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Kairos o della traduzione di Another Mother. Diotima and the Symbolic Order of Italian Feminism.

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

Ogni traduzione è probabilmente un’occasione, un’opportunità, un kairos, per libri e pensieri di rinascere in un’altra lingua e per lanciare nuovi percorsi di pensiero in contesti linguistici, filosofici, politici diversi. Tale è in primo luogo l’opportunità offerta da Another Mother, di aprire una diversa prospettiva all’insieme dei testi scelti dai curatori – Cesare Casarino e Andrea Righi – e partecipanti di questo volume (Ida Dominijanni, Luisa Muraro, Chiara Zamboni, Diana Sartori e Anne E. Berger). La traduzione elimina lo scarto temporale tra le date di pubblicazione dei testi in italiano e quello dell’uscita nell’edizione americana (2018), e nel contempo mette in relazione momenti e contesti politici molto diversi. Il segno che hanno lasciato la pratica e il pensiero politico di Luisa Muraro e di Diotima negli anni ottanta, continua tuttora a distanza di quasi quarant’anni in Italia.  Sarà certo diverso negli Stati Uniti di Donald Trump, in un contesto filosofico e politico dominato dai gender, queer studies e altri studies. L’opportunità di una traduzione non è certo un semplice aggiornamento. Gli effetti sono molto più complessi e in parte, felicemente imprevedibili. Tuttavia, l’introduzione dà delle indicazioni stimolanti e convincenti quanto al contesto teorico e politico in cui situare la diffusione di questo volume (ne parlerò in seguito).

Nel linguaggio accademico statunitense il termine «theory» è spesso preferito a «thought», così la Italian Theory si riferisce di fatto al Pensiero italiano, così come esiste da tempo una French Theory e un French Feminism. Tali categorie definiscono degli insiemi spesso problematici, in quanto basati su scelte che sono talvolta riduttrici rispetto a una mappatura più complessa e diversificata.

Un primo effetto di traduzione, non solo linguistica, è l’utilizzazione di Italian Feminism termine parallelo di Italian Theory, tralasciando per esempio «femminismo della differenza» (nell’introduzione Casarino e Righi propongono il plurale “differenze” meno problematico, in quanto permetterebbe di aprire la riflessione verso le problematiche di razzismo e non solo) e di lanciare altre prospettive di pensiero politico e filosofico. Da precisare tuttavia che il termine Italian Feminist era già stato usato nei titoli di due traduzioni precedenti Italian Feminist Though: a Reader, a cura di Paola Bono e Sandra Kemp (1991) e Italian Feminist Theory and Practice: Equality and Sexual Difference (2002) a cura di Graziella Parati e Rebecca J. West.

Nel 1990 era uscita, sempre negli Stati Uniti, la traduzione di Non credere di avere dei diritti, appena tre anni dopo l’edizione italiana (1987) con il titolo eloquente di Sexual Difference A Theory of Social-Symbolic Practice (prefazione di Teresa de Lauretis che è anche una delle due traduttrici.  appena tre anni dell’uscita del libro in libreria.

Meno numerose le traduzioni in francese. Fu certo il kairos o meglio il desiderio più l’opportunità e l’occasione, che diedero luogo alla traduzione di Non credere in avere dei diritti in francese, nel 2017[1]. Per quanto riguarda invece l’Ordine simbolico della madre di Luisa Muraro la traduzione francese data del 2003[2].

Dopo questi precedenti Another Mother è il primo libro nel quale il nome di Diotima appare nel titolo, almeno in lingua inglese, a fronte della produzione più che decennale di Diotima.[3]

La traduzione permette quindi di interpretare o reinterpretare concetti e definizioni. Ecco quindi che si presenta il kairos di nominare la differenza sessuale grazie a un percorso filosofico che di fatto non ha cessato di essere riscritto e riletto, malgrado le definizioni riduttive, i rifiuti più o meno ingiustificati, le pretese giustificazioni di superamento. In questi ultimi decenni la generalizzazione dei concetti e programmi di gender/genere a livello accademico e nei progetti europei ha portato a une relativa «liquidazione» della differenza sessuale, termine accusato di essenzialismo, binarismo, universalismo mentre il «gender» dovrebbe essere costruttivista, materialista, ecc.

Considerando queste discussioni come sorpassate, questo libro colloca invece l’attenzione su un termine che è chiaramente cruciale, ma partendo da una connessione con un altro campo, di studi estremamente vivace quello della biopolitica.

I curatori hanno ragione di ricordare nell’introduzione il rischio di (ri)presentare il tema della “madre” anche sotto il segno di “un’altra” in una fase che dura almeno da alcuni decenni in cui ogni riferimento a “madre” “differenza sessuale” “donna” non solo è obsoleto, ma guardato con sospetto e quasi ostilità da chi sostiene fermamente le tesi di genere o anche queer, che sarebbero in assoluta contrapposizione a ogni forma di “essenzialismo” “ontologia” ma anche in riferimento alla psicanalisi. Insomma, il campo è minato. Riuscirà questo testo a sminarlo? Il tentativo mi sembra degno di nota.[4]

Vorrei attirare l’attenzione sulla lingua di questi scritti, di queste pensatrici (mi riferisco a Diotima, ovviamente). Pur essendoci da anni un lavoro collettivo, comune, una condivisione e un dialogo, anzi polilogo costante e fervido, ognuna ha coniato una lingua filosofica, straordinariamente singolare che denota un’invenzione di pensiero in parole, irriducibile a concetti, slogan, etichette. Ma che si può reperire attraverso scelte lessicali e sintattiche, un linguaggio che rispecchia una pedagogia attiva del pensiero della differenza.

Prendiamo per esempio una frase che può sembrare “semplice” “evidente” e che riveste un’importanza capitale: “the symbolic order that the maternal language knows how to produce – namely, the ability to hold body and words together, the experience and the language that we learn in our primary relationship with the mother.” (l’autrice ne è Ida Dominjanni, citata da Luisa Muraro).

Recentemente, rileggendo una volta di più le pagine di Água viva di Clarice Lispector, mi sono accorta che la domanda si pone quasi negli stessi termini: come affrontare la “quarta dimensione” della parola (palavra) in quanto cosa della realtà, come coniugare, avvicinare, anche lavorare la materialità della parola incarnata (embodied)?

Tale è l’interrogazione costante di questi testi che man mano ci spiegano cosa è concretamente l’ordine simbolico della madre, la “capacità simbolica” e la “competenza linguistica”, e finalmente cosa si intende per “lingua materna” al di là delle ideologie sempre in agguato del maternalismo e della naturalità.

Per esempio cosa significa “contingenza del reale?”: “by this I mean the awareness that things happen (and that anything may happen).” (161[5]). E proprio questa possibilità di accadimento che, ci rammenta Muraro, è stata evacuata dai pensatori, che hanno pensato sì, il simbolico, ma eliminando la contingenza del reale. Ecco una frase che non necessita un rimando esplicito alla differenza sessuale, ma ne rivela una dimensione necessaria.

Come sottolineano opportunamente i curatori nell’introduzione le donne filosofe di Diotima si sono date delle regole che riguardavano soprattutto la lingua e il sapere, al fine di abbandonare l’uso imitativo del sapere e di parlare fuori citazione e in presenza (delle altre). Pare che l’esperimento sia riuscito, perché, secondo Chiara Zamboni questa regola ha scosso non poche partecipanti, costrette a mettere da parte quello che in anni di studio avevano imparato. Si è poi trovato nelle pratiche del movimento delle donne, in cui parecchie militavano, l’espressione per denominare questa pratica: il partire da sé. Pratiche di pensiero, di lingua, di relazione. Pratica che non è per niente autobiografica, ma suppone un taglio simbolico e politico di grande rilevanza e difficoltà.

Avendo ormai anni di esperienza accademica percepisco perfettamente quanto sia difficile per alcun.e.i. svicolare dal già-saputo, dal pensiero pensato, dagli schemi confezionati. Questa parte del lavoro seminariale, collettivo, non è forse traducibile e solo in parte leggibile nei testi pubblicati. Ma è importante tenerla presente, soprattutto nei riguardi di lettrici e lettori che cercano, come il collettivo di traduzione di Ne crois pas avoir de droits, degli spunti di riflessione e di pratiche politiche.

Questa regola non ha impedito a Luisa Muraro né a Chiara Zamboni, Diana Sartori, Wanda Tommasi e tante altre di confrontarsi con i testi teorici di riferimento della filosofia, della linguistica, della psicanalisi. Confronto inevitabile, si direbbe. Cedimento alla citazione no e nemmeno all’imitazione. Anche in questo caso non si tratta di un ritorno (per esempio il ritorno a Freud che invoca Jacques Lacan) ma di un “partire da” per trovare un altro cammino, il cui tracciato, parzialmente illeggibile, si confonde con quello dominante. Alludo principalmente all’ipermetaforicità rispetto all’uso metonimico, aspetto fondamentale di Maglia o uncinetto, di cui sono tradotti i primi due capitoli, e di cui discute Ida Dominijanni nella sua prefazione. Questi testi ci danno indicazioni essenziali su una pratica insieme filosofica e politica della lingua che non è assimilabile o paragonabile con il commento, la glossa o l’analisi attraverso le quali svincolare un proprio pensiero, per introdursi nella genealogia filosofica del pensiero teorico. Al contrario, una lingua materna pensante è una lingua che non rimuove i suoi inizi o la lingua quotidiana, che non è soltanto lingua orale della comunicazione in presenza e in relazione, ma anche lingua d’insegnamento. Mi riferisco a quella pedagogia della differenza e dell’ordine simbolico della madre, che sta alla base della pratica filosofica di Diotima (grande seminario annuale, insegnamenti accademici). Penso che sia difficile trovare riferimenti comparabili. Proprio perché il lavoro relazionale, lavoro del simbolico incarnato, è indissociabile dal corpo e dalla soggettività – realmente contingente dal momento che si compie nella vicinanza e prossimità – e non interamente traducibile. Ma sappiamo che la traduzione lascia necessariamente dei resti, dei margini, ed è bene che sia così.

Vorrei sottolineare la portata della pedagogia,[6] che si fonda come tutti sanno su una relazione di apprendimento insegnamento, così come l’apprendimento della lingua si compie nella relazione con la madre (o chi per essa). Qual’è la qualità di questa lingua? Possiamo immaginarla o ne abbiamo un esempio sotto i nostri occhi. Oserei dire che Muraro come pure Chiara Zamboni sono riuscite a introdurre (o reintrodurre) la lingua della madre (o lingua metonimica) nella lingua filosofica, fino al punto di ricreare la lingua filosofica. La portata simbolica di questo gesto è considerevole. E è certamente uno dei contrassegni della differenza.

Si sa che per spiegare un’idea, un concetto, gli esempi sono importanti, anzi necessari. Quelli di Muraro in Maglia e uncinetto sono quasi tutti tratti dalla sua esperienza di insegnante: sono le situazioni problematiche che le interessano, laddove l’insegnamento sembra inadeguato, in situazione di quasi scacco, anche se proprio non si può definire un’insuccesso il fatto che una studentessa non possa parlare, come forse desidererebbe, della madre operaia. Oggi si invocherebbe immediatamente l’intersezionalità, e visto che nel lavoro subalterno ci sono probabilmente molti nuovi migranti, non sarebbe difficile trovare i tre termini riuniti (genere, classe, razza). Tuttavia l’esempio serve a Muraro per evidenziare il nodo inestricabile tra ordine sociale e ordine simbolico, che produce effetti catastrofici proprio perché scatta (spesso nella scuola) la rimozione del linguaggio relazionale, che comporta una disastrosa svalorizzazione della relazione e del linguaggio (nel caso di madri e figli/e stranieri/e, migranti, gli effetti sono moltiplicati).

Tuttavia, quello che mi interessa sottolineare in questo esempio, come anche in altri di Chiara Zamboni, è l’importanza della pratica pedagogica come pratica di relazione (maestra allieva) che rinnova o fa emergere il dilemma, il crocevia della lingua materna rimossa dai linguaggi standardizzati e fallocentrici. Come Luisa Muraro, Chiara Zamboni parte da esperienze concrete di relazioni d’insegnamento attraverso le quali emerge una certa “resistenza” “something sometimes resists, especially among female students. What is it that resists?” (134). Zamboni si riferisce al passaggio dalla lingua orale alla lingua scritta e alla grammatica con le sue regole, spesso l’insuccesso scolastico avviene in questo problematico passaggio. Zamboni prosegue rilevando che quando si ha un dubbio o un’incertezza ci si riferisce più sovente all’uso della lingua (e quindi alla propria esperienza) e più raramente si consulta una grammatica (questo direi è il caso per i parlanti di lingua materna italiana ma per coloro che sono stranieri le cose vanno forse altrimenti!).

Mi chiedo talvolta quale sia il desiderio di tante studentesse e studenti che si avvicinano agli scritti di Butler con grande curiosità e interesse. Ho un esempio recente di una studentessa di primo anno che teneva assolutamente a fare una recensione di Gender Trouble, e direi che ci è abbastanza riuscita poiché l’ha ritradotta nei termini che le significavano di più e non in modo pedestre. Probabilmente ha trovato nel libro e nelle idee di Butler quello che cercava, e soprattutto ha fatto come molte negli anni settanta, (penso per esempio a Speculum di Irigaray tradotto per Feltrinelli da Luisa Muraro), ha letto il libro che bisogna avere letto per capire, nel caso, la gender and queer theory. Ritrovo quindi in questo desiderio della giovane studentessa, il desiderio di padroneggiare linguaggi e pensieri complessi, ma accattivanti. (filosofici, letterari, scientifici). Ma anche di trovare parole e concetti per una propria pratica politica. In che modo, mi chiedo, studentesse e studenti possono essere sensibili alla lingua materna e a un altro ordine simbolico? A quali esperienze possono far ricorso? Sto parlando ancora una volta di traduzione, ma anche di trasmissione (non solo di genealogie).

In ogni tentativo di elaborare una storia del pensiero e dei movimenti ci sono espressioni, concetti, categorie che si impongono ed entrano in circolazione, permettendo di fare riferimento a realtà complesse attraverso formule sintetiche ma sufficientemente parlanti. Direi che queste scorciatoie sono armi a doppio taglio: da una parte gettano luce su un evento o idee e le impongono come seminali, dall’altro lasciano fuori un’altra serie di elementi che sarebbe invece utile tenere presenti, perché compongono la cifra e la trama complessa di una realtà politica e intellettuale.

Per quanto riguarda l’Italian Feminism, secondo quanto emerge dal libro Another Mother, si tratta soprattutto del pensiero di Muraro e altre filosofe di Diotima (per le quali ho un’altissima stima) ma è chiaro che restano fuori moltissimi altri gruppi, intellettuali e pensatrici. Tuttavia – e dal titolo è chiaro – l’obiettivo del libro non è la mappatura del femminismo italiano dagli anni sessanta a oggi, ma soltanto di alcune voci significative su un aspetto centrale per molti aspetti, e che ha generato a suo tempo numerosi dibattiti e confronti. Semplicemente manca forse la prospettiva storica che permetterebbe di modulare le categorie e gli sviluppi di una pratica di pensiero che non si è fermata né su un concetto, né su un certo momento.

Riprendendo l’idea iniziale della traduzione come opportunità di rileggere ma anche reinterpretare degli scritti e delle questioni, è interessante notare che il testo di Lacan sulla sessualità femminile Encore (di fatto il seminario XX) susciti ancora riflessioni, riprese, riletture. Non c’è in questo nessun inconveniente, ma curiosamente non sarebbe questo un segno di una fissazione, che altrimenti si rivolge (nel senso di ri-voltarsi) verso l’Altra, e non un’Altra Madre? Non mi sembra che l’elemento maggiore dell’ordine simbolico della madre sia la fissazione. Semmai indica un nodo problematico che il saggio di Sartori affronta decisamente analizzando un altro “ritorno” quello dell’ombra della madre e del fantasma (ghost) o spirito (geist). Lacan continua essere un riferimento obbligatorio e inaggirabile. O forse un vortice una in cui inabissarsi (il fantasma della jouissance?).

Dominijanni rinvia all’idioma derridiano utilizzando l’espressione “impronta” (impressione) indecidibile, che si potrebbe intendere come una delle possibili formulazioni della differenza sessuale. In tal modo il taglio del femminismo rispetto al patriarcato, non coinciderebbe con una sbarra che separa e oppone, ma con una non sbarra che sospende, crea spazio e apertura, lascia intravvedere altre vie percorribili, da inventare (soprattutto in termini di genealogia).

Certo i riferimenti alle teorie di Jakobson, Lacan, Zizec, Butler, sono necessari ma la vera mossa, e quindi svolta del pensiero che ha ispirato l’ordine simbolico della madre e tutti i libri che sono seguiti per vari anni (che corrispondono a numerose discussioni, seminari, scritti) Muraro la situa nella politica delle donne (cosa che mi sembra non è sufficientemente rilevata nell’introduzione).

L’intento principale di questo volume è di inserire le ricerche e i saggi di alcune tra le filosofe di Diotima, nel tracciato di alcune filosofie politiche contemporanee. In un intreccio rapido ma preciso di confronti tra Muraro, Lacan, Kristeva e Butler, Berger fa osservare acutamente che laddove Muraro restituisce l’ordine simbolico alle donne in quanto soggetti femminili, Butler situa l’indicibilità dal lato della relazione omosessuale lesbica inintelligibile[7] in quanto mantiene la centralità dei “meccanismi paterni” della legge e della normatività; nel suo constante via vai tra Lacan et Foucault, Butler sostiene che è pur sempre la “parola paterna” che ordina il “mondo materno”.[8] Lacan come Muraro non sarebbero interessati alla diversità delle lingua nel mondo, anzi Muraro intende “preservare” un”unica lingua, quella materna, contro tutti i processi d’ipermetaforicità, attribuiti generalmente ai linguaggi specialistici. Al contrario la lingua metonimica salvaguarda le relazioni tra cose, corpi e esperienze.

Attraverso una lettura molto attenta soprattutto dell’Ordine simbolico della madre (principalmente attraverso la traduzione francese) Berger, sottolinea come l’autorità materna sia appunto comparabile a quella dell’author (autore) che secondo l’etimologia di auctoritas aumenta “il mondo” ha dunque una posizione e una funzione creative. L’osservazione seguente porta soprattutto sulla “proprietà” della lingua, cito “It is almost, then, as if they [le madri] owned the language in order to ‘give it’ “[9]. Causa e conseguenza di questa supposta “proprietà” sarebbero l’idealizzazione e la “sacralizzazione” della madre. Mi sembra che lo scarto che Berger segnala tra la lingua materna, come autentica lingua della mediazione, e le altre lingue, comprese quelle straniere, sia eccessivo. La lingua materna in quanto matrice linguistica e relazionale dà avvio ai processi di relazione tra vita, esperienza, parole, mondo, questo significa che per esempio anche l’apprendimento di altre lingue si appoggia e si innesta in questo processo di mediazione. Ma forse ci sarebbe da discutere in modo più approfondito del “più di trascendenza” (espressione più volte utilizzata da Diana Sartori) che non si confonde credo, con un ritorno alla metafisica, ma proprio con quella rilevanza dell’uso metonimico di cui parla Muraro in Maglia o uncinetto.

All’inizio de l’Ordine simbolico Muraro spiega con molta chiarezza il processo di sostituzione, rimozione su cui i filosofi fondano generalmente l’“inizio” logico” che genera il corpus del loro pensiero.

Il processo all’insostituibilità tradotta come unicità assoluta della Lingua materna mi sembra non tenga conto di questa premessa essenziale. Anche se le perplessità quanto all’unicità della lingua materna, sono giustificate, soprattutto se si tengono presenti i passaggi (trasmissioni, traduzioni) tra lingua materna e altre lingue. Mi sembra inesatto tuttavia sostenere una quasi ispirazione religiosa di un (supposto) monolinguismo materno. Questo vorrebbe dire che “la lingua materna” ripeterebbe esattamente lo stesso schema della lingua paterna nel sistema patriarcale, senza nessuna variazione anzi con un azzeramento dell’ordine simbolico della madre. Capisco tuttavia l’esitazione di Berger, che riprende l’idea della non appartenenza della lingua da Derrida, la quale può condurre a una naturalizzazione della lingua materna con effetti ideologici di appropriazione. Cioè la lingua dell’altro, come lingua coloniale (vedi Derrida, Il monolinguismo dell’altro). Ora la lingua materna è lingua di relazione, mediazione, riconoscenza, queste sono le componenti de l’autorità della madre. Mi sembra che Berger insistendo sull’unicità della lingua e della madre, spinga il testo di Muraro verso una retorica della figura sacra (financo a paragonarla al Dio Uno e Unico delle religioni monoteiste!), e elimini tutta una serie di svolgimenti logici che vanno in tutt’altra direzione.

Tale obiezione fondamentale sarebbe valida se si trattasse veramente di una semplice sostituzione dell’ordine simbolico del padre con quello della madre”. Di fatto lì si trova un nodo maggiore che è urgente sciogliere. Mi sembra che uno degli argomenti che il regime di proprietà, appropriazione, nominazione simbolica non è “sostituito” ma tagliato dalla differenza sessuale basata su un’etica (?) del dare/donare, che non si richiude nel debito (pagamento, restituzione). Per Muraro (e in questo probabilmente diverge da Derrida) la relazione istituente è quella del dare la vita e la parola, nello scambio iniziale madre bambin.a.o. Per Derrida si tratterrebbe piuttosto di un darsi della lingua che diventa sempre altra, scrittura, azione. Divenire che Françoise Collin qualificherebbe come inedito, parlando sia del movimento delle donne, del femminismo e delle scritture delle donne. E in questo caso sarebbe il caso di accostarlo alla “langue à venir” di cui Derrida parla nella seconda parte de Il monolinguismo dell’Altra lingua che non può essere assoggettata e appropriata da nessuno, pur stimolando costantemente il desiderio.

Autorità, potere e proprietà non sono la stessa cosa. Si sa che le stesse parole, sono spesso identiche nella forma ma i significati plurimi. Ora uno degli effetti del pensiero della differenza e dell’ordine simbolico della madre è appunto la dissimmetria che è focalizzata attraverso un discorso tenace di spostamenti e mosse che non dovrebbero essere azzerati, né mistificati.

Vorrei citare un altro testo molto conosciuto che mi sembra indichi una direzione e degli intenti simili:

“Niente permette di escludere la possibilità di trasformazioni radicali dei comportamenti, delle mentalità, dei ruoli, dell’economia politica – i cui effetti sull’economia libidinale sono impensabili oggi. Immaginiamo simultaneamente un cambiamento generale di tutte le strutture di formazione, educazione, inquadramento, di riproduzione dunque, degli effetti ideologici, e immaginiamo una liberazione reale della sessualità, cioè una trasformazione del rapporto di ciascuno al proprio corpo (e all’altro corpo), un’approssimazione dell’immenso universo materiale organico sensuale che noi siamo, ciò non può avvenire, naturalmente, senza trasformazioni politiche altrettanto radicali (immaginiamo!).”

Quest’analisi e incitazione di Hélène Cixous ne Le rire de la Méduse, mi sembrano sempre validi e di attualità. Fare leva sul simbolico e sulla lingua è necessario ma è chiaro non basta.

Perché Another Mother, dopo il tramonto della madre patriarcale, della madre fallica, dell’Altra muta e obliterata, la madre dell’ordine simbolico sarebbe quella (o chi per essa) che permetterebbe l’accostamento con le “madri” della biopolitica, che pur di ispirazione foucaultiana, riavvicinano sessualità e maternità attraverso l’ideazione, progettazione e pubblicazioni di leggi sulla procreazione assistita e le “madri surrogate” dette anche “uteri in affitto”.

È noto che tutti i femminismi hanno dovuto fare i conti con la figura materna, data la sua posizione nelle strutture culturali e simboliche della genealogia, della trasmissione e soprattutto generazione. Ma appunto il problema non è la madre, ma la costruzione discorsiva che corrisponde a “la madre”. Due mosse mi sembrano da sottolineare: quella che consiste a scartare ogni riferimento all’Origine, pur mantenendo la ricerca dell’inizio. Mi riferisco al primo capitolo de L’ordine simbolico della madre, “La difficoltà di cominciare” di cui discute pertinentemente Cesare Casarino nell’ultimo saggio. A più riprese Muraro insiste sul desiderio, il sogno di “farne un’impresa perfettamente logica, intendo dotata di una perfetta rispondenza fra me, il linguaggio usato e le cose dette.” “dovrò procedere logicamente e l’inizio di un’opera che ha la qualità di essere logica, dovrà esserlo a sua volta” “Trovare l’inizio logico è importante quanto difficile”. Fin qui, colei che cerca un punto di partenza per realizzare la sua “indipendenza simbolica” non sembra discostarsi granché dall’ambizione della filosofia e infatti “Per Hegel, “la difficoltà di cominciare” è una specialità della filosofia.”[10] Seguono numerose altre citazioni per sviluppare quest’idea dalle quali emerge la persistenza della metaforizzazione del corpo materno, del luogo natale con relativa sostituzione: l’inizio logico diventa fondamento, scartando la “realtà data”.[11]

Ma che cos’è per Muraro “una realtà data”: l’espressione è tutt’altro che banale, in quanto dice qualcosa di un inizio già iniziato, proprio perché “dato” e infatti: “Più io cercavo l’indipendenza simbolica e più crescevano in me il timore e la soggezione verso la realtà data.”[12]

Da una parte il fondamento/fondazione rimuove e sostituisce la funzione materna, dall’altra l’inizio logico tiene insieme l’essere nata da una donna, la madre, e fare della riconoscenza di questo dato il principio logico della filosofia. Con questa mossa non da poco conto Muraro intende trasformare una trappola in via d’uscita, via d’uscita che però è esterna alla filosofia: “La via d’uscita l’ho trovata però non con la filosofia ma con la politica delle donne.”[13]

Quindi al di là del “principio logico” si tratta di mobilizzare un’altra logica che si svolge secondo la linea simbolica e semantica del “dare” e come vedremo “donare”. Prima di citare e commentare il titolo del capitolo secondo “la parola, dono della madre”, un altro appunto su una frase che viene analizzata ampiamente da Casarino ma la cui traduzione porta leggermente da un’altra parte: “Se guardo alle opere dei grandi filosofi, quasi penso che veramente il problema si riduca al cattivo uso della filosofia da parte di gente (donne, me) che non è dotata per essa.”[14]

La parola “inaptitude” è soddisfacente, indubbiamente, ma fuori dell’area semantica e etimologica di “dare” che corrisponde in inglese a ‘give” e nel caso a “gifted”. Nell’insegnamento filosofico il “privilegio storico” di cui godono i filosofi (l’amore madre figlio) è presentano come “un dono caduto dal cielo” (“a gift fallen out from the sky”) “o un loro attributo naturale” (“or a natural attribute of theirs”). Dunque, primo rovesciamento che produce “disordine” non si tratta di difetto di natura ma bensì di “condizione storica” di “cultura in cui non s’insegna l’amore della madre alle donne”.[15]

Quindi il discorso che si sviluppa non ha niente dell’esaltazione di un “sapere naturale” ma sottolinea il fattore essenziale del sapere: insegnare, trasmettere, coltivare un ordine simbolico che rimedia a un intreccio storico, culturale, simbolico che si stabilizza in “condizione storica”.

Muraro non perde mai di vista l’ordine logico ma nemmeno la madre in carne e ossa dell’infanzia, ed è proprio questo mantenere insieme che rompe il circolo vizioso dell’ipermetaforizzazione e apre un’altra filosofia affermativa, positiva, “Io affermo che saper amare la madre fa ordine simbolico”.[16]

Rispetto al titolo del capitolo “La parola, dono della madre” la discussione che si situa alla fine può sembrare una contraddizione. Infatti, Muraro non sembra essere d’accordo con l’amica che sostiene che la parola viene data fin dal momento in cui la creatura è nel ventre materno, poiché la madre pensando al bambino inaugura la relazione tra lingua e vita[17].  Invece a questo punto Muraro insiste sulla contrattazione e sullo scambio: “Il linguaggio può esserci dato solo attraverso la contrattazione perché esso altro non è che il suo frutto. Saper parlare vuol dire, fondamentalmente, saper mettere al mondo il mondo e questo noi possiamo farlo in relazione con la madre, non separatamente da lei.”[18]

Di fatto in queste frasi non si tratta semplicemente di “parola” e di parlare” ma di “saper parlare” cioè di una facoltà che non è “data” come un “dato naturale” ma che si impara attraverso e grazie alla madre (o chi per essa): “frutto di uno scambio, quello con la madre, che nel prodotto, la lingua, confluisce con lo scambio sociale ma se ne distingue strutturalmente per la caratteristica della disparità.”[19]

Il termine autorità emerge da un’idea che Muraro qualifica come “oggetto di un’intuizione forte” e quindi proseguo la citazione che si snoda in tre riprese:

 

  1. Da questo scambio dispari, secondo me, viene a una lingua come ai/alle singole parlanti, l’autorità, ossia la capacità di fare di un uso particolare, in sé sembra arbitrario, un tratto linguistico normativo.
  2. Secondo me, lo scambio orizzontale, alla pari, fra parlanti, s’innesta sul riconoscimento di autorità alla madre (o chi per essa), che solo ci permette di stare al confronto dispari con il reale. Ed è questo scambio più elementare che decide della peculiare forza normativa posseduta da una lingua, come anche, singolarmente, dai/dalle parlanti.
  3. L’idea che la lingua che parliamo e il nostro saper parlare siano il frutto, oltre che dello scambio fra parlanti, di un accordo con il reale che si contratta con la madre, scambiando riconoscimento di autorità con “facoltà di linguaggio”,

 

Questi paragrafi mi sembrano significativi sia della “logica” del ragionamento di Muraro, sia di uno snodo problematico e fruttuoso che ha dato luogo a discussioni ma anche credo fraintendimenti, proprio perché si appoggia a parole “comuni” che tuttavia affondano in un ammasso di significati che conducono alla giustapposizione autorità/potere e alla produzione fantasmatica di cui parlano Diana Sartori e Ida Dominijanni (cf. saggi di L’ombra della madre). Invece mi sembra che le parole chiave del sintagma siano indicative de tutt’altro schema epistemologico: “scambio dispari” “scambio orizzontale” “riconoscimento di autorità alla madre (o chi per essa) e infine “forza normativa”.

In termini di mediazione e traduzione i saggi di Ida Dominijanni – “The contact word” (prefazione a Maglia o uncinetto) – e The Indecidable Imprint (proveniente dal volume L’ombra della madre) intrattengono un dialogo fitto con i libri di Muraro, ma non solo con le proposte che emergono dalle correnti di pensiero foucaltiano. Questo le permette sia di mettere in risalto le angolature più efficaci del pensiero di Muraro sia di sollevare degli interrogativi sulle zone opache, per esempio, su quella che definisce la desessualizzazione della donna tramite l’esaltazione dell’ordine simbolico della madre, il che ha come conseguenza una quasi evacuazione delle questioni relative alla/alle sessualità. D’altra parte, come Diana Sartori, Dominijanni affronta il tema della negatività che non è risolta o rimossa dall’orizzonte positivo dell’ordine simbolico della madre. Tale negativo che emerge secondo Sartori come fantasma revenant, resto ineliminabile, è piuttosto da rilevare nelle patologie corporee. Finita l’era dell’isteria, è cominciata quella dell’anoressia/obesità, che non sono più interpretabili come attacco del corpo materno, ma piuttosto come patologie relative al consumo rifiuto/coazione, negativo che, secondo Dominijanni, l’ordine simbolico della madre non può ridurre né ordinare, perché si situano contro e dentro il materno.[20] Invece in quanto vuoto di parola, non detto, risulta, secondo Dominijanni, il padre al di là del triangolo edipico e della Legge del padre. Assenza che compromette l’elaborazione e la costruzione di una sessualità femminile. L’autorità della madre ha in qualche modo messo la sessualità in sordina, tanto più osserva Dominijanni che: “Sexuality exceeds the process of symbolisation”[21]

È chiaro che queste pagine meriterebbero una lettura ben più approfondita di quella che posso farne, ma mi preme sottolineare ancora una volta la capacità di spostare la significazione della parola autorità non solo associandola a “madre” ma attraverso una logica (un discorso) che crea tutt’altra condizione simbolica, anzi la libera dai significati autoritari e verticali.

A riprova, nel capitolo seguente “o chi per essa” Muraro aggiunge un altro termine fondamentale che insiste nel senso dello scambio “necessaria mediazione”. Per spiegare il senso di questa “mediazione” Muraro ricorre a due esempi di scrittrici e quindi anche di lingue letterarie: Jane Austen e Clarice Lispector.

“Ho pensato che il segreto di Jane Austen sia da ricercare nell’ordine simbolico della madre cui ella aderisce intimamente: questo le ha dato lingua e cultura, e la fa parlare con straordinaria forza di convincimento.

Il principio della necessaria mediazione è dunque per me, e per ogni donna, secondo me, un principio di mediazione in primo luogo femminile. Infatti, come mostra bene Jane Austen, in gioco c’è il superamento di ogni avversione verso la figura della madre, l’effettivo superamento che vuol dire, soprattutto, non mettere l’uomo al posto della madre per amarlo/odiarlo invece di lei, ma avere riconoscenza per lei e accettare la sua autorità.[22]

Nella loro ottima introduzione i curatori sono riusciti con una mossa anzi un salto abbastanza abile ad aggirare i numerosi scogli provenienti come già detto dalle teorizzazioni di genere opposto al pensiero della “differenza sessuale” o delle differenze, e hanno trovato l’aggancio sia alla realtà contemporanea che alla necessità di pensare la biopolitica e il post-edipico che pone altrettanti problemi di razzismo e misoginia coniugati. Tale è il contesto che spinge a interessarsi e a rileggere i lavori di Diotima e il libro di Muraro.

Riprendendo testi degli anni ottanta fino a articoli più recenti, questo volume offre la possibilità di reperire sia i riferimenti delle filosofe di Diotima a monte[23], si pensi in particolare al riferimento a De Saussure e Jakobson in Maglia o Uncinetto, sia gli sviluppi più recenti dei pensieri sulla bioetica, la vulnerabilità, la vita (vedi Roberto Esposito, in particolare). In questo modo è possibile rendersi conto che al di là delle idee che sono state elaborate e sviluppate negli anni ottanta e che hanno avuto un importante seguito in Italia (non documentato certo in questo volume, ma che si legge tra le righe), Diotima può stimolare nuove correnti di pensiero filosofico e politico in ambito internazionale anche in riferimento a alcuni esponenti della filosofia italiana, con i quali del resto esistono varie forme di scambio e di dialogo da vari anni[24]. Infatti anche se il funzionamento della comunità delle filosofe di Diotima si svolge unicamente con e attraverso le partecipanti ala comunità e altre persone invitate o interessate, come ho potuto constatare partecipando ad alcuni Grandi Seminari di Diotima e ai seminari della differenza sessuale a Lecce, organizzati da Marisa Forcina, il raggio e l’area di discussione è ben più ampio.

I saggi di Another Mother riescono a situare i pensieri e i concetti di Diotima in un ampio panorama di riferimenti sia all’interno delle riflessioni sviluppate tra gli anni ottanta e gli anni duemila sia rispetto alle suggestioni di filosofi e teorici.che contemporanee. Quindi anche se tutte le voci e le problematiche sviluppate da Diotima non vi si ritrovano, il volume offre certamente numerosi spunti per riconfigurare il pensiero del simbolico e del materno, e per trovare delle connessioni con i problemi suscitati dall’attualità, cioè pratiche e problematiche sociali e politiche in cui si intrecciano simbolico e sociale. Penso in particolare al movimento recente e non ancora finito dei gilets jaunes in Francia che ha messo in causa non solo il sistema della rappresentanza ma anche la dissociazione permanente tra parole e fatti, discorsi e azioni, in altri termini dis-ordine sociale e ordine simbolico quello che Muraro interpreterebbe giustamente come iato tra l’ipermetaforicità dei discorsi politici dominanti e il linguaggio metonimico per leggere, interpretare, rendere dicibile e intelligibile la “realtà data” quotidiana, nella vicinanza ai fenomeni e alle esperienze.

 

 

[1] Ecco come il collettivo di traduzione (anonimo) presenta nella prefazione il lavoro svolto insieme: “Abbiamo tradotto Non credere di avere dei diritti a più mani, maschili e femminili, nel corso degli anni 2015 e 2016. Veniamo da varie città francesi e italiane, e ci ritroviamo grazie al desiderio di legare riflessioni politiche e pratiche rivoluzionarie. La traduzione di questo libro si è fatta collettivamente secondo un metodo improvvisato, caotico e fruttuoso. La geometria variabile dei nostri incontri ci ha finalmente condotto a ritrovarci tra donne alla fine dell’estate 2016 per scrivere la prefazione che segue. È il frutto di numerose discussioni che sono emerse da questo lavoro, tra noi ma anche con le donne della libreria di Milano che abbiamo incontrate nel gennaio 2016”. Librairie des femmes de Milan, Ne crois pas avoir de droits, éditions La Tempête, Bordeaux 2017, p.7 (mia traduzione dal francese). In questo caso la traduzione nasce da una pratica politica. Tre anni fa una giovane donna venne in uno dei miei corsi perché cercava di capire che cosa fosse il pensiero della differenza sessuale. Gabrielle insieme ad altre e altri si è poi messa a leggere e tradurre Non credere di avere dei diritti e anzi ha creato una casa editrice ad hoc. Questo fatto mi ha profondamente stupita e rallegrata. Ho capito che per leggere un testo come quello non bastava una cultura teorica, era anche necessario un profondo bisogno soggettivo, politico simbolico, la traduzione è partita da una mossa, simile ma differente a quella che aveva portato alla redazione del libro della Libreria di Milano.

[2] Luisa Muraro, L’ordre symbolique de la mère, trad. Francesca Solari e Laurent Cornaz, L’harmattan, Paris 2003. Sarebbe interessante fare il punto sul contesto delle traduzioni francesi, ma non è l’obiettivo principale di questo articolo. Tuttavia, vorrei sottolineare che non sono mancati i contatti, seminari, conferenze a cui hanno partecipato, in buona parte su mio invito, tramite il Centre d’études féminines et d’études de genre di Paris 8, Luisa Muraro, Ida Dominijanni, Chiara Zamboni, Wanda Tommasi, Adriana Cavarero.

[3] Cioè almeno tre volumi pubblicati dalla casa editrice La tartaruga, e una decina da Liguori nella collana Teorie&Oggetti della filosofia, collana diretta da Roberto Esposito.

[4] In una nota di un manuale di studi di genere la psicanalisi e il femminismo detto essenzialista è appunto liquidato in alcuni righe di nota a pié di pagina.

[5] I numeri di pagina del volume saranno d’ora in poi indicati tra parentesi.

[6] Penso per esempio a Il profumo della maestra. Nei laboratori della vita quotidiana, Liguori editore, Napoli 1999.

[7] Another mother, op., cit., p. 256.

[8] Ibid. p. 258.

[9] Ibid. p. 261.

[10] Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 4.

[11] Ibid. p. 5.

[12] Ibid. p. 8.

[13] Ibid. p. 9.

[14] Ibid. p. 12.

[15] Ibid. p. 13.

[16] Ibid. p. 21.

[17] Questa idea sarà maggiormente sviluppata in Francia da Antoinette Fouque che la pone in termini di pensiero e gestazione, vedi I sessi sono due, Pratiche editrice, Milano 1999.

[18] Ibid. p. 49.

[19] Ibid. p. 50.

[20] Ida Dominijanni, «The Undecidable Imprint» in Another Mother, op. cit. p. 214 e p. 215.

[21] Ibid. p. 218.

[22] Ibid. p. 66.

[23] Che si deducono spesso dalle note, più che da un trattamento esaustivo. Pochi accenni per esempio alla centralità delle filosofe come Hanna Arendt, Simone Weil, alle scrittrici, Clarice Lispector, Marguerite Duras, Elsa Morante, Jane Austen, Virginia Woolf, giusto per citarne alcune.

[24] Come documentano numerosi articoli pubblicati in giornali e riviste.

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