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La carta coperta che rende viva la politica

Ho avuto la fortuna di partecipare al convegno da cui trae origine questo volume collettivo, in quanto la rivista online Via Dogana 3, di cui sono una delle redattrici, aveva appena chiuso un numero dal titolo L’inconscio, ingrediente segreto. Eravamo all’università di Verona, alla fine di un settembre ancora estivo, e ricordo che uscii da quelle due giornate densissime con il sentimento che fosse capitato qualcosa di importante, che andava tenuto come un punto fermo a cui tornare e ritornare.

Ora che ho letto il libro, si è ripresentato ancora quel sentire. È un testo da leggere e rileggere, perché si può rivelare uno strumento straordinario in un tempo in cui una pandemia che non passa ha reso troppo di superficie quegli approcci che tengono in conto solo la razionalità, che isolano un aspetto, vivisezionando gli esseri umani.

La pandemia con irruenza ha portato “il ritorno dei corpi” come ha scritto il collettivo Malgré Tout nel Piccolo Manifesto in tempi di pandemia, reperibile in rete: “Eccoli diventati da un giorno all’altro i principali soggetti della situazione e delle politiche messe in campo. I corpi ‘si ricordano di noi’, dopo che negli ultimi quarant’anni, nel dominio incontrastato del sistema neoliberista, l’obiettivo è stato quello di “deterritorializzarli, virtualizzarli, facendone una materia prima manipolabile, un ‘capitale umano’ da utilizzare a proprio piacimento nei circuiti del mercato.”

I corpi sono tornati con tutto il loro spessore umano, chiedono di essere ascoltati anche nelle loro parti invisibili, pongono innumerevoli domande. Sono quindi benvenute analisi politiche e pratiche più fini, quali quelle che emergono da questo volume che tratta dell’intensa prossimità del femminismo della differenza con il metodo psicanalitico e la dimensione dell’inconscio. (Dominijanni)

Sebbene svariati testi, con accenti diversi, ricostruiscano il rapporto tra femminismo e psicanalisi negli ultimi cinquanta anni – e questo è uno dei pregi del libro – l’intento non è storico e neppure teorico, bensì politico: l’attualizzazione di questo rapporto al presente, per capire “in quali forme nuove questa questione spariglia le carte della politica e del pensiero in un contesto profondamente mutato anche grazie al femminismo stesso”. (Zamboni)

Il titolo, La carta coperta, a me richiama l’azzardo e la capacità di scompigliare il gioco, l’apertura all’imprevisto e a un in più rispetto all’ordinario. Un grande riconoscimento va alla curatrice, Chiara Zamboni, e alla sua infaticabile passione nel tenere vivo il dibattito sull’inconscio e sulla sua politicità. Oltre a questo libro ne ricordo almeno un altro, che lo precede, con la stessa casa editrice, cronologicamente e logicamente, L’inconscio può pensare?

Al cuore del volume c’è il dare parola al cambiamento intercorso tra gli anni ’70 del secolo scorso e oggi e, di conseguenza, dare conto dell’inconscio nel presente. Sono soprattutto i testi di Ida Dominijanni e di Cristina Faccincani a mettere a fuoco il passaggio dall’economia “nevrotica”, di epoca patriarcale, a quella postpatriarcale “perversa”, laddove questo termine indica solamente un tipo di posizione psichica.

Negli anni ’70, tutte le scoperte politiche fatte dal femminismo mettendosi all’ascolto dell’inconscio, si sono poste all’interno di un’economia psichica “nevrotica” -centrale la figura dell’isterica- “basata sul rapporto tra desiderio e legge (del padre), sulla rimozione, sull’elaborazione linguistica del sintomo”. (Dominijanni)

E a tanti anni di distanza, in un tempo in cui c’è presenza pubblica femminile con crescente autorità, è più facile vedere come il femminile e la genealogia materna fossero il rimosso della  cultura occidentale: da ogni ambito del sapere, che fosse psicanalitico, filosofico oppure scientifico o altro, agli assetti politici e sociali. Allora ci hanno accompagnato letture di riferimento come Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi, I sessi sono due di Antoinette Fouque, Speculum e Etica della differenza sessuale di Luce Irigaray.

Nella attuale struttura psichica “perversa” non c’è, come in quella precedente, netta separazione tra inconscio e coscienza, per cui le irruzioni dell’inconscio nella vita quotidiana muovono il desiderio e la differenza. C’è invece la compenetrazione tra fantasma e realtà: “L’io espanso narcisisticamente come Io Ideale con la sua compattezza ovoidale, sostituisce il rapporto tra l’Io e i suoi Ideali, centrato sulla differenza e sulla distanza”. (Faccincani)

È un tutto pieno e la totale saturazione priva il soggetto dello spazio necessario perché ci sia il movimento del desiderio e la differenza. Il rischio è “la cancellazione della differenza sessuale per un ritorno del tutto nuovo e imprevisto – postpatriarcale – al neutro”. (Zamboni)

Il saggio di Dominijanni ha almeno altri due meriti (in realtà sono molti di più): colloca la questione della sostituzione della posizione “nevrotica” con quella “perversa” all’interno dell’attuale dibattito nell’ambito della psicanalisi soprattutto di matrice lacaniana; amplia l’orizzonte sviluppando i passaggi per cui “non si tratta di dinamiche circoscritte al teatro intimo della psiche individuale, bensì di processi che innervano il legame sociale.” Passando, infatti, all’analisi politica del neoliberalismo, si ritrova al centro di nuovo un individuo narcisista e autoreferenziale, assoggettato all’autoimprenditorialità e all’imperativo del godimento immediato.

Uno degli intenti del libro è richiamare “gli inizi”, perché la memoria dell’inizio aiuta a trovare una strada per l’oggi. Due autrici in particolare li ricordano e li analizzano nel loro portato politico a partire dalla loro esperienza viva: Lia Cigarini che richiama “la pratica dell’inconscio” e Manuela Fraire che riflette sulla “pratica dell’autocoscienza”. Ai tempi queste due pratiche sono state nettamente distinte, se non in parziale contraddizione, come ricorda la stessa Fraire nel suo contributo, ma a riguardarle oggi ciò che più emerge è la loro carica sovversiva e il fatto che entrambe restino in rapporto con l’inconscio. Come si sa, l’autocoscienza è stata la pratica più diffusa. È una pratica di parola nel piccolo gruppo, introdotta in Italia da Carla Lonzi e di cui Fraire mette in evidenza il fatto che non coincide, come spesso si intende, con il racconto del vissuto: “È stata piuttosto una testimonianza della disposizione psichica di chi la praticava nei confronti degli affetti che attraversavano la vita del corpo e quella della mente”. Fraire utilizza l’après coup come invenzione creativa del presente che risignifica il passato. Secondo l’autrice, anche se oggi le donne sono dappertutto, l’autocoscienza è ancora attuale e necessaria perché è un’inesauribile ricerca di senso: “quando si fa strada un vuoto di senso relativo al rapporto tra lavoro e vita, cosa che avviene anche nella politica, sorge spontaneamente il bisogno di dare voce e parola alla propria insoddisfazione e offrirla all’ascolto delle altre”.

Lia Cigarini si concentra invece sulla “pratica dell’inconscio”. Racconta con ricchezza di particolari e affondi teorici l’incontro con Antoinette Fouque, fondatrice di Psychanalyse et Politique, e della conseguente formazione di gruppi Analisi in Italia. La pratica dell’inconscio ai tempi ebbe un seguito limitato e durò poco. Tuttavia “è il nocciolo originario che sta all’origine del femminismo della differenza” (Cigarini). In effetti è stata “la matrice generativa” di tutte le invenzioni politiche di quegli anni: dal partire da sé, alla relazione, alla madre simbolica, all’autorità femminile. La pratica più dirompente allora, e che può esserlo ancora oggi, è la relazione duale di affidamento “che le donne hanno sperimentato per rafforzare il proprio desiderio e trovare dei riferimenti simbolici offerti da altre donne”. (Cigarini)

L’idea stessa della relazione come forma politica è mutuata dal setting analitico. Nell’introduzione agli scritti di Simone Weil su Oppressione e Libertà, Luisa Muraro e Lia Cigarini definiscono la politica scoperta in quegli anni “un processo di sottrazione di sé all’ordine del discorso dominante e di conquista dell’indipendenza simbolica”. Nasce così un femminismo che “concepisce e pratica una politica di trasformazione del mondo a partire dalla soggettività che si sottrae allo schiacciamento dell’organizzazione sociale” (Orthotes, 2016). In questa scoperta il fulcro sta nella soggettività e la politica coincide con le pratiche. Non c’è una teoria che precede. La teoria viene pensata man mano interrogando le pratiche che si stanno facendo e che vengono messe in circolazione tramite il loro racconto ragionato.

 

In questa storia che mi coinvolge di persona, devo dire che l’autocoscienza e il movimento delle donne degli anni ’70 sono stati importanti nella mia vita, ma ancora di più lo è stata la politica del partire da sé e delle relazioni, che mi ha permesso di esserci nel mondo come soggettività femminile libera e pensante. Dagli anni ’80 in poi, ho vissuto le esperienze più feconde e politicamente creative e ancora oggi amo questa politica perché libera da tutte le pastoie dell’organizzazione, come partiti, comitati e organismi di ogni genere.

Oggi poi è diventata rispondente al nostro tormentato presente e attraente anche per gli uomini, come testimonia nel volume Riccardo Fanciullacci. Con il suo saggio, appoggiandosi a tutto ciò che sulla politica ha elaborato il femminismo della differenza, apre un dialogo sulla politica possibile con la maggiore scuola psicanalitica lacaniana. La questione inizia nel 2017 quando la scuola fondata da Miller, erede di Lacan, nelle elezioni ha preso apertamente posizione contro Marie Le Pen e il “partito dell’odio”, e ha compiuto successivamente una svolta legata al tentativo di “far esistere la psicanalisi nel campo politico”.

Le autrici che appartengono a generazioni successive a quella degli anni ’70, come Chiara Zamboni, Annarosa Buttarelli, Wanda Tommasi, nei loro scritti sono consapevoli di non avere sperimentato, per ragioni di età, né l’autocoscienza né la pratica dell’inconscio, quanto piuttosto la pratica di relazione: “pratiche di libero scambio tra donne a partire da sé, ma anche interrogando filosoficamente temi socio-simbolici, politici e culturali” (Tommasi). Nella loro esperienza la relazione è stata la via maestra per stare in rapporto con l’inconscio.

Questo è molto evidente nel saggio di Tommasi, che racconta di come sia riuscita con la scrittura a dare voce a suoi vissuti molto difficili, tramite relazioni duali profonde che hanno viaggiato in parallelo: quella con la sua psicoterapeuta e quella con alcune amiche di Diotima, che l’hanno sostenuta in questa sua scommessa. Celebra “la grazia di avere delle interlocutrici” ed è consapevole dell’opera di civiltà che fanno queste scritture che mescolano vissuti dolorosi e pezzi di esperienza a riflessioni filosofiche, letterarie e psicanalitiche: creano “uno spazio transizionale in cui anche altre e altri si possono riconoscere, ritrovando così un pezzetto di sé, forse uno scarto altrimenti inassimilabile”.

Anche Annarosa Buttarelli approfondisce la via della relazione a partire dall’esperienza di cinque anni del Master “Filosofia come via di trasformazione”, tenuta all’università di Verona. È interessante seguirla nel come fa interagire il femminismo con la filosofia e la psicanalisi, aprendo un’area di confronto tra pratiche politiche – soprattutto autorità e disparità – pratiche filosofiche e pratiche psicanalitiche.

Da ultimo, ma non certo per importanza, lo scritto sul sentire di Chiara Zamboni che va letto insieme a quello di Antonella Moscati che lo completa, approfondendo l’analisi delle pulsioni nell’opera di Freud.

Zamboni apre all’ascolto dell’inconscio nel presente con un azzardo politico: se allora, negli anni ’70, il punto focale è stato il rimosso, oggi invece lo è l’imminenza. A sostegno di questa sua importante tesi convoca alcune psicanaliste, come Françoise Dolto per la rivalutazione delle pulsioni passive, derivata dalla sua pratica analitica con le creature piccole, oppure come Lou Salomé per la sua concezione del narcisismo originario come totale apertura al mondo. Questi riferimenti permettono a Zamboni di dire che “il punto essenziale è che nel sentire avvertiamo una verità imminente di cui non conosciamo i contorni, ma che si sporge su qualcosa a venire”, perché “il sentire, nel suo essere soglia tra conscio e inconscio, è passivo e contemporaneamente aperto non solo a ciò che avviene, ma anche a ciò che sta per avvenire”.

A sviluppo della sua tesi, Zamboni approfondisce il tema dell’esperienza come sede in cui affiora l’inconscio, e di conseguenza confuta le obiezioni, per esempio di Michel Foucault e di Judith Butler, per cui il racconto di esperienza non ha credito. Ribadisce che il punto di leva del femminismo è stato proprio legarsi all’esperienza che “significa scoprire il nucleo di verità che non è solo soggettivo, ma riguarda, con le giuste mediazioni, la verità del mondo in cui viviamo”.

Trovo questa ricerca di Chiara Zamboni molto vicina alle posizioni di Luisa Muraro quando afferma che “la verità soggettiva è più vera di quella oggettiva”. E per concludere, parlando ancora delle pratiche possibili in tempo di pandemia, richiamo di nuovo Muraro, che di recente ha avanzato una proposta di pratica politica incentrata proprio sulla verità soggettiva da ricercare, tra sé e sé e con il contributo di altre o altri. Interrogandosi su come si fa a dirla, scrive: “il come preciso non lo so, ma cerchiamola praticamente nelle cose che facciamo (o non facciamo), combattendo l’inganno e l’auto-inganno”.  (VD3 25 maggio 2020)

Ecco, la lettura di questo libro ci può accompagnare nel nostro attuale cammino.

 

La carta coperta, l’inconscio nelle pratiche femministe, a cura di Chiara Zamboni (Moretti & Vitali 2019)

 

 

 

 

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