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Il dito o la luna?

In occasione delle contestazioni alla Riforma dell’Istruzione dell’allora Ministra Letizia Moratti, all’Università di Verona si formò un collettivo studentesco; vi partecipai anche se non proprio attivamente. Ci trovavamo prima in un aula studio, il cosiddetto Acquario[1] e poi in una piccola aula nel chiostro della facoltà di Economia finché il rettore, o chi per lui, non diede più un’aula fissa per le riunioni. Cominciò, così, un’accesa e infinita discussione interna per la mancanza dell’aula interpretata come una privazione di uno spazio simbolico di riconoscimento.

Anche se a livello razionale il discorso mi convinceva non potevo non chiedermi perché si dovesse perdere così tanto tempo per parlare di un’aula girovagando con la lanterna di Diogene per cercarne una; immaginavo le energie perse nel chiedere qualcosa ad un’Istituzione. Nonostante questo l’interpretazione che andava per la maggiore sembrava ragionevole: cos’era, dunque, quel senso di noia che mi infastidiva? In una frase: la noia di dover guardare il dito e non la luna. Cosa significava aspettarci qualcosa, siano essi soldi o una semplice aula, dall’Istituzione, dallo Stato o da qualsivoglia altra sua emanazione? Allora mi sembrava di perdere energie aspettandoci un’aula (denaro) dall’Università (Stato).

Devo però precisare, per onestà, che la vicenda della ricerca dell’aula si è successivamente protratta per lungo tempo e ha avuto anche notevoli risvolti positivi, come la formazione della cosiddetta 1.6[2] prima e di SpazioZero[3] ora. Io sto semplicemente ricordando come mi sentivo e la valenza che allora aveva per me ostinarsi col lanternino nella disperata ricerca di un’aula. Tutto ciò si legava, in realtà, a molto altro: un generale senso di disagio a stare in un luogo che mi stava stretto. Avrei voluto parlare della luna e invece mi sembrava di star lì solo a disquisire sul dito.

Nella primavera del 2006, infatti, all’interno del suddetto collettivo cominciò ad affiorare, in molte donne, un certo malcontento. Il constatare volta per volta che molti uomini criticavano il potere senza accorgersi di esercitarlo sulle donne (e su alcuni uomini, ma in altro modo) mi sbalordiva. Le lamentele erano solo bisbigliate alla fine della riunione, ma servirono a far maturare dentro alcune di noi la voglia e la decisione di separarci dichiarandolo pubblicamente. Nasce così un gruppo di sole donne, chiamato Benazir. Per me era una liberazione poter parlare di ciò volevamo, senza ordini del giorno, mi sollevava non dover aspettare niente da nessuno: bastava il nostro entusiasmo. Non ci serviva un’aula, né soldi, né niente, solo la nostra voglia di metterci in gioco nel prato dell’università; e così, senza quasi nemmeno chiederci come e perché, abbiamo iniziato un avventura dal nome autocoscienza. Ed è proprio tale pratica, forse una delle più originali del femminismo, che mi è sembrata subito ricca e viva senza aver bisogno di nessun aiuto dell’Istituzione.

È buffo o forse emblematico che proprio a una della mia generazione – mi sto avvicinando ai trent’anni –, che non ha avuto e forse non avrà tempo di costruire una progettualità politica e di vita sui soldi dello Stato, venga in mente una pratica considerata ormai acqua passata proprio da quelle donne che la sperimentarono negli anni Settanta e vissero in un’epoca in cui i soldi dello Stato sembravano essere senza fondo. Invece a me sembra che la chiave di volta sia proprio qui: ripartire da sé, senza aspettarsi nulla dell’esterno, senza dare nulla per scontato trovando, nonostante tutto, una ricchezza dentro di sé.

In ogni caso quando dichiarammo pubblicamente la decisione di separarci dal collettivo universitario misto per formare un gruppo di sole donne la principale accusa che ci fecero era quella di essere un errore politico e di compiere un tradimento alla presunta causa comune. Piovvero insulti di ogni genere e ci invitarono a creare un sottogruppo femminile del collettivo. Mi sembrava di vivere uno strano deja-vu. Immaginavo che le accuse rivolte ai primi gruppi femministi degli anni Settanta non fossero molto diverse. Uno dei pregiudizi di quegli anni era che l’autocoscienza fosse una pratica per donne borghesi prive di “vere” necessità. Ne seguiva un immaginario distorto di donne ricche, senza problemi materiali, che perdevano tempo parlando di loro stesse. Un’accusa, questa, che mi ha sempre lasciata sbalordita: come poteva essere borghese e d’élite se si partiva da sé, dalle proprie esperienze? Non lo era, così come non poteva essere proletaria o di qualsivoglia altra categoria sociale. Ho sempre trovato ovvio pensare che l’autocoscienza andasse oltre le cosiddette divisioni di classe, che fosse rivoluzionaria anche per questo. Era una pratica che da un lato unificava: riconosceva l’oppressione femminile a prescindere dalla classe sociale, e dell’altro differenziava: permetteva di vedersi l’un l’altra nelle proprie differenze.

Un pregiudizio simile ho costatato essere, purtroppo, arrivato, forse con sfumature, caratteri e sfaccettature differenti, sino ai giorni nostri.

A fronte dei pregiudizi, invece, l’autocoscienza credo sia una pratica alla portata di tutti, una pratica “povera” anche perché, tra le altre cose, non ha nessun bisogno di ricevere finanziamenti: è per definizione “senza oneri per lo Stato”. Qualunque donna assieme ad altre donne può iniziare tale pratica senza bisogno di attrezzature, sedi, istituzioni, soldi. A Benazir è bastato un prato.

Cosa implica che la pratica dell’autocoscienza non abbia bisogno di denaro, che si possa fare anche in un prato? A me risuona la parola gratis nel senso di grazia. Ludmila, un’amica con cui ho, assieme ad altre, affrontato l’esperienza di cui sto parlando, interrogata su Benazir racconta: “Quello che accade a volte, come per noi nel 2006 con Benazir, è un miracolo, mi capiterà una volta nella vita. Vedo che la vera creazione politica è qualcosa di speciale ed inatteso. Per me è un miracolo che sia accaduto, che ogni settimana ci si trovi e allora vivo un momento di spaesamento nel quale penso: “Perché siamo ancora tutte qui con la voglia, ma anche la forza di rimetterci in gioco così?”. Ci sono stati, certo, dei momenti difficili, un anno in particolare nel quale abbiamo pensato che il collettivo fosse morto, ma poi l’anno successivo eravamo ancora tutte lì. Allora ti viene da pensare che è un miracolo. Le cose veramente politiche sono legate strettamente al desiderio, quando non c’è più quello in qualsiasi momento può morire tutto. È un miracolo che è tra di noi, non è né me né te…” Nell’autocoscienza, dunque, avviene un miracolo che ha bisogno di tutto o forse di niente. Questo la rende una pratica fragile e allo stesso tempo indissolubile. Fragile perché ha bisogno di un miracolo per accadere ogni volta, segue l’andamento ondivago del desiderio. Indissolubile appunto perché, essendo per definizione senza oneri per lo Stato, risulta incontrollabile e può potenzialmente, come è accaduto, diffondersi a macchia d’olio. Una delle forme di controllo dello Stato, infatti, è quella di erogare o, viceversa tagliare fondi; la scelta di dirigere i soldi da una parte piuttosto che dall’altra è un chiaro sistema di controllo, oltre ad essere, sperando nella buona fede, un’opera di razionalizzazione. Lo Stato può, per esempio, decidere di smettere di erogare soldi in una certa direzione perché lo reputa inopportuno o dannoso. Dal momento che l’autocoscienza non necessita di denaro per esplicarsi è per definizione fuori controllo e difficilmente vietabile.

Pensare che l’autocoscienza sia legata ad un miracolo significa entrare nell’ordine di idee che essa è, accade anche a prescindere dalla nostra volontà. Questo non vuol dire che avvenga a prescindere da noi, piuttosto succede attraverso di noi, o meglio tra noi. Non possiamo impedirla proprio perché non possiamo stabilire che cosa esattamente la faccia accadere, anche se siamo noi a decidere di iniziarla. Il miracolo, qualcosa di meraviglioso che si mostra davanti a noi, lo possiamo registrare, captare, esserne parte in causa, ma non possiamo riprodurlo meccanicamente, qualcosa sempre ci sfugge. Così prosegue Ludmila il suo racconto: “Se a me chiedessero come è nata Benazir, io posso spiegare i passaggi, il contesto, la storia, ma c’è sempre qualcosa che eccede ed è questo qualcosa in più la cosa più importante. Questa è la questione, in realtà, anche se pone altre questioni più complesse. La cosa positiva del percorso che abbiamo intrapreso noi è aver, in ogni caso, la consapevolezza che si sta partecipando ad un lavoro collettivo ma che è anche personale, perciò in qualche modo rimarrà sempre dentro di te e con te.”[4]

Questo qualcosa che eccede sembra davvero qualcosa di paradossalmente piccolo e immenso, come il lievito di Simone Weil, e a me dà un senso di possibilità infinita, di prospettive impreviste e inaspettate, un senso di potenza e fragilità al tempo stesso.

[1]   Acquario era il nome di un’aula studio del primo piano della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Verona, poi trasformata di aula computer. Era così chiamata per avere le pareti in gran parte di vetro. Fu, per un primo periodo, adibita a sede del collettivo studentesco.

[2]   Aula del secondo piano in si svolgevano e si svolgono lezioni universitarie. Per un certo periodo fu adibita, oltre che a sede del collettivo, a ritrovo, aula studio e in genere luogo di confronto tra studenti e studentesse.

[3]   SpazioZero è una piccola aula del polo Zanotto dell’Università gestita da studenti e studentesse. Promuovono attività politiche e culturali oltre ad ospitare numerosi gruppi e associazioni studentesche. È un spazio piccolo, ma molto accogliente in cui è possibile confrontarsi, trovare libri, giornali, una tazza di tè e qualcosa da smangiucchiare.

[4]   Conversazione registrata il 4 marzo 2009 tra Ludmila Bazzoni, Chiara Zamboni e me.

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