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Incluso/escluso, dentro/fuori. Piegarsi ad inchino

Ribalto una fodera e nel gesto trovo qualcosa che non m’aspettavo. E non posso fare a meno di continuare a ribaltare la stoffa perché non capisco quale sia il trucco che tiene legati due margini. Ma per continuare a giocare occorre togliere le forme legate con colla potente dagli occhi.

Facciamo un po’ i bambini dispettosi e concediamoci di dire dei secchi ma colorati “no” al rimetter gli occhiali ortopedici, ché ogni tanto lo sfumato fa del bene alle vedute. Le fa più larghe.

Il comune fare scelte nella vita viene spesso preso per un peccato, dove si perde qualche cosa senza ritorni o recuperi, ci è stato insegnato (e qui l’impersonale non è caduto a casaccio) come far bene e male, e per i palati più fini meglio o peggio anche se una declinazione apparentemente meno dura di termini non rende di certo più accomodanti nei nostri confronti.

Ma la vita fuori dalle scuole di ogni tipo e sorta di livello non può non portarci a fare reso-conti quando il meccanismo si inceppa. Arriva sempre quel momento, e accade che chiedersi se fosse stato più corretto aver fatto meglio o bene non serve più a molto: qui vorremmo solamente ritornare a ribaltare la fodera bicolore con cui giocavamo quando eravamo piccine e piccini.

Una volta diventate e diventati “grandi” – ma anche prima (di credere) d’esserlo diventate – se abbiamo voglia e siamo coraggiose ci domandiamo dove siamo, a che punto del percorso.

Anche se ho continuato a farmi cucire dalla mia nonna sarta borse con fodere di doppia faccia e colore per cercare di non dimenticare ed aver attimi vissuti “con la pancia” (detto molto più filosoficamente “con le viscere” che ogni donna in particolare e femminile più in generale dovrebbe imparare ad ascoltare con pratica di costanza), ho compreso d’essermi più volte persa in un gioco diverso e per così dire “più adulto” per cui in realtà spesso appartengo ad una categoria piuttosto che ad un’altra la quale potrebbe sembrarle opposta ed invece le è compagna.

 

L’andamento qui da seguire sarà circolare; l’intento è render questo scritto flessuoso e di forma morbida e sinuosa come quella del movimento che serve a rigirare la fodera, ovvero il tessuto storico cui in ogni caso è stato e sarà impossibile prescindere: donne / uomini o uomini / donne.

L’idea di una trama inestricabile, per cui comprendere dove arrivino le une e inizino gli altri non ha senso chiederci, lascia senza limature e conclusioni i percorsi di tutte e tutti, nonché i loro intrecciarsi fuori dentro dentro fuori noi.

 

Solo a distanza di qualche mese da letture svolte in modo più incalzato di Angela Putino, provo su me stessa con più praticità l’incarnarsi delle sue parole.

Centrale al preambolo, da metter sotto (ma non troppo, come bene modulano alcune filosofe) la luce la possibilità della non possibilità di divider il mondo, quello di cui vogliamo davvero prenderci cura, allevare e da cui esser allevati.

Sono state date varie soluzioni nell’andare della storia della filosofia, ma forse la capacità di scegliere il proprio punto di vista e sentirsi bene attraverso esso, potrebbe distogliere da tutte quelle angosce che hanno cercato di unire, attraverso affascinanti teorie, due mondi e che non di certo hanno avuto poche responsabilità per l’andamento della storia e del tempo; su ciò che mi sento di riassumere con buone o cattive conseguenze e a quanto di estremo ha portato, se si segue Angela quando appunta « L’amore filosofico per la questione della forma può divenire complice in questo Novecento di tali procedure che non sono più di esclusione, ma di selezione. »[1]

Se si parte già dal presupposto più chirurgico dell’operare per unire di mano cartesiana, questo deve aver significato anche un aggiustare qualche cosa che non aveva senso o funzionalità senza una ricostruzione, perciò ho più la sensazione si sia cercato di trovare il perno, o il bottone per porre rimedio e dare spiegazione di come va il mondo. E qui mi aiuto con queste parole di

Gilles Deleuze (dal quale Angela non è per me piacevolmente slegata) per riprendere un po’ la tradizione qui di riferimento: « Si era a conoscenza della distinzione di due mondi nella tradizione platonica. Si era a conoscenza di un mondo dai piani innumerevoli, che seguivano una discesa e una salita confrontandosi ad ogni gradino della scala, perdendosi nell’eminenza dell’Uno e disgregandosi nell’oceano del molteplice: è questo l’universo col profilo a scala della tradizione neoplatonica. »[2]

La mia scheggia nell’occhio di fatti è da sempre quella di una pieghetta della quale secondo me non si può far a meno per provare ad intavolare un discorso sul rischio che corriamo a vivere un’esistenza secondo quei modi che non appartengono alla nostra singolarità.

« Pieghe di prossimità, pieghe di vivibilità e di accostamenti, di simpatie e di agganci, pieghe di metamorfosi indirizzate dall’uno all’altro che eclissano la potenza del niente. Qui si coglie come sia “un niente” il reale antagonista de “il” niente-nulla che in virtù della sua attrazione fatta ora di assenza assoluta, ora di pienezza ipnotica, conduce non a mutazioni, ma a una perdita senza metamorfosi, incantata da un vincolo indefinibile »[3], spiega Angela.

È spesso dalle medesime cose verso cui ci rivolgiamo con intenzionalità diverse che nascono percorsi differenti di vita. Alle volte apparenti, paralizzanti senza accorgimenti e forvianti rispetto a quel che potrebbe farci star bene, tal’altre più vicini a chi vorremmo ed avremmo il merito d’essere.

Penso sia una questione di movimenti, da apprendere e comprendere, e di portamenti.

Molto simile a quando impariamo a vestirci continuando a sentire noi stessi nonostante ed assieme ai cambiamenti d’abito (d’abitudine, se inteso alla latina).

La scrittura di Angela, ora più dolce ora più dura e ferma ma mai statica e sempre “alla ricerca”,

è incline a questo, vi si presta. Quanto scritto non molto più su nel preambolo aveva il valore di un invito, quello di non lasciarsi portare da voci di Sirene che non riconosciamo nostre amiche, finendo in una serialità del contabile o in logiche di inclusione/esclusione che non lasciano possibilità, prima di dover scegliere per un binomio di nero o bianco, dove l’aut è preferibile al vel perché non si abbiano più scarti cui dover badare.

Angela usa la matematica di Cantor per lasciar accesa la lucina affinché non si diventi servi di un annichilimento, di un nulla assolutizzante che ci lasci soli e solamente con l’idea di un movimento da cui non goder di effetti che ci nutrano. Il niente di cui parla la Putino invece,

è un niente da cui s’apre più d’un ventaglio di possibilità, a cominciare dalla consapevolezza ossia dal pensiero del mio limite, molla, spinta, conatus essenziale per l’illimitato.

Siamo potenziali d’energia, se mi si concede una metafora ricavata dalla fisica. O forse sempre qualche cosa di più.

La logica immobile dell’incluso/escluso cui accennavo, ha portato – nei grandi fatti della storia il cui meccanismo non ha smesso di attivarsi e persistere nel quotidiano – alla costruzione di un’insiemistica sotto le sembianze di una reazione a catena. Quando mi riferivo al fatto del sentirmi imbrigliata in codici di appartenenza per categorie apparentemente diverse, avevo nella mente un’immagine che fa pressappoco così: possiedo un gruppo con una serie di caratteristiche le quali

lo rendono quello specifico gruppo, questo comporta di conseguenza all’esclusione di tutti coloro i quali non vi rientrano; abbiamo degli inclusi e perciò degli esclusi (affinché i primi si diano per tali e i secondi si diano per secondi), che potrebbero non accettare la propria condizione percepita come avente qualche cosa di privativo appunto perché esclusa, cercando magari di costituire un altro gruppo di modo da definirsi inclusi, oppure restando semplicemente nell’etichettamento d’esclusione: non andranno a loro volta – mi domando – a costituire semplicemente un altro gruppo con i caratteri definitori “di esclusi”?

Entrambi chiusi a doppio filo ciascuno dalla propria linea, cercano anche solo ideologicamente di eliminarsi a vicenda pur di rivendicare un’identità, frutto nonostante tutto di costrutto.

È venuto meno nel contempo un desiderio di relazione. I cerchi disegnati dei gruppi cozzano e si spingono via già sulla carta. Contano (e quindi valgono) più le sezioni, le suddivisioni, i raggruppamenti che sono tali per caratteristiche tradizionalmente astratte ed universali, ma s’è perso di vista chi li ha generati, se n’è perso il senso. Per la strada. Ogni scarto fuori dalle linee crea un disturbo che va eliminato, messo all’angolo a tacere.

Ci si è spostati e questo è innegabile, ma da un niente se pur fragile e gravido ad un pieno perfetto nella sua tondità e lisciatura, totalizzante ed esauriente: « La cognizione del limite […] farebbe convergere all’improvviso una verità delle cose, un reale di un passaggio e, con esso, farebbe compiere un salto qualitativo […] È perché si esercita un punto di pressione indipendentemente dal luogo in cui pure si esercita, altro rispetto a quell’immanenza da cui pure non prescinde, che il limite compare nell’illimitato. Un punto di “un niente”, in quanto non si include nelle griglie di senso di un sistema […]. Esso né vi si include, né si esclude […]; appare come possibile di un impossibile ed è ciò che dà limite e fa da passaggio ad altro » e, continua Angela « È un punto di vuoto, un “fuori” che non passa da un’altra parte pur non continuando ciò che lo precede, e non eccede, non si ritaglia estrapolandosi dall’esistere, ma solamente vi accade. »[4]

 

Osserverei la gestualità.

Angela rende più evidente e scopre il meccanismo sopra descritto quando parla avvalendosi del termine foucaultiano di biopotere e weiliano di Forza. Lucide descrizioni e critiche analisi de

I corpi di mezzo, mi hanno fatto provare uno scossone per la loro impeccabilità e rigidità.

Se pensare per immagini aiuta ad acquisire familiarità coi testi, ho tentato di spiegare a me stessa cosa potrebbe servire per recuperare la dimensione relazionale perduta puntando di più su di un altro ‘concetto’ caro alla Putino, già toccato di striscio (anche se probabilmente lei non amerebbe questo termine).

Includere ed escludere si avvalgono di un’azione investita di un potere che più è astratto e più s’accresce grazie alla dimensione di un collettivo deresponsabilizzante. Una prepotenza che taglia, che allontana senza recuperi o margini, che impone e punta il dito indice contro l’imputato,

un proiettile sparato. Così divisi e frazionati, abbiamo istituito nel tempo gerarchie con punte strette e basi allargate, con diritti e valori di classe, e buoni e cattivi non erano più solo aggettivi ma personificazioni. Siamo diventati bravi a raccontare favole con protagonisti ed antagonisti, dove qualcuno deve vincere ed altri per forza di cose devono perdere. Siamo tutti stati dotati di un ruolo, un’identità con caratteristiche e le mie caratteristiche mi rendono giudicabile da chi ne possiede altre non pari alle mie. Piccoli insiemi senza scarto, cerchietti rotondi e sodi.

Mi chiedo non si sia data troppa importanza all’Io, al soggetto, all’individualità. Se così fosse quindi, suppongo saremmo punti estesi, manifestazioni di una Forza da cui invece siamo stati fagocitati senza accorgerci, senza attenzione . I nostri Io panciuti non si muoveranno di molto, rimbalzeranno contro altri e così via dicendo.

Dove invece il punto dovrebbe restare privo di definizione.

Il tutto non si risolve in una tautologia per cui il punto è il punto. Il punto è. C’è più libertà, respiro. E qui le parole di Angela danzano e si sentono frizzanti, dato il punto di pressione, un niente, un vuoto possono divenire. Non si sta qui parlando di un principio pluralista, ma di un continuo modularsi e cambiar di forma pur restando fermo della e nella singolarità che ci rende chi (arendtianamente) siamo.

Attenzione. Una piccola parentesi. Perché non siamo semplicemente interiorità ed esternazione di essa, ma « Un “fuori” vivo nell’immanenza e non risolto in una contabile dimensione d’immanenza; quasi come un’imperscrutabile vita. Esso instaura rapporti con una linea di immanenza di cui non scorgiamo i bordi, dove s’inventa la lacuna che apre e fugge […]. Questo “fuori” è “un niente”, è il sovrannaturale in Weil, passaggio al limite che sospende l’interiorità edificata dall’umano e le rappresentazioni che l’uomo fa su di sé e di suoi simili all’interno dei suoi saperi. »[5]

A questo punto non ci sono più dita puntate da qualcuno di più importante verso qualcuno che deve sentirsi meno, le forme sono scoppiate, e rimasti nudi davanti anzitutto noi stessi, senza alibi o scusanti cristallizzate siamo costretti a guardarci, liberi finalmente di piegarci verso “forme altre”, più vettori che oggetti nello spazio. Né vincitori né vinti seguiamo una nostra linea, godiamo di diritti senza codici o cavilli, fintantoché ripiegandoci l’unico dito disponibile ad esser puntato sarà il mio verso me stessa e la responsabilità che ho in quanto singolarità: figura molto rassomigliante ad un cerchio che però non si chiude né mai si dovrà chiudere, ma non diversa da quella tanto cara ad Angela di ponti e di tramiti che consentono di salvarci e salvare.

Dal momento che la questione non è risolvibile in termini solipsistici o monolitici: riprendendo per un attimo la matematica, volendo disegnare una funzione, dovrò tracciare una linea che unisca punti individuati da coordinate che variando illumineranno quanti punti si vogliano.

La linea li tocca e senza costituirli o sormontarli, evidenzia anzi il loro muoversi, uno tra i possibili loro andamenti ma contemporaneamente proprio quello, unico fra gli altri aventi pari dignità e spessore, che si modificherà in base ai movimenti delle singolarità (ossia dei punti),

di singoli messi in posizione fetale e quindi disposti alla vita e alle relazioni.

Seguo ancora la Putino, qui in uno dei suoi passi legati a Foucault in un confronto

tra ascesi cristiana e cura greca « Sono i rapporti esterni che si ripiegano, si curvano, e l’attenzione costruisce dall’esterno questa cavità » ed ancora « L’attenzione greca è invece una gioiosa piega che consente un esercizio di verità in rapporto a sé e una parola di verità nella vita pubblica. »[6]

La piega non ha propriamente un dentro e un fuori, è entrambi ma non si riduce a queste due dimensioni. Tanto meno lo potranno essere quelle azioni che da essa verranno.

Non avere e nel contempo avere senza possibilità di individuazione una parte interiore ed una esteriore, non concede di vedere i lati perché quello che è esterno si fa interno in continuo nutrimento e scambio; analogo di quanto ci viene più facile pensare per i rapporti.

Diventa quindi più un essere disponibili inchinandosi sorridendo alla vita accettandola, piuttosto che un porsi a guardarla dall’alto pretendendo di dirigerne il traffico.

Si tratta quindi di bucare, di passare con fili, fare e disfare orli per andar sempre fuori ossia in qualche modo farsi linee di fuga scaltre prima di esser inscatolate e immobilizzate: in questo ci aiuta il fatto d’esser strutturalmente disposti a questo perché esposti in continuazione; nude singolarità non possiamo far a meno di spostarci, costitutivo è per noi il ‘fuori’ che ritorna al dentro per poi tornar fuori. Passaggi. Mai esaustivi, mai arrivati, mai completati. Mancanti per sempre di qualche cosa che in ogni caso concede movimento, aria, e respiro fondamentali a lasciar aperture in noi e tra noi.

Un punto, una cucitura, un orlo, una cerniera che non chiude ma dà la dimensione del legame, una trama: dovremmo parere più un tessuto che categorie di donne e uomini.

 

 

 

Note:

[1] Angela Putino, I corpi di mezzo, Ombre Corte, Verona 2011, pag. 45

[2] Gilles Deleuze, La piega. Leibniz e il barocco, Einaudi, Torino 2004, pag. 49

[3] Angela Putino, Simone Weil Un’intima estraneità, Città Aperta, Troina 2006, pag. 39-40

[4] Angela Putino, Simone Weil Un’intima estraneità, op. cit. , pag. 36

[5] Ivi, pag. 49-50

[6] Angela Putino, I corpi di mezzo, op. cit. , pag. 112-113

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