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Incredibili avventure di un’iguana. Così nasce la nostra casa editrice

Lettrici scatenate e scrittrici feconde lo siamo da un bel pezzo. Ora siamo anche direttrici e redattrici editoriali, addette stampa, esperte in diritti d’autore, libraie. Siamo signore dell’editoria. Staniamo autrici e autori, indoviniamo le parole, combiniamo la forma giusta per un libro e la sappiamo lunga su come metterlo in circolazione.

Lo assicura una recente inchiesta messa a punto dall’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE). Nel settore editoriale, tra ruoli dirigenziali, attività redazionale e di segreteria, esercitiamo il 40,2% di tutti gli incarichi. Negli ultimi vent’anni la presenza femminile si è decisamente fatta strada: costituisce il 64% delle nuove leve. Negli uffici stampa è cresciuta del 21,5% mentre nella direzione editoriale del 47,3% e a conti fatti è praticamente raddoppiata nei ruoli amministrativi. Quanto alla piccola editoria, il fenomeno è ancora più dirompente dal momento che la presenza femminile è superiore di nove punti alla media del settore: il 49% rispetto al 40%. E le libraie sono addirittura il 71,8%. Quante buone notizie, no?

Bene. Secondo alcuni questo sta accadendo perché l’attività editoriale e la gestione di una libreria implicano competenza nelle relazioni e nella pianificazione del lavoro. E le donne, come piace strillare alle riviste patinate, sono multitasking. Proprio come un foulard. Altri tagliano corto, facendo riferimento a una diligente preparazione scolastica e a una curiosità sfavillante. Le donne, in pratica, non sarebbero altro che raggianti stacanoviste.

Noi sosteniamo che la questione ha a che fare con la straordinaria intimità tra le donne e la scrittura. E con un desiderio vigoroso e irriducibile, perfino sorprendente. Un desiderio che non scende a compromessi, non chiede licenza o approvazione, non accetta smentite, non fa valutazioni e stime. Segue solo cattivi consigli. Un desiderio imprudente, senza dubbio.

Con la scrittura noi due lavoriamo da parecchio tempo. Prima di tutto scrivendo articoli per quotidiani e periodici, su carta e on-line. Sempre a caccia di questioni che ci intrigano, certo, ma soprattutto di argomenti che funzionano, vicende che fanno notizia. E poi elaborando dattiloscritti per tradurli in libri veri, come redattrici della stessa casa editrice. È proprio là che ci siamo conosciute, un paio di anni fa.

Tutto è cominciato da un incontro combinato dalla nostra responsabile editoriale. Una veramente tosta, lei: aveva intuito bene le nostre inclinazioni e la nostra voglia di darci dentro, di lavorare senza smettere di imparare. La competizione tra noi non si è mai insinuata. Ben presto, anzi, è scattata la complicità. Siamo diventate amiche, compagne di avventure letterarie, tra un dattiloscritto e una quarta di copertina, un vecchio film horror da due soldi e un libro noir appena uscito e mai letto, allegramente indaffarate a leggere-correggere-rimaneggiare-ristrutturare-rileggere parole fiammanti o commoventi di scrittrici e scrittori all’esordio. Senza dubbio, il mestiere più bello di tutti. Che gran colpo di fortuna!

Eppure, qualcosa di noi rimaneva fuori gioco, acquattato in un cantuccio. Per questo sentivamo un buco allo stomaco, una specie di fame. E un dattiloscritto nuovo di zecca, caldo come il pane appena sfornato, non bastava a placare quella sensazione persistente. Ancora e ancora.

Intanto rileggevamo L’Iguana di Anna Maria Ortese, e quanto ci piaceva quella balorda creaturina che si annoiava rannicchiata sotto un tavolo, mentre due uomini ispirati discutevano intorno alla vecchia faccenda del bene e del male. Nessun altro luogo scovava per sé l’iguana Estrellita, eccetto botole, passaggi segreti e scantinati. Niente foulard, per lei, solo una sciarpa, una manciata di pietruzze e avanzi di minestra scipita. Quanta fame di cibo buono. Quanta fame di parole avvincenti.

Come noi, quando compilavamo articoli che non avevano davvero nulla a che fare con le nostre vite, lontani una distanza intergalattica dal nostro trantran, dai nostri grattacapi. Oppure, a volte, quando rifinivamo testi incantevoli, dalla cadenza impeccabile, dal tono spigliato, ma che per qualche ragione non centravano il bersaglio.

Mancava il proposito di articolare segreti felici o sciagurati, per esempio, di affannarsi intorno ai buchi del linguaggio, di sciogliere la presunzione per liberare una leggerezza arguta, di spalancare la finestra per una boccata d’aria fresca, di individuare formule inedite per nominare cose consuete e cose sorprendenti, di cavalcare l’onda perfetta e surfare alla grande, di farsi beffa delle regole del gioco, di dare vita a un ordine differente fatto di corrispondenze inattese tra l’esperienza individuale e una verità che non ha alcuna pretesa di universalità. Il senso libero della scrittura. Fuori dai denti: un sapere squisitamente femminile.

E nel frattempo che fine avevamo fatto? Che ne era dei nostri gusti, della nostra lingua? Della felicità di vedere pubblicati libri che ci corrispondevano? Che fine aveva fatto, dunque, il nostro desiderio? Era il momento di riscattare quel pezzetto di noi e di aggiungere, perché no, qualcosa di più. Non solo: quel di più lo volevamo anche mettere in circolo.

Sconsiderate, dicevano.

Eccola lì, invece, l’idea scintillante: afferrare una trama che rutila senza via d’uscita, un fascicolo riposto nell’angolo buio di un cassetto, abbandonato, frainteso, svilito. Magari solo perché talvolta la critica fatica a registrare iniziative insolite. Incoraggiare l’impellenza che non coglie la parola opportuna o le vorrebbe tutte per sé senza criterio, perché in effetti la lingua non esaurisce mai tutto quello che si propone di significare: rimane sempre al di là qualcosa di trascendente, di non articolabile. E allora scrivere può essere un’impresa scoraggiante, eccome, ma altrettanto irresistibile.

Per questo rintracciamo quelle pagine, le sfogliamo una due tre volte, invitiamo chi le ha scritte per una grande mangiata e molte chiacchiere. E insieme, con la pancia piena, leggiamo, abbozziamo una struttura, assecondiamo un’intonazione, regoliamo il ritmo, suggeriamo un sostantivo più denso o un predicato più vigoroso, contrattiamo fino a una qualche intesa. Rileggiamo, rivediamo gli aggiustamenti e magari beviamo una tazzona di caffè o pilucchiamo ovetti di cioccolato.

E qui viene il bello: l’azzardo. Scommettere su questi testi ancora senza una fisionomia precisa, sul godimento che passa attraverso la lettura come attraverso la scrittura. Scommettere sul serio, però, senza impiegare trucchetti spudorati e tristemente noti, inseriti nel contratto come insignificanti postille dell’ultimo minuto. Eh no, non vale. Meglio stringere la cinghia: in questo momento sai che novità. Ma non siamo più in grado di contenere, ormai, il desiderio di partecipare di una tradizione letteraria speciale, quella che ci autorizza tutte alla scrittura.

Un desiderio tanto forte, il nostro, che non poteva non diventare convincente, non poteva non incontrare alleati lungo la strada. Ne abbiamo trovati eccome, e per giunta pieni di fiducia. Così, per mantenere promesse e meritare credito, abbiamo imparato a non fingere di sapere ogni cosa, a mettere in gioco per bene solo le competenze acquisite, a imparare cose impensabili (nozioni di marketing strategico, approccio push e strategia pull, elenchi di software per creare siti web, eccetera eccetera), a preparare caffè davvero buoni e frittate succulente, a contrattare, a fare due conti, a chiedere, a impaginare. Abbiamo via via tarato una misura valida, confrontandoci fino allo sfinimento senza prenderci per i capelli.

Se una è misura per l’altra, insieme possiamo diventare misura per altre e altri. Per i loro sostantivi e i loro avverbi, per le loro virgole e i loro punti esclamativi, per i loro racconti coinvolgenti, le loro ricerche rigorose, per la loro esuberanza e le loro esitazioni. Insieme lavoriamo alla parola azzeccata, efficace.

Un luogo simbolico esisteva già, bisognava solo prenderne atto. E scovare un luogo concreto, effettivo. Una stanza in prestito, un’officina, una cucina, un salotto, e poi finalmente un indirizzo (per inciso: redazione@liguana.it), una casa. Una casa editrice. Che ha trovato immediatamente il nome. È così che nasce L’Iguana.

Non è una storia straordinaria, come vedete: i dati forniti dall’indagine svolta dall’Associazione Italiana Editori parlano chiaro. Non è un piano diabolico né un progetto eccezionale. Ma è la nostra incredibile avventura. Una promessa esaltante.

Ancora un paio di righe, prima di chiudere. Questa è l’occasione buona per ringraziare Gloria Zanardo, autrice del nostro primo volume di narrativa, per aver scommesso insieme a noi e la generosissima amica Anna Forlati, illustratrice navigata, per aver disegnato il nostro logo.

iguana

A questo punto non rimane che darvi appuntamento in libreria a novembre, per mantenere la promessa.

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