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La contraddizione come criterio del reale

Mi sorprendo, rimango sempre interdetta dalle contraddizioni che la vita a volte ti pone di fronte. Non sempre si riesce ad accettarle e troppo spesso il pensiero sente l’urgenza di risolverle dietro griglie di senso di un sapere già dato. Quando nel testo di Angela Putino Simone Weil. Un’intima estraneità ho trovato l’affermazione «sopportare la contraddizione o anche contemplarla»1 come compito più alto del pensiero, non ho potuto che soffermarmi su essa.

Il mio lavoro si presenta come un’analisi di questa affermazione, cercando di comprendere perché Angela parli di contraddizione e che cosa vuole dirci con ciò. Ma iniziamo con ordine:

Che cos’è prima di tutto il reale e che cosa lo distingue dalla realtà?

Angela Putino inizia, fin dalle prime pagine del testo, un’analisi della realtà, chiamata da lei anche con i termini di ‘interno’ e ‘finito’, ma anche ‘indefinito’ e ‘illimitato’, partendo proprio da riflessioni weliane2: “«Nella realtà in cui viviamo, nel nostro sociale», vi sono zone di chiusura, […] zone della sventura, del potere, dell’utilizzo implicito o esplicito della forza, del nichilismo, zone della perdita, della mortificazione”3. Quando pensiamo la realtà, Angela ci suggerisce di pensarla come una realtà costituita da ordini sociali-politici sempre pronti, attraverso i luoghi del diritto, della ragione, del costume e della credenza, a dichiarare ciò che è giusto-sbagliato, normale-anormale, bene-male e sempre pronti ad eliminare dal mondo ciò che entra in contrasto con il loro corretto andamento e regolarità: gli atti punitivi, gli interventi stessi della guerra, per esempio, non sono altro che la conseguenza di un forzato equilibrio che l’ordine sociale ha sempre bisogno di mantenere4. La vita stessa non è considerata nella sua singolarità ma piuttosto come tassello di una specie che necessita di avere futuro: “all’interno «del sociale» non si è che particelle di un insieme, «di un Uno»”5 in cui la singola vita è sempre compresa, considerata secondo una totalità.

In questi ordini chiusi-compiuti della realtà, tace la possibilità di scorgere il reale.

Il reale, chiamato da Angela con diversi nomi, come il sentire di un ‘fuori-esterno’, ‘infinito’6, ‘punto di niente’, ‘vuoto’, si comprende solo come quell’impossibile, inintelligibile e indecifrabile della realtà stessa: è ciò, dunque, che non si include nelle griglie di senso di un sapere costruito, è ciò che non può essere filtrato dalle componenti dell’ordine sociale, è ciò che non può essere riportato dialetticamente all’interno; il reale come altro rispetto alla realtà data7.

Non dobbiamo fare l’errore però di pensare il reale come una dimensione altra rispetto all’esistenza, come qualcosa di alto, sovrano, trascendente. Angela, infatti, non vuole intendere il reale come una specie di mondo delle idee platonico, che sussiste in un Iperuranio, raggiungibile solo grazie ad un principio ascensionale; il reale trova la sua accessibilità solo nell’esistenza8, nel mondo e tra le cose: è a partire dalla nostra esistenza che si può schiudere il reale stesso.

Il reale si porge all’esistenza come ‘incarnazione’, ed è proprio qui che possiamo cogliere il peso e il significato della contraddizione. Angela scrive: «L’incarnazione si traduce nell’esistente umano come un dirsi di un fuori9 che è incompiuto e un indecifrabile, ma è sempre relativo a un interno-il tempo di questo spazio dove viviamo»10. Il reale è sempre un ‘infinito incarnato’ nell’esistenza senza che tuttavia questa vicinanza porti ad una sintesi, ad una dialettica tra esterno e interno11. Nell’incarnazione la contraddizione viene accolta positivamente: il reale, dunque, come infinito incarnato, accade nell’esistenza mantenendo il suo essere altro rispetto all’ordine della realtà12.  Altro perché intralcio, taglio, sospensione in quanto non prosegue le logiche del sociale; altro perché il sociale non funge da suo guscio contenitore ma piuttosto fugge da esso, tralasciandolo e mantenendolo nella sua impossibilità, nella sua inintelligibilità.

Angela riporta l’immagine di una ‘corrente alternata’13, come aiuto per cogliere la possibilità di questo accadere di un infinito incarnato, che sebbene non risponda alle regole del finito e sia altro rispetto ad esso, è presente comunque nell’immanenza.

E’ nella modalità della contraddizione dunque che il reale accade, si incarna, appare come ‘possibile di un impossibile’.

L’incarnazione offre luogo alla singolarità. Abbiamo fino adesso parlato di incarnazione ma è di incarnazioni che in verità Angela tratta: il reale infatti accade nell’esistenza già come plurale, molteplice in cui la totalità non è mai data14; di infiniti incarnati si tratta, infiniti che irrompono come una molteplicità; sono ‘granelli di senape’, ‘chicchi di melagrana’, ‘atomi di bene puro’, ‘infinitamente piccoli’, i punti di fuga verso un niente, un impossibile, un reale.

Un altro, straniero, dunque, che nasce già come sempre plurale; straniero da cui può solo venire gioia perché ci spinge verso qualcosa che si strappa dagli ordini sociali, perché non si iscrive nei legami affettivi segnati dal sociale o dai vantaggi ricavabili da esso, perché è sentito da ognuno che lo vive15 come un di più, come una contraddizione mantenuta, una frattura che interrompe la continuità stessa del sociale. Esso è esperienza di verità16, una verità, precisa Angela, che è propria dell’essere umano: intesa, dunque, non come verità del mondo e dell’oggettivazione, ma come “quella verità di sé che non fluisce in alcuna oggettivazione e che non può essere sommata a quella degli altri”17. Ed è qui che risiede tutto il tracciato della singolarità: «ognuno», scrive Angela, «sorge solo riferito ai significati sociali che gli danno statuto di soggetto»18; continue norme comportamentali ci dicono come bisogna essere, come ci si deve comportare, definendo la nostra identità; un’identità continuamente costruita su valori e ruoli sociali che ogni giorno siamo costretti ad assumere; ma quando viviamo l’estraneo, quando tocchiamo il reale e ci spingiamo verso questo punto di niente, questo vuoto, allora sentiamo i nostri corpi fuggire da tutto ciò che è codificato, sentiamo il nostro desiderio che si inventa, la nostra libertà che affiora, la nostra singolarità che accade: l’interiorità edificata dall’umano, le rappresentazioni che l’uomo fa di sé e dei suoi simili all’interno dei suoi saperi, tutti gli atti interni alle meccaniche del sociale, vengono in quell’accadere sospesi.

Angela si chiede: “Dove sono l’insieme delle singolarità, il loro apparire inconsistente, in queste dimensioni sociali che non lasciano resto e si impongono con una determinazione che le difende in maniera sistematica? Non in altro che in un atto di grazia, «gioia». Dove noi siamo gli infiniti «incarnati»”19, dove noi siamo contraddizione.

Impariamo dunque ad ascoltare le contraddizioni della vita, le rotture, gli scontri che la vita ci offre; cerchiamo di contemplare le possibili contraddizioni, impariamo a sopportarle nel loro stesso essere, nella loro insolubilità senza nessuna pretesa da parte del pensiero di risolverle o di assoggettarle dentro le griglie di senso di un sapere costruito; perché solo accettandole, contemplandole per quello che sono, possiamo rivolgerci verso quel di più, quel reale e sentirci liberi da condizionamenti, da tutto ciò che tenta di indirizzare la nostra singola vita.

Vorrei concludere con un interrogativo che Angela stessa si pone:

Questo reale che accade segna un altrove?20

Si e no. Non è questo ciò che preme. Rimaniamo nell’esistenza, non cerchiamo di uscire da essa alla ricerca di un Bene, di una Verità, di un Eterno assoluto21. Ciò che davvero si mostra importante è il toccare questo reale, questi attimi di incarnazione che accadono come sempre molteplici e sempre così fragili: ci spostano quel poco che basta per far affiorare la nostra singolarità, per eccedere da quell’ordine della realtà stessa, e nella loro fragilità ci riportano continuamente a vivere in esso22; come un continuo movimento ritmico (orizzontale più che verticale), instancabile ripetizione, un allontanarsi dalla scena, partecipando e non partecipando ad essa, guardandola per alcuni attimi, (il tempo di un accadere), da un altro punto del tempo; ciò che è importante è lo stesso passaggio, ‘passaggio al limite’, come «continuo movimento di fuga, e liberazione da questo interno»23.

E il passaggio al vivere accade solo come una continua risposta al vivere stesso, una risposta che non cerca di evadere dall’esistenza, ma che risiede in essa: continui attimi di respiro entro cui si apprende cosa sia la singolarità di un vivente; perché il passaggio «Non è un’altra vita, ma neppure la vita medesima»24.

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