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In viaggio con “Fillette”. Dal sesso di Jean-Luc Nancy alla Grande Madre di Massimiliano Gioni

Portrait of Louise Bourgeois with Fillette, 1968, by Robert Mapplethorpe, 1982

 

C’è chi crede che fare filosofia significhi interpretare incessantemente la lezione del maestro, consumare i propri occhi sulle sue lettere, per riempire la propria bocca di parole cadaveriche, prive di carne ma immensamente piene di ossa.
Dannate ossa, frigide strutture, categorie nichiliste a sostegno di chi non sa reggere l’esperienza dell’incontro, cassetti disinfettati inodore che si e ti chiudono per sempre, eterno ritorno dell’uguale. Cerco l’uomo. Dov’è l’uomo? Nessuno si è mai chiesto dove fosse almeno una donna?
In tutte quelle pagine io non l’ho trovata.

Questo è un testo di carne che sbatte per l’ennesima volta contro le ossa.
La carne dei miei occhi, pulsante e non ancora consumata, a tratti miope, a tratti astigmatica, ma presente e affamata di cambiamento.
La carne delle mie viscere, contorte e dense, annodate ad un costante movimento che oscilla sempre più ferocemente tra la rabbia e la commozione.

La rabbia nei confronti di una cultura accademica patriarcale eurocentrica, collassata ma trattenuta a perdifiato da uomini e donne; classe sociale avvinghiata al potere che ancora può e ancora vuole, quindi manipola, aggiusta, corregge, ingombra molte delle cattedre con il suo imbarazzante rigor mortis.
Appesantisce l’aria sino a renderla irrespirabile, rallenta i cambiamenti dissociandosi dalla realtà palese, inciampa la verità, schiaccia, cancella tutto ciò che non fa giuoco, continua a macchiare i libri.
Quante volte dovrò ancora assistere al grande teatro di una inutile classe di intellettuali, mentre rappresenta in qualche aula universitaria, per l’ennesima volta, una insopportabile, ignorante, sorda e inconsapevole tragedia, avvolta nei fumi di un onanismo maleodorante?!
In quanti hanno perso l’olfatto?
E le mani tremano mentre sfogliano La banalità del male di Hannah Arendt.

Sul finire di Agosto mi sono ritrovata ad Agrigento, mentre cercavo di trattenere tra le dita il desiderio di incontrare un “filosofo dei libri” che parlasse davvero della carne che pulsa, spogliandosi delle antiche ossa del privilegio. Data la mia età non più tenera, mi rendo conto di quanto il mio atteggiamento fosse ingenuo, ma trasformatami improvvisamente in Cappuccetto Rosso, pensavo che chi ha cambiato il cuore potesse mantenere un torace aperto1

Il titolo della scuola estiva di Jean-Luc Nancy ad Agrigento era The Partition of sexes2, data la parola plurale sexes e il programma, credevo che il filosofo francese avesse deciso finalmente di parlare e lavorare sulla differenza sessuale.

Non immaginavo di trovarmi di fronte ad una delle mie più grandi delusioni in ambito filosofico.
Mai avrei creduto che, nel 2015, un essere dotato di intelligenza, potesse ancora parlare del mio sesso facendolo suo, coprendo di pittura nera, come se mai fossero esistiti, i testi di tutte le filosofe che ho studiato e di quelle che ho conosciuto, gettando la mia differenza in pasto a Freud e Lacan, in un pasticcio di impulsi, generatività falliche, eiaculazioni vaginali, vettori di liquido che escono, spingono, si innalzano.

Ho sentito lo stridore del mio corpo mentre resisteva alla cancellazione.

Ho rivisto gli occhi di Irigaray mentre mi raccontava della sua paura, quando le vetrine di Parigi, che esponevano Speculum, venivano prese a sassate.
Quello a cui ho assistito mi sembrava un grave delitto, non doveva intitolarsi “the partition of sexes” bensì “il sesso di Nancy”, obsoleto e declinato esclusivamente al maschile, sordo soliloquio incentrato tutto su di sé, pieno di parole, spesso errate, parziali e sessiste, che rendevano impossibile lo spazio per uno scambio reale.
Nelle ore di dibattito le sue risposte si trasformavano rapidamente in monologhi, approfondendo le domande adoranti, che riempivano di piume il suo trono dorato, al solo scopo di riprendere la parola per tempi lunghissimi e riconfermarsi nella posizione di partenza.

Alla fine delle sue lezioni, perché ogni giorno speravo di sbagliarmi e speravo che prima o poi avrebbe preso una posizione diversa, sono andata da lui e gli ho chiesto se era una precisa scelta politica non aprire un dialogo con il pensiero della differenza sessuale.

La risposta era ovvia, ma ancora non la accettavo, avevo bisogno di un’ammissione di colpa.
Il filosofo francese mi ha educatamente risposto che era pura casualità, che in quei quattro giorni tutto aveva preso una piega spontanea.
Ma poi si è fermato un attimo e mi ha chiesto in specifico a chi mi riferissi, io gli ho risposto che avrei potuto fare molti esempi ma che mi sarei limitata a tre:

1) come potesse parlare di jouissance nel corpo della donna senza pensare ad Irigaray
2) come poteva parlare di mélancolie senza interloquire con Sole Nero di Kristeva
3) come ha potuto parlare per giorni interi di Mystique citando anche Thérèse di Lisieux, senza minimamente nominare Luisa Muraro.

Le sue risposte sono state:

1)Volevo parlare di Irigaray ma non c’è stato tempo, immagino lei intenda la questione del toccarsi e ritoccarsi del corpo femminile, del mucoso, ma questa tematica avrebbe richiesto un approfondimento troppo lungo (avevamo 4 GIORNI, non 1, non 2, non 3, bensì 4 GIORNI), in ogni caso Irigaray non è politica (COSAAAAAAA?!!!!);
2) non conosco questo libro di Kristeva (mi rifiuto di crederlo possibile);
3) non ha proferito parola in merito (e a questo punto parte una colonna sonora a ritmo di “Shame on you” che da quel momento risuona nella mia testa ogni volta che sento la parola Nancy –https://youtu.be/pgzeLlBjD6Q )

Non paga delle sue risposte, che erano un chiaro rifiuto all’interlocuzione, ho insistito affermando che la sua posizione mi era sembrata assolutamente ed evidentemente politica, a maggior ragione testimoniata da una domanda fatta mezzora prima, in cui concludeva che non era un caso che Dio avesse scelto di incarnarsi in un corpo maschile.
Trovavo scandalosa la sua affermazione e gli ho detto che il Dio di cui parlava, si è incarnato in un corpo maschile per lo stesso motivo per cui Gesù è bianco, biondo e con gli occhi azzurri.
Vi risparmio la sua risposta.

Se perlomeno avesse avuto il coraggio di ammettere la sua posizione politica, me ne sarei tornata a casa più serena, arrabbiata ma più serena.
Ma quello che mi ha tolto il sonno in quei giorni e mi ha fatto tornare a casa avvilita e sconcertata, è stato il pubblico adorante e suddito della parola del Maestro.
Quasi a nessuno importava che dalla Sicilia ce ne tornassimo a casa con l’eliminazione del pensiero di ¾ del mondo (dalle sue analisi aveva escluso persino gli autori anglosassoni).
Ho capito in quella torrida estate, di essere finita in un camping alieno, molte delle creauture presenti si riconoscevano nelle specie Nancyane, Deriddiane, Levinassiane in guerra contro le Foucaultiane e le Deleuziane. A volte verrebbe quasi da chiedersi se oggi venga riconosciuta una filosofia che non tocchi la Francia. Io non avevo nessun sigillo di appartenenza, nessuna coccarda da esibire, né distintivi. Non ero collocabile nei loro pianeti e la mia lingua, che parlava senza citare e partiva da sé, mescolando la filosofia con l’arte, era barbara.
Per me era invece incomprensibile come si possa passare un’intera vita sulla parola Dasein, per poi non riuscire ad accorgersi del genere maschile della parola Uomo, solo la cecità, quegli occhi consumati di cui parlo all’inizio, possono vederla neutra.

Non accetto proprio più e non accolgo, che se si usa la parola uomo, si stia parlando anche di me; in che lingua è necessario urlarlo perchè ciò possa essere compreso?! Perché si continua ad ignorare, persino in presenza, il diritto di esistenza simbolica?

Nella serata di chiusura della Scuola, mentre cercavo di tradurre agli alieni l’orrore dell’esperienza che avevamo condiviso, mi sono resa conto che l’unica extraterrestre ero io, folle nel cercare risonanza in un pensiero che mi esclude a priori, trovando irrilevante la mia presenza e il mio sesso.

E l’errore sin dall’inizio è stato il mio, perché cercare dove non ti verrà dato?

Sapientemente Diotima insegna a Socrate e non a Platone.

Ma purtroppo poi chi scrive lo sappiamo bene.

Se nella filosofia dei manuali c’é Nancy e non molte delle donne che conosco, forse la parola filosofia, così come una precisa Accademia continua a portare avanti, non mi basta più; forse è arrivato il momento di inventarsi una parola nuova, che sia all’altezza delle ampiezze delle pratiche e dei pensieri delle donne e degli uomini con il torace aperto.

In ogni caso, per chi ancora i manuali li continuerà a leggere, vorrei aggiungere una nota alla voce Jean-Luc Nancy: Uomo Bianco, mutazione fedele della specie Deriddiana, raffinato oratore francese inabile all’ascolto, cecità diffusa, noto nel 2015 per il superamento della linea rossa dei 4 giorni, happening in cui il filosofo è riuscito a parlare continuamente di differenza tra i sessi, godimento femminile e incarnazione sessuata, senza interloquire mai, e sottolineo mai, con una sola filosofa. Da allora noto a molte come l’Oscurantista.

E dopo la rabbia prolungatasi per tutto il mese di settembre, ad ottobre arriva la commozione, sul sentiero di Milano.

A volte quando la filosofia cade, l’arte illumina l’orizzonte e ti fa sentire che non tutto è perduto.

Attendevo impaziente, da mesi, di poter andare a vedere la Grande Madre a Palazzo Reale.

Questa Mostra, curata da Massimiliano Gioni, e resa possibile in primis grazie a Beatrice Trussardi, nasceva all’interno del fitto programma dell’Expo di Milano, ascoltando la risonanza tra la maternità e l’idea di nutrizione e generatività.

Ma chi si aspettava un’immagine della maternità rassicurante, avvolta tra rigagnoli di latte e fiocchi di velluto, non aveva fatto i conti né con l’oscuro materno, né con la rivoluzione femminista degli anni ’70.

I conti invece li aveva fatti molto bene Gioni che, come guide per la costruzione della mostra, segnala di essersi affidato alle parole di Simone de Beauvior e Adrienne Rich.
E quando cita Lonzi, lo fa per spiegarci che questa Esposizione non vuole raccontare solo di quando una donna partorisce un figlio, ma anche di quando una donna partorisce se stessa, dà a se stessa una nuova vita.

 

Gioni a palazzo Reale non ha mandato in corto circuito solo l’idea che essere donna pienamente significhi essere madre, ma anche l’idea che essere madri significhi essere Madonne.
Per chi avesse dei dubbi in merito, consiglio di ricercare le immagini della stanza dedicata a Louise Bourgeois.
E sembra quasi impossibile che un Curatore dopo aver riportato l’Aura e il Sacro nell’arte, all’interno della Biennale di Venezia del 2013, esponendo come opera centrale il libro Rosso di Jung; a Milano nel 2015, compia un’impresa altrettanto coraggiosa, mettere la politica delle donne al centro della riflessione sull’arte contemporanea, esponendo Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi, insieme a una miriade di manifesti femministi degli anni ’70.
E così accanto all’Oscurantismo di uomini capaci di vedere solo l’ombra dei propri falli, esiste anche chi fa luce, e questa operazione di illuminazione, di restituzione delle opere di artiste rimaste sconosciute solo perché donne, è sostenuta stanza dopo stanza per tutta la mostra; ne è stato esempio lampante il libro disponibile gratuitamente all’ingresso, (perché a volte ci si ricorda che i cataloghi costano molto), in cui sono presenti tutti i nomi e le storie delle artiste che in tanti avevano deciso sino ad oggi di escludere dalla storia dell’Arte.
Concludendo la rassegna stampa della mostra, Gioni riprende le fotografie di Nicholas Nixon3, invitandoci a cercare di immaginare una storia dell’arte come una storia più di sorelle che di padri e Edipi4.

E vi chiederete in tutto ciò il senso della foto iniziale.

Il ghigno di Bourgeois rappresenta la mia possibilità di passare dalla rabbia alla commozione, questo perchè Fillete è stata ripresa da Nancy ma anche da Gioni.
Ma Nancy, commettendo un grave errore, utilizza la foto della scultura segnalando che Bourgeois intendesse scolpire una clitoride che diventa fallo, la similitudine della clitoride con il pene.

Fortunatamente Gioni rimane fedele all’artista, appendendo la scultura al soffitto, come carne baconiana da macello, riportandoci al desiderio di Bourgeois, di decostruire la potenza fallica per sprigionare nella sua carnalità, l’immensa fragilità, vulnerabilità.

E`evidente che l’errata interpretazione dell’opera di Louise Bourgeois ci fa capire che Nancy non conosca molto bene neppure l’artista francese.

Mi fermo, respiro e penso che Nancy nasce nel ’40, durante la seconda guerra mondiale, Gioni nasce nel ’73 in piena rivoluzione femminista.

C’è ancora speranza?

Credo proprio di sì.

Mi piace concludere pensando che Gioni non era presente all’inaugurazione della Grande Madre, ma vicino a sua moglie diventata madre davvero.

Note

  1. Faccio chiaramente riferimento al trapianto di cuore e al testo di Jean-Luc Nancy L’Intruso.
  2. http://ricercafilosofica.it/home/summerschool/
  3. Nicholas Nixon, Brown sister, 1975-2015.
  4. https://www.youtube.com/watch?v=fz37UQMtjAA
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