricrei la situazione in cui lei sia preda del gioco del godimento. Ma lei già gode del suo essere non-tutta compresa nell’ordine dei significati, lei che non ha senso, non ha significato ma affida se stessa all’esterno, ai suoi luoghi. Vive il suo prolungamento, quello del suo corpo, presso i luoghi marittimi: i mari del nord, i mari illimitati dell’infanzia, che sono quelli che rimandano ad un dimensione primordiale, sconosciuta. Lei non aderisce a ciò che le accade e per questo motivo vive sospesa nel sogno di ciò che poteva essere ma non è stato, vive l’intensità di una relazione: quella con lo spazio illimitato dei luoghi.

La passione di Lol V. Stein ha a che fare con questa sua maniera di lasciarsi abitare da ciò che è esterno fino a confondersi con esso. È il segno della follia di Lol V. Stein. Eppure Lol non è la sua follia: non accade che la donna si identifichi con nessuna manifestazione del suo essere. Il luogo di Lol è quello della sospensione: l’essere mancante è il segno della molteplicità della donna e del suo debordare rispetto a qualsiasi definizione.

 
NOTE

[1]    Marguerite Duras, L’amore, tr. it. di Angelo Morino, Edizioni Oscar Mondadori, Milano 1989 , p. 11.

[2]    Marguerite Duras, I miei luoghi. Conversazioni con Michelle Porte, tr. it. di Tommaso Gurrieri, Edizioni Clichy Firenze, p. 139.

[3]    Marguerite Duras, Il rapimento di Lol V. Stein, tr. it. Di Clara Lusignoli e Leonella Prato, Feltrinelli, Milano 1989, p. 11.

[4]    Cfr. Jaques Lacan, Seminario, libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicanalisi, Antonio Di Ciaccia (a cura di), Einaudi, Torino 2003, pp. 75-80.

[5]    Marguerite Duras, I miei luoghi, cit. p. 139.

[6]    Jaques Lacan, Il seminario, libro XX, Ancora, Antonio Di Ciaccia (a cura di ), Einaudi, Torino 2011, p.70.

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