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In amicizia con Simone Weil. Su Gloria Zanardo, Un’apertura di Infinito nel Finito

 

* Recensione del testo di Gloria Zanardo, Un’apertura di Infinito nel Finito.  Lettura dell’impersonale di Simone Weil, Mimesis, 2017.

 

Pensando e scrivendo, torno diverse volte a consultare il testo di Gloria Zanardo su Simone Weil. Proprio come faccio con i testi della stessa Simone Weil, che tengo tra quei libri a me cari, appoggiati sul mio tavolo di scrittura e di studio e mai collocati in ordine, negli appositi scaffali della mia libreria. Un pensiero che sta lì, tra fogli e foglietti di appunti, oppure sepolto sotto altri libri. Pensieri criptati, verità sommerse come dei tesori, ai quali io ricorro ogni volta che sento affiorare la forte sintonia esistenziale che mi aiuta a decodificare il mio sentire e il mio pensiero.

Forse è questa la cosa che balza subito alla vista leggendo il libro di Gloria Zanardo: il suo passo sicuro nell’addentrarsi su una infinità di testi e scritti di Simone Weil. Una sintonia amicale profonda, che sa dove andare a cercare le tracce di quella riflessione che, a mio avviso, non vuole spiegare ma presentare, far conoscere, proprio come quando si presenta un’amica cara a persone che non la conoscono. Da brava pedagoga, Gloria sa che gli autori vanno fatti conoscere e amare, perché il loro pensiero e la loro pratiche di vita si diffondano.

Il titolo del libro di Gloria Zanardo: un’apertura di infinito nel finito mostra subito che tutto il pensiero weiliano va colto nelle scelte che lei stessa ha fatto nei brevi ma intensi anni della sua vita. Finito e infinito sono le coordinate spaziali della sua vita; coordinate spaziali che lei stessa ha lasciato miscelarsi prima di tutto nel suo corpo e poi nel suo pensare e scrivere. Infinito e finito sono le coordinate dell’impegno politico di Simone Weil, convinta che l’infinito senza il finito si dissolverebbe ma anche il contrario: il finito senza l’infinito, ci renderebbe tutti schiavi di idoli inventati. Quell’infinito che nella mente umana è diventato universale astratto, impaurito dal finito e dunque lontano dall’umano e dal contesto concreto; quell’infinito astratto che non riuscirà mai a scendere nella fabbrica o nella piazza; che preferisce la moltitudine, il grande gruppo, le cento pecore all’una, contrariamente all’economia sapienziale. Troviamo scritto nel vangelo copto di Tommaso, testo apocrifo collocato tra il I e II Secolo: Dopo avere tanto sofferto disse alla pecora: “Io ti voglio bene più che alle altre novantanove”» (Llogion 107,3). Chissà se la Deita di Simone Weil non sia questa?  Immergendosi in queste due dimensioni Gloria Zanardo scrive il libro e fa -e questo è il sottotitolo- lettura dell’impersonale di Simone Weil.

Appena apriamo il libro ci troviamo subito davanti a questa grande “questio”: che cosa significa nel pensiero e nella vita di Simone Weil l’impersonale e anche: perché l’impersonale può essere la porta d’entrata per conoscere la vita e il pensiero di Simone Weil? A questa questione Gloria non risponde in modo diretto, ma ci accompagna in quell’itinerario fatto di testi e di tanti ricordi delle trasformazioni esistenziali di Simone Weil. Così che, se ci saranno lettrici o lettori che non conosceranno fino in fondo la vita e il pensiero di Simone Weil, leggendo il testo potranno percorrere il suo pensiero e trovare, nello stesso tempo, le sue trasformazioni esistenziali. Per Gloria dunque, non c’è bisogno di dedicare troppe pagine biografiche su Simone Weil; le basta mettere in luce il suo pensiero, lo stesso evocherà i luoghi e contesti socioculturali del reale weiliano. Tutti comprenderanno che l’impersonale è il frutto finale del pensiero di Simone Weil: nell’autunno del 1942 nell’imminenza della partenza per Londra – e intensificandosi, quanto a frequenza e centralità, nelle opere degli ultimi mesi di vita, in particolare ne La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, e ne La persona e il sacro, costruito a partire dalla nozione stessa di impersonale. (citazione del testo pag. 7). Ma Gloria Zanardo parla di questo all’inizio e rovescia il tempo: l’impersonale che viene attribuito al periodo finale della vita di Simone Weil è la trama di tutti i suoi 34 anni di vita.

I contesti che lasciano emergere la questione dell’impersonale weiliano. sembrano essere tre. Tra i tre non esiste separazione, per questo Gloria può procedere in una narrazione consequenziale senza separare la vita di Simone Weil, dal suo pensiero, dalle sue esperienze e da tutti quei kairoi trasformanti della sua vita. Nel testo che scorre armonicamente, i nostri occhi trafugano tra le righe questi tre preziosi elementi contestuali che, a mio avviso, ispirano l’impersonale weiliano. Ogni contesto, si comprende chiaramente, non può fare a meno dell’altro.

Vediamoli.

Il primo è pensiero sull’impersonale che scaturisce dal confronto e scontro che Simone Weil ha con il quotidiano reale. In questo caso esistono luoghi concreti: la fabbrica, la moltitudine e la piazza. Sono le problematiche umane che assalgono il suo pensare filosofico e la rendono fedelmente inquieta. La sua sensibilità, la sua storia personale, nonostante le sue radici borghesi, si lascia catturare -proprio come fa il divino con l’umano-. Filocaptus -pazzo d’amore- usando un termine di Caterina da Siena e solo i pazzi d’amore lo comprendono, gli altri faranno solo l’elemosina. Le piazze i cortei degli operai, la fabbrica, i poveri di Harlem. Ed è come se l’esistenza di Simone Weil lo prevedesse fin dall’inizio del suo percorso esistenziale.   È l’uomo in carne e ossa, che chiede perché gli venga fatto del male dato che non si aspetta del male dagli altri, a incarnare l’apertura all’impersonale, e tale apertura è quel sacro cui fare attenzione e da salvaguardare, scrive Gloria Zanardo (pag. 28) e continua citando Simone Weil:

Dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano. (Simone Weil , La persona e il sacro, citata a pag. 28).

In questo senso è dalla piazza, dalla fabbrica che fuoriesce il pensiero weilano sull’impersonale, mentre su quei luoghi piovevano altre sentenze ideologiche, totalmente prive dell’impersonale.

Questo il secondo contesto: il mondo delle idee e delle ideologie e teorie sul popolo, sulla classe operaia, sulla persona. Contesto in cui Simone Weil deve elaborare il pensiero sull’impersonale e non solo sostenere il suo impegno politico. Le sintesi teoriche scientiste; quel pensiero che sottostava alle leggi razziali emanate dal regime di Vichy; l’incompletezza dell’analisi marxista nell’interpretazione delle ragioni dell’oppressione del popolo ma anche la lettura dei personalisti e di tutti coloro che esaltano la persona mettendola come riferimento principale dei diritti. Quel grido viene dallo strato più profondo dell’anima, situato dentro un movimento che trascende la singolarità, pur facendone costitutivamente parte. L’abito mentale scientista, quale si è affermato con la rivoluzione scientifica moderna, pretende che metodo e rigore riguardino esclusivamente lo studio della realtà sensibile. (pag.29). Nel libro percepisco che questa irrequietezza ideologica di Simone Weil, è presente, anche se non viene affrontata direttamente. D’altra parte, la questione sull’impersonale è filosofica ma anche teologica e morale. Simone Weil amante della limpidezza del messaggio cristiano e nello stesso tempo della questione sociale, sapeva che sia il cristianesimo ufficiale, e la sua dottrina, sia il marxismo avevano soffocato l’impersonale. Chi soffoca o ignora l’impersonale soffocherà gli individui. Scrive Gloria Zanardo: Le parole scritte con la maiuscola, -quali capitalismo e comunismo- per designare un collettivo al cui valore assoluto l’individuo concreto è di necessità sottomesso e può venire tranquillamente sacrificato, sono anch’esse per questo stesso motivo, degli idoli. Oggetto idolatrico è poi la potenza, capace di afferrare gli uomini nelle sue maglie immaginarie e illimitate, nonostante la sua consistenza reale sia pressoché nulla e si regga in gran parte sul prestigio. (pag. 162). Si tratta di un linguaggio diverso e lontano non solo da ogni massificazione ma anche da ogni personalismo, in quanto “io”, perché l’impersonale è l’altrove della massa e di ogni persona.

Terzo contesto. Si tratta delle trasformazioni interiori che diventano vita mistica. Se istintivamente le labbra si chiudono, nel testo di Gloria, la scrittura si dischiude. Se mi venisse chiesto dove cercare nel libro questo terzo contesto, risponderei che Gloria ha avuto l’abilità -forse per la sua familiarità con il pensiero weiliano- di disseminarlo e lasciarlo trasparire ovunque. O chissà, sia solo un mio abbaglio visto che annovero Simone Weil tra le mistiche più vicine e patrona del mio fare teosofico e della mia passione misticopolitica, ma credo di non sbagliarmi. Questo contesto è un piano trasversale o una luce che sottende tutto il resto, dall’introduzione fino all’ultima parte. Nessuno mette in dubbio la filosofia mistica di Simone Weil e il titolo del libro di Gloria Zanardo lo ribadisce. L’apertura dell’infinito nel finito la ritroviamo ovunque e l’impersonale strappa al reale quella indicibile forza misticopolitica. La genesi di tale movimento di pensiero, che orienta l’intera sua lettura del reale, è individuabile in una sua esperienza di contatto diretto con il soprannaturale vissuta nel 1938, come confidò al domenicano Padre Perrin. (pag.7). Una volta messo in chiaro questo prezioso dato, l’autrice mette in luce i lineamenti della mistica weiliana, ne cito solo alcuni. Consapevolezza di un Dio che sfugge a ogni rappresentazione e che resta nella realtà come presenza nascosta (cfr. pag. 12-13); studio e preghiera (cfr. pag. 14); sapere della propria finitezza e fragilità (cfr. pag. 173); lo stato d’attesa (cfr. 15) che permette di restare in veglia su quegli accadimenti che sono prossimi, cioè vicini nella vita ma -grazie all’impersonale- anche distanti da noi.

L’attenzione è la forma più rara e pura di generosità. Pochissimi sono gli spiriti a cui è dato di scoprire che le cose e gli esseri esistono (lettera a Joë Bousquet citata a pag. 15) e ancora: debolezza e amore (cfr. pag. 36) In Simone Weil anche la rivoluzione potrebbe diventare via mistica, ma a una sola condizione:  Se c’è un senso nella rivoluzione, scriveva Weil nella lettera al Cercle dell’inverno 1933-1934, esso consiste nell’essere una lotta senza quartiere contro ciò che fa ostacolo alla vita: la rivoluzione è cioè un mezzo, che verrebbe a perdere qualsiasi senso se non fosse l’amore per la vita a sorreggerlo (pag. 134).

La mistica non nasce dal puro pensare ma dal vivere metamorfosi segrete ed evidenti, così che non si gioca solo in una parresia verbale ma corporale e nell’unione con la vita che alimenta e consuma, allo stesso tempo. Chiudo questa breve lettura sulla mistica weiliana, con una immagine molto bella che l’autrice del libro pone di fronte ai lettori fin dall’inizio:

in quei mesi scrisse instancabilmente, quasi febbrilmente, trascurando talvolta di mangiare e persino di dormire. Scrive lettere, numerosi articoli e continua la stesura dei quaderni, mai abbandonata se non per un breve periodo durante la permanenza a New York […] (pag. 65).  Una vera e propria fretta premurosa verso la vita, come se il tempo stesse per finire e così sarà. Questa vita che si consuma per l’amore amato e le sue passioni, mi ricorda le prime ore dell’alba, “in fretta” dice il testo giovanneo, quando era ancora buio, una donna precede tutti gli altri per andare al sepolcro. (cfr. Gv 20,1)

Concludendo

Che cosa fare con questo libro di Gloria Zanardo? Studiarlo e poi correre alle fonti e poi tornare a confrontarci con lei, ma non solo. Fin dall’inizio del libro l’autrice, annuncia una pratica: Questi i compiti che la filosofa consegna alla politica, mentre è in corso il secondo conflitto mondiale, indicando così alla nostra civiltà una direzione completamente altra rispetto a quella imboccata dalla modernità. (pag. 16) E ancora: Per una politica capace di affrontare la malattia dell’Occidente Weil propone in questo saggio di attingere alle grandi risorse custodite dalla mistica. (pag.17)

Simone Weil ci ispiri e non ci lasci sole.

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