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Individuo e Singolarità

La lettura dei testi di Angela Putino, I corpi di mezzo e Simone Weil. Un’intima estraneità, mi ha fatto tornare più volte a riflettere sulla questione, che percorre entrambi i libri, dell’individuo impigliato nella matassa della potere e delle costruzioni simboliche, e delle modalità che indicano una strada per uscirne. L’intento della società è quello di creare uno spazio appropriato per ogni essere umano, di poterlo classificare ed includerlo all’interno di parametri prestabiliti, al fine di poterlo meglio controllare. Esistono, però, possibilità di allentare questa presa, di uscire da ciò che ci è stato assegnato e che sentiamo andarci stretto, di riuscire a riappropriarci dell’unicità delle nostre vite. Ed è proprio valorizzando le singolarità, rimanendo legati ai corpi e tenendo sempre presente la loro stretta connessione con il desiderio e il pensiero, che è possibile, per l’autrice, aprire spazi altri, che permettono di sfuggire al gioco del potere.

 

Siamo tutti presi all’interno di meccanismi di potere-sapere che cercano di controllare le nostre vite in ogni loro aspetto, inserendoci in griglie classificatorie che determinano i nostri comportamenti e le nostre aspettative. E noi sentiamo il bisogno di questo inquadramento in quanto ci definisce per quello che siamo: veniamo collocati all’interno della società in un ruolo che ci distingue e ci contraddistingue, definendoci come individui. Ma c’è di più. La società è portatrice di un’idea di progresso e di destino della specie umana, o meglio di una parte eletta dell’umanità, che deve essere ben individuata, per essere distinta da quel genere di umano che non è ritenuto adeguato.[1] Esistono dei criteri di normalizzazione a cui l’individuo deve corrispondere per essere ritenuto degno di far parte della comunità umana. Così facciamo di tutto per adattarci al meglio al sistema, per poter condividere un destino comune, per poterci pensare come aventi un futuro al di là della nostra breve esistenza; perché l’alternativa è quella di sentire di non contare nulla, di non far parte della società, di venirne esclusi, e questo ci pone davanti ad una vita priva di forma e vicina all’animalità, mera materia vivente che ha come unica prospettiva la sopravvivenza del proprio corpo. «Quello che si propaga come comune convincimento è che il diritto al futuro […] e con esso, in qualche modo, il diritto al suolo e alla felicità, appartengano ad alcuni capaci di incarnare modelli di sanità, cioè di normalità, e di renderli attivi e verificabili»[2].

I soggetti della società, individui normalizzati che si adattano senza porsi domande alla forma richiesta dall’istituzione, sono il frutto di un processo di individualizzazione posto in essere dal sistema di governo che vuole un controllo sui corpi per poter fare una politica su di essi, sul vivente in quanto tale, per giungere, cioè, ad una bio-politica[3]. Il soggetto viene determinato dalle strutture di potere e si stabilizza in una forma fissa che gli assegna un preciso ruolo sociale e un’identità ben definita e, facendolo rientrare nelle norme sociali, protegge l’individuo dalla paura derivante dalla mancanza di forma che sposta la vita tra quelle prive di valore; e allo stesso tempo alleggerisce il soggetto dal peso di un pensiero pensante in quanto c’è già un sapere formale che stabilisce i criteri a cui adeguarsi.

Tutto il processo che determina l’individuo come tale, Putino lo inscrive all’interno della struttura disciplinare che presenta una «totale indifferenza al pensiero o al dubbio»[4]. È la norma sociale che determina il destino dell’umano e che disporrà della struttura disciplinare al fine di collocare ogni individuo al suo interno, nel posto appropriato[5]. La disciplina ha una funzione fondamentale nell’economia di governo e l’autrice lo spiega molto bene riprendendo il pensiero di Simone Weil, la quale sottolinea come nella disciplina l’elemento di potere sta in un «rituale di asservimento fine a se stesso» che porta al «fluire di un pensiero superfluo»[6]. Tutto questo ha anche un altro risvolto sul piano del governo dell’individuo, infatti in questa «anestesia generalizzata, i singoli uomini saranno sopraffatti e animati da un ampiezza di potenza di fronte a cui la vita individuale è di nessun valore»[7]. Il soggetto sociale, incasellato e definito in una forma, non deve mai prendere il sopravvento come singola entità, deve rimanere all’interno dell’organismo sociale, un ingranaggio del tutto, poiché solo così la macchina politica, o bio-politica, può effettivamente avere il controllo: ogni «biopolitica necessita che alcuni avvenimenti siano sentiti come riguardanti tutti e sollecitino quindi soluzioni globali e collettive», e quindi «le valutazioni singolari devono essere lette come fonte di confusione e di arbitrio»[8]. Per l’individuo il venire inserito in un organismo, in una collettività, non è fonte di frustrazione, ma è il modo migliore per promuovere la vita individuale, in quanto favorisce la visione di insieme, prevenendo nel soggetto ogni possibile crisi o lacerazione del proprio ‘io’.

 

Sono proprio le lacerazioni, segni di una mancanza di chiusura, che danno l’avvio ad un diverso modo di approcciarsi al corpo, e attestano l’artificialità insita nella costruzione di un soggetto sociale. Il processo di individualizzazione, nel definire il soggetto, lo chiude in una identità stabile e certa, perché per funzionare, la macchina di governo, necessita di corpi compiuti, compatti e trasparenti, sui quali può esercitare il suo potere. Niente resti o eccedenze, niente che non sia inscrivibile in forme prestabilite che sono le uniche pienamente governabili; niente zone opache che il controllo disciplinare non riesce a gestire. Il punto di svolta nasce quando ci si rende conto che questo sistema chiuso e compiuto è solo apparentemente perfetto, ed è proprio là dove si sono sviluppati maggiormente di dispositivi di controllo e le discipline che si può notare in modo chiaro la presenza di corpi in-formi. Nei pazienti affetti da malattia mentale, nei corpi dei folli sono evidenti le tracce di una mancanza di coesione tra la visione di sé che hanno questi individui e la forma che la società cerca di imporgli. Nota infatti Angela Putino, con Freud, che «ogni voce di civiltà è un adattamento che non fa corpo con l’individuo umano […] il corpo reale è perciò sede di lacerazioni, dislocazioni, sintomi, conflitti e se non può tornare ad una biologia dell’animale, non per questo coincide con la forma di vita culturale, etica, estetica che dichiara»[9].

I corpi visti da questo punto sono quindi degli intoppi del dispositivo di potere, sono punti di apertura, luoghi di resistenza. I corpi inoltre vanno sempre pensati come corpi sessuati, non vanno considerati né come uno, un corpo generico che, nella sua sostituibilità, è contabile nell’insieme degli ‘uomini’; ma neanche come due, due diversi tipi di corpo, come due sono i sessi, che rimangono sempre dentro la struttura di potere, sempre contabili, definibili secondo un numero che è, per sua natura, un ordine classificatorio. I corpi sessuati vanno interpretati in modo diverso, sono corpi sempre intesi al plurale, mai riducibili ad unità, legati alle singolarità: «corpi non presupposti quindi da un soggetto, né anticipati da un modello, né risolti nella composizione di un “essere comune”, fondo sacro della politica […] in lotta con i dispositivi, resistenti alle distribuzioni normalizzanti»[10].

Questi corpi sono il punto di leva del pensiero femminile, poiché è a partire da essi che si può cercare una via di liberazione dalle catene che confinano il soggetto, con la sua precisa identità sessuale, all’interno di un senso già dato. Così in una bio-politica che lega il corpo femminile alla sua sessualità riducendolo quasi al solo destino procreativo, Angela Putino sottolinea, riprendendo Foucault, l’importanza dei movimenti femminili che accettando di parlare di sé a partire dalle forme simboliche imposte, sono riusciti ad aprire altre modalità di stare in relazione con il mondo[11]. Ma quello che, forse, dà maggiormente conto delle possibilità di movimento di pensiero legato ai corpi, lo ritroviamo nel testo Simone Weil. Un’intima estraneità, ed è la dimensione di resti che hanno i corpi delle donne. Riprendendo la lettura che Simone Weil fa degli infiniti cantoriani, e riportandola, oltre Weil, verso una valorizzazione del corpo femminile, Putino scrive: «se i sessi sono due, questo non vuole dire che il secondo sia tale perché si fa uno più uno. Questo secondo è secondo perché esce dalla contabilità». E ancora, le donne «non sono incluse perciò in un insieme finito o che si può accrescere illimitatamente, […] non ci sarà perciò un unificatore interno che le raccoglie come totalità»[12]. È qui visibile come sia proprio la dimensione di resti del contabile, che permette ai corpi femminili di uscire dalla dimensione di chiusura e completezza, mai inscrivibili del tutto all’interno del sistema, sempre eccedenti rispetto al dispositivo di inclusione-esclusione. Ed è proprio questa caratteristica che fa dei corpi delle donne un punto di leva preferenziale per un’apertura singolare verso il reale.

Tornando ai corpi sessuati, essi sono tali «perché dicono l’esistenza nel loro avere luogo»[13], ossia sono delle incarnazioni, delle singolarità, delle ecceità, sono qui e ora, sono questi corpi che abbiamo, da cui non è possibile prescindere. Se si parla di pensiero, pensiero pensante, è sempre pensiero del corpo; quando si parla di desiderio, è sempre un desiderio legato al copro; quando ci si riferisce alla verità, si parla sempre di verità incarnata. «I desideri e le libertà cominciano con i corpi sessuati»[14]. È da queste premesse che può partire il processo di soggettivazione. In esso va sottolineato è che è un processo, è quindi un qualcosa sempre in movimento: la soggettività, legata alla singolarità e al movimento di desiderio, non si definisce, non si determina, una volta per tutte, è un farsi che ci disloca dalle posizioni in cui i dispositivi cercano di includerci, ma è anche un disfarsi dell’identità che ci è data, e con essa di tutte quelle forme di sapere codificato.

Ma quali sono le modalità per stare in contatto con la propria singolarità e iniziare il processo di soggettivazione? Innanzi tutto, come detto, partire dai corpi che siamo, ‘partire da sé’.

L’autrice presenta due diverse modalità, due vie, che possono aprire al reale, che possono spostare l’esistenza mettendola in relazione ad un ‘fuori’, lungo le vie dell’‘impensato’, che indica un altrove e che mette in scacco le categorie della pensabilità; due modi di relazionarsi ad ‘un niente’, di orientare verso di esso la vita e il desiderio.

Come lettrice di Simone Weil, Angela Putino presenta una via di attenzione all’evento. L’evento può essere colto nel suo accadere solo da un corpo in quanto incarnato; è l’attesa di una parola altra, che sta fuori e che permette di cogliere la singolarità vivente, si presenta come un ‘passaggio al vivere’, come una risposta che tiene conto del corpo e si muove nella direzione del desiderio. Il desiderio non deve mai essere oggettivato, cioè non deve attaccarsi a nulla che possa diventare oggetto di desiderio; ma dev’essere un desiderio di ‘niente’, un orientamento a vuoto, o se si vuole, verso il bene, o alla ricerca dell’‘infinitamente piccolo’ che altro non è, nel pensiero di Weil, che quella Grazia lasciata da Dio nel mondo dopo che si è ritirato, quegli sprazzi di luce che possono far scorgere un passaggio al reale. Nonostante ogni desiderio sia singolare, in esso c’è anche un elemento comune, qualcosa che ci accomuna: è il fatto di essere legato al corpo che fa del desiderio di ‘niente’ un movimento accessibile a tutti, ma che ognuno vive secondo la propria sensibilità personale, secondo la propria singolarità. Allo stesso modo Weil parla di un Dio che viene proposto «come punto anonimo che accade a tutti»[15] e che chiunque è in grado di raccogliere se sta in una posizione di attesa. Questo apre ad un infinito, è l’accadere di un infinito in noi, che fora la realtà e permette un passaggio che partendo dalla realtà stessa, dal simbolico, ma staccandosi da essa, porta a modificarla.

L’altra via è una pratica, che Putino riprende e rielabora dall’ultimo Foucault, quello delle tecnologie del sé. La cura di sé è una modalità del governo di se stessi, è una pratica in cui è in gioco qualcosa di importante per se stessi, è problematizzare questioni nodali della vita, un porsi domande, è la «capacità di pensare, di tradurre in concetti alcuni momenti insostituibili dell’esperienza umana, spazi di emozioni che il pensiero accosta e in cui si svela come desiderio e pensiero si intreccino, e quindi anche come il pensiero risponda al corpo»[16]. È orientarsi secondo la forma che vogliamo dare al nostro desiderio. La pratica della cura di sé si lega al conoscere e al saper dire la verità su se stessi, sulla propria vita. È legata al processo di soggettivazione che presenta sempre un elemento di ‘fuori’, di ‘impensato’, che decostruisce e decodifica i saperi prestabiliti e «spinge a collegamenti imprevisti»[17]. E la verità risiede in questo processo, la verità è, infatti, mostrare come vita e pensiero siano legate tra loro. La verità ha una sua potenza, che è legata al movimento aperto e indecidibile del desiderio umano, ed è ciò che porta alla rottura del simbolico dominante. Si ha, quindi, cura di sé solo rinunciando alla propria identità, denudandosi di ruoli, opinioni, codici, accettando di essere un ‘niente’, non desiderando niente, accettando il proprio corpo sessuato e libero da concetti generali, includenti e totalizzanti, affinché in esso possano agire gli elementi di ‘fuori’ e ‘impensato’ capaci di aprire un passaggio verso il reale.

Queste due vie, che io ho tenuto distinte, possono essere lette come due momenti di un’unica modalità di evasione dal simbolico, infatti è proprio l’attenzione all’evento che permette di cogliere quei momenti singolari, importanti per noi, che ci spostano dalle nostre normali posizioni, che ci fanno fare dei salti. E sono proprio questi salti nel e del simbolico che permettono di andare avanti in una pratica, che permettono di problematizzare la propria vita e coglierne gli elementi di verità. Nonostante questo ho sentito l’esigenza di tenere le due modalità distinte. Trovo sempre dei problemi, infatti, a relazionarmi con la posizione weiliana di attenzione all’evento in quanto porta con sé una dimensione di trascendenza, di soprannaturale, che non sento parte della mia singolarità. Trovo che corrisponda molto di più alla mia sensibilità la pratica della cura di sé, una pratica di verità che sta nell’immanenza, e che ritengo sia più vicina anche alla posizione di Angela Putino; e dove ritrovo maggiormente la dimensione di un pensiero attivo e partecipe del cambiamento e capace, insieme al gioco del desiderio, di scorgere elementi che permettono un passaggio al reale.

 

È il passaggio, in fondo, quello che conta, è il movimento, è il processo, è quello che ci indica che noi non siamo fatti per fissarci in una forma, ma che siamo sempre mobili, irriducibili a qualsiasi fissità, lacerati e mai conclusi. Questo aspetto lungi dall’essere una deficienza, una degenerazione, è proprio quello che permette di andare oltre le forme imposteci dalla società, di abbandonare i ruoli che ci stringono e ci identificano. Valorizzare i corpi come singolarità che accadono, che stanno in mezzo, che fanno da inciampo al potere. Valorizzare una forma di pensiero che stia in relazione con i corpi che siamo, e che sappia dire della loro singolarità. Queste sono le vie da seguire per ridare valore alla propria singolare esistenza.

 
Note

[1] Angela Putino, I corpi di mezzo, Ombre Corte, Verona 2011, pp.44-45.

[2] Angela Putino, I corpi di mezzo, op. cit., p.78.

[3] Cfr. Ivi pp.108-109.

[4] Ivi p.61.

[5] Cfr. ivi p.54.

[6] Angela Putino, Simone Weil. Un’intima Estraneità, Città Aperta, Troina 2006, p.72.

[7] Ivi p.73.

[8] Angela Putino, I corpi di mezzo, op. cit., p.77.

[9] Ivi p.53.

[10] Ivi p.69.

[11] Cfr. Ivi p.104.

[12] Angela Putino, Simone Weil. Un’intima estraneità, op. cit., pp.105-107.

[13] Angela Putino, I corpi di mezzo, op. cit., p.69.

[14] Ivi. p.71.

[15]Angela Putino, Simone Weil. Un’intima estraneità, op. cit., p.111.

[16] Ivi pp.25-26.

[17] Angela Putino, I corpi di mezzo, op. cit., p.118.

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