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Il cielo è dei violenti

Il titolo – Il cielo è dei violenti – sapete da dove viene? E’ un romanzo di Flannery O’Connor, tra l’altro in questo momento oggetto di una riscoperta italiana[1]. Su di lei posso dire due parole: é morta nel 1964, che è l’anno in cui è comparsa La passione secondo GH di Clarice Lispector.

C’è un legame tra queste due grandi scrittrici: entrambe fanno più o meno direttamente l’elogio della violenza. La O’Connor l’ha fatto con questo titolo che è una frase che ha preso dal Vangelo di Matteo: si trova nei Vangeli. La versione più attendibile è quella di Matteo 11.12, in cui Gesù avrebbe detto: dal tempo di Giovanni Battista il cielo è preso d’assalto e i violenti lo rapiscono, lo portano via. Queste parole in Luca risuonano ancora: sono parole che evidentemente risuonavano nelle comunità cristiane, che non si chiamavano ancora tali; erano sette ebraiche che seguivano Gesù di Nazareth, già morto da mezzo secolo, e che hanno scritto i vangeli. Che cosa vogliono dire queste parole attribuite a Gesù? Siccome di Gesù sappiamo molto poco, non dobbiamo trovarle strane. Gesù non era il Gesù edificante trasmesso dalla Chiesa: era un personaggio relativamente misterioso, del quale sappiamo per certo che i romani lo avevano messo in croce perché era un sovversivo, perché insidiava l’impero romano; è sicuro perché la morte in croce voleva dire questo.

Flannery O’Connor, in questo bellissimo romanzo (lei è soprattutto scrittrice di racconti) afferma che il cielo è dei violenti: il romanzo racconta una vicenda di uomini (i personaggi sono per lo più uomini) abitati da fanatismi divergenti, quello della razionalità esclusiva e quello della fede assoluta. L’autrice, vissuta nel sud degli Usa, era fermamente cattolica e ha caratterizzato il suo impegno letterario come un’esplorazione del “territorio del diavolo”, come lo chiama lei, e intende quella parte del mondo, di noi stessi, dove scorrazza il male e c’è confusione. Il diavolo crea disordine e fa confusione, insegna la teologia. Confusione che è vano credere di poter eliminare a parole, come sarebbe il proporre una distinzione scolastica tra forza e violenza, per esempio. La chiarezza mentale è di aiuto, ma non basta.

O’Connor, dunque, era cattolica: lei viveva in un contesto dove faceva parte di una minoranza, perché viveva nel sud degli Stati Uniti d’America, dove il cattolicesimo era minoritario. E’ morta piuttosto presto, per una malattia che aveva ereditato dal padre, lupus, una malattia molto dolorosa; comunque lei ha lavorato finché le forze l’hanno sostenuta. Era di un cattolicesimo di diamante, non trasgressivo, sovversivo, o meglio la trasgressione e la sovversione nella sua scrittura ci sono, ma lei fuoriesce dal cattolicesimo un po’ bigotto, ne fuoriesce con la sua originalità femminile. Nel suo diario, fatto di preghiere, quello che chiede principalmente a Dio è di fare di lei una scrittrice di successo. Era già riuscita a pubblicare e aveva una prosa splendida. E’ una personalità insolita. Pare che una volta fosse andata ad una riunione, dove c’era la cultura moderna nella sua ultima fioritura, nella quale qualcuno diceva che ormai la religione era finita, ormai c’erano solo la ragione e la razionalità: insomma c’era uno spirito molto laico, non settario come si può trovare nel sud degli Stati Uniti d’America. Lei faceva l’elogio del soprannaturale, della trascendenza e, per farlo, per respingere questo atteggiamento laico, ha bestemmiato. Ha bestemmiato, cioè ha usato una violenza, una violenza che era anche per l’altro, perché bestemmiare in quel modo, per esempio davanti ad un accademico che sta facendo un pacato ragionamento, è una forma di violenza verbale; come dire che le cose non stanno insieme ordinatamente, le cose possono diventare molto urtanti. Almeno, questa è l’interpretazione che si dà di questo episodio. Comunque nel romanzo Il cielo è dei violenti si trovano questi due poli: il polo del razionalismo e il polo del fanatismo religioso, quello del ragazzo di una setta protestante, ma non pensiate che le cose siano così schematiche: c’è poi un momento in cui le acque si mescolano, s’intorbidano e c’è comunque molta violenza, perché Dio è violent.

Dio è violent [2] – il titolo che ho trovato io per il mio librino – era scritto su un muro di Lecce. La vocale finale è stata cancellata. Forse qualcuno per motivi filosofici giusti ha voluto togliere la vocale finale: Dio sarà donna, sarà uomo, sarà né donna né uomo?

 

Sintetizzo l’idea che sono venuta qui a dirvi: il problema non è la violenza. Che si tratti di jihad, di femminicidio, di maltrattamenti familiari, di guerra, la mia indicazione è che il problema non è la violenza.

Nel programma del seminario di Diotima, Chiara Zamboni si domanda: la violenza era là dall’inizio? Noi non possiamo saperlo. Sicuramente la violenza era da prima di chiamarla violenza, non so se dalle origini dell’umanità. E’ da prima dentro di noi, da prima del formarsi della volontà ragionata, di quello che possiamo pensare della violenza. E’ là dalla primissima infanzia come un’energia che non poteva esplicarsi con danno alcuno, perché era troppo piccola la creatura che aveva tanta violenza dentro da volere fare una strage. Quella creatura era un essere umano violento che poi è stato addomesticato dalla madre, dal padre, e ha imparato a trattenere la sua violenza. Anche le creature piccole, soprattutto i maschi, possono manifestare volontà omicide verso chi li contrasta. In seguito questa violenza sparisce con l’incivilimento. Se sparisce del tutto – conosco uomini, donne che sono di una mitezza straordinaria- qualcosa si perde. Il mio librino si interrogava su questo.

 

Nella penisola balcanica, ci furono i caschi azzurri olandesi che, inconsapevolmente o per spirito burocratico, aiutarono a fare una strage: hanno consegnato dei prigionieri alla fazione nemica, e così li hanno massacrati tutti. I giovanotti olandesi, i caschi blu, non hanno fatto niente, e in un primo tempo sono stati premiati, recentemente invece sono stati condannati, perché dovevano intervenire.

Noi abbiamo una cultura che ci ha esonerati da reazioni violente, anche se giuste e doverose. Se voi siete un uomo robusto e vedete un uomo meno robusto di voi che mena una donna, avete il dovere di intervenire, mentre invece noi non lo facciamo. Gli olandesi obbedivano ad un ordine tacito di una fasulla non violenza. Questa inerzia non è solo paura: il problema è che manca la capacità di farsi un’idea, di valutare la situazione e di prendere una decisione che può comportare anche violenza.

 

Su tutto quanto prevale questa considerazione per una ragione precisa di civiltà: il monopolio della violenza tocca allo stato, alle nazioni, solo a loro tocca il monopolio della violenza. Qualcuno pensa che la vera origine della violenza sia questa: la violenza è appannaggio solo del Leviatano di Hobbes. Quel mostro lì è la fonte della violenza: la trattiene dentro di sé e la lascia poi distribuirsi in alcuni. La mia idea è un’altra: che la violenza ce l’abbiamo dentro e a volte vien fuori. La violenza oggi prevalente non è quella di due ragazze che si danno sberle in un corridoio.

 

La mia posizione però ha provocato rimostranze. La mia posizione, detta in breve, è che la violenza non è il problema. Voi mi chiederete: allora qual è il problema? Un giorno a un gruppo di donne per la pace io ho detto che non c’è solo la violenza nella guerra. “Lo sappiamo”, dissero le altre, allora io ho aggiunto: il problema è la giustizia.

 

C’era stata, in quel periodo, una conferenza internazionale a Londra che trattava della doppia violenza che tocca alle donne nei teatri di guerra: la violenza della guerra e la violenza sessuale. Un breve episodio storico. Alla pace di Versailles, alla fine della prima guerra mondiale, di cui stiamo festeggiando con sobrietà il centenario, sono arrivate anche richieste di giustizia per tante donne che erano state violentate e chiedevano riparazione. La pace è stata firmata e tutti i dossier che riguardavano le donne sono stati messi via, perché ci voleva la pace e quindi la pace è stata ritenuta un bene superiore, che bisognava occupasse il primo posto. La più recente conferenza di Londra ha concluso: mai mettere la pace sopra la giustizia. Dopo c’erano anche delle risoluzioni per sensibilizzare i comandi militari e le culture dei vari paesi sulle violenze subite dalle popolazioni civili e in primis dalle donne. Spesso sono le donne ad essere sanzionate, coperte di vergogna e colpevolizzate per essere state stuprate.

 

Invito a leggere Euripide, il tragico greco che mette sempre al centro delle sue tragedie delle figure femminili e fa una denuncia della doppia violenza che tocca alle donne. Lo stesso Euripide nella tragedia Ecuba la mostra vendicarsi sul nemico: un alleato a cui lei aveva affidato il figlio la tradisce e vende il figlio. Lei si vendica. Medea si vendica uccidendo i figli del marito che l’aveva ripudiata, Giasone. Euripide ha sollevato questo problema e ha immaginato che le donne ripagassero con la stessa moneta, potessero anche loro esercitare questa violenza inaccettabile contro i bambini che sono i più deboli.

 

Io ho incontrato delle donne per la pace e abbiamo fatto una discussione, che è giusto fare, perché tante cose siano rivisitate dal pensiero femminile, come l’idea che la pace sia più importante, mentre io penso che sia più importante la giustizia. Però loro restavano attaccate alla loro idea della pace al di sopra di tutto. Dopo una settimana queste donne sono andate a Vicenza, nel Veneto tradizionalmente cattolico, e si sono presentate al vescovo: siamo un gruppo di donne per la pace. Il vescovo ha risposto: mai la pace senza giustizia.

 

Allora, la questione è la giustizia? Non è la mia idea. La mia idea è molto più magra e di traverso. La mia idea è che quando ci poniamo il problema della violenza, dobbiamo dirci che il problema non è la violenza. Perché quando diciamo che il problema è la violenza, le donne sono fregate. E’ un’idea fuorviante: è giusto e normale essere contro la violenza, ma bisogna dirsi quella cosa. E l’esempio emblematico che porto lo traggo da Clarice Lispector (io sono una sua adoratrice, per me la sua parola è vangelo): c’è un capitoletto ne La passione secondo GH [3]dove c’è un elogio della violenza. Clarice Lispector aveva sposato un diplomatico e avevano girato l’Europa, era stata anche a Napoli, ritorna finalmente in Brasile e scrive alla sorella. Dice stiamo tornando, io sono cambiata; io per non fare del male agli altri – c’erano anche due bambini di cui uno subnormale – mi sono tagliata le unghie e non ho più modo di difendermi:“Per adattarmi all’inadattabile, per vincere le mie ripulse e i miei sogni, mi sono dovuta tagliare gli artigli (…) ho tagliato in me la forza che avrebbe potuto far male agli altri e a me stessa, e così ho tagliato anche la mia forza”[4]. Lei si è accorta che quello che lei faceva per fare il suo dovere, per essere buona, per andare in paradiso, lei, una donna nell’ordine simbolico patriarcale, per sentirsi a posto con se stessa, si faceva del torto.

 

Simone Weil, a sua volta, ha scritto nei Quaderni che la non violenza è buona solo se è efficace; questa cosa dell’efficacia è rimasta scolpita in me.

In Iliade poema della forza, Simone Weil riconosce la traducibilità tra forza e violenza. Non le separa e non le confonde. Per lei, patisce violenza chi subisce impotente l’esercizio di una forza, fosse anche giusta. Sono d’accordo. Si pensi al bambino separato dalla madre ritenuta indegna o dal padre divorziato, alla studentessa bocciata al concorso, all’uomo giudicato colpevole e condannato… Più cresce lo scarto tra il potere e l’impotenza, e più cresce la violenza.

Piuttosto che deprecare la violenza e predicare la non violenza, io preferisco dire: facciamoci forza e combattiamo lo squilibrio nei rapporti di forza. E porto l’esempio della rivolta femminile iniziata nei Sessanta-Settanta: è stato un sottrarsi alla soggezione che incute il potere per scoprire, nella relazione con altre donne, la propria forza e, dentro di sé, quel potere speciale che chiamo indipendenza simbolica. Questo vale per donne e uomini e credo che siamo sostanzialmente d’accordo.

 

Ma bisogna capire il senso del nostro rifiuto a prendere posizione contro la violenza.

Nel pensiero etico-politico, come noto, è raro trovare condanne assolute della violenza. E agli innumerevoli problemi che si pongono circa l’uso della violenza, le risposte sono ancor più numerose, ma tutte hanno questo tenore: a seconda. A seconda delle circostanze, degli scopi, del modo e così via.

Il nostro rifiuto ha tutt’altra forma. Non è relativo a questo e quello. Noi, semplicemente, teniamo conto di una storia che parla di usi e abusi della forza nei confronti delle donne, usi e abusi senza soluzione di continuità, a discrezione di un qualche lui, persona, giudice, profeta o codice. E tutto questo dà luogo a una miriade di casi, dai più gravi ai più esigui, dalla lapidazione delle adultere al ricovero coatto delle mogli scomode, dalla sberla del prete alla sua collaboratrice troppo invadente allo scempio del corpo di Claretta Petacci in piazzale Loreto, fino a inventare patologie per criminalizzare le madri (si chiama “sindrome di alienazione parentale”). Eliminato un abuso divenuto evidente, un altro è già stato inventato.

Esiste una prepotenza storica di uomini che non viene più negata. Bene, se non fosse che ancora non siamo arrivati a quello che per me è la cosa essenziale. La violenza è la manifestazione di un male oscuro degli uomini di sesso maschile, di cui ancora non si è cominciato a parlare.

Parlare della violenza del mondo senza parlare della differenza maschile sarebbe come parlare di pace senza pensare alla giustizia. Ed è quello che effettivamente capita, a volte. Qualcuno comincia ad accorgersene.

In altre parole, si può ragionare sensatamente e deliberare efficacemente in tema di violenza, soltanto mettendo in gioco una differenza maschile riconosciuta e accettata. Altrimenti cadiamo in una trappola, nel senso che si tende a sacrificare automaticamente l’umanità femminile, imponendole finte scelte che comportano ingiuste rinunce. Come continua a succedere.

 

Per questo dico: non abboccate alla malintesa non violenza. Occorre fare della violenza un ingrediente per l’efficacia, sapendo la misura da tenere nella violenza. Quale misura? Ho avuto l’illuminazione ispirandomi alle cuoche che mettono il sale, non dicono quanto. Quanto basta.

 

Nella rivista “Guerra e Pace”, è un maschio che scrive, e mi critica usando un argomento logocentrico. Loda il mio librino Dio è violent per le idee politiche, per l’idea di tirarsi indietro dal contratto sociale, perché il Leviatano non sta rispettando niente; loda questa parte, ma discutendo dei mezzi da usare, pur comprendendo che l’azione possibile ed efficace può comportare a volte una certa violenza, dissente dalla ricetta del quanto basta. La chiama “conclusione sconcertante” di un discorso attento e profondo: su questo quanto basta rischia di infrangersi ogni parola e azione e si rischia di promuovere sfiancanti discussioni: devono essere i singoli protagonisti di una singola ribellione a dover decidere fino a dove potersi spingere? Qual è la misura, si chiede il recensore, dimenticando la sapienza femminile della ricetta della cuoca. Davanti a questa razionalità femminile basata sull’esperienza, l’uomo esponente del logos occidentale insorge e dice che ci vogliono dei fondamenti, ci vuole questo e quest’altro e non apprezza questa altissima forma di razionalità della cucina, di trasformare prodotti non commestibili in piatti buonissimi.

 

Leggo ora la “ricetta” di Ana Palacio, che, partecipando ad un seminario della rivista “Ariel”, in un colloquio sulla violenza, dice: bisogna rassegnarsi a questa confusione, bisogna restare attaccate alle caratteristiche migliori della società odierna. Una di queste è la femminilizzazione della società: le società meno violente sono quelle nelle quali le donne sono maggiormente riconosciute.

 

Io dico: occorre che ci sia autorità femminile e che questa sia riconosciuta e promossa da donne e da uomini.

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NOTE

[1] Flannery O’Connor, Il cielo è dei violenti, tr.di Ida Omboni, Einaudi, Torino 2008.

[2] Luisa Muraro, Dio è violent, Nottetempo, Roma 2012.

[3] Clarice Lispector, La passione secondo G.H., tr. Di Adelina Aletti, Feltrinelli, Milano 1991.

[4] Lettera datata 6 gennaio 1948,  «Per adattarmi all’inadattabile, per vincere le mie ripulse e i miei sogni, mi sono dovuta tagliare gli artigli – ho tagliato in me la forza che avrebbe potuto far male agli altri e a me stessa. E così ho tagliato anche la mia forza». Clarice Lispector, La vita che non si ferma : lettere scelte (1941-1975) , tr. di Guia Boni e Lisa Ginzburg, Archinto, Milano 2008.

 

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