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Il desiderio di autosufficienza

Ha davvero del paradossale che mi sia trovata prima a presentare (Padova, Libreria delle donne, 5 ottobre 2016) e poi a recensire il libro di Wanda Tommasi: Ciò che non dipende da me. Vulnerabilità e desiderio nel soggetto contemporaneo, Liguori, 2016). E dico paradossale perché questo scritto va in senso diametralmente opposto a quanto cerco di pensare, ma soprattutto di vivere, da vari anni a questa parte. Si tratta di uno dei cardini della filosofia stoica che io mi sento di sottoscrivere in pieno e che Wanda si propone, invece, di far saltare. Ma andiamo per ordine.

Fin dalla prima pagina, una pagina davvero ben scritta, addirittura dalle prime tre parole (“Da giovane pensavo…”), Wanda coinvolge senza scampo chi legge raccontando qualcosa che tutti, proprio tutti, abbiamo pensato in un periodo più o meno lungo della nostra vita. Ovvero che il nostro destino fosse nelle nostre mani. In seguito, però, Wanda racconta di aver cambiato parere, giacché, a  un certo punto, s’è accorta che, per una serie di circostanze che non dipendevano da lei, la sua vita aveva preso una forma ben diversa da quella che lei avrebbe voluto.

Ma cosa sostengono gli Stoici? Semplificando parecchio, questi filosofi operano una netta divisione tra quello che non dipende da noi, ossia quello che ci è stato dato in sorte, e ciò che dipende da noi: il nostro giudizio in proposito, compreso come far fronte alle disgrazie. Come è facile immaginare, il saggio si deve occupare unicamente di ciò che dipende da noi.

Per contro, Wanda ha forti riserve su tale autosufficienza del soggetto, che, a suo avviso, puzza di onnipotenza. Al che, Wanda fa i conti, non solo con gli Stoici ma anche con vari filosofi di peso come Platone, Cartesio e Hegel. Ma niente paura per chi non avesse dimestichezza con la filosofia: Wanda porta per mano il lettore senza dare per scontato nulla. Perché questo è uno dei  principali pregi di questo scritto; si può condividere o meno quello che Wanda sostiene ma non si potrà mai negare l’esemplare chiarezza con cui lei procede e ci fa procedere nella lettura.

A questo punto, parliamoci chiaro: almeno a mio modesto avviso, la scrittura saggistica è fuori tempo massimo e tutto si gioca ormai sulla capacità di narrare. E per fortuna il libro di Wanda non è affatto un noioso saggio tradizionale ma la sua scrittura si apre al raccontare. Ora, guardacaso, Wanda sottolinea come la caratteristica che hanno in comune la psicanalisi e il femminismo sia proprio quella di narrare se stessi e contemporaneamente di operare, grazie a tale racconto, un mutamento in chi racconta. In estrema sintesi, la psicanalisi accede, grazie al racconto di sé, al desiderio inconscio del soggetto e il femminismo, grazie alla parola liberamente scambiata tra donne, fonda la soggettività femminile: una “soggettività sentimentale” in quando emozionale, che ha come cifra caratterizzante la relazione tra i soggetti.

In tutto questo un ruolo di prim’ordine lo gioca, secondo Wanda, il fattore della fragilità, ivi compresa quella del corpo, e della vulnerabilità. Insomma, la dipendenza dagli altri mette in crisi la padronanza di sé del soggetto e, in generale, l’esigenza di controllo razionale, propugnate dalla filosofia tradizionale.

E, si badi bene, tale immagine della soggettività, seppure fatta emergere dal femminismo, non riguarda solo il soggetto femminile ma viene proposta da Wanda a tutti, donne e uomini, perché in tutti nasca la consapevolezza di essere mancanti, di sapere che il loro desiderio dipende da un qualcosa che è estraneo al soggetto.

E qui si può facilmente intuire come Wanda ritenga fondante il mito della nascita di Eros, così come viene narrata nel Simposio di Platone. Ci sarebbe moltissimo da discutere sul sottoscrivere o meno tale teoria ma qui non ho lo spazio per farlo.

L’analisi di Wanda procede attraversando una serie di filosofe novecentesche fino ai più recenti contributi al pensiero di genere. Particolarmente interessante, a mio parere, è il raffronto tra Simone Weil e Rachel Bespaloff, entrambe di origine ebraica e che, in prossimità col secondo conflitto mondiale e, quindi, in un momento di estrema fragilità e precarietà esistenziali ma anche di resistenza alla suprema ingiustizia, reinterpretano in maniera molto differente i poemi omerici e, in particolare, L’Iliade.

Wanda attraversa, inoltre, alcuni testi letterari, quali La signora Ramsay  di Virginia Woolf e Un cuore semplice di Gustave Flaubert. Ma io la devo ringraziare di cuore soprattutto per avermi fatto scoprire  uno straordinario romanzo di una scrittrice austriaca, oggi quasi dimenticata. Si tratta de La parete di Marlen Haushofer (1920-1970). È la singolare storia di una donna che si trova a sopravvivere completamente da sola ad una non meglio identificata catastrofe globale. La protagonista di questo day after  è prigioniera in un’angusta valle montana, dove rimane isolata dal resto del pianeta a causa di una misteriosa parete trasparente. A dire il vero, la donna non è sola, ma si trova in compagnia di alcuni animali. Ebbene, sono proprio il cane, la gatta e la mucca, con le loro pressanti esigenze, a scuoterla dall’inerzia e a renderla responsabile della loro sussistenza, per la quale lei si vedrà costretta ad imbracciare addirittura il fucile. Si tratta, perciò, di un romanzo che andrebbe letto anche dagli attuali animalisti, che spesso chiudono gli occhi su una componente di violenza ineliminabile nel mondo animale. Wanda appare molto affascinata, e con lei chi la legge, dall’utopia autarchica evocata da La parete: dalla capacità di darsi da fare con le risorse residue in una situazione estrema.

In conclusione, se volete riflettere in maniera radicale sul nostro desiderio di autosufficienza o sulle riserve e sulle controproposte a questo proposito, leggere il libro di Wanda Tommasi diviene, ve lo posso assicurare, assolutamente vitale.

 

 

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