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Il linguaggio neoliberista e la trasformazione della società. Misura, Amore e Desiderio per non cedere al disagio.

La lotta di classe, l’impegno, l’opposizione tra capitale e lavoro suscitavano sorrisi di commiserazione.
A furia di non essere più utilizzate, alcune parole parevano prive di senso.
Ne arrivavano altre che si imponevano per valutare azioni e individui, la “performanza”, la “competizione”, il “profitto”.
Annie Ernaux, Gli Anni

 

  1. L’irruzione del linguaggio neoliberale nella vita quotidiana

 

In una mattina assolata di un anno fa chiamai l’Inps per capire come sistemare alcune faccende burocratiche e una voce, annunciata a sua volta da un’altra voce registrata, mi invitò ad attendere per poi parlare finalmente con qualcuno, a sua volta annunciato con un numero di riferimento. Questo gentile operatore del call-center mi spiegò che non bastava più il mio codice pin per fare l’operazione online, avrei dovuto -cito testualmente- “trasformarmi da cittadina a dispositivo”. Avrei dovuto, cioè, da quello stesso codice pin chiedere l’accesso ad un altro codice pin, più completo e sofisticato, che loro chiamano “dispositivo”. Solo con quest’ultimo avrei potuto compiere il mio gesto burocratico per mettermi a posto con le leggi del paese. Nel maggio del 2017 sono stata invitata a relazionare su un mio volume presso il Convegno CUG (Centri Unici di Garanzia) a Udine ove si celebrava il decennale della stessa istituzione presente in molte Università, ex centri per le Pari Opportunità. Il mio intervento invitava a praticare la relazione tra colleghe per contenere le derive neoliberiste del principio di concorrenza interiorizzato dagli stessi colleghi, a partire da sé, e dal disagio che spesso viviamo nelle Università con gli standard di misurazione della conoscenza imposti dall’Anvur. La collega che venne dopo di me tradusse candidamente e in assoluta buona fede il mio invito a partire da sé con la seguente frase : “Grazie per questo bell’intervento, in effetti lo Storytelling oggi è importante!”. Nel 2012 non avevo soldi e accettai di fare una ricerca sociologica per un ente privato, in particolare un Istituto Bancario importante. Volevano “valorizzare i talenti delle donne” per dimostrare come, di fatto, le stesse donne fossero “utili alla crescita del paese”, nonché sostenere che le nostre stesse attitudini divenivano addirittura dirimenti per uscire dalla crisi economica. E però i committenti della ricerca parlavano una lingua imparata dalla Scuola McKinsey, presente su scala globale, la quale forma tutti i Top Manager e da cui attingono anche molti dirigenti politici utilizzando pratiche di marketing studiate per valorizzare la differenza, l’orientamento sessuale, la disabilità, il colore della pelle nella “gestione delle risorse umane”. Feci le mie interviste, le consegnai, mi pagarono e finì là. Dopo qualche anno, una donna molto intelligente che lavora presso Einaudi, mi propose di riprendere quelle stesse interviste traducendo questi saperi, prevalentemente di donne presenti sulla scena del potere, per provare a rovesciare quello stesso linguaggio. Così pubblicai “I talenti delle donne. L’intelligenza femminile al lavoro”, un libro attraverso cui provo a trasformare il linguaggio bancario e del potere per nominare in altro modo le cose, a partire anche dalla parole di quelle donne che in parte lo gestivano senza riuscire a “fare” la differenza. E così “network, reti, lobby” divennero “relazione”, “empowerement e potere” divennero “poter fare le cose con le altre” e via di seguito. Mi aiutò moltissimo un bel libro di Luisa Pogliana dal titolo “Le donne, il management, la differenza” che, peraltro, mi fu prestato da Federica Giardini. Tutto questo per dire che il linguaggio neoliberista tenta di colonizzare ogni nostro gesto di vita quotidiana, mira a “oggettivare la lingua”, a s-vuotare di senso il soggetto che parla, ad allineare lo stesso linguaggio ad un’azione sempre più orientata ad un “agire performativo orientato al successo”, come significato altrove (Chicchi, Simone, 2017). E allora ho pensato che per far fronte a questo disagio avrei potuto indirizzare una parte del mio lavoro di ricercatrice in sociologia nello studio del neoliberismo e delle sue forme di organizzazione, tra cui il management e ciò che abbiamo definito come sollecitazione continua a far coincidere l’umano con “il principio di prestazione”, anche a partire dalla lingua (Ivi).

  1. Il neoliberismo come progetto antropologico

Il modello teorico di riferimento del neoliberismo contemporaneo è senz’altro riconosciuto nella comunità scientifica internazionale a partire dagli scritti di von Mises e von Hayek. Quest’ultimo, ad esempio, nel suo famoso volume Legge, Legislazione e Libertà. Critica dell’economia pianificata individua nella società e nel valore sociale di scambio un laccio, un problema per il pieno sviluppo del libero mercato, il quale per dirsi veramente tale deve produrre i soggetti e la loro interazione (Von Hayek: 2010), anziché farsi determinare dallo spirito di confine e misura che gli stessi soggetti nei sistemi politici e giuridici possono mettere in atto per contenere il potere del mercato, attraverso gli strumenti della solidarietà e del legame sociale. Il mercato contemporaneo, secondo von Hayek, è un “ordine catallattico” ovvero un ordine sociale spontaneo prodotto dallo stesso mercato che agisce per il tramite degli individui i quali, a loro volta, procedono solo secondo le norme del diritto di proprietà, delle responsabilità extra-contrattuali e delle obbligazioni. Esso, inoltre, è un ordine globale superiore ad ogni altra forma istituzionale, giuridica e sociale.

La “catallassi” è la scienza che descrive l’unico ordine globale comprendente quasi tutta l’umanità; quindi gli economisti possono a giusto titolo insistere sul fatto che il mirare a questo ordine sia accettato come standard omogeneo secondo cui giudicare –e modulare- tutte le istituzioni, nonché i soggetti. (Ivi: 321). In sintesi la funzione catallattica del mercato e del modello neoliberista potremmo dire che mira a farsi un’antropologia nel senso che produce essa stessa l’ordine sociale, nonché i suoi soggetti. Una sorta di funzione antropofagica del mercato da cui far discendere tutto.

Perché può interessare tutto ciò al femminismo della differenza? Come sempre accade il marketing e il mercato tendono a nutrirsi di qualsiasi forma di eccedenza per trasformarla in un corpo docile asservito. A tal proposito, ad esempio, studiando il “principio di prestazione” e il management ho scoperto che questa funzione antropofagica dei mercati mira anche a trasformare il femminismo in un brand. Pensiamo, ad esempio, all’enorme successo che hanno avuto nelle multinazionali, così come nelle aziende più piccole e nelle forme di comunicazione di massa parole e modelli come  il Valore D, il Diversity Management, il Gender index, il Gay Index. Con il Valore D (valore Donna) l’Università Bocconi costruisce Master e seminari sostenendo la tesi secondo cui il PIL aumenterebbe di gran lunga se si estraesse valore dalle attitudini del femminile. Il Diversity Management viene utilizzato da moltissime aziende, invece, attraverso un processo che altrove ho definito come “inclusione differenziale”. Si assumono donne, disabili, neri, lesbiche e gay e poi si mettono a valore tramite adeguate strategie di marketing al fine di aumentare il fatturato, peraltro con il benestare di moltissime donne che, così, si sentono “riconosciute” dal sistema. Il gender e il gay index, invece, sono degli indicatori quantitativi di sviluppo utilizzati anche dai programmi di ricerca finanziati dall’Unione Europea con la stessa finalità (Chicchi, Simone, 2017). Questo teatro dell’assurdo, questa “miseria simbolica”, questa idea performativa della differenza sessuale, del genere e dell’orientamento sessuale è stata anche messa in circolo, attraverso un linguaggio distopico o parossistico sul “già” reale anche dalla letteratura femminista, ad esempio da Margaret Atwood.

 

  1. Rovesci parossistici nella letteratura femminista. “Per Ultimo il cuore” di Margaret Atwood.

 

Oltre a “Gli anni” di Annie Ernaux, citati in apertura di questo scritto, è stata soprattutto Margaret Atwood a raffigurare distopicamente e parossisticamente ciò che può accadere alle relazioni, alle trame sociali e agli umani qualora la funzione antropofagica dei mercati dovesse davvero divenire totalitaria, nel senso di norma che mira a catturare la psiche e a colonizzare il desiderio. In Per ultimo il cuore la nostra scrittrice canadese racconta la storia di una giovane coppia statunitense la quale si ritrova a perdere tutto e a vivere improvvisamente in una automobile. Per sfuggire a questa situazione i due ragazzi aderiscono ad un progetto sociale che presto si rivelerà essere un incubo. Finiscono in una cittadina chiamata Consilience (dalla crasi di Cons, Carcerati, e resilience) presso cui i poveri vengono rieducati e programmati secondo le logiche e il linguaggio del management, al cui centro v’è Positron, ulteriore spazio concentrazionario presso cui vengono uccisi i “poveri incorreggibili” ovvero chi oppone una resistenza umana ed emotiva a questa metamorfosi dell’umano. Per raccontare questa storia Atwood utilizza una vera e propria geografia delle parole, scritte a caratteri cubitali, decisamente mutuata dal linguaggio neoliberista: Il PROGETTO è la stessa Consilience, un universo concentrazionario presso cui si contengono i poveri e gli indebitati dopo la crisi economica del 2007 e a cui si aderisce “volontariamente”, non foss’altro perché l’unica alternativa possibile è una carriera delinquenziale; LA SORVEGLIANZA è un sistema ingerente e capillare che non mira solo a controllare le persone all’interno di Consilience, ma a generare l’umano sotto il ricatto permanente dell’accesso alla morte dolce, somministrata attraverso un liquido velenoso, all’interno di Positron; Il MANAGEMENT è l’organizzazione a cui si affida la gestione dei poveri rinchiusi in Consilience, tutti schedati attraverso l’impronta dell’iride e un sistema elettronico che contiene tutti i dati biometrici degli abitanti, persino in grado di costruire nuove identità – ad esempio un povero vivo può ereditare il proprio codice identificativo da un povero incorreggibile morto, un uomo trasformarsi in una donna e così via; LE RISORSE UMANE sono tutti gli abitanti di Consilience; LA LOGISTICA è la stampella operativa del programma generale del management; I POSSIBILITOT sono una sorta di umanità nuova robotizzata che agisce solo tramite PERFORMANCES ed educata attraverso tecniche specifiche atte a rimuovere il dolore e a generare nuovi imprinting psichici. E tuttavia il romanzo termina con i due ragazzi che si ritrovano, che ritrovano la loro vita d’amore fuori da quell’universo concentrazionario. E allora come resistere alle sirene della miseria simbolica del neoliberismo? Come praticare e pensare la decolonizzazione di questo immaginario, di questo linguaggio forgiato dal mercato che assumono soprattutto le nuove generazioni e di questo mondo che mira a mangiarsi il desiderio? Io e Federico Chicchi lo abbiamo fatto pensando a tre figure della resistenza contemporanea, che –a nostro avviso- possono anche aiutarci a praticare la rivolta linguistica. Sono misura, arte e desiderio. Qui ne propongo almeno due, parole già nostre, ma rilette alla luce di “questo” presente.

 

  1. Misura

 

Le modalità attraverso cui si va delineando la società della prestazione nel neoliberismo ci parlano di un paradosso: esse si manifestano attraverso la dismisura del mercato dinanzi a tutte le altre forme di organizzazione sociale e istituzionale, nonché sulle forme di produzione e taratura dei soggetti che vuole forgiare, ma al contempo la sua razionalità si avvale di strumenti e di standard di misurazione, principalmente quantitativi, da applicare ovunque. Dismisura e misurazione, però, non sono sinonimi del portato significante della parola misura, ovvero non sono una nuova dimensione regolativa in grado di contenere la dismisura e di fornire, al contempo, strumenti di restituzione, sia nei termini di nuovi diritti, sia nei termini di una riappropriazione del desiderio e della vita al di là della prestazione. Se nelle società costruite attorno al fordismo la misura era il welfare attraverso l’erogazione dei diritti sociali, se nelle società del rischio la misura auspicata consisteva nel ripensare nuovi standard di sicurezza, la società della prestazione tende a collocarsi in un vuoto di misura e in un pieno di misurazioni (Giardini, 2016: 59), ma l’origine della stessa parola ci può aiutare ad aprire nuovi scenari e nuove ri-significazioni della stessa:

 

La radice med trova una prima realizzazione sociale e storica nell’istituto osco, cultura preromana (…) dei medices. Questi svolgevano la funzione di magistrati cui era assegnata la prerogativa del giudizio. Tuttavia, il giudicare era inteso non in riferimento all’applicazione di un diritto positivo, bensì in riferimento al trattamento dello stato di un corpo. Il giudizio si presentava dunque come un’indicazione di comportamento in vista della guarigione –in latino medeor designa l’atto del guarire (Ivi: 61).

 

Ri-significare la misura oggi, dunque, alla luce della sua radice originaria ricostruita da Benveniste e riportata da Federica Giardini in un suo saggio potrebbe condurci nella direzione di riaprire su un’idea di giustizia e di giudizio al di là dei diritti positivi; di considerare centrale la dimensione del corpo così come si vuole forgiare attraverso i dispositivi della prestazione e del neoliberismo, anche a partire dalle forme manifeste della sintomatologia che mostra; di ripensare la cura di sé e degli altri, nonchè il legame sociale, come condotte di resistenza “in vista della guarigione del mondo”. Altrove, ad esempio, abbiamo già posto la questione del come ripensare oggi la misura attraverso la giustizia sociale al di là del mero paradigma del riconoscimento delle differenze di genere, colore, orientamento sessuale e del classico paradigma legato al principio di eguaglianza su base redistributiva, criticando il dibattito tra le posizioni di Nancy Fraser e quelle che erano di Iris Young che imperversa negli Stati Uniti. Abbiamo detto che oggi ogni pratica di conflitto o di resistenza andrebbe pensata su base «restitutiva» proprio in virtù dell’onnipervasività del mercato e del principio selettivo e di distinzione basato sull’inclusione differenziale e sulla funzione antropofagica del mercato (Simone, 2016: 43-56). Per «restituzione» si possono intendere tante cose, sia sotto il profilo materiale e monetario, sia sotto il profilo della necessità di ricostruire una trama affettiva e sociale, non monetizzabile, in grado di generare nuove forme di solidarietà informale e nuove misure del vivere in comune oltre l’io-centrismo e i processi di individualizzazione. Lungi dal voler valorizzare ideologie contro la crescita o moralismi contro la società dei consumi, la misura come «restituzione» l’abbiamo pensata solo ed esclusivamente all’interno della capacità che i soggetti hanno di riappropriarsi del loro desiderio, per renderlo produttivo nell’ottica della difesa della società e per rilanciarlo come spazio di rigenerazione e di cura del sé e degli altri, sottraendolo alla razionalità neoliberale  (Cfr, Chicchi, Simone 2017). E noi femministe, su questo, siamo maestre.

 

 

  1. Desiderio

 

La società della prestazione e il linguaggio neoliberista, in fondo, non sono altro che un paradigma fondato sullo sfruttamento del desiderio. Un modo di trattare, condurre il desiderio e di renderlo commerciabile. Lacan, già all’inizio degli anni settanta, ci aveva visto giusto. Il capitalismo della società della prestazione non è altro che una logica della cancellazione del limite, dove tutto può circolare e ingrassarsi incessantemente e senza posa, distruggendosi psicoticamente.

 

Ciò che distingue il discorso del capitalismo è la Verwerfung, il rigetto al di fuori di tutti i campi del simbolico con le conseguenze che ho già detto. Rigetto di che cosa? Della castrazione. Ogni ordine, ogni discorso che si assimila al capitalismo lascia da parte quelle che noi semplicemente chiameremo le cose dell’amore, cari amici miei. Capite, no? Non è roba da niente. (Lacan, 2014: 151)

 

La psicoanalisi, ma non solo, ha da qualche anno incominciato a mostrare come le patologie del contemporaneo siano in sostanza patologie del desiderio. Certo è che le psicopatie che si diffondono «nell’era connettiva non sono in alcun modo comprensibili dal punto di vista del paradigma repressivo e disciplinare. Non si tratta infatti di patologie della rimozione, ma si tratta di patologie del just do it» (Berardi, 2016: 223). In altre parole si tratta di tradurre il desiderio dentro uno spazio di riconoscibilità caratterizzato dalla contabilità e dalla commerciabilità del suo maniacale godimento. Desiderare, per la società della prestazione, deve poter significare non assumere mai scarti, non incepparsi mai, non sbagliare il proprio agire performativo orientato al successo, una sorta di desiderio de-erotizzato perché privo di spazi vuoti, tempi di pensiero, sguardo, tatto, connessione gratuita con il proprio sentire. Ma il desiderio, come sappiamo bene, è anche stato ed è il luogo, nonché lo spazio di riappropriazione del sé del femminismo. Se catturato svanisce, se rigenerato a partire da sé rinvigorisce tornando anche ad essere quello spazio originario di connessione con il godimento che va nella direzione dell’amore. Sempre Lacan, in un suo celebre seminario tenuto tra il 1972 e il 1973 ci dice che solo l’incontro del godimento con il desiderio può produrre amore, ovvero quel segno incontrovertibile di un’immaginazione del corpo che chiede Ancora (Lacan, 2011). Il simbolico è ciò che permette di articolare desiderio e godimento, di non mettere l’uno contro l’altro. Il simbolico definisce lo spazio tensivo della relazione sociale, lo spazio politico dell’individuo sociale. Il limite che il simbolico pone come irrinunciabile per la fondazione della società diventa allora non un vincolo meramente interdittorio, ma un punto per lo sviluppo della potenza dei corpi. Il godimento assoluto è infatti mortifero e mortificante perché non vuole riconoscere l’esperienza del limite, della relazione inevitabile con l’altro da sé. Il desiderio interpreta invece questo limite, lo sa riconoscere, ma rischia a sua volta di degenerare nevroticamente in una vocazione sacrificale, di porre il soggetto al servizio del desiderio dell’Altro. Si tratta dunque di rimettere al centro e di ripensare il simbolico, la singolarità del proprio corpo per incidere nello spazio sociale che ci accoglie. «Solo l’amore permette al godimento di accondiscendere al godimento» scrive Lacan nel seminario X (Lacan, 2007), l’amore è infatti un nodo che unisce il desiderio al godimento e questo nodo è una possibilità della sublimazione. L’amore come base della relazione è allora per noi il rilancio del desiderio, ovvero la fuoriuscita dalle dimensioni schizofreniche delle relazioni senza rapporto e dei rapporti senza relazioni. Il campo del desiderio, dunque, è bene che resti un aperto, un aperto all’interno del quale ogni soggettività possa sperimentare dignitosamente il suo mo(n)do sensibile come un’opera d’arte da sempre incompiuta e sempre da compiere. Praticare l’amore, ciascuna come può, allora, è tutto quel che c’è da dire. In sintesi tutto quel che c’è da fare per rigenerare l’imprevisto assieme alla cura di sé e dell’altra/altro (Cfr, Chicchi, Simone 2017). Almeno per me, per noi.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Atwood Margaret (2015), Per ultimo il cuore, Ponte alle Grazie, Milano 2016.

 

Chicchi F., Simone Anna, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017.

 

Berardi F., L’anima al lavoro. Alienazione, estraneità, autonomia, Derive Approdi, Roma 2016.

 

Ernaux, Annie (2008), Gli Anni, L’Orma editore, Roma 2015.

 

Giardini Federica, La giusta misura. Breve contro-storia di una relazione senza rapporto, in Simone A, F. Zappino (a cura di), Fare Giustizia. Neoliberismo e diseguaglianze, Mimesis, Milano 2016.

 

Lacan J. (2005), Il mio insegnamento e io parlo ai muri, Astrolabio, Roma 2014.

 

Lacan J. (1975), Ancora. 1972-1974. Seminario XX, Einaudi, Torino 2011.

 

Simone Anna, I talenti delle donne. L’intelligenza femminile al lavoro, Einaudi, Torino 2014.

 

Simone Anna, Per una giustizia «restitutiva». Figure del simbolico, del sociale e del giuridico dinanzi all’ordine economico contemporaneo, in Simone A, F. Zappino (a cura di), Fare Giustizia. Neoliberismo e diseguaglianze, Mimesis, Milano 2016.

 

Simone Anna (a cura di), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, Mimesis, Milano 2012.

 

  1. Hayek F. A. (1993), Legge, Legislazione e Libertà. Critica dell’economia pianificata, Il Saggiatore, Milano 2010.

 

 

 

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