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Il pensiero della differenza sessuale oggi

In occasione della traduzione in inglese del primo libro di Diotima, richiamo la citazione che apriva quel libro: “La differenza sessuale rappresenta uno dei problemi o il problema che la nostra epoca ha da pensare”, citazione che rimanda al pensiero ispiratore della differenza sessuale di L. Irigaray e che esprime il senso del lavoro pratico e teorico di Diotima.

Diotima è una comunità filosofica di donne, unite dall’amore della filosofia e dalla fedeltà a se stesse, che opera all’interno delle istituzioni accademiche, anche se non tutte lavorano all’interno di esse. Si è costituita una ventina di anni fa, presso l’università di Verona, e da allora ha lavorato molto per costruire un ordine di sapere mediante pratiche e parole di relazione che tenessero conto della differenza sessuale, cioè del fatto che questo nostro mondo è abitato da uomini e donne, fatto che finora non ha trovato però modo di dirsi in sapere, sapere che fino allora si è sempre dato partendo da un soggetto neutro.

Il testo, pubblicato per la prima volta nel 1987, costituisce un po’ l’origine di Diotima e il senso della sua attività in questi vent’anni.

Da allora (1987), da quando quel testo è stato pubblicato, strade, vie e sentieri ne sono stati percorsi e aperti dalle donne sia nella pratica che nella teoria; sono stati ripensati saperi sedimentati e ri-esplorati saperi occultati e dimenticati, sono state aperte nuove vie simboliche per stare nella realtà e per com-prenderla nel senso della libertà, si è significato il presente partendo da letture del passato e il passato sulla base del presente; insomma la differenza femminile ha trovato un filo di libertà e di felicità; quel testo apriva, disvelava mondi e verità che solo le donne potevano mostrare e da allora hanno continuato, più o meno coscientemente, a mostrare.

Ci sono in questo testo aspetti che restano come stella polare, come luce, illuminazione che permette di vedere: l’analisi critica delle grandi tradizioni filosofiche della modernità (Hegel, Freud), rivisitazione di quel sapere sulla base della riscoperta delle grandi madri antesignane nei diversi ambiti di saperi (letteratura, scienza, teologia, storia): liberate da un sapere costituito per essere libere di costruire un sapere proprio in stretta relazione con il reale, un sapere che in anni fecondi nasceva su pratiche di relazione, sapere consapevole che si alimentava nei fatti di cambiamenti sociali e politici radicali.

 

Ciò ha avuto l’effetto di confondere certezze (quasi) inossidabili e ha prodotto reazioni destabilizzanti: ora sappiamo che rispetto all’essere, non si può prescindere dalla sessuazione, viene meno il soggetto assoluto, neutro, e questo ha permesso di rivedere storia, cultura, politica, società sotto nuova luce.

Ma appena si rischiara qualcosa, altro torna nell’ombra.

Eravamo consapevoli che disfare un ordine comportava un disordine che coinvolgeva anche le donne, ma forse ci si aspettava, sotto sotto, inconsciamente, nei nostri desideri, una qualche forma di “miglioramento”: eravamo coscienti che “la nostra conoscenza della differenza sessuale era ancora molto imperfetta” e che il suo avanzamento sarebbe dipeso non dalle scoperte di questa o quella scienza, bensì dal senso che le scoperte riceveranno e dunque dal fatto che la differenza sessuale “progredisca”” (pag. 37).

C‘era però, forse, una speranza, un‘attesa (una sorta di teleologia?).

 

Così, si è parlato di “fine del patriarcato”, ma proprio adesso, ancora, esso mostra i suoi aspetti peggiori: è come se in realtà questo ‘progresso’ si stesse rivelando, in apparenza, quanto a condizioni di vita, un ‘regresso’, una distruzione, uno sfaldamento, anche rispetto a quanto il ‘patriarcato’ aveva costruito per regolamentare la convivenza umana ( ritorno al principio e alla pratica della violenza, della guerra, venir meno del diritto internazionale, illegalità diffusa e tollerata, pretesa di verità assolute, disprezzo dei minimi diritti umani, ritorno a condizioni di lavoro dell’800, sfruttamento minorile, schiavitù moderne, conquiste politiche del femminismo rimesse in discussione ….)

Forse il patriarcato mostra questi aspetti proprio perché sente di essere alla fine? Forse, non solo..

 

E a questo punto devo però rifarmi ad un’ossessione che mi perseguita negli ultimi anni.

In questi tempi, in cui sembra che si stiano disfando tutte le grandi conquiste della civiltà occidentale perché la logica della forza si sta imponendo a dispetto delle minime regole del diritto e la guerra e la violenza diventano quasi il male necessario per imporre il bene …, ecco in questo tempo in cui ci stiamo abituando ad orrori noti e ignoti, sia negli spazi pubblici che in quelli privati, mi si pone una questione vecchia forse come il mondo: la guerra e la violenza è naturale al modo in cui  era ‘naturale’ la schiavitù per Aristotele,  cioè una naturalità storico-culturale, e allora, in questo senso, è possibile pensare che anche la guerra, come la schiavitù, possa essere debellata, almeno come concetto, se non proprio nella realtà; oppure la guerra e la violenza gratuita, è naturale nel senso che fa parte del modo di essere degli uomini (maschi, ma forse anche donne?), come sostiene J. Hillman, e allora mettiamoci il cuore in pace?

Ecco, la guerra e la violenza tra natura e storia, tra biologia e cultura, antropologia e ontologia: come posso stare di fronte a questi orrori?

Mi pongo questa questione perché mi sembra di non poter guardare al nostro presente e alla stessa possibilità di relazioni tra uomini e donne (pensiamo a quanto è cresciuta la violenza contro le donne, ma anche le difficoltà di relazioni tra uomini e donne), se non mettendo in stretto rapporto la realtà della violenza e della guerra con la questione della differenza sessuale, in quanto guerra e violenza mettono in gioco essenzialmente i corpi.

Quando c’è qualcosa che non va, non resta che ritornare alle origini.

Ecco perché non è un caso, credo, che venga ripreso, oggi, questo testo e venga ripreso sia nella forma di una ristampa (2003) che in quella di una tra-duzione (= portare, condurre al di là).

A me sembra che questo testo e il lavoro di questi vent’anni, che ci ha portato dalla costruzione di relazioni alla consapevolezza di un nuovo sapere, rende conto di quel lavoro del sottrarsi alle pretese universali della cultura dominante maschile e dare forma alla differenza femminile che abbiamo definito “ordine della madre”; nel corso di questi vent’anni abbiamo elaborato degli strumenti teorici e pratici che ci permettono di affrontare i mutamenti in corso con la forza e la capacità di chi sa stare nell’imprevisto.

 

Ora, però, che la libertà della differenza femminile si è mostrata, l’abbiamo riconosciuta, bisogna fare i conti con una promessa che chiude questo testo:

 

“La fecondità simbolica della differenza sessuale rimane ancora una promessa.” (pag. 37)

 

Che ne è stato di quella promessa a distanza di vent’anni?

Si tratta di stare nella fecondità simbolica della differenza sessuale.

La questione della differenza sessuale è sorta dal desiderio profondo ed essenziale, documentato in questo testo, di mettere al mondo la differenza femminile, ma l’effetto che questo ha suscitato di fine del patriarcato, costringe a relazionarci con la differenza maschile: la dif-ferenza ci porta da un’altra parte, si tratta allora della differenza tout court.

  Rileggere quelle pagine permette oggi di acquisire consapevolezza nella distanza della strada intrapresa; rileggere quelle pagine è come mettere a fuoco, vedere chiaramente, che quello che è stato scritto allora è venuto pienamente alla luce (per esempio il separatismo, allora teorizzato e praticato coscientemente, oggi lo si trova molto diffuso nelle relazioni tra giovani donne), è cresciuto, ma si è anche riempito ed intriso di realtà con quanto di oscuro, magmatico e imprevisto            ogni realtà comporta e chiede quindi di essere ripensato.

Se il nostro venir al mondo dipende dalla madre (questione cruciale del pensiero della differenza), il nostro stare al mondo di uomini e donne dipende dalle relazioni, per questo l’altro non mi è necessario, ma mi è essenziale, riguarda il mio essere in questo mondo.

Questo essere chiama in causa la differenza maschile, che non è ancora stata pensata.

Il pensiero della differenza ha aperto una breccia che chiede di essere colta, vista, ascoltata, per andare oltre il separatismo senza tornare nella complementarietà.

 

Dice Luisa Muraro che “Tutto è storia, ma la storia non è tutto.”

E se la storia non è tutto, adesso si tratta ancora di interrogare quel “non tutto”, quel ‘resto’ del non detto e oscuro, che porta oltre la storia, per orientarsi, trovare un senso e cioè un sentire, una direzione, un significato, in questo mondo presente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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