La rivista »

Il libro aperto del femminismo

Recensione del libro:

Diotima. Femminismo fuori sesto. Un movimento che non può fermarsi. Liguori, Napoli 2017.

 

Ancora un libro sul femminismo? Sì e no. Non si tratta di produrre o riprodurre l’ennesimo testo in cui si fa il bilancio, si sistemano i fatti in un ordine (ideo)logico, storicizzando le varie fasi o epoche del femminismo. Non si tratta di definire l’ennesima ondata, il sottotitolo ci suggerisce di tenere presente un altro termine essenziale: movimento,  addirittura un movimento che non può fermarsi. Questa connessione tra femminismo e movimento, dovrebbe considerarsi «logica» ma di fatto non è così frequente. In molti casi il femminismo si moltiplica nel tempo e nello spazio (si possono tracciare mappe dei femminismi) oppure si archivia: si parla di storia del femminismo, archivio alimentato dalle memorie di protagoniste che diventano libri sugli scaffali delle biblioteche, nelle banche dati che servono da riferimento a studiose e studiosi per fare ricerca, ripensare, collocare, situare, trasmettere.

Tali non sembrano essere le intenzioni e gli orientamenti delle autrici di questo libro, ognuna con la propria lingua, spazio di riflessione, tensione tra esperienze di vita e di pensiero. Chi parla, riflette, annota, sta nel presente, pur non ignorando la cresta e l’ondulazione dei tempi, gli spostamenti tra passato e futuro, le une e le altre. In ogni capitolo è sensibile l’importanza delle parole singole e collettive, sorte e elaborate attraverso esperienze diverse: intellettuali, personali, collettive.

Chiara Zamboni riprende un’immagine semplice ma significativa: “Ogni ritorno dell’onda corrisponde ad un appiattirsi e a un nuovo slancio. Oggi è sicuramente il momento di un’onda che sta prendendo forza, sollevandosi.[1]

Oltre a riesaminare il senso di “femminismo” questo volume riapre l’interrogazione, quasi la legittimità e necessità di chiedersi, “il femminismo, ora, che cos’è per me?” In genere la domanda è un’altra “sei femminista?” Che suona più come l’attesa di una dichiarazione che un vero e proprio interrogativo sul porsi nella società, nel mondo e prima di tutto nella (propria) vita.  Perché il movimento che “non può fermarsi” non è forse un movimento come tutti gli altri. Si fa (e uso appositamente la forma impersonale) in un intreccio complesso, vario e imprevedibile tra smottamenti interiori, connessioni a persone e eventi, spazi liminari certo ma eterogenei. Perché, forse, “il nome – femminismo – è a disposizione di tutte e non è proprietà di nessuno.[2]” L’imprevedibilità è sottolineata varie volte citando Françoise Collin, a cui varie autrici si riferiscono. La mossa in più, fuori sesto, impedisce l’assestamento, la sistematizzazione, e questo non perché quello che si configura come movimento di donne, a partire da sé, dalle loro vite, con desideri di cambiamento, di trasformazioni profonde e radicali, non possa essere inquadrato in un movimento politico-simbolico piuttosto che sociale[3], proprio a causa dei percorsi di vita e di lotta, nelle pratiche e forme che via via assumono. Questo non ostacola in nessun modo il momento della riflessione, dell’analisi, del pensiero anzi ne è l’alimento e l’energia sorgiva. Certo ha ragione Chiara Zamboni di cercare un’immagine di movimento in termini di continuità non sempre percettibile, con fasi alterne: “gesto dopo gesto, parola dopo parola. Avviene in quanto porta in sé una visione che non è esaurita, insiste anzi, ora in sordina, ora in forma potente.[4]

Quindi l’uso del verso impersonale non tradisce né sottovaluta la necessità e le differenze delle soggettività implicate. Riferendosi a Angela Putino, Zamboni riprende la definizione di “politica femminista” come “evento della libertà”. Questo accadere è “ciò che di discontinuo era avvenuto nella soggettività delle donne senza che questo dipendesse dalle condizioni storiche del tempo.[5]“. Tali affermazioni rischiano di suscitare vive polemiche, soprattutto in chi vede, al contrario, una profonda commistione tra il sorgere di soggettività femminili/femministe e condizioni e situazioni storiche. Il fuori sesto” in questo caso, ed è fondamentale non riguarda soltanto la qualità di tale evento della libertà femminile, ma anche la sua collocazione nel discorso teorico.

Uno dei meriti di questo volume è il mantenersi delle riflessioni, ostinatamente, sul fondo delle questioni e degli sviluppi, e non come capita talvolta di leggere, riprooponendo, anche per fini “pedagogici”, schemi polemici e distinguo, che evacuano ogni tentativo di pensare veramente non l’impensabile ma ciò di cui si ha bisogno, su tutti i piani e livelli. Il che non impedisce il dialogo e il confronto tra e attraverso pratiche e linguaggi diversi e anzi disparati. Si possono tracciare o rintracciare genealogie, percorsi, mosse, a andamento e velocità variabili.

Angela Putino, Françoise Collin, Carla Lonzi, Luisa Muraro, Diotima, Mariangela Gualtieri, Emily Dickinson, Clarice Lispector, Hanna Arendt, Evelyn Fox Keller … ecco alcuni nomi che scandiscono il volume non solo come riferimenti a testi e pensieri ma in quanto relazioni che impegnano persone, donne, attraverso eventi, incontri, riflessioni.

Se il femminismo non si lascia fissare, né catalogare in una o anche più definizioni, è forse perché non ha un statuto ontologico, del tipo è/non è, né un territorio determinato. In egual modo la dichiarazione “sono/non sono” femminista è spesso un trabocchetto, che imbarazza chi deve rispondere e schiva la complessità di itinerari di vita femminili, e non solo. Dominijanni propone suggerisce la parola “spettralità”, tratta dal pensiero derridiano, (Spettri di Marx), per parlare del fantasma della rivoluzione  cito: “fantasmi – proiezioni immaginarie, fraintindimenti irresolubili, false attribuzioni, sorprendenti imputazioni – che lo rende sospetto, o quanto meno problematico, sempre confinante con il suo rovescio, cioè un compiaciuto disconoscimento.”[6]. La spettralità è perciò associata alla portata rivoluzionaria del femminismo, anche per il quale la rivoluzione è forse un fantasma quando non è una lontana promessa. La spettralità sarebbe il rovescio di un altro aspetto del femminismo molto più pragmatico quello dei diritti, della parità, del progresso. Ma la libertà femminile non si confonde con la libertà neoliberale. La libera scelta, in quanto eccedenza, non rientra nello schema paritario dei diritti. Mi sento di sottoscrivere l’analisi di Dominijanni quando afferma che: “i due spettri del femminismo, apparentemente così diversi, in realtà si assomigliano: convergono entrambi verso forme di neutralizzazione – il vecchio neutro dell’uguaglianza moderna declinato in termini liberal-democratici e il nuovo neutro dell’equivalenza post-moderna aggiornato in termini neoliberali.[7]

Tuttavia a indulgere nella spettralità o anche teorizzazione di cosa sia o non sia il femminismo si perde di vista quello che lo sostanzia: i movimenti e le lotte attraverso i quali è nato e ha preso senso, esperienze che modificano profondamente soggettività femminili e non solo, in modo anche imprevedibile, instabile, aperto.

A rinforzare l’idea che il femminismo non sia un movimento come un altro, “fuori sesto” sono le varie pratiche che riguardano per esempio l’ambiente, gli stili di vita, il lavoro, le lotte di cui parla Lucia Bertell nel capitolo “Tu che ti nascondi dentro tutti i nomi”. Questi cambiamenti, spesso profondi, non si fanno sotto il segno del femminismo, ma di un partire da sé, che ha molti aspetti in comune con il femminismo dal momento in cui per esempio “gli uomini decidono di usare il plurale femminile sia per prendere le distanze dal sistema dominante, che riconoscono come di origine patriarcale, sia per riconoscere l’autorevolezza femminile presente.”[8]

In questo caso, non è necessariamente il gruppo o la comunità che porta la denominazione “femminista” ma le persone che vi partecipano iscrivono la loro pratica e loro stesse come “femministe”. Questa plasticità dell’utilizzazione della parola mi sembra significativa della modulazione se non assenza di frontiere del femminismo che non ha territori né programmi in proprio anche se esistono evidentemente termini e mosse che permettono di riconoscerlo e   riconoscersi.  In tale prospettiva simbolico-politica appare l'”importanza della nominazione” quando si affacciano realtà che potrebbero in effetti essere nominate con parole già usate (e quindi con effetti di ritorno, spettrali) rischiando in tal modo di rendere del tutto invisibili gli aspetti di “creazione sociale” con un alto denominatore critico. Le osservazioni di Lucia Bertell sono essenziali: “Oltre a una vera difficoltà di vedere il nuovo che avanza io credo che ci sia una vera capacità del sistema dominante a mantenere sotto lo stesso cappello forme desuete e addomesticate e forme nuove e vitali e potenzialemente conflittuali”[9]. Laddove si userebbe un termine come “ecofemminismo” Lucia Bertell parla di “praticabilità della vita” di “passione per la lingua materna capace di differenziarmi dal costante tentativo di normalizzazione.” [10]

Se esiste certamente il pericolo di una omeostasi, di una sistemazione (normalizzazione) del movimento, come rilanciare la radicalità? Scrive Annarosa Buttarelli: “penso sia necessario lavorare sui passaggi di paradigma o sulla dissoluzione dei paradigmi[11]” Come compiere la ri-radicalizzazione? “penso si debba riprendere la questione del cambiamento di linguaggio e della scelta delle parole, una fuoriuscita quasi completa perfino dal gergo del femminismo.[12]” Obiettivo ? Riprendere la lettura della realtà e della vita quotidiana. Buttarelli individua vari nodi ancora irrisolti: il persistere di una forma mentis che è ancora legata al patriarcato, il non riconoscimento e radicamento di una genealogia femminile. Per reagire alla perdita di estraneità femminile, bisogna trovare le  leve della radicalizzazione che Buttarelli denomina punti di avvistamento su ciò che è problematico, paradossale, e conflittuale: per esempio il ricorso a una forma della mente sapienziale “non sistematica, non dialettica, non organizzativa[13]” ; mantenere la connessione trasformativa tra la dimensione materialista e quella spirituale soprattutto partecipando ai movimenti sociali, ecologici e economici; riconsiderare il senso della decisione che non coincide con la presa di potere; non regredire alla forma patriarcale della famiglia e del matrimonio.

La “lingua materna” ritorna ripetutamente in tutti i capitoli del libro, producendo ogni volta effetti di senso che permettono di risolvere tensioni, contraddizioni, dissesti. La lingua materna è un sestante che non squadra  ma permette di tirare la linea che conduce la mossa o il movimento, o almeno la dislocazione rispetto alle esigenze e all’impatto delle forze normative e coercitive dei linguaggi e dei discorsi. “Lingua relazionale” dice Bertell “aderente al dispiegarsi delle loro vite[14]“, lingua che resiste all’ordine simbolico economico dominante.

Tale discostamento dall’ordine dominante, è evocato nell’intreccio duplice del capitolo scritto da Maria Livia Alga e Sara Bigardi, sotto il segno dell’autobiografia e della pratica del dissesto del femminismo. Nel loro testo il “fuori sesto” è diventato “dissesto”: è facile dedurre che le due parole indicano significati diversi. Il volume inizia con le considerazioni di Diana Sartori sui titoli scelti per il seminario Umanità dissestata: la scommessa femminista oggi, e poi con un cambiamento significativo, per il volume Femminismo fuori sesto. Il dissesto sarebbe causato dall’esperienza della rivoluzione femminista, contro l’assesto dell’ordine patriarcale. Il fuori sesto, dice Sartori, viene dal “di più di libertà portato dal femminismo[15]“. Ma dissesto è anche quello delle vite umane travolte dalle logiche dell’ordine economico e simbolico, che non si tratta di “riassestare”. Rimane la questione degli “scarti” cioè dei reietti e reiette, dell’assesto caotico mondiale, basterà “il di più di libertà femminile” per creare un altra condizione umana e sociale?

Per Alga, il dissesto è analogo a uno scacco, scacco ripetuto del femminismo separatista:

Nella mia esperienza alcune forme del femminismo separatista hanno subito dei profondi scacchi portando spesso alla perdita di senso politico delle relazioni e a conflitti in cui ognuna di noi toccava, infine, solo la propria impotenza[16]“. Tuttavia, nel paragrafo seguente, dissesto muta, come la muta delle pelle di serpente, diventa “presente in trasformazione“. Segue un’analisi molto precisa delle cause del “fallimento del femminismo”: molte reticenze, cioè eliminazioni sottintese delle condizioni di vita materiali delle donne, e consequentemente “le relazioni lavoravano solo sulla superficie delle storie, delle oppressioni, delle contraddizioni senza creare connessioni vitali e nuove pratiche.”[17] Altra ipotesi: i desideri, “forse troppo diversi?”[18] le risposte a questo “groviglio” non sono né dirette né interne a tali situazioni, ma nascono da uno spostamento, di luogo e di relazioni: “la trasversalità di cui parliamo si basa sulla creazione di luoghi e situazioni che nascono da un desiderio comune di donne e uomini in cui la presenza di ognuno/a è negoziata a partire dalle differenze incarnate.[19]

Sara Bigardi utilizza il termine “contraddizione” per cercare di interpretare situazioni di sostanziale disparità di tipo sociale, simbolico, culturale, che non si possono rimuovere. Ma basta la “sensibilità nei confronti delle contraddizioni” per risolvere i nodi ? Forse è necessario farsi carico del tempo, sia quello immediato sia quello lungo della frequentazioni delle relazioni, in cui potrebbe compiere lo snodo delle contraddizioni.

Anche in questo caso ambiguità e contraddizioni diventano delle leve della trasformazione. Tale per esempio è la genealogia che può comportare il rischio “del riscatto e della rivendicazione” ma anche tradursi in possibilità di collocarsi nel mondo, ritrovare tracce di legami generazionali che sono stati spesso travolti o spezzati dalle violenze coloniali (simboliche, sociali, culturali). Queste oservazioni di Sara Bigardi mostrano in modo convincente come uno stesso termine possa`modulare e articolare esperienze e significati talvolta divergenti; l’importante è mantenere i collegamenti tra gli elementi in tensione, attraverso una serie di mosse di pensiero nate da esperienze di relazione.

Sara Bigardi, citando Emma Baeri, fa osservare la difficoltà di percepire la propria individualità nei termini di un “soggetto storico” dal momento che la storia individuale “è inscindibile dalla storia di tutti[20]“. Mi chiedo: chi sono questi “tutti”? Forse coloro di cui parla Maria Livia Alga (Casa di Ramia) in cui le “individualità” sono portatrici di memorie, genealogie estremamente differenti, ma che possono trovare un intreccio a un certo punto con la storia di ciascuno/a? In questo caso l’orizzonte della storia individuale/collettiva si modula e ri/significa nella “storia di tutti/tutte”.

Anche qui ci potrebbe essere il rischio di una genericità che in un certo senso allontana dall’esperienza della realtà. Ritrovo in parte questa suggestione nella riflessione sull’indefinito dei possibili, sull’apertura indeterminata delle possibilità che si confonde talvolta con “la libertà di scelta”.

Quanto alle “possibilità offerte dalle tecnoscienze della vita” su cui riflette lungamente e opportunamente Alessandra Allegrini, commentando Luisa Muraro, secondo la quale una possibilità in più non è automaticamente una libertà in più, perché, dice Muraro, bisognerebbe “imparare a discernere, nell’area del possibile, tra il disponibile e quello che tale non è[21]“. Ivi, p. 85. Il problema è che la scienza o meglio i discorsi scientifici, rendono disponibili techniche più avanzate. Tale è la “narrazione oggi pervasiva, il cui potere consiste nell’autorizzare a prescindere da ogni limite, percorrere ogni strada possibile.”[22] Allegrini rievoca gli elementi salienti di un dibattito che si è aperto in ambito femminista fin dagli anni 80 e che continua sotto il segno della biopolitica e della bioetica. Indubbiamente si può condividere l’analisi di Allegrini quando scrive: “Il divenire della scienza tecnoscienza è un tratto distintivo della scienza contemporanea, con origini nella scienza sperimentale, la cui pervasività oggi consiste primariamente nel fare ordine simbolico.[23]“. Nella prospettiva della Culturing Life, titolo di un libro di Hannah Landecker, citato da Allegrini, la Natura,  zoé, o anche naturacultura (Haraway) è ormai un ricordo lontano, dal momento che ogni materia viva, è già “tecnologia vivente”. Senonché questo andare oltre, questo sfondare i limiti del vivente, creando del vivente sintetico, ricorda un mito antico di annullamento del reale e della differenza sessuale che ripete la scissione tra reale e virtuale, attraverso la rimozione della matrice, della genesi femminile, della potenza generativa delle donne. Ma, si constata che non possiamo fare a meno della tecnoscienza. Tale è il risultato della pervasività dei discorsi. Pertanto si pone  con urgenza questione del limiti “dentro o fuori la tecnoscienza”, ma chi e come fissa tali limiti? La risposta è certo estremamente delicata dal momento che in ballo ci sono soggetti e desideri, che si determinano “liberamente” rispetto a scelte e percorsi di vita in cui le relazioni hanno la più grande importanza, in cui si porrebbe semmai altrimenti la questione della “praticabilità della vita”. Quando si entra nelle narrazioni di vita singolari, la portata pervasiva dei discorsi si misura con una serie di elementi estremamemente variabili, e non sempre misurabili.  Appunto eccedenti, segni della “libertà in più”.

Questa domanda o interrogazione quanto alla collocazione del femminismo ritorna diversamente nelle parole di Antonietta Potente:

“[…] ogni volta che ci chiediamo dove siamo in un determinato momento storico, non dovremmo risponderci siamo in questo o in quell’altro luogo perché stiamo facendo qualcosa di particolare, ma piuttosto stiamo dovunque non ci siamo assopite, abbiamo provato l’ebbrezza dell’alba [….] . Siamo dove si nota una differenza[24]“. Tale differenza emerge dal susseguirsi di “appartenenze”, di viaggi, di incontri con situazioni, eventi, non sempre programmati. Anche in mezzo alle macerie  de L’Aquila, può accadere che il femminismo faccia senso, almeno così ne parla Antonietta Potente: “Non c’è dubbio, la pratica femminista la identifico con la storia degli abitanti dell’Aquila e dintorni, che non hanno aspettato nemmeno la luce per soffiare su quella distesa di polvere. […] Il femminismo nella sua più articolata forma di pensiero […] ha comunque qualcosa di simile a questa resistenza dignitosa; affetto del presente e non abbandono delle situazioni, magari solo perché qualcuno dice che: “non ci sono più fondi”[25].

Attraverso queste parole si può dare un ulteriore senso all’eccedenza che manda fuori sesto, è una mescolanza di capacità di resistenza, di invenzione, di utopia concreta.  La valanga di denunce contro gli abusi sessuali da parte di donne del mondo dello spettacolo, ha suscitato rapidamente manifestazioni, dibattiti, scambi polemici. Alcuni (giornalisti ma anche “filosofi” immemori che sembrano ignorare l’esistenza di archivi del femminismo ) dichiarano nelle tribune dei media che “la parola delle donne si è liberata”. Come se il fatto fosse nuovo e del tutto recente. Ancora una prova che i tempi sono sempre molteplici: c’è quello, essenziale, della memoria e del richiamo a ciò che il femminismo è stato, c’è il tempo fluttuante e agitato, del presente, e sempre l’inevitabile proiezione nel divenire, nella trasformazione, nell’apertura a coloro che stanno prendendo coscienza dell’agire, dei bisogni e delle situazioni. Per questo il movimento effettivamente “non può fermarsi”. Se il femminismo è un libro aperto, molte pagine potranno ancora scriversi,  ridisegnando genealogie e percorrendo cammini da scoprire.  Questo è uno degli insegnamenti che si possono trarre dalla lettura delle molte e diverse voci di questo libro.

 

[1]     Chiara Zamboni, «Un movimento che si scrive passo passo» in Femminismo fuori sesto, Liguori editore, 2017, p. 7.

[2]     Ivi, p. 5.

[3]     Ivi, p. 9.

[4]     Ivi,. p. 7.

[5]     Idem.

[6]     Ida Dominijanni «Spettri del femminismo» in Femminismo fuori sesto, Liguori editore, 2017, p. 23.

[7]     Ivi, p. 26.

[8]     Lucia Bertell «Tu che ti nascondi dentro tutti i nomi» in op.cit. p. 32.

[9]     Idem, p. 34.

[10]   Ivi, p. 38.

[11]   Annarosa Buttarelli, «Femminismo radicale», op.cit. p. 45.

[12]   Idem

[13]   Ivi, p. 51.

[14]   Lucia Bertell, op.cit. p. 35.

[15]   Diana Sartori, «Introduzione. Un di più di femminismo», op.cit., p. 2.

[16]   Maria Livia Alga e Sara Bigardi, «A chi devo la donna che sono diventata. Autoetnografia di un dissesto.» op.cit. p. 80.

[17]   Ivi,. p. 81.

[18]   Idem.

[19]   Ivi, p. 83.

[20]   Ivi, p. 90.

[21]   Alessandra Allegrini, «Vita senza esseri umani, tecnoscienza senza differenza, op. cit, p. 74.

[22]   Ivi,  p. 73.

[23]   Ivi, p. 64.

[24]   Antonietta Potente «Ricostruire senza fondi: misticopolitica della creatività femminista», op.cit. p. 95-96.

[25]   Ivi, p. 98.

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+