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Imparare ad amare: la pratica dell’obbedienza.

Queste note si riferiscono alle pagine sull’obbedienza che chiudono il Dialogo idi Santa Caterina da Siena, dove l’obbedienza viene insegnata come la chiave che disserra la porta del cielo.

Per esprimere la domanda che è in me, e che riguarda la significanza della nostra presenza nel mondo, inizierò proponendovi la lettura di una poesia di Emily Dickinson. ii

 

We never know how high we are

Till we are called to rise

And then if we are true to plan

Our statures touch the skies-

The heroism we recite

Would be a daily thing

Did not ourselves the Cubits warp

For fear to be a King.

Non conosciamo mai la nostra altezza

Finchè non siamo chiamati ad alzarci.

E, se siamo fedeli al nostro compito,

arriva al cielo la nostra statura

E l’eroismo che allora recitiamo

Sarebbe quotidiano, se noi stessi

Non c’incurvassimo di cubiti

Per la paura di essere dei re.

 

Possiamo correggere Emily, e prendere le sue parole come rivolte proprio a noi, donne, e sostituire a re regine e dirci quindi:

 

E l’eroismo che allora recitiamo

Sarebbe quotidiano, se noi stesse

Non c’incurvassimo di cubiti

Per la paura di essere delle regine

 
 

Emily Dickinson afferma che la scoperta della nostra altezza accade quando veniamo chiamate: se siamo chiamate ad alzarci e se siamo fedeli al compito allora la nostra altezza arriva al cielo.

Nella quotidianità, nella vita di tutti i giorni ce ne stiamo incurvate, rimpicciolite, senza regalità, inconsapevoli di un’altezza potenziale, che non si realizza se non avvertiamo alcuna chiamata. Il nodo, allora, è quello dell’attenzione, dell’ascolto, della disponibilità ad avvertire la chiamata, la vocazione come si dice comunemente?iii

La chiamata a levarci potrebbe venire da ciò che chiamiamo Dio, o dalla realtà o dall’essere, o dal prossimo cui, – come si dice nel Dialogodobbiamo ciò che dovremmo a Dio.

La poeta non lo dice, è una chiamata in qualche modo assoluta. Ciò che ci renderebbe regali è il saper rispondere.

La questione che viene così posta ha per me una valenza politica e spirituale allo stesso tempo. Per chi fa politica a partire da sé, così come noi abbiamo inteso fare, come arrivare a essere all’altezza delle nostre possibilità, come trasformarsi, come crescere è il problema principale.

Caterina offre delle risposte a questa domanda. Anche lei, come Emily Dickinson, è convinta che la creatura possa toccare il cielo. Tutto il Dialogo è un inno alla dignità ontologica della creatura.

Dio è innamorato pazzo della creatura, la cerca, le chiede il consenso, vuole il suo amore, si sacrifica per lei. Dio e la creatura sono simili si rispecchiano l’uno nell’altra. Raguardando me in te vidi me essere immagine tua.iv

Dio fuoco lume mare pacifico acqua che fa specchio: che mi rappresenta me in te, che so creatura tua, e te in me, per l’unione che facesti della deità ne l’umanità nostrav

E quanto al crescere in altezza, che significa accrescere la propria capacità di amare, Caterina ha imparato dal Dio che le parla che la pratica per eccellenza è l’obbedienza. Obbedire significa fare la volontà di Dio. Amare il bene, scegliere il bene, volere il bene, fare il bene.

Anche Simone Weil considerando il prodigio dell’incarnazione dice: Un’anima perennemente governata da questo sentimento – fare la volontà di Dio- dalla nascita alla morte, è Dio diventato uomovi .

E ancora Dio ci ha creati a sua immagine, vale a dire che ci ha dato il potere di abdicare in suo favore come egli ha abdicato per noi e prosegue L’incarnazione è solo una figura della creazione: Dio ha abdicato dandoci l’esistenza. Noi abdichiamo e diventiamo così simili a Dio rifiutandola vii. Che non significa rifiutare l’esistenza in quanto vita, ma rifiutarla in quanto separazione, in quanto autonomia dell’io.

In Caterina la richiesta rivolta a Dio di innamorarsi dell’obbedienza – di sapere cioè abbandonare la volontà propria per fare solo la sua volontà – è preceduta dal ricordo, sempre presente e sempre rinnovato nelle pagine del Dialogo, dell’amore pazzo che Dio nutre per la sua creatura.

E’ a un Dio innamorato che Caterina si rivolge nel Dialogo, fiduciosa della sua risposta, della sua vicinanza, della sua presenza vigile.

L’obbedienza si colloca in una relazione d’amore: in principio c’è l’amore inspiegabile, pazzo, di Dio per la sua creatura e la sua altrettanto inspiegabile attesa di una risposta d’amore da parte della creatura. Creatura che è stata creata libera di rispondere amando o di allontanarsi disobbedendo, ignorando l’appello di Dio. Se la creatura non fosse dotata di libero arbitrio la sua risposta sarebbe puramente meccanica, non sarebbe capace di amare. Senza libertà non è possibile alcuna relazione. Vi ho amati prima che voi foste ma non vi salverò senza di voi. viii

C’è quindi una relazione d’amore nella quale è Dio ad avere l’iniziativa, la creazione è un atto d’amore, e c’è un rinnovato atto d’amore, estremo, il sacrificio di Dio nell’incarnazione, che dopo la disobbedienza dell’uomo vecchio ricostituisce il ponte tra cielo e terra.

Quest’amore da parte di Dio appare a Caterina pazzo e inspiegabile – come se senza la creatura Dio non potesse vivere – ma allo stesso tempo evidente e fuori di ogni dubbio: è la prima certezza dalla quale lei muove.

L’unica risposta d’amore possibile da parte della creatura è la rinuncia alla volontà propria. L’obbedienza in cui si esplica questa rinuncia all’amor proprio è la virtù più alta e la chiave che apre la porta della vicinanza a Dio.

L’esempio perfetto di obbedienza è quello di Cristo – Dio che sacrifica Dio, con obbedienza a Dio, per amore della creatura e così facendo riapre la possibilità della relazione, si fa ponte, via, strada della riunificazione.

Ci sono due pratiche che mi pare di avere individuato in Caterina: l’orazione e l’obbedienza. Sono due pratiche che s’imparano esercitandole con metodo e costanza e nelle quali si raggiungono diversi livelli che vanno dal più letterale allo spirituale, nel quale divengono per così dire naturali per l’anima. L’orazione, nel suo grado più alto, è orazione continua, rende Dio costantemente presente nell’anima e in questa vicinanza dà grande gioia e godimento, a questo rapimento contemplativo bisogna però rinunciare se si è chiamati all’obbedienza, all’agire.

L’orazione è la pratica di conoscenza essenziale nella quale si accende e si coltiva un amore affocato, pieno di fuoco-, ma c’è in Caterina un primato dell’azione e quindi dell’imperativo di compiere la volontà di Dio.

Anche se tu fossi rapita in aria per l’orazione la dovresti lasciare per l’obbedienza ix

Vediamo come Caterina introduce il tema dell’obbedienza, partendo dalla relazione tra Dio e la creatura.

Cominciamo dalla pagina dove, terminata la parte del dialogo che riguarda la provvidenza, l’anima di Caterina che era ebbra, innamorata della vera e santa povertà, dilatata nella somma grandezza eterna e trasformata nell’abisso della somma e inestimabile providenzia – in tanto che, stando nel vasello del corpo, si vedeva fuore del corpo per la obumbrazione e rapire che fatto aveva il fuoco della sua carità in lei — invoca Dio fuoco ed abisso di carità…larghezza inestimabile, etterno ed infinito bene e lo chiama Pazzo d’amore ed esprime la sua meraviglia per il paradosso che questo Dio che è vita ed unica fonte di vita, si comporta con la creatura come un innamorato che senza l’oggetto del suo amore non può vivere. E ai tu bisogno della tua creatura? Si pare a me; perché tu tieni modi come se senza lei tu non potessi vivere, con ciò sia cosa che tu sia vita, chè ogni cosa à vita da te e senza te veruna cosa vive. E perché dunque se’ così impazzato? Perché tu t’inamorasti della tua fattura, piacestiti e dilettastiti in te medesimo di lei e, come ebbro della sua salute, ella ti fugge e tu la vai carendo, ella si dilonga e tu t’appressimi: più presso non potevi venire che vestirti della sua umanità.x

Dopo avere balbettato Ah Ah come il balbuziente profeta Geremia nell’impossibilità di esprimere con parole finite l’affetto dell’anima che infinitamente desidera Dio, Caterina gli chiede una nuova rivelazione gli chiede di parlarle della virtù dell’obbedienza perché possa innamorarsi di tale virtù, di dirle la sua perfezione, e dove io la possa trovare, e quale è la cagione che me la tolle, e chi me la dà, e il segno che io l’abbi o che io non l’abbi. xi

E Dio risponde. Dove si trova l’obbedienza? si trova nel Verbo unigenito che per compirla corse all’obbrobriosa morte della croce.xii

Che cosa impedisce l’obbedienza? Basta guardare il primo uomo: l’amor proprio, la superbia, il voler compiacere alla sua compagna produssero la sua disobbedienza.

Qual è il segno che tu hai questa virtù dell’obbedienza? la pazienza.

Dopo queste risposte sintetiche ed anticipatrici Dio torna a spiegare: visto che l’uomo, che io tanto amava non tornava a me fine suo, tolsi le chiavi de l’obbedienza e posile in mano del dolce e amoroso verbo, mia Verità: e’ come portonaio diserrò questa porta del cielo.

Cristo fu obbediente e amante perché vedeva l’anima sua l’essenza divina la trinità e Dio eterno.xiii

Come per la creatura anche per Cristo, Dio incarnato, l’amore e l’obbedienza che ne deriva dipendono, scaturiscono dalla conoscenza, dalla chiara visione dell’essere, dell’essenza divina.

La carità che ha partorito l’obbedienza proviene dalla fede L’obbedienza è partorita dalla carità, in lei si fonda la pietra della fede, è una regina di cui elle è sposa.xiv

L’amore non va da solo ma è accompagnato dalle altre virtù e tra queste dalla pazienza che è il midollo della carità. L’impazienza è segno che l’ha smarritaxvperché dimostra che ciò che si vuole è ancora la volontà propria, che rimane il metro di misura, non quella di Dio che si manifesta in ciò che è.

L’obbedienza è una via: s’impara a obbedire a Dio solo accettando di entrare in una relazione umana di obbedienza, sottomettendosi quindi a una guida. L’aver pronunciato i voti rende più facile l’obbedienza, ma Caterina afferma esplicitamente che questa pratica è possibile anche a chi è fuori dall’ordine.

Senza guida si rimane preda dell’amor proprio e delle illusioni che questo produce. xvi

Si tratta quindi di arrivare a uccidere la volontà propria, la propria impazienza e l’amor proprio, pensare di poter rendere conto direttamente a Dio del proprio comportamento e delle proprie scelte sarebbe superbia e autoinganno.xvii

La rinuncia a sé stessi, alla volontà propria, innalza al divino e all’obbediente obbediscono la terra e i quattro elementi, gli animali e le piante. Chi perde sé possede me.xviii

La lettura di Caterina, alla quale non mi sarei mai accostata se Antonietta Potente non ce ne avesse offerta l’occasione, ha fatto nascere in me un sentimento di sorpresa, che deriva prima di tutto dalla mia ignoranza. Inoltre, non conoscendo il contesto teologico che l’ha nutrita, non sono in grado di giudicare se e dove il suo pensiero presenti elementi di originalità, per esempio nei confronti del grande teologo Tommaso, anche lui domenicano.

Sono una di quelle che ha abbandonato la religione nella prima adolescenza a causa della chiesa, e che già nell’infanzia ha respirato un clima di forti divisioni politiche e ideologiche. Per fare un esempio ricorderò che, bambina negli anni ’50, avevo due prozie suore, care e stimabili, che mi prendevano da parte, nei nostri incontri rari, perché stavamo lontani, e mi invitavano a pregare molto per mio padre comunista che rischiava l’inferno. Già allora questa prospettiva preoccupante, mi appariva tuttavia stupefacente dato che mio padre era certamente buono e aspirava alla giustizia. Ragazzina nei primi anni ‘60 avevo già scelto di rischiare l’inferno con lui.

Dal rifiuto della religione e della Chiesa, mi accorgo ora, me n’è venuta non solo incredulità, ma anche una completa sordità, l’incapacità di attribuire significato a ciò che pure avevo sentito. Ora che l’orecchio, per la presenza di Antonietta tra di noi, si riapre e ascolta la voce di Caterina nasce lo stupore: è lei? È il cristianesimo?

Solo la relazione politica con le donne di Diotima, in particolare con Luisa Muraro, mi ha permesso di accostarmi alla ricerca spirituale, attraverso delle mediazioni femminili.

Il primo ponte per me è stata la lettura e lo studio di Simone Weil. Simone Weil è un’ottima mediazione per chi viene dal marxismo: si parte condividendo una passione politica e l’amore per la verità e la giustizia e poi si seguono con meraviglia le sue avventure spirituali.

L’autenticità della sua ricerca impregna le pagine dei Quaderni e non puoi mai dubitare della sua assoluta onestà, quando dice Dio m’ha presaxix, deve essere vero, anche se non sai di che cosa stia parlando. Non puoi capire, perché si riferisce a un’esperienza che ti è sconosciuta, ma non puoi non crederle.

La lettura dei suoi scritti ha prodotto in me una grande apertura, è stata la porta che apre verso altro, e anche nella pratica della mia esistenza ha prodotto un nuovo interesse e una diversa qualità di ascolto nei confronti di persone che avevano fatto scelte di vita di ispirazione diversa dalla mia.

La politica delle donne come noi l’abbiamo conosciuta e praticata ha fatto cadere molte barriere ideologiche.

La sorpresa che Caterina ha suscitato in me riguarda il centro del suo pensiero che è propriamente il centro del cristianesimo, che non mi aveva mai scalfito veramente. Questa idea di un Dio innamorato. Uno sguardo così positivo sulla creazione. Un senso pieno dell’essere e della vita. Non l’avevo mai sentito in questi termini. O meglio, come dicevo, probabilmente non lo avevo ascoltato, il senso mi rimaneva precluso.

La sorpresa riguarda anche la sua dimestichezza con Dio, che le si rivela, che le parla, che risponde alle sue domande, che le fa, come lei afferma, una grazia particolare.

La sorpresa riguarda la sua breve vita così attiva nelle vicende della Chiesa e della politica del suo tempo, la grande autorità con la quale si rivolge ai potenti e agli umili.

Caterina vive all’interno di un ordine patriarcale e in una chiesa improntata su di un ordine maschile, ma questo non sembra limitare né la sua libertà né la sua autorità. Colui che le è dato come guida spirituale diviene un discepolo che lei può redarguire se le sembra troppo timoroso nel compiere il compito che gli è affidato.

Esorta pontefici e sovrani e la sua parola spesso è ascoltata, produce effetti sulla realtà.

Non è l’unica donna che abbia avuto tanto ascolto nel Medio Evo, la sua capacità visionaria, come quella di altre erano prese in seria considerazione.

Del resto studiando la vita e le parole delle donne del passato l’abbiamo constatato: nonostante il patriarcato, la libertà femminile e l’autorità femminile ci sono sempre state, siamo noi che le riscopriamo adesso, quando la nostra ricerca di libertà ci permette di leggere la loro, la cui memoria sembrava perduta.

Tra i vari argomenti affrontati nel Dialogo ho scelto di commentare le pagine sull’obbedienza che lo chiudono perché il tema dell’obbedienza come via di crescita della propria libertà ha delle risonanze in me. E’un tema che è stato presente nella riflessione di Diotima e del movimento delle donne che ha avuto come punto di riferimento la pratica politica della Libreria delle Donne di Milano. Abbiamo cercato, con discutibile successo, di rimettere in circolazione autorità e obbedienza.

Autorità e obbedienza sono oggi ancora due parole inusuali nel lessico politico, ma anche nel lessico comune. Per molte e molti sono parole che respingono, che provocano grande resistenza, in tutti quelli che hanno superato l’infanzia – e forse oggi i genitori fanno anche fatica a praticarle nella relazione con i bambini. Dai bambini chiedono di essere amati più che obbediti.

Anche il residuo precetto che prescrive di obbedire alle leggi sembra molto decaduto nel senso comune, come dimostra la corruzione, la manipolazione delle leggi per interessi personali, ma anche una diffusa arte di arrangiarsi da parte della gente.

A proposito dell’obbedienza ha scritto una pagina molto bella Simone Weil nella Prima Radice xxdove annovera trai bisogni dell’anima il bisogno di obbedienza che può però essere soddisfatto solo all’interno di un ordine sociale giusto e il cui scopo sia chiaro e condiviso da chi comanda e da chi deve obbedire. Era un ordine che lei auspicava si potesse instaurare dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Ci illudiamo dunque di non obbedire più a niente e a nessuno. Il libero arbitrio ci avverte Caterina è legato con l’affetto e lo muove secondo che gli piace o con lume di ragione o senza ragionexxi .

Nei fatti obbediamo a tante cose che ci tirano da una parte all’altra: obbediamo a figli, mariti, amiche perché ci amino, obbediamo al mercato perché sembra l’unica realtà, obbediamo sul lavoro, per compiacere chi ci paga, ci indebitiamo e paghiamo gli interessi, obbediamo alla finanza che ci rapina, obbediamo agli specialisti di cui ci sembra di avere bisogno, obbediamo ai medici… Senza lume di ragione diamo per scontate tutta una serie di necessità, materiali, psichiche e sociali obbedire alle quali ci appare ineluttabile.

Il tema dell’obbedienza si era presentato nella riflessione delle donne cui mi riferisco, a proposito della pratica di relazione che chiamavamo pratica di affidamento tra donne che in qualche modo implica l’attribuzione di autorità, tema ancora molto presente nella nostra discussione.

Nella pratica dell’affidamento tra donne l’esercizio dell’obbedienza, l’attribuire all’altra donna, la misura del giudizio, era stato pensato e praticato come via di libertà per una donna che volesse sottrarsi alla misura maschile, l’unica vigente in un mondo dominato dagli uomini e creato a loro immagine e somiglianza. L’obbedienza istituiva una figura di mediazione tra sé e il mondo. Apparteniamo a una generazione di donne, che si è formata nell’emancipazione dal patriarcato, assimilando la cultura maschile, pensavamo quindi che solo nella relazione tra donne, nello sguardo dell’altra, avremmo trovato l’origine, e una parola adeguata a esprimere la nostra esperienza differente da quella maschile. In qualche modo la pratica dell’obbedienza permetteva di lasciar cadere alcuni affetti: abbandonare timori d’inadeguatezza, reticenze, conformismo, tentazione di adeguarsi al già dato, bisogno di approvazione sociale… Era una via di conquista della libertà interiore. Come afferma Caterina la rinuncia alla volontà propria dà pace toglie ogni debolezza e disordinato timore.xxii

In questo senso si può dire che l’affidamento richiamava la pratica dell’obbedienza presente negli ordini religiosi e in molte tradizioni iniziatiche. L’obbedienza a un maestro, a una guida è la pratica che consente progressivamente il raggiungimento della libertà interiore attraverso un processo di controllo degli affetti e degli impulsi, -della parte carnale dell’anima- e la formazione, direbbero alcuni di un io che comanda, un centro unificato dell’anima, o in termini diversi dell’annullamento dell’ego a favore della parte soprannaturale dell’anima. xxiii

Come Caterina ci insegna, l’obbedienza permette una liberazione da sé stessi che restituisce libertà, dà pace interiore e sprigiona amore, potenza. La pratica dell’obbedienza come via di conquista della propria libertà è rigorosa e difficile, è la porta stretta ci dice Caterina, necessita di radicalità, nasce dall’amore e accresce la capacità d’amare.

Obbedire a una guida spirituale in una relazione personale per accrescere la propria libertà non significa però obbedire supinamente ad un’istituzione e alla sua gerarchia. Nel caso di Caterina questo è fuori da ogni dubbio data la sua attiva presenza nei conflitti che sconvolgono la Chiesa nel ‘300 e l’autorità che lei esercita nei confronti del Pontefice stesso, che viene da lei fortemente sostenuto e rafforzato nel suo progetto di riportare la sede papale da Avignone a Roma.

Ne derivano uno scisma con la creazione di un antipapa e una guerra che coinvolge gli stati italiani ed europei.

Considerando la relazione che Caterina intrattiene con il suo padre spirituale assistiamo però a un ribaltamento, che può apparire paradossale e che mostra invece come in una relazione profonda e viva la posizione d’autorità non sia attribuibile in modo statico a una persona, ma sia una posizione disponibile a chi voglia assumerla. Raimondo da Capua, cui l’anima di Caterina è stata affidata dopo il cosiddetto processo di Firenze e che sarà il suo biografo, ne è in realtà divenuto discepolo e Caterina, che, fin da giovanissima è la mamma di una famiglia di seguaci e devoti, se si dà il caso lo rimprovera anche con durezza. Citerò, ad esempio l’apertura della lettera 104xxiv carissimo e dolcissimo padre, e negligente e ingrato figliuolo, in Cristo dolce Gesù.

Caterina stimolava continuamente i suoi discepoli ad andare oltre i loro limiti.

L’obbedienza è una pratica che permette di superare il sentimento d’inadeguatezza, d’ignoranza, di timidezza ad affrontare situazioni o argomenti di cui non ci si sente competenti.

Per obbedienza a una relazione, per gratitudine, per fedeltà, obbedendo al desiderio di un’altra più grande del nostro, possiamo riuscire a fare cose che indulgendo alla volontà propria non affronteremmo mai.

Forse la pratica dell’obbedienza e quella dell’autorità, se impariamo a rivolgerci richieste – vocazioni, chiamate – che ci tolgano dal quieto vivere, è la via che permette di raggiungere quell’altezza regale, di cui Emily Dickinson ci parla, e che rimane troppo spesso potenziale ed inespressa.

 

Note

 

i S. Caterina da Siena Il Dialogo della Divina Provvidenza ovvero Libro della divina dottrina , a cura di Giuliana Cavallini, Siena edizioni Cantagalli 1995

ii Emily Dickinson Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni, Milano, Mondadori 1997, p.1201

iii Antonietta Potente nel suo intervento richiama il significato etimologico di obbedienza: ab- audire significa ascoltare

iv Dialogo, cit. p.585

v Ivi p.586

viSimone Weil Quaderni Vol. IV, a cura di Giancarlo Gaeta, Milano Adelphi 1993, p.189

vii Ivi p.350

viii Dialogo, cit. però che io vi creai senza voi, chè non me ne pregaste mai, perché io vi amai prima che voi fuste, ma non vi salverò senza voi, p. 526

ix Ivi p.576

x Ivi p. 518

xi Ivi p. 520

xii Ivi p. 521

xiii Ivi p.522

xiv Ivi p. 569

xv Ivi p. 529. Inoltre Le nutre l’umiltà ( disprezzo di te e del mondo) p. 524. Dove non c’è la nutrice dell’umiltà l’obbedienza more subito. p. 545; Chi s’avvilì come Cristo? Perché ha tolto da sé le tenebre dell’amor proprio, p.525

xvi L’obbediente non vuole fare l’obbedienza a suo modo, ivi p. 552- Alcuni in verità vogliono piacere a sé stessi, ivi p. 528.

xvii L’obbediente non rende ragione a Dio ma il prelato rende conto, ivi p. 568

xviii Dialogo, cit. p.577

xix Simone Weil Autobiografia spirituale in Attesa di Dio, a cura di J.M.Perrin, trad. Orsola Nemi, Milano, Rusconi 1984, p.42 -43 Racconta a Padre Perrin le circostanze nelle quali si verificò, del tutto inaspettato e imprevisto, un contatto reale, da persona a persona, quaggiù, fra un essere umano e Dio.

xx Simone Weil La prima radice, trad. Franco Fortini, Cremona Edizioni di Comunità, 1954, pp19 sgg.

xxi Dialogo, cit., p. 137

xxii Ivi, p.577

xxiii Una importante discussione su analogie e differenze tra la pratica dell’obbedienza in ambito iniziatico e la pratica dell’affidamento nella politica delle donne si ritrova nel contributo di Letizia Comba, intitolato appunto L’obbedienza (lettera a Diotima), in Diotima Oltre l’uguaglianza Le radici femminili dell’autorità , Napoli Liguori 1995

xxiv S.Caterina da Siena Le lettere, a cura di D.Umberto Meattini, Milano, Figlie di San Paolo 1987 p.1121. Nel 1374, Caterina ha 27 anni e viene convocata dal maestro generale dell’Ordine Domenicano a Firenze, a conclusione del processo viene sottratta all’autorità dei senesi e affidata a quella del Generale dell’ordine che delegò Raimondo da Capua a suo rappresentante. A lui Caterina nelle lettere si rivolge come al padre spirituale – Dolcissimo padre, l’anima vostra la quale mi si è fatta cibo (Cit. Lettera 273 p.1147) e come a figlio, che tarda ad uscire dalla fanciullezza e merita dei rimproveri, dai quali apprendiamo qualche cosa di lui, rispecchiato nella luce dello sguardo di Caterina: ama la frequentazione delle creature (Ivi, Lettera 104, p.1125 e non vi andate dilargando nelle conversazioni sotto colore di virtù )–bisogna amarle tutte ma frequentarne poche; E spogliatevi di ogni creatura ( e io sia la prima), e vestitevi per affetto d’amore di Dio, e ogni creatura per Dio, cioè d’amarne assai e conversarne pochi, se non in quanto si deve adoperare la salute delle anime, (Ivi, lett. 102 p.1119), è tiepido, perde tempo, non è pronto a dare la vita quando si sente in pericolo. A volte è così dura che Raimondo dispera di averne perso l’amore. Cfr. cit., Lettera n.344 p.1181.

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