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Il passaggio del dolore tra madre e figlia

Tra i diversi saggi che compongono il libro di Cristina Faccincani, libro denso e capace di aprire riflessioni e domande, quello che mi ha coinvolto con più intensità sia sul piano personale che professionale è l’articolo che tratta la complessità e i chiaroscuri del legame madre-figlia e che s’intitola “Paradossi del materno”.

Nel lavoro psicoterapeutico con le persone sofferenti si ha, spesso,  la possibilità di comprendere la dimensione profonda del dolore di tutti e quanto il trattamento del dolore fisiologico e non, sia il compito chiave che fa da filo conduttore di ogni percorso individuale, di ogni storia d’amore e di ogni  romanzo familiare.

Lo scritto di Cristina Faccincani mette a fuoco come il trattamento del dolore pervada lo scambio tra le generazioni e come esso venga declinato al femminile, con modalità specifiche, rintracciabili in ogni singola donna.

Il rapporto primario con la madre orienta in modo fondamentale la personalità di ognuno, la percezione di sé e del mondo. Ma la stessa origine, il corpo materno, produce un insieme diverso a seconda del genere del nascituro.

Il femminile è caratterizzato da una permeabilità nello scambio con la madre che il maschile non ha. La differenza di genere, insita nella diade madre-bambino, agisce come  membrana distintiva primaria.

L’uguaglianza di genere invece, nella diade madre-bambina, funziona come simmetria identitaria alla cui base si fonda la facilità con cui la madre, rispecchiando se stessa nella figlia,  offre la propria esperienza infantile della relazione materna, come matrice della crescita di una nuova identità.

I numerosi riferimenti all’esperienza clinica e le riflessioni teoriche che strutturano il saggio ci aiutano a capire come questa realtà originaria possa avere, però, anche risvolti problematici e paradossali.

Può, infatti,  succedere che questa stessa permeabilità permetta, senza filtri né consapevolezza, la trasmissione inconscia  di quelle che sono “le lacune del materno della madre” che vanno così ad occupare lo spazio interiore della neonata abitandola con domande di cura e riparazione delle ferite della generazione precedente, invertendo più o meno totalmente il senso e lo scopo della relazione.

Nelle stanze di terapia questa sofferenza del femminile che attraversa le generazioni può trovare uno spazio di ascolto, un recupero di senso e, quando è possibile, una traduzione trasformativa.

La riflessione di Cristina Faccincani ci accompagna con sicurezza e profondità nella comprensione di questi processi che ammalano e curano, offrendoci un’analisi originale, rigorosa e innovativa per riflettere su complessità, potenzialità e rischi della relazione madre- figlia.

 

 

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