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La fuerza detonante de la radicalidad femenista

* Questo testo nasce per essere pubblicato in spagnolo, grazie alla traduzione di María-Milagros RiveraGarretas, in DUODA. Revista de estudios Feministas, Desxifrar el que se sent: la crida / Descifrar lo que se siente: la llamada, Número 49, 2016
Rende conto del X Dialogo Magistrale di Duoda del 8/05/2015, potete trovare il video a questo indirizzo:http://www.ub.edu/ubtv/video/x-dialogo-magistral-con-barbara-verzini

 

Vorrei iniziare questo Dialogo partendo dalla prospettiva che la politica femminista della differenza sessuale è la politica del simbolico; questa premessa è fondamentale perché scommettere sulle parole, riattivandone la magica forza che Marcel Mauss chiamerebbe manas, permette la trasformazione della propria realtà e del mondo in cui viviamo.

Per questo vorrei usare oggi qui con voi le parole come uno scrigno prezioso, che ogni volta che si apre rivela esperienze e possibilità impreviste, eccedenti ed illimitate.

Fa eco a questa immagine delle parole, come tesoro e dono inesauribile, ciò che scrive Milagros Rivera rispetto la poesia di Emily Dickinson “… la suya es una poesía que no se puede aprender de memoria. Tiene un movimiento interno continuo que la mantiene viva en el tiempo, haciendo que su mensaje se desplace, se mueva y conmueva dentro de quien la lee u oye sin ser poseído nunca, y dándole a cambio, a quien la lee o escucha, una inagotable capacitad de significar cosas nuevas, exeriencias nuevas, y también viejas, que permanecían indecibles o semiolvidadas.”1

Ho quindi deciso di trasmettere la mia esperienza viva del femminismo attraverso le quattro parole che ho utilizzato per il titolo, su cui ho riflettuto e lavorato molto, come in un processo alchemico che si muove tra distillazione e transmutazione.

Queste parole: Forza, Dirompente, Radicalità, Femminista, dipingono nella mia mente quattro precisi momenti, che narrano l’incrocio tra la mia vita e il loro significato, il mio desiderio è che si possano manifestare a voi per permettere alle vostre immagini di risuonare e prendere voce.

 

1) Femminismo

Alcuni anni fa, in previsione di un convegno che dovevo tenere sulla rivoluzione femminista, iniziai a chiedere a donne e uomini che cosa associassero alla parola femminismo. Molte delle giovani persone che ho incontrato, hanno ammesso di aver sentito parlare di rivoluzione femminista esclusivamente nei termini di conquista dei diritti e che gli unici cenni, trasmessi dal sistema scolastico, avevano a che fare semplicemente con la lotta per il voto, le suffragette e poco più.

La conclusione che ne ho tratto, è stata che l’immagine (recepita) più diffusa di questo movimento è quella emancipatoria, dell’uguaglianza; nonostante il femminismo sia un movimento etereogeneo, ricco di posizioni, approcci, proposte e differenze.

Per questo ho ripensato a come si era aperto a me, da piccolissima, lo scrigno della parola femminismo e l’immagine che mi è apparsa è quella di mio padre, poiché è stata la prima persona che mi ha spinta ad una riflessione profonda rispetto il tema della libertà.

In effetti sono cresciuta in una famiglia dove, la spinta alla libertà individuale, veniva servita quotidianamente a tavola, mescolata con il formaggio. Questo implicava studiare costantemente, perché secondo mio padre senza cultura si è in balia del potere; ricordo l’esempio efficace che spesso mi faceva, raccontando di un suo amico di gioventù, che aveva firmato un contratto di lavoro senza capirlo, pentendosene poi amaramente.

Però, perché a volte un però spunta, ho iniziato ad avere un rifiuto piuttosto forte rispetto il formaggio già ad otto anni, questo probabilmente era un chiaro segnale che quella libertà non poteva essere ricevuta a cucchiaiate.

Mi è chiaro che la libertà non si può ereditare né ricevere senza un movimento interno.

In effetti la libertà è un’esperienza che mi parla di un gesto iniziatico, che va continuamente rimesso al mondo, non sta nell’ordine della ricezione passiva né in quello della ripetizione autistica.

Inoltre, la libertà con cui mi nutriva mio padre, era quella che si fondava sul principio dell’uguaglianza, quella secondo cui il maschile è neutro, quella che non teneva conto in nessun momento che io non mi sentivo inclusa in quel falso neutro, perché io ero diversa.

Perché, per quanto da piccola, in alcuni momenti, lo avessi anche desiderato, io non ero né potevo essere il figlio di mio padre!

Mio padre non ha avuto sorelle, la sua unica esperienza è quella della fratellanza; il fatto che suo padre avesse avuto cinque figli maschi generò in lui la convinzione che non avrebbe avuto figlie femmine.

Ma dopo mio fratello nacqui io.

La mia nascita ha rappresentato quindi nella vita di mio padre, non solo l’imprevisto, ma anche l’impensato, quello che la sua mente non aveva minimamente contemplato.

Questo fatto mi sembra disegni un parallelismo interessante rispetto il grande Libro della Storia Universale e il ruolo delle donne, che per migliaia di anni hanno rappresentato l’impensato di quel libro, il non contemplato.

Per questo mio padre mi educò sotto la luce di una libertà pensata per gli uomini, la libertà democratica, dell’emancipazione, di un’uguaglianza dei fratelli che taglia fuori le differenze.

Questa libertà amputava qualcosa di me, non mi permetteva di esserci tutta intera.

Abbracciare gli ideali di autonomia individuale, che negano il bisogno di relazione e il nascere nella dipendenza dalla madre, implicava rinunciare alla mia differenza sessuale, qualcosa che non potevo né cancellare né mettere da parte; quella differenza che poi, da adulta, nel mettere al mondo la mia libertà, ho capito essere un irrinunciabile, parte fondante e essenziale di me.

Questo desiderio di trovare uno spazio, in cui potessi esserci liberamente tutta, senza misura, mi spinse ad inziare il percorso filosofico; però ben presto mi resi conto che i libri che leggevo, i docenti che ascoltavo, spesso facevano parte di quel Libro della Storia Universale, portatori di un ordine simbolico che non mi apparteneva, in cui si parlava del mio sesso cancellandone la differenza ed incastrandolo in un neutro che annullava il mio diritto di essere soggetto e non oggetto del discorso.

Sino a quando incontrai, nella mia Università, Chiara Zamboni, e successivamente la Comunità di Diotima; percepivo che tra loro accadeva qualcosa che mi parlava di me, ma che contemporaneamente non conoscevo, era il non pensato di mio padre che prendeva vita, il non comtemplato della Storia Universale che invece di stare muto e velato, scriveva libri e costruiva mondi.

Ero arrivata al mondo della filosofia ignorando completamente l’esistenza di filosofe donne, e mi ritrovavo con delle pensatrici che avevavano scelto di dare più autorità alle donne presenti nelle conversazioni filosofiche, che ai libri2.

Questa decisione è stata sicuramente una scelta rivoluzionaria che ha rotto i confini di un orizzonte filosofico fondato sul confronto dialettico con una storia coniugata al maschile.

Negli incontri di Diotima grazie alla pratica del partire da sé, sono tornata a sentirmi tutta intera; quelle parti che di me si erano perse per il cammino, ritornavano ad unirsi in forma armoniosa e a parlare, a parlare con quelle parole che abbiamo imparato da bambine, che non si separano dal corpo e sanno operare trasformazioni profonde.

Le parole della lingua materna, che ci fanno abitare la realtà che viviamo come soggetti agenti, protagoniste delle nostre vite e della polis, smettendo di essere oggetti divisi, scissi e pensati dall’altro.

 

2) Radicalidad

La parola radicalità ci segnala un movimento verticale verso il basso che ci parla di un lavoro interiore e soggettivo. Fa riferimento alla parola radice quale ancoraggio, punto di partenza e allo stesso tempo fondamento orientante.

La radice evoca la terra, quindi fa riferimento alle origini ma anche alla materialità tellurica; un fondamento che da forza e stabilità concreta, che ci permette di sapere dove muoverci e dove stare, sostare.

Le radici hanno a che fare con le viscere più profonde, che scavano e creano invisibili percorsi sotterranei, movimenti che non si possono fermare o non ascoltare, perchè se non sappiamo aprir loro cammino sono in grado di rompere anche il materiale più resistente.

Un movimento inarrestabile dal quale schiuso il seme, non si può tornare indietro: questo per me è un altro modo di parlare dell’esperienza femminista.

Come il levarsi di un velo, da quel momento ciò che vedi lo vedrai per sempre.

L’intensità di un colore che hai imparato a riconoscere e non potrai più dimenticare, togliere dal tuo sguardo.

La parola radicalità ha a che fare con tutte queste immagini, se dovessi associarla delle parole sarebbero sicuramente quelle di Carla Lonzi in Vai Pure. Questo libro si conclude con la decisione di interrompere la sua relazione d’amore con Pietro Consagra, con la scelta di smettere di nutrire l’artista, di un riconoscimento che gli serve esclusivamente per riconfermarsi come genio solitario, unico detentore della creatività.

La sua posizione dopo anni di lavoro come critica, è stata quella di praticare l’assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile, uscire dai luoghi dove si produce il narcisismo che passivizza la creatività degli altri e annienta ogni possibilità di relazione vera.

Nel mondo dell’arte la tentazione del neutro è costantemente alle porte, il confrontarsi con l’opera cancellando il corpo dell’artista, l’elevare l’opera al di sopra della vita, strapparla ad ogni forma di relazionalità sono solo alcune delle trappole sparse nei fertili terreni dell’estetica e della critica sotto l’insana idea di considerare l’oggetto artistico in sé.

Faccio riferimento alla vita di Carla Lonzi quando parlo di radicalità perché in lei è evidente come la presa di coscienza femminista abbia a che fare con la rivendicazione di uno spazio simbolico e fisico che può sovvertire e travolgere tutto attorno a noi, le relazioni d’amore, il lavoro, il rapporto con le nostre passioni; impossibile fare sconti o adottare posizioni intermedie.

 

3) Dirompente

La parola dirompente richiama un movimento orizzontale dall’interno verso l’esterno, un’esplosione che accade quando meno te lo aspetti, che non può essere predeterminata da un timer. Io collego questo movimento di fuoriuscita, all’energia prodotta nelle profondità della radicalità, come una sorgente in cui si genera la forza di un fiume in piena, che permette di uscire dall’isolamento e irrompe in ogni anfratto.

Il movimento verticale della radicalità e quello orizzontale del dirompere, mi ricordano il movimento della croce di cui parla Luisa Muraro3 nel suo commento al testo La Passione secondo G.H. di Clarice Lispector.

L’esperienza femminista si è rivelata a me in questo doppio movimento, dove alla trasformazione interna corrisponde la chiamata ad un’azione esterna, alla partecipazione attiva, in prima persona, alla politica.

Ho sentito nel mio corpo l’effetto della dirompenza quando tanti anni fa, in un momento di profonda solitudine mi ritrovai a leggere queste parole di Lispector :

“Miré el techo con ojos pesados. Todo se reducía ferozmente a no dar nunca el primer grito – un primer grito desencadena todos los otros, el primer grito al nacer desencadena una vida, si gritase despertaría a miles de seres gritantes que comenzarían sobre los tejados un coro de gritos y horror. Si gritase desencadenaría la existencia – ¿La existencia de qué?, la existencia del mundo.4

Queste parole hanno una forza irresistibile, quel primo grido entrò direttamente in risonanza con tutte quelle parole trattenute e soffocate dentro di me, risvegliò le mie grida facendomi uscire dalla dimensione di isolamento e di caduta.

Emettere quel primo grido significa autorizzarsi a parlare, ad uscire da sé per non trattenere la propria esperienza, uscire dalla solitudine delle proprie viscere e chiedere aiuto.

Gridare dal latino del latino quiritāre, sembrerebbe evocare questa chiamata all’aiuto, gridare al soccorso (llamar en auxilio).

Il primo grido risveglia anche le grida delle altre, ha un effetto di contagio.

Gridare appartiene quindi all’ordine della relazione e all’ordine del mondo.

Il femminismo appartiene all’ordine del mondo, dell’amore per il mondo.

 

4) Forza

Ho inziato questo dialogo con mio padre, e desidero concluderlo parlando di sua madre.

La mia nonna Virginia era una donna che amava raccontare storie, saggezze popolari, proverbi.

La maggior parte delle storie facevano parte della sua vita, una vita che ai miei occhi era sorprendente e affascinante, piena di viaggi, soldati, sfide e pericoli…ogni sua avventura mi sembrava uscita da un libro di fiabe.

I suoi racconti erano così pregni di intensità e di coraggio, che mi insegnarono a riconoscere ben presto l’efficacia dell’esercizio autorevole della forza di una donna.

E una di queste storie parla di un Ufficiale dell’Esercito Italiano che si era innamorato di lei e che la voleva in sposa. Mia nonna rifiutò più volte la proposta di quell’uomo, nonostante appartenesse a una classe sociale molto più alta della sua e fosse un uomo ammirato per il suo valore.

Questo perché era una donna profondamente religiosa e in quell’epoca della sua vita stava valutando la possibilità di farsi suora, non desiderava quindi avere legami con uomini, il suo unico desiderio era quello di studiare il Vangelo e meditare in preghiera.

Un bel giorno quell’uomo, che non contemplava il rifiuto di mia nonna, non solo per il valore che dava al suo amore, ma anche per il valore che dava alla propria condizione economica, estrasse una rivoltella e la minacciò di morte nel caso lei osasse proferire un altro no.

Mia nonna gli rispose che non si sarebbe mai sposata con lui, di fare ciò che ritenesse corretto, consapevole però che quell’arma non gli dava alcun potere sulla sua vita e sulle sue scelte, gli dava potere solo sulla sua morte, di cui lei non aveva paura data la sua Fede.

In quel momento l’Ufficiale, riconoscendo la forza ieratica di Virginia, si puntò la pistola alla tempia minacciando di suicidarsi, credo nella speranza di impietosirla.

E mia nonna gli rispose “Avanti, la tua vita non è affar mio.”

Quello che più mi impressionava di questo racconto, ogni volta che lo sentivo, era l’impassibilità di mia nonna di fronte ad un arma, la sua sicurezza imperturbabile .

Ciò che ho capito è che mia nonna aveva già trovato la sua radice prima di incontrare quell’uomo, poteva stare di fronte ad una pistola senza tremare perché era forte nella sua fede, punto di ancoraggio, fondamento orientante sulle azioni da intraprendere.

Mia nonna aveva trovato nella fede quella radice, quella radicalità che io ho incontrato nel femminismo e di cui vi parlavo precedentemente.

L’Ufficiale non poteva esercitare alcun potere sulla radice di mia nonna, il suo ordine della guerra, della violenza e del denaro, non avevano autorità alcuna sulla fede e sull’anima di Virginia.

Questo racconto rende evidente la differenza di forza e di autorità che si genera a seconda dell’ordine simbolico in cui ci muoviamo e che decidiamo di tessere.

Il mio desiderio è quello di ascoltare sempre più storie di donne che esercitano liberamente la propria forza, consapevoli della propria potenza e autorità, in tendenza contraria ad un ordine simbolico patriarcale che ci ha raccontato per millenni la grande bugia della debolezza del sesso delle donne.

1Emily Dickinson, Poemas 1201-1786. Nuestro Puerto un secreto, Madrid, Sabina, 2015, pp. 588-9.

 

Note

2 Cfr. Diotima, Il pensiero della differenza sessuale. Milano, La Tartaruga,1987, p.177: Conveniva produrre noi stesse i testi su cui lavorare, senza passare attraverso il commento di testi altrui e senza fare riferimento a posizioni filosofiche già definite, ma avvalendoci piuttosto del sapere guadagnato dal movimento politico delle donne.

3Luisa Muraro, Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Napoli, D’Auria, 2001, p.25

4Clarice Lispector, A Paixão segundo G.H., Rio de Janeiro, Rocco, 1968

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