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La lingua delle donne taglia e cuce

 

 

 

 

 

Il diavolo affila la lingua delle donne. Uno dei motivi più presenti nelle “Panjske končnice”, arnie per le api decorate con scene popolari, diffuse in Slovenia[1].

 

 

Questo numero della rivista propone due corpose rubriche che nel titolo richiamano alla mente i due nodi della presa di parola delle donne e del femminismo, presenti sulla scena pubblica  nell’ultimo anno: “La rivolta linguistica” e “Femminismo fuori sesto”. Non si tratta di una scelta programmatica, gli interventi che le compongono sono stati elaborati precedentemente. La seconda rubrica, “Femminismo fuori sesto” è infatti dedicata alla discussione a partire dall’omonimo ultimo libro di Diotima, pubblicato prima del montare della recente nuova onda di protagonismo femminile, peraltro lì auspicata parlando della necessità di “un di più di femminismo”. La prima rubrica raccoglie invece le relazioni tenute al Grande seminario del 2017, anch’esso sviluppatosi indipendentemente dalla mobilitazione seguita al caso Weinstein, sebbene la qualifica di rivolta linguistica che aveva a titolo ben le si attagli.

Si potrebbe dire una coincidenza, ma a patto di intenderla non come una mera casualità, bensì  come il venire a coincidere di due piani del movimento della realtà: quello che muove nella vita, nella coscienza nel pensiero e nelle pratiche politiche delle donne nel mondo, e quello che  il piano della visibilità e del riconoscimento simbolico pubblico, di volta, in volta registra più palesemente.

Sono state usate nel tempo varie immagini per rappresentare questo carattere del femminismo: quella delle successive ondate, dell’andamento carsico, o dell’intermittenza e altre ancora. Qualcosa di vitale che non smette di muoversi e di mettere in movimento anche quando non è al centro della visibilità e che improvvisamente si manifesta tagliando la realtà in una rivoluzione simbolica. Momenti fenomenali  rendono manifesto ciò che già da tempo era in movimento, come epifanie della libertà femminile.

 

La parola delle donne è balzata sulle prime pagine nel 2017. Alla presa di parola di quelle donne che hanno rotto il silenzio sulle molestie sessuali maschili è stato riconosciuto persino da Time il titolo di “persona dell’anno”, segno della inaggirabile visibilità che ha saputo avere il fenomeno di una vastissima mobilitazione internazionale. Questo ha un nome ed è femminismo, comunque lo si declini. Quando le donne tagliano con la parola una realtà che stava lì ammutolita, la lingua tagliata.

C’è certamente da gioire, e altrettanto da pensare e da fare attenzione a quel che prendono a significare quella presa di parola, quella libertà e quel nome femminismo. Corpi, parole e politica delle donne sono già stati e sono sempre un campo di battaglia. E’ già successo e succede anche ora, non in modo meramente ripetitivo. La lingua delle donne taglia, ancora e di nuovo su nuovi piani d’ordine che sono sì messi fuori sesto, ma anche tendono per reazione a riassestarsi  plasmandosi in continuità al modo dato e dominante, se non vengono risignificati marcandone simbolicamente la discontinuità. Quel che la lingua delle donne taglia è sempre a rischio di essere messo in un ritaglio se non si tiene l’attenzione vigile.

Un segno di questa vigilanza femminista, come la avrebbe chiamata Françoise Collin, è stato ad   esempio la cura che da più parti è stata raccomandata di non lasciar inscrivere questa presa di parola femminile sotto il segno del vittimismo o della richiesta di tutela egualitaria o di sanzioni giuridiche, o ancora del registro dell’invadenza del politicamente corretto.

Parimenti c’è da avvertire come non si sia solo di fronte al replicarsi del modulo del mutismo femminile e della rottura del silenzio, un dualismo fasullo che corre il pericolo di rovesciarsi reattivamente nella tristemente nota immagine della demonizzazione e svalorizzazione della parola delle donne. Proprio quel che mostrano l’immagine popolare del diavolo che affila la lingua delle donne, o quella proverbiale del chiacchiericcio femminile di volta in volta dipinto come vacuo o menzognero e minaccioso. Più che altrove in Italia le denunce delle molestie maschili sono state sovente rubricate sotto il segno della inaffidabilità e pericolosità: esattamente quel segno di diabolicità. Una donna che malignamente divide (dia-ballo), rompe l’accordo, si mette in mezzo con le sue parole affilate e velenose, porta la discordia e la rovina.

Cosa può dire di tanto pericoloso e diabolico la lingua delle donne? Di così minaccioso per gli uomini? No, può anche semplicemente e liberamente dire no.

Il no sulla bocca di una donna pare suonare all’orecchio maschile peculiarmente stridente e pericoloso, al punto da venir pressoché rimosso o/e non dandogli credito o/e forzandolo, anche con la violenza. Facile riconoscere la matrice sessuale di questa attitudine, c’è da dubitare che una non si sia imbattuta nella dura a morire convinzione che recita: “si sa che una donna che dice no in realtà intende sì”. Il che scivola nella prescindibilità e sostituibilità del di una donna con altro: esercizio di dominio, mezzo di potere, forza, denaro, principalmente. Nonché nella inaffidabilità, irrilevanza ed eliminabilità della parola femminile e in ultima istanza di una donna stessa se non ci sta al desiderio maschile e al suo mercato sesso-socio-simbolico. A quel dispositivo di equivalenze omo-fallocentriche che replica lo scambio delle donne tra i soggetti maschi, in quello che Pateman ha definito contratto sessuale, e che si regge  simbolicamente sul sostegno femminile all’immagine sessuale maschile e materialmente sull’inclusione/esclusione delle donne.

Tutte analisi che quella presa di parola femminile che è il femminismo ha nominato e articolato da quel no, innescando un vero e proprio esodo femminile dal patriarcato e ora anche dalle sue trasformazioni fratriarcali. L’uscita da quella che Woolf descriveva come la società dello specchio, dell’immagine ingrandita dell’uomo nello specchio dello sguardo femminile, il dispositivo fallico. La presa di parola femminile è minacciosa e sentita come castrante per questo, perché taglia e quel che taglia è il fallo, la sua presunta potenza che è venuta identificarsi col possesso del potere, a sua volta equivalente al sesso, allo squallore della sessualità ottenuta a forza. Nello specchio femminile il Re di quelle identificazioni è nudo, e la sua nudità è miserevole[2].

 

La lingua delle donne pronuncia parole che rompono il dispositivo della verità e dell’affidabilità del patto e del discorso maschile, che tagliano quel simbolico (sym-ballo) fallico e no, non ci stanno. Ma il sentimento di minaccia che un uomo può avvertire insito in quel no che la lingua di una donna può profferire, svela anche un altro  aspetto: quanto è dipeso e dipende dal di una donna. Se la lingua delle donne è pericolosa lo è perché è potente, tutti e tutte siamo al mondo grazie a quel primo , il primo legame. Ed è la lingua materna che ha cucito per noi anche il legame tra noi e il mondo, e tra le parole e le cose, la lingua materna.

Quanto a lungo si è sentito ripetere e ammonire che entrare nel Linguaggio e nell’Ordine simbolico parlato in nome del Padre comporta il taglio con il primo legame alla madre. La relazione materna è stata ed è sempre sotto attacco. Ma altrettanto lo è stata ed è tuttora la lingua materna, e il modo che ha di cucire il tessuto del rapporto tra noi, i nostri corpi, il nostro sentire, l’esperienza, le relazioni che viviamo e intrecciamo, in tutt’altro ordine.

Il seminario di Diotima 2017 La rivolta linguistica ha messo a tema insieme la capacità di tagliare e cucire della lingua materna e delle pratiche politiche e simboliche delle donne. Quel tagliare e cucire si rincorrono in questo numero La lingua delle donne taglia e cuce.

[1]  Cfr.http://www.mizs.gov.si/fileadmin/mizs.gov.si/pageuploads/podrocje/odrasli/Gradiva_ESS/CVZU/LU_Jesenice/CVZU_41LUJ_Gradivo.pdf

[2] Su questo il saggio di Anna Maria Piussi in questo stesso numero.

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