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Insieme nel limite che la poesia offre, per stare nelle differenze. Pensieri al margine della raccolta poetica Puri suoni (QuiEdit 2019)

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

Puri suoni è il titolo della terza raccolta di poesie del gruppo Poesia dal mondo[1]; titolo che evoca come si presentano le lingue altre alle italiane e la lingua italiana alle straniere.

Questa mia presentazione non è centrata sulla raccolta in sé, piuttosto sul nostro esistere come gruppo che da dodici anni s’incontra nella poesia[2]. In questa nostra terza raccolta, ci siamo autorizzate a dire il nostro esistere nella poesia anche come poesia nel mondo, come gruppo che fa della sua presenza, una presenza politica.

Tante le angolazioni dalle quali guardare a ciò, io propongo qui di stare in quella dettato dall’esperienza del limite, perché il limite è fondamentale in poesia e nel fare poesia. Nel nostro vivere, abbiamo tutti esperienza di come la parola ci appaia, a volte, insufficiente a dire; in poesia lo scacco è quello alla nostra grande necessità di trovare parole e formare versi che aderiscano a ciò che vorremmo esprimere, a ciò che proviamo, allo spiraglio di realtà che vorremmo poter rivelare o potremmo dire, che preme per essere detto.

E quando troviamo le parole, quando l’esattezza quasi s’impone, ecco, ci accorgiamo che non è approdo, non è uno stato raggiunto che metta fine alla nostra ricerca, è più una porta che dà senso alla stanza nella quale siamo, ma è porta che chiude a un prima e apre ad altro tempo, altro spazio, con sé e oltre sé.

Tutti i poeti hanno trovato parole per esprimere questa impossibilità. Prendo Luzi e Zanzotto per tutti, l’uno a dire che “mettere in parole è confrontarsi con il limite” e l’altro, spingendosi oltre, “fare poesia ha a che fare con la morte (che sennò il poeta non si potrebbe assumere il senso del limite)”[3].

Il limite è parte costitutiva del nostro corpo e del nostro dire, perché tutto in noi e intorno a noi ha limite, ma non si può stare in una condizione, in una postura mentale e sociale che lo contempli, senza che la morte entri nella nostra quotidianità.

Cercherò di dire qualcosa in merito. Kristeva[4] mi ha aiutato a capire con attenzione questo punto: morte non è solo quella che entra tragicamente, ma morte è anche quella che sta nella quotidianità con tracce evidenti o sottili: affaticamenti, insonnie, afasie, affanni, sensazioni di scoramento o di confusione,  scontri relazionali nei quali l’altra/o non ci vede per quello che siamo, tutte situazioni che comportano impossibilità, piccoli handicap che costituiscono dei limiti alle nostre occupazioni, limiti che ci allontanano dall’efficienza, dalla puntualità, dalla velocità, dalla produzione e dal controllo.

Il contatto con queste piccole disabilità, apre alla percezione della propria debolezza, mettendoci di fronte alla vulnerabilità del nostro corpo e della nostra mente. Limiti che ci insegnano che la morte vive una vita umana. Per questo Kristeva parla della morte come presenza che va accettata, intessuta, integrata nella nostra vita quotidiana.

Renderci, o mantenerci ‘umani’ grazie alla presenza della mortalità che ci assicura il limite, è perdita di potere che ci aiuta a restare in un ‘dentro’ da vivere pienamente, senza separazioni, (perché integriamo la separazione), senza possessioni (non possediamo mai l’altro, né sentendo, ci appropriamo delle cose) e senza onnipotenze.

Convivere continuamente nel lavoro con la poesia è scoprire che questo handicap è parte costitutiva della nostra propria essenza (dice sempre Kristeva), ma è anche, allo stesso tempo, ricerca che, mentre fallisce sempre nell’aderenza, crea una qualche altra strada, crea altro. Come esperienza di linguaggio, cercando ‘la verità’ della propria parola nella necessità di esprimerne il centro, il limite si costituisce come esperienza di noi. È esperienza che si rinnova ripetutamente, ed è esperienza dentro la quale, nel gruppo di Poesia dal mondo, stiamo, ognuna e tutte.

E nel nostro stare, in questo limite che è anche trascendente la realtà, ci muoviamo e stiamo nelle differenze. Ci esponiamo alle altre in momenti di vulnerabilità: quando si dice per la prima volta o quando una parola ci ha rivelato qualcosa d’inatteso, o ancora quando la parola è ancora legata a magmi emozionali.

E in questa vulnerabilità ci riconosciamo tutte. E nella risonanza e nell’empatia di parole che richiamano un immaginario nuovo, si nutre e rinnova il piacere dell’incontro che perdura nel tempo e stabilisce un contatto con l’incomunicabile, in uno spazio di generazione e ascolto che apre fiducia.

Uno stare nel quale ognuna incontra la propria vulnerabilità e si lascia inquietare dalla vulnerabilità estranea dell’altra. Dal limite, cresciuto nell’accettazione della mortalità, da questa ricerca di parole, esce un linguaggio vivo, non mortifero, un linguaggio che crea. Nello stare così, nello stare nella poesia, tra noi e in mezzo ad altri, nella città, testimoniamo una presenza di un’umanità che vive, come direbbe Kristeva, un umanesimo da inventare; un umanesimo di vulnerabilità solidale.

 

[1] Le altre due: Sono radice, 2014 e Le lingue si parlano, 2011, edite da Bonaccorso editore.

[2] Il gruppo nasce nel Centro Interculturale per le donne ‘Casa di Ramia’ a Verona nel 2007 da un’idea di Elisabeth Jankowski. Siamo di tante provenienze, un cerchio che abbraccia paesi europei, africani e dell’America latina: Maria Livia Alga -Palermo, Italia; Stella Cernecca -Istria; Maria Grazia Chinato -Verona, Italia; Sandra Faith Erhabor – Benin City, Nigeria; Melita Ferković -Zagreb, Croazia; Maria José Gil Mendoza -Madrid Valencia, España; Irmgard Victoria Hartung -Franconia; Germania, Claudia I. Iglesias Galván -Puerto Escondido, México; Elisabeth Jankowski -Bochum, Germania; Najat Rezki -Casablanca, Marocco; Marina Ribaudo -Milano, Italia; Mercedes Spada -Napoli, Italia.

[3] M. Luzi, Appunti di Lezione sulla poesia, tenuta a Sulmona, 1990; A. Zanzotto, in Giuliana Nivoli, Zanzotto, 1979, 148 Il Castoro, Nuova Italia, pag. 4.

[4] In particolare: J. Kristeva, J. Vanier, Il loro sguardo buca le nostre ombre, Donzelli Ed., Roma, 2011.

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