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La Libreria delle donne di Milano

«Ho scoperto che sono una donna ricca», scrisse Vita Cosentino per il Seminario di Diotima di tre anni fa “Alleanze e conflitti nel mondo comune di donne e uomini”[1]. «Se prendiamo in considerazione il mio reddito, posso essere catalogata tra quelle che vengono definite “le nuove povertà” […]. La mia ricchezza nasce da due fattori precisi: il primo è che sono una donna, una donna che fa politica, il secondo è che vivo in Italia […]. Il fatto di essere donna è il primo fattore di ricchezza, perché, come tante altre donne, non ho avuto in mente solo il denaro ma tante cose insieme per costruire la mia vita. […] Finché stavo bene in salute non avevo idea di aver costruito mattoncino su mattoncino un vero capitale di relazioni. […] Poi nel momento dell’estremo bisogno eccolo il capitale, lì intatto, che mi torna indietro in modo sorprendente e meraviglioso. Se l’economia è l’insieme dei mezzi per soddisfare i bisogni della vita umana, il denaro e il mercato sono risposte secondarie rispetto alla potenza delle relazioni.»

Mi è tornato in mente questo testo quando Diana Sartori mi ha chiesto di scrivere dell’esperienza della Libreria delle donne di Milano per questo numero di “Per amore del mondo” dal titolo Senza oneri per lo Stato. Il capitale di cui parla Vita Cosentino, socia della Libreria delle donne, è dello stesso tipo, e in parte lo stesso, della Libreria, la sua ricchezza attuale e i mezzi che le hanno permesso di restare aperta e agire senza oneri per lo Stato, sia in passato quando c’era la possibilità di chiedere contributi pubblici sia adesso che non c’è più tale possibilità.

La Libreria delle donne di Milano apre il 16 ottobre 1975. Non provo nemmeno a riassumerne le vicende, le pratiche, le idee – note nel femminismo non solo italiano – per le quali rimando al libro Non credere di avere dei diritti. La libertà femminile nelle idee e nelle vicende di un gruppo di donne (Rosenberg & Sellier, Torino 1987), scritto dal gruppo della Libreria in occasione dei primi dieci anni per riflettere sulle pratiche e rilanciare le scommesse e subito tradotto in tedesco, in spagnolo e in inglese, e alle altre pubblicazioni della Libreria, specialmente i fogli “Sottosopra” e la rivista “Via Dogana”. Qui desidero parlare di tre aspetti in cui a mio avviso si è espressa e si esprime a tutt’oggi nella Libreria la questione affrontata da questo numero della rivista:

1) politica e cultura

2) corpi femminili pensanti

3) meglio denaro privato che pubblico.

Politica e cultura

L’espressione “senza oneri per lo Stato” richiama l’articolo 33 della Costituzione italiana, dedicato alla libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento, e precisamente il terzo comma, importantissimo, che riconosce: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Mi piace che sia stato scelto questo riferimento, che lega idealmente le nostre imprese femministe agli altri “Rapporti etico-sociali” del Titolo II della Parte Prima della Costituzione, cioè alla famiglia, alla salute, all’arte, la scienza e la scuola, più che ai “Rapporti economici” (Titolo III) o ai “Rapporti politici” (Titolo IV). Non solo perché le nostre imprese femministe assomigliano più alle relazioni femminili che fanno vivere famiglie, corsie e scuole che non alle relazioni maschili dell’economia e della politica istituzionale. Ma anche perché l’agire della Libreria è politico e culturale insieme. Non a caso si è scelto proprio di aprire una libreria per concretizzare quella “pratica del fare” di cui si sentiva necessità dopo la pratica dell’autocoscienza[2], raccogliendo l’idea delle femministe francesi che nel 1974 avevano aperto a Parigi la Librerie des femmes.

Con l’apertura di una libreria, così come con la scrittura e pubblicazione di libri riviste documenti, c’è agire politico e agire culturale insieme. La pratica politica, che è sempre qui e ora e produce effetto subito, si unisce con la modificazione culturale, che avviene più lentamente, nel tempo. Penso che uno dei punti di forza della Libreria delle donne di Milano sia di aver mantenuto vive, nel corso di tutti questi anni, entrambe le tensioni, politica e culturale, portandole a coincidenza e senza pensare di fare a meno l’una dell’altra. Le pratiche politiche che abbiamo inventato si possono praticare in qualsiasi cultura, anche nel patriarcato, come sappiamo, ma certamente quello che facciamo e diciamo non sembra più una goccia nel mare da quando la cultura si è modificata nel senso della libertà femminile.

Quindi la libertà femminile dell’arte e della scienza, e del loro insegnamento, è uno dei nostri capisaldi. Naturalmente “senza oneri per lo stato” si riferisce al diritto, e cioè che la libertà non implica anche il diritto a ricevere finanziamenti. Ma non impedisce che lo Stato stabilisca di finanziare certe attività femminili e femministe, come ha fatto, per esempio, con gli istituti delle pari opportunità. La scelta della Libreria di non chiedere finanziamenti ha a che fare non solo con il conflitto con le politiche di pari opportunità che chiudono gli orizzonti delle donne alla parità con l’uomo, ma anche con il tipo di pratiche relazionali e burocratiche che i finanziamenti pubblici richiedono. E con un altro aspetto politico di fondo, quello del rapporto tra energie vive e morte.

Corpi femminili pensanti

La vitalità della Libreria delle donne di Milano, in 36 anni, è dovuta alle grandi energie spese in relazioni, pensiero, lavoro. La quantità di denaro è minima in rapporto alla corporeità femminile presente nelle varie attività, che vanno dal negozio all’edizione di riviste, libri e internet, dalla discussione all’elaborazione del pensiero e alla scrittura, dalla tessitura di relazioni all’organizzazione di incontri… Questo enorme impiego di energie umane femminili è la ricchezza della Libreria e proprio per questo è anche la sua carenza. Perché le energie non bastano mai, sono sempre troppo scarse rispetto alle necessità di una politica che tra i suoi nomi ha quello di “politica del desiderio”[3]. Io credo che sia questa necessità grande di energie vive, il principale problema che fa sì che molte imprese politiche femminili prima o poi si esauriscano e chiudano. Perché richiedono grandissimo impegno, in particolare di pensiero. Ricordo la risposta di un’amica, tanti anni fa, al perché preferisse andare con i verdi a pulire i parchi alla domenica invece di venire alle nostre riunioni: «Perché in Libreria bisogna pensare». È vero. Ed è faticoso e per niente facile. Pensare, parlare, esporsi, e quindi discutere e magari confliggere, comunque farsi protagoniste. Questo è lo scoglio più grosso per quelle attività politiche o del volontariato che oltre a richiedere impegno personale e generoso dispendio di tempo ed energie, non si affidano al già pensato ma comportano la necessità di un pensiero nuovo per esistere. E quindi di un impegno in più, di cui bisogna sentire la necessità e l’urgenza per sé. Come è successo alle origini del movimento delle donne, quando la libertà femminile non era ancora stata pensata, era pensata la parità, e alcune delle donne che si sentivano a disagio nell’emancipazione cominciarono a riunirsi per pensare insieme. Oggi sembra esserci meno disponibilità a fare questo passaggio, o forse oggi le donne molto impegnate vedono più opportunità di quanto le forze già attivate consentono di cogliere?

Comunque sia, l’impegno politico personale a mio avviso non può essere incoraggiato da corrispettivi in denaro. Sappiamo come è andata a finire con l’indennità per le funzioni pubbliche che gli uomini dei secoli scorsi avevano inventato per permettere anche ai lavoratori di accedere alla politica istituzionale senza dover lavorare per mantenersi. E non mi pare che la presenza femminile in quei posti abbia inciso in qualche modo. Non mi riferisco alla corruzione purtroppo crescente e inarrestabile ma alla mancanza di politica[4]: in luoghi ormai appiattiti sui giochi di potere, alla dipendenza simbolica dal potere si somma o si alterna la dipendenza simbolica dal denaro, e la politica finisce per scomparire del tutto. La politica, che si esprime in un agire di relazioni, pensiero, parola, si alimenta di passione per la convivenza umana, di bisogno e desiderio di migliorarla. Mentre il denaro (come ricchezza o come profitto) e il potere sono passioni egocentriche, contrarie alla convivenza civile e spesso letali per il mondo: lo abbiamo potuto notare nella sconvolgente vicenda del film e delle vignette anti-islamiche, il cui movente sembra essere il potere di far soffrire tanta gente e per la cui giustificazione si è invocata la libertà di stampa (alla distruttività della sete di potere si unisce sempre la stupidità di chi pretende di far politica senza pensare).

Non intendo certo negare che si possa mettere passione politica anche nelle attività retribuite, anzi, molta politica delle donne avviene proprio lì, ma sostengo che l’attività politica non può essere retribuita direttamente, neanche come indennità per potervi dedicare tutto il proprio tempo. Perché la politica è sempre un di più, necessario ma sempre un di più, come l’amore, come l’arte (per me), necessario dovunque ma mai una professione. Di fatto possiamo osservare che nella politica professionale, anche in quella onesta e coscienziosa, l’impegno per la “gestione” prende il posto della passione personale, e le attività perdono efficacia. È questo secondo me il problema principale dell’impegno politico retribuito delle donne che da slancio iniziale diventa gestione; non è solo perché si sfiancano a dover “correre coi lupi”, cioè aver continuamente a che fare con la lotta di potere tra maschi[5].

Non credo insomma sia per caso che un luogo come la Libreria conosciuto come luogo pensante e creativo di politica si regga quasi esclusivamente sull’impegno volontario, gratuito in termini di denaro (solo una minuscola parte di lavoro è retribuito, e solo per alcune funzioni, amministrative, di pulizia ecc.). Ma la gratuità in termini di denaro non significa oblatività: come sappiamo la politica delle donne è nata per modificare la propria vita, di ciascuna donna, non quella delle altre. Da qui la sua tenuta, perché ha realmente modificato e modifica le nostre vite, in primis le relazioni, con le pratiche della disparità e dell’autorità femminile, che sono quelle che reggono la Libreria. Perciò si può dire che se in cambio dell’impegno, del tempo, delle energie e anche dei soldi spesi non si riceve denaro si riceve qualcosa d’altro, qualcosa di veramente importante per sé, in corrispondenza con il proprio desiderio o con il proprio bisogno. Un “guadagno di essere”[6], esistenza simbolica. È questo che ci spinge ad andare oltre i nostri limiti, a fare cose di cui non siamo all’altezza, a faticare a pensare. Ma è importante tenere presente che ciò che si riceve lo si riceve già facendo quello che si fa, e questo accade quando quello che si fa ha il suo senso in sé, non deve ricevere valore da fuori, da un corrispettivo. Neanche affettivo, pur avendo ciascuna di noi bisogno di affetto. Cioè la relazionalità intrinseca alla politica significa che il riscontro e il riconoscimento delle altre dà contenuti e misura a un cammino non solitario e un senso condiviso, ma non è un corrispettivo. È questa non strumentalità che garantisce la qualità di ciò che si fa e dello scambio che avviene – tra le persone e tra sé e sé[7] – una qualità alta, in termini di pensiero, di relazioni, di senso.

Insomma, più ci si impegna in quel complesso di pratiche, relazioni, attività che è “la Libreria” e più si riceve in essa. Ma se una non sente questo come vero per sé, non si può ovviare con il denaro. È un problema di senso, che viene meno. Ed è in termini di senso che si può risolvere. E non è facile. Di fatto le nostre forze umane sono troppo poche, limitate rispetto alle necessità delle attività che portiamo avanti o che vorremmo mettere in piedi.

Meglio denaro privato che pubblico

Dire che il denaro non può far aumentare l’impegno necessario non significa che lo disprezziamo o che non serve. Il denaro necessario per le spese è arrivato e arriva alla Libreria dalla vendita di libri e riviste e da donazioni private occasionali. In particolare in due occasioni le donazioni sono state fondamentali, l’apertura della Libreria nel 1975 e il suo trasloco nel 2001. Nel corso degli anni abbiamo ricevuto donazioni di somme di denaro per “Via Dogana”, da parte di lettrici e amiche che sentono la rivista importante per sé e un aiuto nel proprio impegno politico. Il denaro “privato” quindi, oltre a esprimere riconoscenza e riconoscimento per quello che la Libreria fa, diventa un modo per contribuire a un’impresa sentita come propria. Recentemente – a una riunione di redazione del sito internet della Libreria – una ha detto che purtroppo non può impegnarsi come vorrebbe nelle attività di funzionamento del sito perché fa un lavoro che la occupa tutto il giorno, ma dato che guadagna abbastanza si offre di sostenere parte delle spese che si rendessero necessarie al sito. La posizione di questa donna mi pare la più rispondente allo spirito della Libreria: anche per lei conta più il lavoro che il denaro, e quindi il suo contributo in denaro diventa una forma di impegno in prima persona, non potendo dare di meglio. (Intendo non potendo dare di meglio nel rapporto lavoro/denaro, ma – vorrei precisare – questa donna contribuisce quanto a pensiero, scrittura, relazioni, cioè il suo impegno non si esaurisce nell’offerta di denaro, che peraltro sarebbe comunque apprezzato).

È chiaro allora che la donazione da parte di persone – di solito donne – ha un significato che la elargizione pubblica non può avere, anche se fosse intesa come riconoscimento di una funzione pubblica svolta dalla Libreria. Un riconoscimento in questo senso si può vedere nella locazione del negozio della Libreria: i locali sono di proprietà del Comune di Milano e ci vengono affittati a un canone accettabile (sia quando stavamo in Via Dogana 2 sia adesso in Via Pietro Calvi 29). Anni fa è avvenuto però un cambiamento nella politica del Comune a proposito degli edifici di proprietà comunale che ci ha costrette a traslocare dal centro alle porte di Milano: la decisione di affittare gli edifici intorno a Piazza del Duomo a prezzi di mercato, quindi di non utilizzarli più per sostenere le associazioni. Il che dimostra ancora una volta che quando si dipende dall’ente pubblico si dipende dalle sue politiche (raramente modificabili in maniera significativa anche quando cambiano le amministrazioni, dato che gli orientamenti politico-economici sono ormai globali).

Come abbiamo visto, la Libreria delle donne non è un’istituzione, vive di energie vive e può finire domani se smette di pensare. Ritengo però che anche per il femminismo ci possano essere istituzioni necessarie. Come gli Archivi, per conservare i materiali del femminismo nelle vicende storiche che potrebbero come è successo in passato far scomparire i movimenti di donne. Per le istituzioni anche il denaro è vitale, e la via che considero da seguire – non certo nuova e già molto percorsa dalle grandi istituzioni religiose e culturali – è di incoraggiare i lasciti ereditari. Un esempio a cui tengo particolarmente è quello della Fondazione Elvira Badaracco[8] che cura e apre alla consultazione del pubblico numerose raccolte, tra cui l’Archivio politico della Libreria delle donne di Milano. Incoraggiare a fare testamento le donne – tutte, sia quelle che non hanno figlie, figli o altri eredi legittimari sia le altre, che possono sempre disporre di una parte dei propri beni – e anche gli amici delle donne.

In questa «epoca regressiva e difficile» – conclude in una recente intervista Luisa Muraro[9] – «cerchiamo un orientamento e il femminismo italiano, con la sua originalità, la sua cultura della differenza, la pratica della relazione, del partire da sé, del fare contesto (se sei scuola, se sei sindacato, etc.), è un orientamento». L’agire “senza oneri per lo Stato” fa parte di questo orientamento che il femminismo italiano può essere per la politica oggi.

[1] Università di Verona, incontro del 20 novembre 2009: Giannina Longobardi e Vita Cosentino, “Nulla” è la forza che rinnova il mondo. (Sono una donna ricca è pubblicato in www.libreriadelledonne.it e sul precedente numero di Per amore del mondo)

[2] Vedi Non credere di avere dei diritti, cit., capitolo terzo.

[3] Vedi il libro di Lia Cigarini La politica del desiderio, Pratiche, Parma 1995, e il documentario La politica del desiderio (Italia 2010, 74’), regia di Manuela Vigorita e Flaminia Cardini, pubblicato in dvd+libro, Libreria delle donne di Milano.

[4] Cfr. Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori, Napoli 2009.

[5] Cfr. Correre coi lupi. La carriera politica, “Via Dogana”, n. 36, febbraio 1998.

[6] Luisa Muraro, Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano 2009.

[7] Rispetto alla contrattazione tra sé e sé, vedi È accaduto non per caso, “Sottosopra”, gennaio 1996, pp. 6-7 (“Il luogo della libertà”).

[8] Elvira Badaracco (1911-1994), a Milano nel 1979 con Pierrette Coppa fonda il Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia. Nel suo testamento dispone che il Centro diventi una Fondazione con finalità analoghe ma con maggiori prospettive di sviluppo e di rafforzamento, tutelate in parte dal reddito di una proprietà immobiliare da lei lasciata alla Fondazione. Vedi www.fondazionebadaracco.it

[9] Luisa Muraro “Dio è violent…! E mi molesta”, intervista di Marco Dotti, Alfabeta2, n. 21, luglio-agosto 2012.

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