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La grandezza delle donne rifugiate siriane: l’ordine simbolico della madre oltre i confini della guerra.

 

 

 

Ti ho nutrito nel mio grembo
questo amore
è l’amore di Leila
è l’amore di una madre
è l’amore della terra
e tu sei le bacche di pino sparpagliate
che torneranno nel mio grembo 

Zahra Hosseinzadeh

 

Il 15 marzo scorso il conflitto siriano è entrato nel suo sesto anno raggiungendo ormai proporzioni atroci.

 

Spesso ciò che di questa infinita tragedia arriva attraverso i mezzi di informazione è la rappresentazione di una massa unica: le rifugiate, i rifugiati come blocco indistinto in cammino, nella disperata ricerca di un riparo.

 

Tuttavia, se si fa lo sforzo di avvicinare lo zoom per guardare i particolari, si possono vedere volti e corpi di uomini e donne, bambini e bambine, donne incinte, donne che partoriscono in mare o nei campi profughi. Si vede la storia attraverso la lente della differenza sessuale, che è la differenza umana primaria. Nulla nasce neutro[1].

 

Scegliere di leggere la crisi siriana a partire dall’esperienza delle donne che la stanno vivendo rimette al centro le persone, esseri sessuati al femminile e al maschile, con le loro asimmetrie e differenze, le loro vite.

 

Quanto scritto in questo articolo prende spunto dai racconti di donne siriane incontrate in Italia, Libano e Giordania nel corso del 2016.

 

Dalle parole che hanno desiderato condividere per definire se stesse e i termini della loro narrazione emerge che l’aspetto più doloroso dell’esodo è stato quello relativo alle relazioni, al distacco dalle figure femminili di riferimento e al tempo stesso il ritrovarsi in un luogo straniero, con nuovi spazi pubblici e privati da abitare.

 

Le donne si sono fatte carico di questo compito e nella difficoltà hanno saputo trovare le risorse per andare avanti: l’intelligenza dell’amore, la forza della vita che continua.

 

Donne che attraverso l’esperienza della relazione non hanno smesso di mettere in circolo saperi, parole e libertà femminile.

 

In maniera consapevole o meno, tutte si sono reciprocamente affidate e sono state esse stesse un punto di riferimento.

 

Tanti sono i racconti che lo testimoniano: donne che nella vita in una tenda di 10m2 in un campo profughi hanno trasmesso ad altre incinte il loro sapere dell’esperienza del parto, figlie che nell’incertezza di sopravvivere su un gommone fermo in mezzo al mare hanno dato forza alle loro madri.

 

Donne che nel paese che le ha ospitate hanno scelto di dare la precedenza alle relazioni femminili, creando spazi relazionali privilegiati, dove stare insieme, lavorare, raccontarsi e  vedersi,  non attraverso la lente dallo sguardo maschile, ma a partire dallo sguardo valorizzante femminile. Spazi dove un uomo deve chidere il permesso prima di entrare.

 

È la mediazione primaria tra sé ed il mondo operata attraverso lo sguardo delle altre, è l’alleanza che si fa strada e che ci cambia dall’interno.

 

In tutte le storie di cui le donne incontrate mi hanno fatto dono c’è molto, c’è tutto dell’affidamento: affidarsi all’altra è costruire alleanze, affidarsi all’altra fa ordine simbolico materno.

 

In “Non credere di avere dei diritti” si dice che “Il rapporto di affidamento è questa alleanza dove per essere vecchia s’intende la consapevolezza che da l’esperienza dello scacco, e per essere giovane, l’avere in se delle pretese intatte, l’una e l’altra che entrano in comunicazione per potenziarsi nei confronti del mondo”[2].

 

Nelle circostanze eccezionali del conflitto, le donne siriane hanno continuato ad affidarsi oltre che alle relazioni “orizzontali” a quelle “verticali”, fonte di forza e di trasmissione di sapere dalla più “grande” alla più “piccola”, luoghi di genealogia femminile.

 

Relazioni basate sull’autorità femminile – distinta dal potere – quell’autorità messa a fuoco dal femminismo italiano della differenza.

 

La guerra e l’esodo vissuti nel segno della differenza sessuale diventano così un luogo di cambiamento politico: l’esperienza di una donna salvata da un’altra dalla violenza del sistema patriarcale, di cui le guerre sono massima espressione, ci permette di essere nell’ordine simbolico della madre creando “nuove conoscenze”, “nuove epistemologie” per significare il mondo a partire dal nostro desiderio di libertà.

 

Ci permette, nella fecondità delle relazioni al femminile, di far corrispondere ad ogni atto compiuto una nuova nascita.

 

Questo dimostra quanto, in una situazione al limite, la forza delle donne sia riuscita a trovare una strada di grandezza tutta al femminile.

Accogliendo le difficoltà, le sofferenze, passando attraverso il negativo[3], le donne hanno trovato in se stesse e nell’alleanza femminile una risorsa di libertà di valore inestimabile.

Fare e disfare, ricreare significato dalle maglie sfilate di una vita distrutta dalla guerra, dare vita ad un nuovo inizio.

Le donne siriane, nelle contingenza della situazione che le ha costrette ad affrontare la più difficile delle prove, hanno intrapreso un percorso di consapevolezza, di amore dato e ricevuto.

Le compagne incontrate nella dura dimensione dell’esodo hanno rappresentano per molte il varco verso la libertà.

Il loro percorso testimonia che il processo di scoperta di se stesse e della forza delle relazioni non è mai all’indietro, è un movimento circolare che però spinge in avanti perché ci fa sentire che non siamo sole, che abbiamo dei precedenti di forza a cui guardare, e un luogo da abitare con altre secondo i propri desideri e priorità.

Perché se è vero che in molte circostanze le donne sono vittime del sistema patriarcale, è anche vero che nelle tanti voci femminili che ho ascoltato ho avuto la conferma che c’è altro: la grandezza delle donne e la nostra forza. Al di là di tutto.

Ognuna porta avanti semi di genealogia femminile secondo i suoi mezzi, le sue possibilità, lo fa in modo consapevole e inconsapevole, perché la genealogia è un’eredità e questa si trasmette comunque.

Sapere stare da donna tra donne in un orizzonte di valore femminile è un “dono” e una competenza da coltivare e tramandare.

Le nostre compagne sono infatti il nostro specchio, la terra feconda dove piantare i semi che poi diventeranno meravigliosi alberi da cui trarre piacere per gli occhi, profumo per l’olfatto, nutrimento per l’anima, linfa di vita.

Stare in una relazione significativa, di fiducia e affidamento tra donne, è una pratica politica che trasforma se stesse e la realtà.

Per le donne rifugiate incontrate, questo ha permesso loro di sottrarsi per alcuni momenti alla logica patriarcale della guerra, alla presenza maschile, di recuperare spazi di libertà e di significazione autonoma.

Seppur nelle differenze che caratterizzano la vita di ognuna di noi per condizioni, possibilità economiche e sociali, luogo di nascita, nazionalità, mi sono riconosciuta nelle figure femminili che ho incontrato.

La potenza delle loro relazioni è un atto politico, un desiderio di cambiamento inarrestabile.

 

 
NOTE
[1] Maria Milagros Rivera Garretas, La Diferencia Sexual en la Historia, Universitat de Valencia, 2005, p. 14

[2] Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Milano 1987, p. 148

[3] “non ci può essere libertà senza il lavoro sul negativo”, Luisa Muraro, La fragilità degli inizi, in Il Dio delle donne, Milano, Feltrinelli 2003.

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