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Intelligenza della pratica, cognizione della sapienza, disposizione primissima, dispositivo segreto

Il mio contributo è una suggestione dal piglio fiducioso, una proposta condivisibile e discutibile, che offre una buona dose di ottimismo di cui in effetti, nonostante tutto, io sento di godere da qualche tempo, per la precisione da quando mi sono appassionata al pensiero della differenza sessuale. Mi sentivo disorientata, nel senso che mentre le cose intorno cambiavano io assecondavo il cambiamento con remissività, con l’impressione di non tenere qualcosa di fermo, senza sapere cosa farmene di alcuni aspetti della mia esperienza concreta, che mi parevano superflui e senza significato. Ora, invece, so che quasi nulla della mia esperienza è davvero superfluo, quasi nulla viene, come dire, sciupato.

Il pensiero femminile, meglio ancora le mie maestre in carne e ossa, mi hanno insegnato che (scrive Luisa Muraro ne Il pensiero dell’esperienza) «le cose semplicemente capitano, le donne ovviamente esistono e io sono una di loro», che c’è insomma qualcosa di me che non posso cambiare e che è indubitabile, irrevocabile, necessario, qualcosa di cui mi devo fare carico e che può diventare risorsa materiale, grammaticale, simbolica. E mi hanno insegnato che i nodi, annodamenti e complicazioni, che semplicemente capitano, esigono ancora e ancora parole e atti inediti. Mi hanno insegnato, soprattutto, audacia e creatività. Per questo mi hanno regalato anche una buona dose di allegria.

Ecco perché il mio intervento offre senz’altro uno sguardo fiducioso.

Così la parola disorientamento, ora, mi suggerisce un mutamento ma, nel mutamento, qualcosa di robusto, di certo, di radicale. Un dispositivo segreto, che funziona proprio per la sua segretezza, un dispositivo originario, primissimo e anche, in qualche modo, magico. Un dispositivo primo e primitivo con cui ciascuna, ciascuno in modo personalissimo custodisce un legame attivo, vitale, fecondo.

 

Disorientamento

Orientare è situare in una precisa posizione con lo sguardo rivolto verso una precisa direzione. Un orizzonte nitido e punti cardinali lampanti, chiarezza e determinazione. In relazione a punti di riferimento indubitabili, questioni di principio o di potere o di fede, senza esitazione alcuna si calcola si stabilisce e ci si dispone all’azione.

Si trascura però, come sempre accade quando si nomina e si definisce, un aspetto radicale dell’orientamento, radicale davvero: ossia l’implicazione con il dato, quello sì indubitabile, del punto di partenza, perché orientare custodisce la stessa radice di origine (orīriorīgo). Principio, causa, nascita. Orientarsi è in qualche modo nascere di nuovo, è ancora cominciamento.

Orientamento, dunque, ha a che fare con un soggetto che si accomoda, alcuni punti di riferimento in relazione ai quali quel soggetto si colloca e un punto di partenza antecedente.

Disorientamento ha a che fare con una modificazione, mutamento felice o deterioramento. Non del punto di partenza che è antecedente e non può subire alterazioni, ma del soggetto che non ritiene più valide le proprie coordinate o delle coordinate che per qualche causa indipendente dal soggetto non funzionano più. Ma qualcosa rimane immutato, dicevo: il punto di partenza.

Una modificazione e nessuna coordinata precisa, nessuna regola chiara, nessun precetto inequivocabile. Ma di preciso chiaro e inequivocabile il punto di partenza.

Il disorientamento (dis- è prefisso che indica separazione, distacco, disgiunzione, partenza da) ha a che fare con uno spostamento di sé da, dis. Non più e non ancora, sospensione, attesa, intervallo e certamente, come accade quando mancano coordinate e direttive, inquietudine.

Ma se c’è un mutamento, se è accaduto qualcosa, un fatto o un evento che è contingente e ineludibile, non posso evitare di stare in quel cambiamento e senza regole. La consistenza del cambiamento chiaramente è soggettiva: la crisi economica o l’alluvione della scorsa settimana, un lavoro nuovo o un trasloco, una gravidanza o una perdita.

E c’è sempre una necessità che preme, sempre la contingenza che sollecita: la propria occupazione, il lavoro, una cosa che si è tralasciata ieri. La quotidianità, le cose che di volta in volta ci impegnano più e meno.

L’unica risorsa valida e stabile e solida di cui dispongo, senza punti cardinali lampanti e senza regole chiare, è quel cominciamento: il dis-orientamento conserva comunque quel punto di partenza da cui mi sono dis-staccata ma che non posso in alcun modo, nel bene e nel male, cancellare.

Nella necessità, nel cambiamento nel quale devo necessariamente stare e senza punti cardinali lampanti e senza regole chiare, non posso che rimettere in gioco l’unica risorsa stabile di cui dispongo: il dis-orientamento è rimettere in gioco, in qualche modo, il punto di partenza.

Nel mutamento si riconferma qualcosa di antecedente, quel dispositivo originario e segreto, che funziona proprio per la sua segretezza.

Senza coordinate, senza regole, ma mossa dalla necessità di fare qualcosa semplicemente per il fatto che fare qualcosa è meglio di non fare nulla. Caduta in acqua, abbandonata nel bel mezzo dell’oceano circondata da un orizzonte completamente libero, per cominciare mi dimenerei freneticamente, nuoterei in maniera poco elegante e sicuramente senza tecnica, ma cercherei di stare a galla. Muoverei gambe e braccia senza metodo proprio come facevo nella pancia di mia madre. Durante l’alluvione che, in novembre, ha colpito alcuni paesi dell’est veronese e del vicentino, parenti e amici con l’acqua alle ginocchia, non abbiamo certo aspettato le direttive dell’amministrazione comunale: non tutti ma molti e molte hanno aiutato a scaricare l’acqua, accolto nelle proprie case (i miei vicini anche nel camper), offerto cibo, confortato, anche solo con una telefonata. Quasi nessuno ha fatto nulla.

Nel cambiamento, quando la necessità sollecita o l’impellenza spinge, si fa qualcosa, si agisce senza assecondare regole precise ricorrendo all’unica risorsa stabile di cui si dispone, punto di partenza e dispositivo segreto, che vorrei scrutare, fin dove è possibile. Ma agire senza assecondare regole precise significa escogitare pratiche. Il disorientamento può diventare l’occasione per escogitare pratiche inedite oppure, anche, per individuare, riconoscere e illuminare pratiche inedite escogitate da altre e altri.

 

Pratiche e femminile

Per scelta, per inclinazione e anche per via di una certa strutturazione dei ruoli sessuali che ha funzionato per molto tempo, per amore o per forza, le donne hanno una grande dimestichezza con il quotidiano e con la necessità, istintivamente implicate in un indispensabile ma impenetrabile ritmo materiale, quello del loro corpo, che è metamorfosi non regolare. E, ancora, storicamente estranee alle rappresentazioni del soggetto dell’ordine simbolico patriarcale, senza una concettualizzazione valida e senza strumenti al di fuori della tradizione e del linguaggio dell’altro,  le donne sanno bene com’è che si agisce senza assecondare regole e senza prevedere conseguenze, quando l’impellenza spinge. Le donne possiedono un vero talento per le pratiche.

Questo non esclude, naturalmente, che anche gli uomini possano avere questo talento o che lo possano acquisire.

Così, in un momento in cui mancavano parole e figure, il pensiero femminile in Italia è maturato, si è alimentato, si è irrobustito proprio a partire dalle pratiche e dalla riflessione sulle pratiche: mi riferisco alla pratica dei gruppi di autocoscienza e alla relativa elaborazione teorica, che ha lasciato in eredità alle donne il gusto di pensare sempre in prossimità della dimensione sensibile, quotidiana, contingente, materiale. La peculiarità del pensiero delle donne in Italia consiste nel radicamento del pensiero nelle pratiche, nella costruzione di un linguaggio che nomini le pratiche e che affermi l’impronta del soggetto che nelle pratiche incarna la propria significazione della differenza sessuale. Il pensiero di Diotima, per fare un esempio.

Le pratiche sono la pasta fragrante, la stoffa resistente di cui è fatto l’ordine simbolico femminile.

 

Pratica: senza regole, di volta in volta

La pratica non è quella cosa lì che si esaurisce in una definizione compiuta, generale e valida sempre e ovunque. Con le definizioni esatte e universali proprio non ha niente da spartire. Perché pratica, nel suo significato articolato e sfaccettato, largo e stretto, implica condizione e circostanza: la pratica è sempre immischiata, coinvolta, vincolata alle situazioni, allo stato attuale delle cose, al contesto e a chi lo abita. La pratica è relazione e contingenza e necessità. Non è mai assoluta, ma di volta in volta.

Pratica implica attività: agire nel cambiamento nel quale devo necessariamente stare, senza prescrizioni esatte e senza punti cardinali chiari, dicevo. Attività opposta a teoria e a passività. A teoria: e in effetti, nell’ordine simbolico tradizionale se il pensiero è tutto virile, la materia e le cose della vita concreta sono incombenze riservate alle donne, incombenze che però implicano azioni ripetitive, niente creatività, niente invenzione. Ma la pratica non è logos e non è nemmeno Uno, ma come minimo due: due in relazione. Attività opposta a passività: anche questo aspetto è insolito perché nell’ordine simbolico tradizionale l’attività è del principio maschile, mentre il femminile è indolente o rassegnata attitudine a ricevere passivamente.

Allora la pratica rivela qualcosa di davvero autentico del femminile.

Senza regole precise, la pratica implica anche effetti imprevedibili, talvolta indipendenti dalle intenzioni, dai propositi, dagli obiettivi.

Pratica non è consuetudine perché la consuetudine, che è quotidianità e contingenza, è essa stessa regola: la regola della reiterazione che non comporta alcun effetto nel contesto, ma funziona proprio perché lo lascia inalterato. Invece la pratica non prevede regole. Così la pratica non è tecnica perché la tecnica non è quotidianità e contingenza, ma esige regole generali e universali, e non implica effetti imprevedibili ma previsioni precise.

Nel disorientamento,  senza punti cardinali luminosi e senza regole stabili, dunque, l’azione efficace non è la consuetudine né la tecnica, ma la pratica. Senza coordinate precise, senza regole chiare, senza precetti inequivocabili, la pratica non può che essere una modalità creativa di stare nel disorientamento.

La pratica non ha bisogno di regole perché si regola in relazione ad altro. Meglio ancora, si regola in relazione. La pratica porta inevitabilmente l’impronta del soggetto, il suo personalissimo marchio di civiltà, l’originale significazione della differenza sessuale che quel soggetto incarna, la pratica è pratica della differenza, nel segno della differenza. Converte i vincoli in relazioni, l’obbligo in fiducia, la necessità in creatività, le circostanze in occasioni. Mettere in atto una pratica implica un altro soggetto, la sua mediazione, la sua approvazione, la sua significazione.

Così la pratica diventa anche azione simbolica.

C’è qualcosa che sfugge nella pratica, nelle pratiche. Perché, come ho detto, le pratiche non si esauriscono in una definizione compiuta, valida sempre e ovunque. Ma c’è qualcosa di più: anche quando le pratiche sono replicate consapevolmente, quando se ne riconosce la validità, c’è una sapienza che rimane senza cognizione e che, azzardo, è proprio il dispositivo che le fa funzionare rendendole valide. E ha a che fare con quel punto di partenza preciso, inequivocabile e antecedente, unica risorsa stabile nel disorientamento, quando la necessità sollecita o l’impellenza spinge a fare qualcosa.

 

Barbara e Barbara

Il pensiero femminile, Diotima, non ha perso occasione di riconoscere e nominare le singole pratiche delle donne conferendo a quelle pratiche significato simbolico. Ma rimane ancora del lavoro da fare: ne è sintomo il fatto che in molti luoghi le donne sanno come destreggiarsi, lo fanno con molta competenza, ma non hanno la cognizione di questo loro talento.

Qualche mese fa ho iniziato a collaborare con un quotidiano locale. Ho cominciato senza competenze nel campo del giornalismo, se non la lettura dei quotidiani, ma con un grande amore per la scrittura, anche se per una scrittura diversa, io faccio un’altra cosa. Ho proposto, come tema del mio primo servizio, il vaccino anti-hpv (papilloma virus) somministrato gratuitamente da un paio d’anni alle dodicenni e poi a pagamento, su richiesta. Si tratta del vaccino contro quei ceppi del virus, che si trasmette attraverso il contatto sessuale, che determinerebbero l’infezione che causerebbe il cancro alla cervice uterina. In poche parole, il primo vaccino contro un cancro.

Un lavoro nuovo, il mio, senza competenze specifiche, senza punti di riferimento. Ho fatto la cosa che mi sembrava più ragionevole e più semplice: ho preso un appuntamento con le infermiere dell’ufficio vaccinazioni del mio distretto sanitario. Le infermiere, Barbara e Barbara, mi hanno illustrato molti aspetti della questione, spiegando anche qualche dettaglio in più di quanto si possa ancora dire ufficialmente per esempio sui criteri di vaccinazione. Poi mi hanno raccontato come e perché una di loro abbia scelto di fare il vaccino e l’altra no, e mi hanno riferito le loro perplessità iniziali e i dubbi delle giovani donne e soprattutto delle madri che, avendo ricevuto la lettera di convocazione per le figlie, si trovavano nella necessità di prendere una decisione in merito a questa faccenda tanto delicata quanto nuova. Così ho scoperto che nell’urgenza di acquisire informazioni per se stesse prima e di offrire poi indicazioni alle altre donne turbate dalla novità e dall’azzardo che per loro comportava quella decisione, in contesti non ufficiali ma nell’intimità dell’ambulatorio o in luoghi diversi dall’ospedale, Barbara e Barbara hanno organizzato colloqui e incontri più o meno allargati, con una telefonata o un appuntamento fuori orario. In questo modo, hanno creato una fitta rete di legami con le altre donne. Nel disorientamento di una questione nuova per loro figuriamoci per le altre, hanno agito senza coordinate precise, senza precetti inequivocabili, senza regole chiare, regolandosi casomai in relazione, di volta in volta, in maniera amichevole. E hanno orientato anche me.

Quando ho chiesto loro i cognomi per citarle nel mio pezzo, si sono mostrate stupite: trovavano stravagante il fatto che le loro pratiche potessero costituire un’informazione più interessante di qualche dichiarazione formale da parte dei dirigenti del distretto. Le sbalordiva il fatto che la sapienza costituita e scaturita dalle loro pratiche potesse essere interessante e di gran valore per me, per il mio articolo e di conseguenza per chi avrebbe letto il mio articolo. Perplesse e sorprese. Ma cosa sfuggiva loro? Le loro pratiche funzionavano senza dubbio, e continuavano a funzionare. Eppure le infermiere sembravano non avere cognizione della qualità delle loro pratiche. Io però ho scritto l’articolo basandomi esclusivamente sui dati precisi che mi avevano fornito e sui loro racconti così autentici. Il pensiero del lavoro sapiente e discreto, né presuntuoso né sgargiante ma modesto e appassionato, di Barbara e Barbara mi ha molto coinvolta nella tematica che stavo trattando dandomene una misura nuova. Mostrandomi la vera rilevanza dell’argomento e regalandomi anche  il senso vero del lavoro che stavo facendo, e che poi in effetti ho scelto di continuare a fare. Barbara e Barbara di fatto mi hanno consegnato il loro impegno, le loro perplessità e le loro sicurezze, la relazione preziosa tra loro e con le altre donne. Io ho ricambiato con la promessa, parola data, di raccontare le loro pratiche, di dare nome e forma alla questione. Possedevo la certezza di aver scelto il percorso giusto, per l’articolo e per me.

In redazione, poi, mi hanno chiesto di rivolgermi anche a figure più ragguardevoli per guadagnare la credibilità dei lettori e delle lettrici. Ebbene, quelle figure più ragguardevoli mi hanno concesso commenti generali e qualche imbarazzato colpetto di tosse. Così, nel mio servizio, ho dato rilievo al lavoro e alle dichiarazioni delle mie infermiere, nominandole per prime e più spesso dei dirigenti perché fosse chiaro che erano loro il cuore e la ragione della notizia. Mi è sembrata un’occasione imperdibile per dare visibilità alle pratiche delle donne.

Da un lato, dunque, la sapienza delle pratiche di Barbara e Barbara che si affidavano l’una al buon senso dell’altra, alle quali veniva accordato credito dalle altre donne alle quali le infermiere in qualche modo lo restituivano. Dall’altro lato, il sapere autorizzato che ottiene credibilità.

 

Perché ci sono pratiche che funzionano senza cognizione della sapienza? E perché manca questa cognizione?

Vorrei capire cosa, delle pratiche, si sottrae alla cognizione del soggetto e perché sfugga.

 

  • per una questione di logos, ossia della qualità del sapere

le singole circostanze non hanno titolo di universale, di volta in volta non è sempre, la contingenza non è categorica, l’imprevedibilità non è scienza, il mutamento non è assoluto. Manca la cognizione della sapienza delle pratiche per via di quel tenacissimo meccanismo di inversione, potente e pervasivo, che prescrive da molto molto tempo, come minimo da Platone, per dirne uno, che prima venga il logos e poi la praxis, che prima ci sia pensiero e poi l’azione, prima l’idea e poi la cosa, che prima si effettui la previsione e poi accada l’evento, allo scopo di convertire anche l’accidentalità in regola. E quando accade che qualcosa non possa essere in alcun modo fissato perché non c’è categoria che tenga, si occulta. E’ la strategia difensiva che conosciamo bene: è la stessa che per molto tempo ha confinato un certo femminile in un anfratto buio.

Invece la pratica trasforma l’accidentalità in occasione.

 

  • per una questione di praxis, ossia della qualità di questa sapienza

 

Intelligenza della pratica

quando nel mutamento la necessità preme e si fa qualcosa, si agisce senza assecondare regole precise, si escogitano pratiche. Nel disorientamento, senza punti cardinali chiari e senza direttive precise, per escogitare pratiche ci affidiamo senz’altro al buon senso. Il buon senso è intelligenza.

Per molto tempo nella tradizione filosofica ha riscosso gran successo l’intelletto, proprio per via di quel potente meccanismo di inversione che prescrive che prima venga il logos e poi la praxis, che prima ci sia pensiero e poi l’azione, prima l’idea e poi la cosa. Intelletto (intus-legere, dentro) è la facoltà – per irrobustire la nozione: mentale, spirituale, incorporea – di cogliere l’essenza all’interno delle cose, elaborarla in concetti e poi formulare giudizi, costruendo o intuendo rapporti ideali. L’intelletto, fin dalle origini del pensiero occidentale, è stato più e meno contrapposto ai sensi, mantenendo sempre un grado più alto di valore conoscitivo, fino a diventare in qualche caso facoltà divina. Detto per inciso, quasi sempre facoltà virile. Dante, però, scrive Donne, ch’avrete intelletto d’amore (avrete!).

Platone: l’intelletto è grado supremo della conoscenza, contemplazione delle idee e dei loro rapporti

Aristotele: l’intelletto coglie non contenuti concettuali determinati ma i principi da cui derivano le dimostrazioni con cui procede la scienza

L’intelletto, insomma, sceglie di non assumersi il fardello della nuda effettività, imperturbabile e abbarbicato in se stesso, quasi sempre incurante della propria materiale collocazione nel mondo insieme ad altri soggetti. L’intelletto è distanza logica dal corpo, vita cancellata dall’assolutezza.

Quando, nella storia del pensiero occidentale, accade che si esamini l’intelligenza, si profilano finalmente i contorni del corpo e si pone la questione del discrimine tra essere umano (Uomo) e animale. Intelligenza, materia e ferinità.

Zambrano: mette in rilievo la mancanza di trasformazione della conoscenza pura in conoscenza attiva che possa alimentare la vita: si è perso il senso della filosofia come momento in cui ci si prende cura della vita, per lasciare spazio a una abilità dialettica che in un atteggiamento di autoreferenzialità rinuncia a cogliere, dice Zambrano, «il segreto», «la penombra toccata dall’allegria». Il segreto, dunque, che potrebbe avere a che fare con quel dispositivo originario e per l’appunto segreto, che funziona proprio per la sua segretezza, quel punto di partenza che, quando l’impellenza spinge a fare qualcosa, nel disorientamento e senza regole chiare, si riconferma come risorsa stabile e solida per escogitare pratiche.

Non è un caso che Maria Zambrano preferisca parlare di intelligenza. Intelligenza originaria, attiva e attualizzante, «intelligenza disgelata che penetra la notte».

 

Intelligenza è inter-legere, cogliere, comprendere tra le cose e le altre, gli altri, perché in effetti non posso evitare di starci in mezzo, di essere implicata. L’intelligenza funziona nella necessità. L’intelligenza riguarda la pratica.

L’intelligenza cui mi riferisco riabilita la dimensione animale. Si tratta di una posizione precisa, suggerita da pensatrici brillanti e argute che sollecitano a farsi carico di una certa dimensione di ferinità che non dovremmo mai accantonare: Anna Maria Ortese, per me prima di ogni altra, che ne fa risorsa simbolica, e Maria Zambrano che esorta a «osservare gli animali e onorare la matematica» con la medesima attenzione. Due esempi mica da poco. Io condivido questa posizione precisa.

Detto per inciso: è soprattutto la letteratura a elaborare questa tematica.

 

Nell’accezione specificamente umana, l’intelligenza è insieme di processi mentali molto complessi: ragionamento logico, capacità di formulare valutazioni, di correggere giudizi, di perseguire uno scopo a lunghissimo termine, eccetera. Ma nel significato meno tecnico meno specifico, l’intelligenza è attitudine, facoltà, capacità, processo mentale – se vogliamo – che consente all’essere umano così come all’animale dotato di struttura cerebrale evoluta la soluzione di problemi nuovi che implicano una ristrutturazione del rapporto adattivo con l’ambiente. Ristrutturazione significa che c’è stato mutamento, dunque niente punti di riferimento, niente regole, dis-orientamento.

Prerogativa dell’intelligenza dell’animale più evoluto consiste nel fatto che i simboli che utilizza si riferiscono a situazioni fisicamente assenti dal loro ambiente attuale, ma sempre concrete e specifiche, mentre l’essere umano è in grado di utilizzare anche simboli astratti, relativi a classi di oggetti e di situazioni.

L’intelligenza cui mi riferisco, e alla quale credo si riferiscano anche quelle pensatrici, è proprio quella che non astrae e non generalizza, che in situazioni concrete si riferisce ad altre situazioni concrete. Intelligenza della carne che non verbalizza. Forse non è più istinto ma sicuramente non è ancora logos.

O forse è logos, sì, ma della carne, sensibile, fluido, primo. Il logos che scorre nelle viscere, direbbe Maria Zambrano. Un logos che sta a ridosso della praxis, della pratica.

Condividiamo con l’animale l’intelligenza di risolvere problemi nuovi che implicano una ristrutturazione del rapporto adattivo con l’ambiente, riferendoci in qualche modo a circostanze concrete vissute anteriormente. Intelligenza della pratica è capacità di agire nel cambiamento nel quale devo inevitabilmente stare senza punti cardinali luminosi e senza regole evidenti, di fare qualcosa quando la necessità sollecita o l’impellenza spinge, in riferimento a situazioni fisicamente assenti dall’ambiente e dal momento attuale ma concrete e specifiche.

 

Il dispositivo segreto: la disposizione primissima. Il credito

Per la precisione il riferimento è a una situazione concreta vissuta anteriormente. La prima esperienza, della quale non si può che preservare una memoria opaca. Una sorta di fondamento senza fondamento.

Il disorientamento è modificazione del soggetto che non ritiene più valide le proprie coordinate o delle coordinate che per qualche causa indipendente dal soggetto non funzionano più, ma non del punto di partenza che è antecedente e non può subire alterazioni. Mutamento, nessuna coordinata precisa, nessuna regola chiara, nessun precetto inequivocabile, ma di preciso chiaro e inequivocabile il punto di partenza. L’unica risorsa valida e stabile e solida è quel cominciamento: il dis-orientamento conserva comunque quel punto di partenza da cui mi sono dis-staccata ma che non posso in alcun modo, nel bene e nel male, cancellare.

Questo punto di partenza, dispositivo primitivo e segreto, non formalizzato né formalizzabile, è il sentimento primissimo e incancellabile, fatto di appetito e smania e fiducia senza riserve. La disposizione al credito.

Non c’è intelligenza senza il credito originariamente accordato alla madre.

Intelligenza della pratica è capacità, spesso talento, di operare nella necessità e nel mutamento, nel quale non si può evitare di stare, senza regole esatte e senza conseguenze prevedibili, riferendosi senza intenzione e senza cognizione, a una situazione concreta e anteriore, tanto anteriore e prima da essere ormai opaca, tanto opaca da essere ormai segreta. Intelligenza della pratica è la capacità, spesso talento, di operare nella necessità e nel mutamento, nel quale non si può evitare di stare, senza regole precise e senza conseguenze prevedibili, per via del fatto che questa è l’esperienza originaria della creatura, il suo sentimento primissimo.

 

Emile Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, alla voce credito e credenza: «l’esatta corrispondenza formale del latino crē-dō e del sanscrito śrad-dhā garantisce un’eredità molto antica. L’esame degli usi di śrad-dhā permettere di discernere per questa parola la significazione di “atto di fiducia (in un dio) che implica una restituzione (sotto forma di favore divino accordato al fedele)”. Portatore di questa stessa nozione complessa, il ⃰ kred- indoeuropeo si ritrova, laicizzato, nel latino crē-dō “confidare una cosa con la certezza di ricuperarla”. In generale si considera  ⃰ kred- come una parola distinta che significa forza magica; ⃰ kred-dhē significherebbe quindi “attribuire a qualcuno la  ⃰ kred- (da cui risulterebbe la fiducia)”».

La prima relazione della creatura, per la quale tutto è incessante mutamento senza cadenze precise, con la madre e, mediata dalla madre, con le cose è promessa, parola data, incantesimo. E funziona per via della disposizione primissima della creatura ad accordare credito alla madre. Non c’è altro sentimento prima del credito che poi, d’accordo, diventerà desiderio o repulsione, amore o timore. In principio non c’è alternativa all’accordare credito alla madre, all’attribuirle una sorta di forza magica ( ⃰ kred-). E senza condizioni perché anche quando la madre delude o inganna, la creatura non può che continuare ad attribuirle una forza magica. La potenza di conoscere l’universo intero (il piccolo universo della creatura piccola) e di governare le cose con le parole, che sono formule magiche e incantamenti, e con quegli incantamenti di disporre le cose secondo il proprio volere. Dunque di ordinare, strutturare. Accordare credito alla madre è farne la propria misura.

Il dispositivo segreto delle pratiche è la disposizione primissima all’accordare credito all’altra. La pratica, dicevo, non ha bisogno di regole perché si regola in relazione ad altro. La pratica si regola in relazione. La pratica porta inevitabilmente l’impronta del soggetto, converte i vincoli in relazioni, l’obbligo in fiducia, le circostanze in occasioni. Mettere in atto una pratica implica che ci sia un altro soggetto, la sua mediazione, la sua approvazione, la sua significazione. La pratica diventa anche azione simbolica.

Il credito è una disposizione, attitudine o inclinazione originaria che diviene dispositivo (dispone, articola, struttura) della pratica e poi vero e proprio talento, sapienza inestricabile dalla pratica, sapienza che fa corpo con la pratica, un sapere incarnato, non assoluto.

Una sapienza aggrovigliata alla pratica e pertanto trasmissibile soltanto nella pratica. Se il credito è forza magica non è commensurabile, determinabile, comunicabile ma smisurato, irriducibile, non conforme alle categorie e alla forma. Non è generale assoluto incondizionato, ma contingente radicato relativo. È la forza magica che io, soggetto incarnato, questa qui che sono, ho nella mia personalissima maniera, impastata di smaniosa sensibilità e fiducia senza riserve, accordato a mia madre, quella madre là che è la mia. Troppo anteriore, troppo primo per essere ricordato esplicitamente e intenzionalmente. Per questo è un dispositivo segreto, per questo è una sapienza senza cognizione. Per questo funziona.

Ecco cosa funzionava nelle pratiche delle due infermiere nonostante loro non ne fossero consapevoli: tra loro e quelle donne, madri e figlie, era in circolo una buona dose di credito, accordato e restituito. E così tra me e le due infermiere. Barbara e Barbara, le infermiere, la sapevano lunga sul vaccino e anche sulle relazioni, ma non erano consapevoli della portata del loro sapere. L’intelligenza della pratica non dipende dalla cognizione della sapienza.

Accordare credito all’altra non significa individuare in lei una forza magica, ma credere a tutti i costi che ne sia in possesso, così funziona la magia, credere nella sua potenza di governare le cose con parole e azioni, formule magiche e incantamenti, e con quegli incantamenti di disporre le cose secondo il proprio volere. Di riordinare nel disordine. Ma è una fiducia troppo impastata della materia fiduciosa del credito originariamente accordato alla madre perché se ne possa avere cognizione chiara. Eppure sussiste, intimamente radicato. Di volta in volta, forte della forza magica che, senza intenzione e senza cognizione ma per via di quella disposizione primissima, attribuisco all’altra e che l’altra mi restituisce, senza esitazioni e senza perplessità e senza indugi posso escogitare con lei pratiche inedite per stare nel disorientamento, agire inventando strategie efficaci per accomodarmi, con l’altra, nel mutamento e nella necessità. E anche, per via della promessa che il credito sempre dischiude e poi spalanca e lascia aperta, cogliere l’occasione per individuare riconoscere, dare nome e forma luminosa alle pratiche inedite escogitate da altre. Questa, sì, anche nel disorientamento, è una prescrizione indiscutibile, una regola inequivocabile.

L’altra ha forza magica perché io senza proposito, senza condizione, ma per un bisogno creaturale o animale di promesse, di parole date, gliela attribuisco: d’altronde, la madre davvero possiede la potenza di conoscere e governare con le parole l’intero piccolo universo della sua creatura? Eppure la creatura ne fa la sua misura e la madre, in qualche modo, mantiene la parola data: ordina e decora e ingrandisce, perfino, l’universo piccolo della sua piccola creatura.

 

L’intelligenza della pratica è intelligenza ferina che si muove in un terreno ignoto, nell’incessante mutamento che non ha cadenze esatte, senza regole e senza prospettive, tastando fiutando prestando ascolto, con l’unica risorsa solida ma non consapevole della memoria sensibile di una situazione antecedente.

Non è previsione che preventivamente prescrive, ma segreto da custodire affinché le pratiche conservino la loro preziosa estraneità al logos. L’efficacia delle pratiche consiste nel preservare una sorta di conoscenza implicita, quel congegno riposto e inaccessibile: se svelata la magia diventa tecnica, regola generale che esige previsioni precise. Ma è magia troppo primitiva per essere ricordata esplicitamente e rivelata. Senza coordinate precise, senza regole chiare, senza precetti inequivocabili, ma con la memoria sensibile e non consapevole di quella prima disposizione, di volta in volta la pratica converte la necessità in creatività. Mai assoluta, mai circoscritta, mai formalizzata, la pratica, altro dalla tecnica, è espressione di libertà.

 

Concludo con una figura, perché vorrei dare dei tratti, una sembianza alle cose che ho raccontato.

Prendo in prestito, pensate un po’, da Platone una figura che è già stata riletta con un occhio di riguardo alla differenza femminile. Ma la propongo in relazione al dispositivo segreto delle pratiche. Platone è uno che diceva cose come «si devono voltare le spalle al dominio della nascita», del mutamento e di quanto riguarda la natura femminea, prescrizioni dalle quali poi è maturato quel ben noto rovesciamento secondo cui prima viene il pensiero e poi la pratica. Proprio Platone, nel Teeteto, racconta che Talete guardando le stelle, come si fa talvolta per orientarsi, cade in un pozzo. E la servetta ironica, servetta è colei che è intenta e sollecita, una sorta di incarnazione della praxis nel piano platonico, gli dice che dovrebbe preoccuparsi meno di conoscere le cose del cielo e lasciarsi coinvolgere di più da quelle che ha tra i piedi e , letteralmente, da quelle che vengono prima, anticamente, ma che rimangono nascoste.

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