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In tempi di pandemia. Introduzione alla rubrica

 

Ci troviamo, come specie umana, all’interno di un gioco complesso con il virus e con gli animali. Innanzitutto, il salto di specie per cui un virus di animali evolve ed è in grado di infettare gli esseri umani. Come d’altra parte il virus negli umani può evolversi e saltare negli animali. Lo abbiamo visto nel caso dei visoni in Danimarca. Siamo in un gioco di relazioni con virus e specie animali che non possiamo controllare e all’interno della quale siamo in una rete naturale. C’è anzi l’ipotesi che la diminuzione delle specie animali determinata dall’insensato intervento umano nel pianeta faciliti il salto di specie dagli animali all’uomo.

Anche i vaccini che i ricercatori mettono a punto per combattere i virus fanno parte del medesimo gioco. Provocano una risposta del corpo, in quanto questo viene stimolato a ricordare quali microorganismi lo hanno attaccato in passato e di rispondere come se fossero presenti. In questo senso i ricercatori giocano d’astuzia con il virus, facendo leva sulla memoria del corpo, che viene stimolato a difendersi in anticipo, così che il virus – quando si entra effettivamente in contatto con esso – si trova di fronte ad una porta sbarrata.

Il passaggio dall’evolversi naturale del virus, la risposta storica dei ricercatori, il loro imparare dai comportamenti del virus e dalle risposte naturali del corpo umano quando viene minacciato mostra quanto sia connesso il piano naturale e quello storico. Come sia non definibile il limite tra l’uno e l’altro. Sono intrecciati nello stesso campo. Agenti storici e agenti naturali fanno parte del medesimo gioco. Non è possibile porre la vita da una parte e la storia dall’altra. E questo non da ora, ma già in culture più antiche.

L’intreccio tra storia umana e naturale è molto forte. Non scioglibile. Lo sapevamo già, e questa ultima pandemia ce lo sta nuovamente rivelando. Vita biologica e vita storica sono inscindibili.

Ma, posti bruscamente di fronte a questa evidenza, ci siamo trovate, soprattutto noi donne, ad interrogarci quasi di necessità sul significato delle radici stesse dell’esistenza. Cos’è la vita biologica, e cos’è la vita degna di essere vissuta? E che legami ci sono tra di loro? Qual è il nostro rapporto con gli animali, con i virus e con i batteri? Quali sono le strane parentele che intratteniamo con loro, non pensate prima? Qual è la saggezza del corpo umano e cosa impariamo da esso, in che senso ci facciamo intuitivamente conto? Che rapporto esiste tra il tempo biologico e il tempo che sentiamo interiormente? Cosa sono le età della vita e quale legame viviamo soggettivamente tra generazioni? Perché è così importante il vincolo tra insegnanti e studenti e che cosa avviene nella cultura appresa e giocata creativamente? Qual è il vincolo tra mediche, medici e noi che non lo siamo? Come mai comprendiamo solo ora – ora che molto lavoro viene meno – che il lavoro non è solo produzione di qualcosa e sussistenza, ma momento essenziale di scambio, di passaggio, di affettività? È come se il tempo di pandemia avesse travolto tutto come una valanga portando a valle i detriti di un vecchio mondo e ci abbia lasciato inermi ad interrogarci. A cercare di capire.

L’evento della pandemia ha trasformato profondamente il simbolico dominante. Si pensi anche soltanto come ha cambiato l’idea di vecchiaia. I vecchi: sempre giovani fino all’anno scorso, ora fascia debole da proteggere, invecchiata improvvisamente nell’immaginario collettivo. Finta la vecchiaia sempre giovane come finta la vecchiaia improduttiva e solo fragile. Occorre tener conto delle trasformazioni dell’immaginario. Sono segni degli effetti della pandemia.

In questi tempi ho visto un grande desiderio di espressione femminile e una catena di iniziative legate ai luoghi della politica delle donne, che per necessità si sono affidati ad incontri via video. Più in generale ci siamo trovate a vivere situazioni impreviste e ad agire in modo che non ci saremmo aspettate prima della pandemia. I testi che seguono e altri interventi in questo numero della rivista mostrano come le donne invitate a scrivervi hanno agito e pensato. È stato evidente il desiderio di far circolare un pensiero simbolico, forse a volte appena appena abbozzato, ma certo autonomo dal discorso dominante dei media e del governo. Immergendosi nella esperienza che abbiamo fatto con altre e altri per leggere i segni della realtà dando voce ad aspetti che abbiamo sentito soggettivamente fondamentali.

È quella che chiamo, con un termine conosciuto, politica del simbolico. Se ne vede il desiderio circolante tra le donne. Soprattutto quelle di matrice femminista, ma non solo.

Più complesso l’altro grande cardine della politica delle donne e cioè il valore politico delle relazioni in un momento in cui ognuna si è esposta per qualcosa che ha sentito vitale per sé e per le altre e gli altri.  Si è aperta qui una contraddizione.

Mi spiego, raccontando la mia esperienza. Soprattutto nel primo periodo di confinamento in cui non si conoscevano bene le caratteristiche del virus, quale la sua forza e il modo di diffusione, mi sono trovata a parlare con le amiche e a decidere poi tra me e me molto velocemente di chi mi potevo fidare per aprire uno spazio di confronto sui comportamenti da tenere e di chi no. Il governo faceva delle scelte e le imponeva. Molte amiche si attenevano ad una obbedienza letterale, altre si ponevano subito su una posizione critica leggendo l’evento come una strategia di potere. Da entrambe ho preso le distanze, fidandomi di quelle che si erano messe a ragionare a partire dalle poche conoscenze che avevamo (e che abbiamo) e contemporaneamente basandosi sulla propria esperienza e su ciò che intuivano a partire dal lato inconscio del corpo. Questo ha creato uno spazio di confronto che ha permesso di considerare quali erano le ingiunzioni del governo da seguire e quali risultavano incoerenti ed inutili, tanto che si poteva fare tranquillamente dell’altro. E, sul lungo periodo, portare una critica al governo.

Quali gli effetti sul piano della politica delle donne? È ovvio che in questa situazione mi sono lasciata prendere da una diffidenza strisciante nei confronti delle altre, le obbedienti e quelle che riducevano tutto a strategie di potere. Il che ha significato una perdita in termini di politica delle donne.

Quando mi sono resa conto di questa contraddizione ho incominciato a reinterrogarmi su quale sia il nucleo sorgivo della politica delle donne. Sicuramente il desiderio di politica come slancio verso una polis in cui la prima condizione è che ognuna e ognuno possano esserci allo sguardo degli altri e prendere la parola. Dove questo slancio è retto dalla fiducia. Ma quale fiducia e come? È questo il punto. Come ha detto Elisabetta Cibelli in un incontro di Diotima, la politica si costruisce con una rete di relazioni che non sono solo di fiducia. Eppure, la fiducia è interna alla politica, nel senso che la scommessa politica è una presunzione di fiducia, che lascia all’altra e all’altro una libertà che non è prevedibile. La politica va oltre ciò che ci rassicura e la presunzione di fiducia nell’altra ne è la caratteristica anche quando la fiducia non è presente immediatamente.

Con le mie parole: è come se la politica delle donne rinnovasse l’inizio della vita che è apertura fiduciosa al mondo e agli altri. Poi, come gli altri reagiscano a questa apertura, lo vedremo in seguito. Fare politica riattiva dunque la scommessa iniziale della vita. Ogni volta di nuovo. E la riattiva dunque anche con chi non conosciamo e con chi è su una strada diversa dalla nostra. Il che non significa armonia fittizia e fine dei conflitti. Al contrario: apre la possibilità di dare spazio simbolico alle posizioni in conflitto perché ci muove la fiducia che il conflitto stesso mostri un di più di ricchezza di senso e di azione.

La pandemia ci ha messo in difficoltà, ma anche ci ha provocato ad un nuovo inizio politico. I testi che vengono qui pubblicati sono su questa via, pur nella loro differenza.

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