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Introduzione al testo di Julia Varley

Questo testo di Julia Varley racconta la storia del Magdalena Project.

Julia Varley è un’attrice dell’Odin Teatret, fondato da Eugenio Barba a Holstebro in Danimarca. È di origine inglese ma ha vissuto fin da piccola in Italia, ha studiato filosofia e, come lei racconta, ha incontrato l’esperienza teatrale dell’Odin negli anni ’70, ricchi di fermenti, scoperte, trasformazioni soggettive e politiche. È un’esperienza teatrale che, accanto al rigore della ricerca, chiede un coinvolgimento personale, profondo, corporeo. Julia ha scritto diversi testi per dare conto di questo, tra i quali ricordo Pietre d’acqua (Ubulibri, 2006).

Per dire di questo suo coinvolgimento corporeo mi piace raccontare che ogni volta che ci siamo trovate assieme e lei era ironica nei confronti di un pensiero filosofico come quello di Diotima, troppo detto, scritto, allora contrapponeva il suo pensare con i piedi, il sentire il corpo radicato alla terra, al suolo e la forza che ne ha sempre tratto per uno stile di pensiero altro, diverso che il teatro permette di esprimere.

Come lei ricorda, il Magdalena Project è nato come idea nel 1983, e poi effettivamente nel 1987, per iniziativa di donne di gruppi teatrali diversi provenienti da tante parti d’Europa e poi da diversi continenti. È quindi una rete di donne di teatro impegnate a mostrare il proprio lavoro alle altre. Mi interessa molto il presupposto da cui partono, che considero fertile: per approfondire e comprendere la propria ricerca soggettiva di matrice femminile occorre confrontarsi e scambiare esperienze e ragionamenti sui propri lavori con altre donne. Infatti – sostengono – non c’è la differenza femminile come qualcosa di definito o definibile, ma uno scambiarsi esperienze, questo sì, tra donne per cercare la propria via singolare. Alla fine, in questo modo, reinventano il femminismo che risulta così un processo di creazioni singolari messe in comune e discusse con altre, di riflessioni, di rilancio del desiderio nel fare teatro.

Ecco come Julia descrive il primo impulso per la costituzione del Magdalena Project: «Avevamo intuito che erano soprattutto le attrici a covare l’entusiasmo e il bisogno di confronto che un decennio prima aveva caratterizzato i gruppi di teatro che si incontravano per scambiarsi training e tecniche di improvvisazione. Ora erano le donne che facevano il lavoro più interessante, che si ponevano domande, si davano compiti concreti e guardavano al di là dell’orizzonte conosciuto». Poi nel tempo è nata una seconda e una terza generazione di attrici del Magdalena Project. Si tratta perciò di lasciare un’eredità senza testamento, per usare un’espressione di Hannah Arendt, ripresa dal femminismo. Un’eredità alle generazioni più giovani. Questo testo di Julia è una scommessa in questa direzione.

Trovo questo scritto in sintonia con il taglio scelto per il presente numero della rivista «Per amore del mondo». La rivista vuole dare risalto a quelle pratiche creative, di generi diversi, che siano nate per un desiderio autonomo senza essere determinate nei loro scopi dai finanziamenti pubblici, che possono avere o non avere avuto. L’idea di fondo è che molte iniziative nascono e continuano nel tempo per questo desiderio libero. Ora un esempio è proprio il Magdalena Project. Finanziamenti parziali a volte ci sono stati. Ma è chiaro che le iniziative descritte da Julia nascono per le relazioni molto forti tra donne di più generazioni, per la passione di amiche che portano la propria esperienza in quanto attrici, registe, danzatrici, fotografe, voci cantanti e così via. Basta partecipare a qualche loro iniziativa – come a me è capitato – per rendersene conto.

Mi sta particolarmente a cuore una questione sollevata da Julia nel suo testo, che torna e ritorna insistente e vitale. Si tratta del rapporto tra chi lavora per dare la possibilità che questi incontri di scambio accadano e chi vi partecipa liberamente.

Creare queste condizioni materiali ha delle regole, che ci si può dare. La regola più importante individuata da Julia è che nessuna parli mai in nome di un’altra. Ognuna parli e agisca in nome proprio e per il proprio desiderio. Questo nel più puro, devo dire, stile femminista.

Ma qual è il ritorno da questo lavoro di tessitura materiale? È molto interessante quello che lei suggerisce. Il ritorno non è soltanto l’accadimento, l’incontro internazionale di teatro. È di più e altro da questo. Porta l’esempio della redazione della rivista «The Open Page», che per un bel po’ di numeri ha invitato molte a scrivere sulle proprie pratiche artistiche. Il ritorno del lavoro di redazione è stato immediato nel piacere di incontrarsi. Dunque subito, nel presente e non solo più avanti, nell’uscita della rivista, quando è stampata ed è ormai un oggetto circolante. Si vede anche da questo quanto Julia sia attenta prima di tutto ai processi soggettivi, in cui siamo coinvolte personalmente, senza ovviamente tralasciare la cura di ciò che viene proposto. Racconta: «In passato noi della vecchia redazione eravamo compensate dalla festa che era ogni incontro per noi. Il lavoro con gli scritti era anche un modo di stare insieme con amiche, di ridere a crepapelle, di prendersi cura l’una dell’altra», insomma divertirsi per la presenza reciproca, viaggiare. Ma, ed è implicito nel suo discorso e nel fatto che la rivista – «The Open Page» – abbia sospeso per un po’ la pubblicazione, questo non può essere trasmesso ad altre. Altre più giovani devono riscoprire per conto proprio questo piacere, che rende il lavoro di tessitura materiale non solo un fare, ma anche una festa. L’allegria della festa per l’incontro e per lo stare assieme è da considerare un lievito politico fondamentale, in quanto dà subito un ritorno di piacere per una attività – quella di creazione materiale di un contesto – che richiede assiduità e dedizione. Sottolineo che questo lavoro è essenziale: apre condizioni di possibilità perché qualcosa di vivo, vitale, autentico possa accadere.

Ricordiamo però che tutto il lavoro di tessitura materiale ha come fine che si possa vivere una volta di nuovo il tempo dell’incantesimo, che il teatro ci permette di sperimentare. È importante ricordarlo, perché molte volte tale lavoro è così minuto, preciso e lento, che si perde di vista che cosa ci ha messo in cammino. Julia così descrive il tempo dell’incantesimo: «Quel nodo di energia che si crea solo in situazioni molto particolari, quello stesso nodo che avvolge alcune donne negli incontri di Magdalena e che lo vogliono rivivere e condividere con altre, quel nodo che lega alcuni spettatori al destino dell’Odin Teatret».

È quel tempo dell’incantesimo, che almeno una volta abbiamo già vissuto, e che perciò poi orienta il desiderio che ci mette in cammino, nel cercare amiche, amici, che ci aiutino, idee, soldi, proposte e tutto quel che serve per dare le condizioni materiali perché tale tempo avvenga di nuovo. Forse. Perché non è mai garantito che succeda.

Quando però capita, allora, crea effetti a catena i cui percorsi non possiamo esattamente sapere e seguire nel tempo. Gli effetti tuttavia sono essenziali, perché la politica amata da donne come Julia Varley – e con lei le altre del Magdalena – è quella di trasformazioni rivoluzionarie. Una radicalità politica affidata a singoli atti, gesti, accadimenti, schivando la politica affidata alle leggi, facendo altro, senza combatterle direttamente.

Per questo vorrei ricordare la conclusione del testo di Julia. È molto bella. Ha una grande forza politica: «L’impossibile continuerà a succedere solo se infondiamo nel nostro teatro un valore personale che incide in modo subliminale su noi stessi e sulla comunità. Così lo stato d’incantesimo persisterà nel tessere nodi, facendo dell’eredità una sfida, e noi potremo continuare a lasciare segni lungo il cammino».

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