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La generatività delle contraddizioni

 

Questo articolo nasce da una lettera, da un dialogo e da un invito. Da novembre Diotima si è trovata a dover proseguire i suoi incontri mensili sulle piattaforme virtuali di videoconferenza, come era avvenuto già la scorsa primavera. Insieme a questo scambio in presenza distante, abbiamo trovato feconda la pratica dello scambio epistolare, nel tentativo di colmare, almeno parzialmente, il vuoto della lontananza. Una pratica di scrittura nata dall’irriducibilità del desiderio di Delfina Lusiardi, che ci ha consentito di riscoprire un’altra possibilità di scambio significativo e l’opportunità di un di più nel dialogo, sia esso nella distanza o nella presenza dei corpi. Le lettere a Diotima, rispetto agli incontri, hanno per me il potere di autorizzare e al contempo di richiedere in modo ancora più forte il partire da sé, è qui che credo di trovare il di più della via epistolare: nella sua capacità di richiedere presenza assoluta e significativa, di domandare e insieme consentire, attraverso la scrittura, di trovare un ordine nei pensieri e nelle sensazioni, che il tempo della distanza tende a disperdere e a confondere. Seppure scritte nella solitudine e nel silenzio, le lettere chiedono la presenza delle altre in noi stesse, una presenza viva. Richiamano un dialogo, sono un dialogo.

Nella mia ultima lettera e nel mio intervento al recente incontro di Diotima ho raccontato delle occasioni trasformative che questo anno mi ha offerto, riferendomi in particolare alla mia esperienza di insegnante in carcere. Sara Bigardi mi ha invitata a portare queste parole e questi vissuti nella rivista, con questo articolo.

Il dialogo di Diotima, in questo tempo, trova ricorrenza nei nomi della libertà e della cura. Ho raggiunto questo dialogo dopo un autunno di presenza intermittente, che trova conforto nella metafora della radice d’orchidea, condivisa ad un recente ritiro estivo. L’immagine era stata scelta per avvicinarsi alla tangibilità del legame di ognuna con le altre, per rispondere al nostro interrogarci sulle radici, per significare la radice di ognuna nel discorso di Diotima. L’orchidea non ha radici immobili e sotterranee, ma radici aeree, radici che meglio rispecchiano un legame libero tra donne e un legame in movimento, pronto a comunicare con il mondo, a captare segnali di altre esistenze, altra vita, attraverso l’aria-che-conduce. Più che radici, quelle di orchidea sembrano antenne che congiungono mondi diversi, un dentro e un fuori, che assorbono mondi ed espirano significati per un sé in relazione. La parola di Diotima si nutre di mondi.

Forse sono le radici aeree che possono spiegare il fluido inserirsi della mia esperienza nel discorso già iniziato in un contesto che non stavo frequentando ma che toccava, nel frattempo, temi così vicini a quello che stavo vivendo.

Come già anticipato, quest’anno Diotima si è trasferita su Zoom, i motivi li sappiamo. Oltre la sofferenza della lontananza dei corpi, lo scambio a distanza ha almeno un vantaggio, per me: quello di mantenere intatti i nostri volti, di lasciare vedere la pronuncia delle parole dalla bocca di ognuna. Lo spostamento ha permesso inoltre di recuperare una pratica affettiva antica, quella dello scambio epistolare. Ha avuto poco di virtuale, per me, questa forma di scambio.

È una contraddizione delle tante vissute quest’anno, che sono arrivate talvolta al punto di contraddire il mio stesso sguardo, il mio sentire generale e, arrivate fino a lì, con la stessa forza contraddittoria, hanno finito per offrirmi un sentimento di coerenza.

È la pratica di saper stare che permette di lasciare convergere le contraddizioni in una nuova forma armonica da interrogare?

Quest’anno il saper stare e il partire da sé[1] hanno salvato il mio pensare e il mio sentire. Mi sono tornate in supporto più volte le parole di Anna Maria Piussi, che mi ha accolta a Diotima:

Limiti e possibilità. Dalla politica delle donne ho imparato che il presente in cui ci troviamo a vivere non è una maglia compatta alla quale aderire o alla quale al contrario contrapporsi. Possiamo muoverci su un altro piano sottraendoci ai dispositivi in atto con la creazione di pratiche contestuali che intervengano nei processi per dare ad essi una nuova direzione. Proprio quando sappiamo coinvolgerci nel presente senza aderirvi, quando accettiamo di farne esperienza nella sua ambiguità, non esonerandoci dalla ricerca personale delle necessarie mediazioni, è possibile dischiudere il presente dal suo interno creando tagli e fessure generativi di una realtà altra, più vitale. […] Stare sulla corda e saperci stare, per non cadere nel pessimistico spirito dei tempi, o al contrario nell’ottimismo del progresso indefinito: mi sembra questa, oggi, la scommessa […] che dobbiamo affrontare per non limitarci a sopravvivere ma per aspirare a vivere. […] E parlo di movimento […] riferendomi anzitutto a quei movimenti interiori e simbolici che producono effetti nel mondo, come la contrattazione tra sé e sé alla luce della realtà misurata dal proprio desiderio e il mutamento di sguardo sulle cose: quel partire da sé che il femminismo e il pensiero della differenza sessuale hanno messo al centro del proprio agire.[2]

 

Queste parole sono anche quelle che, anni fa, mi hanno avvicinata a Diotima. Anna Maria, insieme a Maria Cristina Mecenero di cui ho letto gli scritti[3], sono state il mio primo contatto con il femminismo della differenza, che per me e il mio percorso di studi è stato una novità famigliare: è come se avessi al contempo trovato una strada conosciuta ma più illuminata, per poterla percorrere con passo più sicuro. Vi ho trovato una forza complice per mantenere quella postura che in parte già stavo costruendo nelle mie pratiche e nel mio sguardo.

Associo questo incontro in particolare alla scuola, in cui lavoro da anni come educatrice e come pedagogista e, attualmente, come insegnante.

L’esperienza della scuola per me, quest’anno, è radicalmente cambiata, non solo e non tanto per la didattica a distanza. Desideravo da tanto un cambiamento ed è arrivato proprio quest’anno cui non riesco a non essere grata. A settembre ho ricevuto una chiamata per lavorare nella Casa Circondariale della mia città come insegnante di Scienze Umane e Filosofia. Avevo un lavoro a tempo indeterminato ma dentro di me è salito un sì profondo, non ho atteso un secondo. “Sei sicura?” me lo hanno chiesto in tanti, io non avevo dubbi. La certezza veniva da una voce interiore, che l’isolamento e il rallentare del tempo mi hanno insegnato ad ascoltare meglio.

Prima di entrare fisicamente in carcere, mi sono chiesta, in quella forma divertita di chi sa che sta sfondando dei muri dentro di sé, se io che fatico a relazionarmi con le costrizioni, che ho definito il primo confinamento claustrofobico, che cerco di tenere sempre in tasca delle buone scuse per uscire dalle situazioni opprimenti, avrei sofferto in un luogo dove tantissime porte di metallo si chiudono alle spalle, fisicamente e simbolicamente, dove il cellulare, le chiavi, la borsa vanno lasciate alla block house all’esterno. Dove il mondo funziona diversamente, dove sembra inizialmente di trovarsi in un altro mondo. Dove i semafori funzionano al contrario: con la luce verde non si può passare dai numerosi cancelli che si attraversano per andare nel braccio della scuola, con la luce rossa le sbarre si aprono.

Con la mia brevissima esperienza posso solo partire da me e raccontare quello che i primi passi in quel mondo mi hanno consentito di vivere. Pensieri provvisori e contingenti che, tuttavia, mi hanno forse già permesso di vedere il mondo abituale con occhi diversi, grazie ai limiti, ma anche alle possibilità di un luogo in cui ci si priva di molto e si riparte dalla nuda presenza. Ripenso alla magica forza del negativo di Diotima[4], dove l’aggettivo magica non fa riferimento a una forza che arriva dall’esterno e che trascende le mediazioni incarnate e le relazioni. Al contrario sono proprio le mediazioni che consentono al negativo di non essere totalizzante nel suo dis-fare e di aprire creativamente dei passaggi, delle possibilità. È la stessa mediazione che consente di saper stare nel negativo e di trovare possibilità proprio nella condizione di assenza. Ciò che il negativo toglie può infatti lasciare spazio a nuove pratiche vitali, a nuovi inizi. È la notte stessa ad annunciare l’aurora, ci ricorda María Zambrano[5].

Parlare di carcere per me è difficile innanzitutto perché mi ritengo realisticamente inesperta, ma soprattutto perché è un luogo che ingenera in forma immediata e potente un assoluto rispetto per le vite che lo percorrono. Il mio scritto, come il mio pensiero, vuole quindi essere delicato e attento a non voler soddisfare certe curiosità morbose che tendono a nascere nelle aree dell’agio umano, né vuole sfiorare il sapore di uno studio o di un’etnografia. Questo scritto parla di me in un luogo e in un tempo di relazioni che mi interrogano e mi trasformano; questo scritto si domanda se alcune questioni e alcune letture che raccolgo in quel mondo, possano essere possibilità per vedere meglio laddove si pensa ci sia già luce.

Quando finalmente ho potuto vivere l’esperienza di insegnamento in carcere, sono rimasta effettivamente scioccata. Non da quello che vedevo e da coloro che incontravo, ma da me stessa. Nulla si è rivelato di ciò che per sicurezza – per proteggermi da me stessa e non certo da un’esperienza che desideravo vivere – mi ero preparata a prevedere di me e delle mie reazioni. In un mondo diverso sono diversa anch’io. È l’anno delle contraddizioni: si può vivere un senso di libertà in carcere. La scuola è un paradosso, in carcere può essere libera, più libera della scuola che conosciamo.

Ho avuto la fortuna di continuare le lezioni in presenza oltre la chiusura delle scuole superiori, ho la fortuna di lavorare con tutte le classi delle due scuole secondarie di secondo grado dell’offerta formativa carceraria, sia nella sezione maschile che in quella femminile. Ho la fortuna di aver inaugurato questo mestiere con studenti e studentesse motivati e motivate, sono loro a scegliere di frequentare la scuola che per loro è vento di mondo, vento di possibilità, di trasformazione, vento di libertà ma anche – e forse più di tutto – aria di cura.

La scuola in carcere è libera perché sono vive la motivazione e la cura di chi la pratica: studenti, studentesse e insegnanti, e perché ha il leggero sapore di un mondo indipendente, con i suoi limiti e le sue potenzialità. Forse un mondo meno dominato dal prestazionismo dai toni neoliberisti che serpeggia nella scuola ordinaria? L’ombra lunga dell’istituzione totale, che tende ad abbassare le aspettative sociali, crea forse un luogo al riparo dal discorso dominante? Un luogo in cui l’ultima cosa che rimane è la persona e i suoi incontri, la persona e le sue possibilità incarnate?

Se si riesce a superare la frustrazione della solitudine di quando ci si sente su un’isola, ci si accorge che la scuola può, in quel luogo, tornare alle proprie origini. La lezione può fluire secondo il discorso delle persone che animano quella specifica classe, seguire le loro domande pur mantenendo fermo l’obiettivo di permettere alle studentesse e agli studenti di vedersi riconoscere l’acquisizione delle unità didattiche all’esterno. La Filosofia al Liceo Economico Sociale, per esempio, è prevista a partire dal terzo anno. Io stessa fatico a vedere le Scienze Umane separate dalla Filosofia e mi chiedo spesso come sia possibile studiarle senza conoscere fin da subito il discorso che le ha generate. La curiosità delle mie studentesse e dei miei studenti unita alla possibilità di seguire l’ordine di un discorso insieme a quello del programma di studio, ci ha permesso di approfondire l’origine delle Scienze Umane e trovare quei numerosi collegamenti originali di cui io stessa avevo potuto godere solo durante gli studi universitari.

Ho la fortuna di avere incontrato colleghe e colleghi con più esperienza di me che credono nella forza non solo della collaborazione, ma soprattutto della condivisione significativa; è anche la scuola in carcere a richiederla ad alta voce. Abbiamo la possibilità di accedere alla supervisione di gruppo, pratica che ho sempre trovato essenziale per il lavoro di cura e che -insisto su questo punto da quando scrivevo la mia tesi di laurea- dovrebbe essere offerta sempre alle e agli insegnanti. Il contesto del carcere rende forse più evidente che l’insegnamento è una pratica di cura?

L’esperienza di scuola libera che vivo nel contesto di reclusione ha il sapore di un controsenso. È una visione e un sentire che può emergere se si osserva la possibilità anziché l’ordine dato. Insegnanti, studentesse e studenti hanno a prima vista molte più limitazioni che possibilità. La lista delle cose che non si possono portare con sé all’interno è cospicua, le penne devono essere senza molla, l’astuccio possibilmente trasparente, i libri che si possono lasciare agli studenti e alle studentesse devono avere la copertina morbida, i contenuti vanno controllati. Agli studenti e alle studentesse va consegnato solo materiale strettamente didattico. È un continuo lavoro di mediazione tra un mondo e un altro: tra noi insegnanti e le studentesse, gli studenti, tra noi insegnanti come scuola e l’istituto penitenziario, le sue regole e le persone che le rappresentano. Le limitazioni alcune volte a noi insegnanti pesano, ma rispettiamo l’esperienza e le motivazioni, anche quelle che non capiamo, di chi vive il carcere ogni giorno con ruoli e funzioni diverse da noi. Le insegnanti e gli insegnanti con maggiore esperienza sono anche coloro che ci aiutano in questa opera di mediazione, pratica ma soprattutto emotiva, tra la scuola cui siamo abituate e la scuola nel contesto di un’istituzione totale. Per fare mediazione occorre credito reciproco, fiducia reciproca. Occorre la cura che, come ha detto Lucia Vantini all’ultimo Grande Seminario di Diotima[6], è una dimensione elettiva reciproca e ha a che fare con la libertà. È una dimensione elettiva reciproca e ha a che fare con la libertà proprio come un altro ingrediente necessario alla mediazione: l’autorità nella sua accezione originaria, quella riscoperta dal femminismo della differenza e ben illustrata da Luisa Muraro[7]; autorità come possibilità di accompagnare e condurre che rappresenta l’alternativa alle relazioni gerarchiche fisse del potere e del dominio, che esiste solo se riconosciuta, che si distingue dal potere perché non si impone ma vive della fiducia dell’altra, dell’altro; un’autorità, soprattutto, che è mobile, relazionale, si sposta dall’io al tu, sa moltiplicarsi e coesistere nel reciproco riconoscimento.

Ho la fortuna di insegnare le Scienze Umane e la Filosofia che, osservo, apre i cuori delle studentesse e degli studenti: occasione per loro di parlare, di dibattere, di coinvolgere di nuovo il loro vissuto di persone con un nome, non solo un cognome, di partire da sé.

Alla penultima lezione che ho tenuto in presenza, uno studente molto giovane e con gli occhi grandi e sofferenti, che fino allora era rimasto incappucciato in fondo all’aula, si è avvicinato in prima fila, era vestito elegante, con un collo di pelliccia, non portava il cappuccio in testa. Mi ha invitata a guardare un film a casa, Ágora[8], mi ha detto che quando viene a lezione da me questo film gli torna sempre in mente. Ho cercato il DVD, il titolo mi diceva poco, né questo né lo studente mi avevano anticipato qualcosa della trama. Solo quando il film è iniziato ho scoperto che parlava di Ipazia. La scena di apertura mostrava lei che faceva lezione ai suoi studenti maschi.

Insegnare è pratica di mediazione, la scuola in carcere lo sottolinea e lo ricorda. Se l’insegnante incarna sempre una mediazione tra il mondo e la sua classe, la possibilità di canalizzare il sapere del mondo in carcere è più delicata e al contempo richiesta con più urgenza dalle studentesse e dagli studenti. L’insegnante non veicola solo il sapere ma anche una cultura, una società con la quale chi è in carcere cerca di costruire una nuova relazione. La mediazione che avviene nella pratica dell’insegnare e dell’apprendere, inoltre, non si esaurisce nell’insegnante e nel suo ruolo di ponte tra mondi, ma investe tutte e tutti coloro che stanno nella relazione di apprendimento, gli studenti e le studentesse, e ha fondamento in un mutuo investimento di fiducia e di autorità, nella cura reciproca.

Non è certo una novità che a insegnare si impara da chi è più esperta e esperto, ma anche da chi sta imparando qualcosa da te; quest’anno in particolare mi sembra tutto più intenso, concentrato e veloce. Anche i lacci delle relazioni si sono stretti più in fretta del solito. Forse è proprio il contesto del carcere, definito ristretto, così come il contesto del confinamento che abbiamo sperimentato tutte e tutti che comporta un diverso ritmo delle cose? Forse dove c’è un limite le possibilità e le libertà si concentrano ed esplodono?

Le studentesse e gli studenti colgono spesso gli argomenti che porto a lezione come occasione per rivedere la loro visione del mondo quando non la loro stessa esperienza dentro e fuori il qui ed ora.

Abbiamo parlato di quanto un contesto possa influenzare la singola persona, di quanto l’esperienza di una bambina o di un bambino possa incidere sulla sua vita adulta, di quanto la filosofia e le scienze umane poggino su un’idea fiduciosa di cambiamento e di trasformazione incarnati e sempre possibili. Allo stesso tempo abbiamo ragionato sulla responsabilità di ognuna e di ognuno, della sua preziosità, ma anche della sua solennità: il contesto originario e quello attuale possono motivare e rendere comprensibili certe scelte e certe inclinazioni, ma non bastano a giustificarle. Grazie a una materia di insegnamento si possono aprire dialoghi, ad esempio, sull’autorità e la responsabilità di ognuno e di ognuna di saper cogliere le possibilità trasformative del passato, del presente e del futuro, anche quando il contesto famigliare, relazionale, economico, sociale non offre stimoli e porta alle strade della devianza; anche quando il contesto sembra limitato per offrire sufficienti stimoli nell’ordine di una trasformazione, un riscatto del proprio passato.

In questi primi mesi di insegnamento in carcere ho riflettuto molto e non ho ancora terminato di riflettere sul rapporto delicato che c’è tra il limite e la cura e sul confine permeabile che c’è tra il limite e il controllo. Se ho sempre pensato che il limite sia una parte importante della stessa pratica di cura, ho potuto qui osservare come a livelli estremi la sua influenza possa avere una forza contraria all’ingenita direzione umana, tendendo a infantilizzare. Il richiamo alla responsabilità è un richiamo a rispondere al nome di ognuno e ognuna, è pratica di cura e di crescita; una risposta alla domanda degli stessi studenti e delle stesse studentesse, che temono la fragilità della nudità della persona nell’istituto totale. Nella scuola in carcere, posso parlare solo di questa di cui peraltro ho una breve seppure intensa esperienza, credo ci si senta nude, nudi. È stata la mia prima sensazione fisica quando ho passato il primo cancello. Si lascia tutto fuori tranne il corpo, la testa e il cuore, i ricordi, i pensieri, le convinzioni, l’anima. Eppure la nudità permette di mettersi in gioco in forma più reale, di relazionarsi con persone, corpi, anime e nient’altro, di partire da qualcosa di fragile ma sorgivo. La nudità richiama l’infanzia, richiama la fragilità di ogni vivente. Proprio quella fragilità che Lévinas, Ricœur, Habermas e Heidegger hanno riconosciuto come fonte di energia vitale, di esser-ci autentico e di apertura all’altro e all’altra da sé. Quella stessa fragilità la cui evidenza fa talmente paura a molti da aver portato a rinchiudere a lungo la cura – che a lei si rivolge -, e insieme a lei il femminile – a cui la cura è sempre stata associata -, in spazi rinchiusi, nel domestico e negli istituti.

Di sicuro la nudità è occasione per ripartire, per rivedere e rivedersi con occhi diversi. Trovo conferma già solo nel titolo Un’altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione della recente pubblicazione sul tema della Giustizia Riparativa di Marta Cartabia, Professoressa Ordinaria di Diritto costituzionale presso l’Università Bocconi e Presidente emerita della Corte costituzionale – la prima Presidente donna -, e Adolfo Ceretti, Professore Ordinario di Criminologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Ho avuto il piacere di poter partecipare all’incontro di presentazione del libro tenutosi online e organizzato dal Centro di Giustizia Riparativa della Regione Trentino Alto-Adige pochi giorni fa, grazie all’invito di una collega con tanta esperienza e cura nei miei confronti, che mi sta insegnando a conoscere il mondo del carcere. Qui ho trovato molti punti di connessione con il femminismo della differenza e un approccio squisitamente pedagogico; le parole di Marta Cartabia e di Adolfo Ceretti hanno dato avvio alle vacanze scolastiche di Natale offrendomi il piacere di unire i diversi mondi in cui si sta formando la mia esperienza. Marta Cartabia ha parlato di ri-iniziare, di ri-conciliare, ri-costruire, ri-comporre, ha parlato di parole di giustizia che sono parole di verità, parole che occorrono per chiudere un incidente e ri-aprire a un nuovo cammino.

Prendersi cura è una scelta che per me è stata sin dal principio politica. Educare, insegnare è il mio tentativo di contributo al futuro, per amore del mondo. Il contesto del carcere mi permette di rivedere questa scelta in una forma più radicale. Le persone detenute sono spesso dimenticate, hanno pendente il rischio di una profezia autoadempiente che sussurra che non saranno mai più libere da una macchia sul nome o sul destino, che ricadranno nell’errore. Il carcere talvolta sembra pronunciare alla persona la parola dell’irreparabile: ormai. Per me è da sempre una delle espressioni più terrificanti. Sarà per questo che ho rivolto i miei studi e le mie pratiche alla pedagogia? Io l’ho scelta perché richiede con forza la fiducia nella trasformazione.

Simone Weil rammenta che “Ogni essere grida in silenzio per essere letto altrimenti[9], Marta Cartabia conferma che la pena stessa “deve guardare sempre al futuro, è chiamata a svolgere una funzione pedagogica ed educativa ed è volta a sostenere – con il tempo e con l’aiuto di presenze costruttive – un reale cambiamento della persona[10].

Marta Cartabia, all’incontro di presentazione del libro scritto con Adolfo Ceretti, ha citato la testimonianza di Trevor Noah in Nato fuori legge[11], in cui il furto di una macchina fotografica, un oggetto inizialmente visto per il solo valore economico di una rivendita, determina una svolta, un cambiamento di sguardo, perché ha mostrato i volti e i ricordi delle persone cui apparteneva. Vedere le persone determina svolte. Marta Cartabia all’incontro ci ha detto che di fronte agli occhi pieni di attesa che tu dica qualcosa che gli dia respiro, di fronte a quegli occhi non puoi dire qualcosa che sia meno che vera[12].

Servono parole, parole di giustizia che sono parole di verità. Servono parole, dice María Zambrano, perché la stessa “vita ha bisogno della parola; se fosse sufficiente vivere, non si penserebbe, se si pensa è perché la vita ha bisogno della parola, della parola che sia il suo specchio, della parola che la rischiari, della parola che la potenzi, che la innalzi[13].

Se il dialogo è essenza vitale per l’essere umano, esso si fonda sulla reciprocità ma soprattutto sulla responsabilità. E così i temi dei dialoghi in classe ricorrono nelle parole di chi si cura, a distanza, di una giustizia che guardi negli occhi i miei studenti e le mie studentesse insieme a coloro a cui hanno arrecato danno. Una giustizia che li porti a essere responsabili, a rispondere, a trovare un dialogo che non neghi l’irreparabilità, ma che possa trovare un piano altro da cui ripartire.

Le persone in carcere mi hanno permesso di guardare al resto del mondo con occhi diversi. A guardare me stessa con occhi diversi. Che volti ti aspettavi di vedere in carcere? Volti come il mio, come il vostro. Occhi segnati da un mondo che pesa, ma con un fondo di desiderio e di domanda a cui è nostro compito, di tutte e di tutti, rispondere.

Publio Terenzio Afro diceva «Homo sum, humani nihil a me alienum puto»[14]; è la frase che mi torna più spesso in mente quotidianamente, da quando ho iniziato questa nuova esperienza. Tante amiche e amici mi hanno chiesto “Ma non hai paura?”; io che mi definisco paurosa non ho avuto per un solo secondo questo vissuto. Ho capito così che ho paura di tutto tranne che dell’umano. Ed è ben strano visto come so arrabbiarmi quando leggo i giornali. È l’anno delle contraddizioni. Mi sento libera in un’istituzione totale, mi sento grata verso un anno difficile, scopro la pazienza quando passo dieci giorni di fila a cercare di contattare per mattine intere, senza farcela, la centrale covid di Trento. Mi chiedo se mi sono arresa.

Il senso di pazienza nasconde una resa? Me lo sono chiesta infinite volte, e ho concluso che non è così. Sto imparando ad aspettare, l’ho sentito quando attendo che le sbarre si aprano a tutti i passaggi che devo fare per arrivare al braccio della scuola del carcere, lì in fondo si trova l’umano. Ho imparato ad aspettare la centrale covid e la sua burocrazia che non funziona. Poi, quando dopo dieci giorni finalmente vengo richiamata, trovo operatrici umane, trovo infermiere che fanno un tampone al minuto in un tendone pieno dello smog delle macchine in coda infinita, che nonostante questo sono gentili, ti tranquillizzano, ti sorridono, ti chiedono come stai. Trovo operatrici che parlano al telefono con calma, che ti rincuorano e che si scusano per colpe che loro non hanno. Forse non si sono imbruttiti e isolati tutti come pensavo. Pure alle poste il personale mi sembra più gentile e sereno ora che le regole sono cambiate e la gente ha imparato a fare la fila. Ora che stiamo imparando la pazienza. Lì in fondo si trova l’umano.

Ho trovato persone che mi hanno lasciato più di quello che mi serviva davanti alla porta quando mi sono trovata in isolamento per la positività al covid; genitori e amiche, amici, non ci hanno fatto mancare nulla, ci hanno portato pure il cane a spasso; tornava che sapeva di vento e di cura. Si può portare libertà nei contesti chiusi e isolati. Si può trasmettere affetto e vicinanza a distanza, non è la stessa cosa del rapporto in presenza. Mancano i corpi, mancano gli abbracci, mancano le mani, i baci. Ma io non mi sono mai sentita meno sola di ora. È l’anno delle contraddizioni.

Anche il carcere si è arreso all’avanzata imponente del contagio e ha bloccato le lezioni in presenza per un po’. Tra il mio isolamento e la chiusura del carcere sono passate già diverse settimane da quando non vedo le mie studentesse e i miei studenti. Loro non hanno accesso a internet per cui non possiamo fare le videolezioni. Così la didattica a distanza in carcere si fa epistolare. Buste con i loro nomi piene di materiali selezionati, abbiamo dei limiti: non possiamo scrivere lettere, ma come possiamo mandare indicazioni e lezioni scritte senza salutare? Come si può insegnare senza una relazione? Anche in questo passaggio dalla presenza alle lettere, la mediazione condivisa tra colleghe e colleghi è stata fondamentale per trovare possibilità dove c’è il limite. Funzionerà come le lettere che ci scriviamo a Diotima? Passerà quel di più con cui a Diotima tentiamo di colmare il vuoto dell’assenza di relazioni incarnate?

Le colleghe mi hanno detto che, dopo il primo confinamento della scorsa primavera, le studentesse e gli studenti dicevano che quelle buste le attendevano come se fossero i regali di Gesù bambino. Ci si mette di più a scrivere che a fare lezione, finiranno per arrivare meno le nostre voci?

Le lettere di Diotima le leggo la sera ma non mi rilassano. Fatico, poi, a prendere sonno, perché penso e ripenso alle parole di ognuna, le metto in dialogo. Mi sollecitano, mi risvegliano.

Allo stesso modo esperisco la didattica epistolare. Guardo negli occhi colui o colei a cui scrivo la lezione personalizzata, cerco un contatto distante. Perché nessuna e nessuno di loro mi è estranea o estraneo.

Vorrei sortire gli effetti che le lettere di Diotima hanno su di me: non addormentatevi studentesse, non addormentatevi studenti.

Se il 2020 è stato un anno definito famigerato da molte persone, per me è stato un anno istruttivo verso cui riesco a essere grata, perché è stato un anno trasformativo. Se condivido i pensieri e i sentimenti di fatica e dolore di molte persone, non sopporto più il diffuso atteggiamento di de-responsabilizzazione che spesso accompagna la sofferenza e che talvolta finisce addirittura per esprimersi superstiziosamente attribuendo a un numero, a un anno, a un virus la responsabilità di ogni cosa. Questo modo di rapportarsi alla realtà non permette di cogliere le possibilità di cambiamento che gli eventi di quest’anno hanno offerto.

La rabbia condivisa verso la recrudescenza autunnale del virus e verso le nuove chiusure credo abbia a che fare anche con questo. Chi ha colto il potenziale trasformativo della scorsa primavera vive forse la delusione della perdita di un’occasione da parte del mondo, non solo la pesantezza di un blocco annunciato peggiore del primo. Mi sembra che ad impedire di coltivare i germogli di un possibile nuovo modo di stare al mondo sia stata anche quella tendenza, diffusa ormai da tempo, a temere e a rifiutare la responsabilità, inclinazione comune che gli eventi di quest’anno hanno soltanto messo in luce. Eppure, è ancora il momento in cui tutti vogliono avere ragione quando nessuno sa niente, quando si cerca di arginare qualcosa con la sola hybris della contrapposizione che qui è, nemmeno troppo velatamente, reazionaria.

Questo però è l’anno delle contraddizioni.

Si possono trovare modi creativi e ancora più liberi di prima per seminare i giorni successivi e per sedimentare quelle energie che altri fermano lamentandosi di non poterle più muovere.

 

 

 

[1] Si veda Diotima, La Sapienza del Partire da Sé, Liguori, Napoli, 1996.

[2] Anna Maria Piussi, Il Senso Libero della Libertà. La posta in gioco di una civiltà desiderabile, Encyclopaideia, XV, n. 29, 2011, pp. 11-46, p.12.

[3] Segnalo in particolare Maria Cristina Mecenero, Voci Maestre. Esistenze femminili e sapere educativo, Junior, Bergamo 2004.

[4] Diotima, La Magica Forza del Negativo, Liguori, Napoli 2005.

[5] María Zambrano, Dell’Aurora, traduzione di Elena Laurenzi, Marietti 1820, Bologna 2020.

[6] Lucia Vantini, Rileggere ciò che ci è successo, Grande Seminario di Diotima, Contagi e contaminazioni. La politica delle donne a confronto con il reale, 9 ottobre 2020, Università degli Studi di Verona. Il testo è pubblicato in questo numero della Rivista.

[7] Luisa Muraro, Autorità, Rosenberg & Sellier, Torino 2013.

[8] Ágora, Alejandro Amenábar, Mod. Producciones, Himenóptero, Telecinco Cinema, distribuzione in italiano: Mikado Film, Spagna 2009.

[9] Simone Weil, Quaderni I, Adelphi, Milano 1991, p. 258.

[10] Marta Cartabia, Adolfo Ceretti, Un’altra Storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione, Bompiani, Milano 2020, pp. 75,76.

[11] Trevor Noah, Nato fuori Legge, Ponte alle Grazie, Milano 2019.

[12] Trascrizione mia delle parole di Marta Cartabia pronunciate all’incontro di presentazione del libro scritto con Adolfo Ceretti Un’altra Storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione, Bompiani, Milano 2020, organizzato dal Centro di Giustizia Riparativa della Regione Autonoma Trentino – Alto Adige e tenutosi on line il 18 dicembre 2020, nell’ambito del ciclo di incontri Storie possibili. Fratture, percorsi e ripartenze. Dialoghi sulla giustizia riparativa. L’incontro è stato registrato ed è disponibile al link: https://youtu.be/swFS5VToTh4

[13] María Zambrano, A modo de autobiografía, in Anthropos. Revista de documentación cientifica de la cultura, 1987, (70-71), tr. it. Quasi un’autobiografia, a cura di Elena Laurenzi, in «aut aut», n° 279, maggio/giugno 1997 (125-134), p. 125.

[14] “Sono uomo, niente di ciò che è umano lo ritengo a me estraneo”, parole pronunciate da Cremete nell’ Heautontimorumenos di Publio Terenzio Afro (I, 1, 25), v.77; Lisa Piazzi (a cura di), Terenzio Publio Afro, Adelphoe Heautontimorumenos, Mondadori, Milano 2006.

 

Bibliografia:

 

Alejandro Amenábar, Ágora, Mod. Producciones, Himenóptero, Telecinco Cinema, Spagna 2009, distr. ita.: Mikado Film.

Anna Maria Piussi, Il Senso Libero della Libertà. La posta in gioco di una civiltà desiderabile, Encyclopaideia, XV, n. 29, 2011, pp. 11-46.

Diotima, La Magica Forza del Negativo, Liguori, Napoli 2005.

Diotima, La Sapienza del Partire da Sé, Liguori, Napoli 1996.

Lisa Piazzi (a cura di), Terenzio Publio Afro, Adelphoe Heautontimorumenos, Mondadori, Milano 2006.

Lucia Vantini, Rileggere ciò che ci è successo, Grande Seminario di Diotima, Contagi e contaminazioni. La politica delle donne a confronto con il reale, 9 ottobre 2020, Università degli Studi di Verona. L’articolo è stato pubblicato in questo numero della rivista.

Luisa Muraro, Autorità, Rosenberg & Sellier, Torino 2013.

Maria Cristina Mecenero, Voci Maestre. Esistenze femminili e sapere educativo, Junior, Bergamo 2004.

María Zambrano, A modo de autobiografía, in Anthropos. Revista de documentación cientifica de la cultura, 1987, (70-71), tr. it. Quasi un’autobiografia, a cura di Elena Laurenzi, in «aut aut», n° 279, maggio/giugno 1997 (125-134), p. 125.

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Marta Cartabia, Adolfo Ceretti, Un’altra Storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione, Bompiani, Milano 2020.

Simone Weil, Quaderni I, Adelphi, Milano 1991.

Trevor Noah, Nato fuori Legge, Ponte alle Grazie, Milano 2019.

 

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