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Orari incompatibili: sull’esperienza di essere nonna

Il racconto biblico intitolato Genesi (Generazione, Creazione) descrive come il Dio del popolo ebreo, al principio di una modalità storico-mitica del patriarcato, comandò attraverso il logos (parola o cifra) che si facessero nel giro di sei giorni il mondo e la creatura umana, uomo e donna, riservandosi il settimo per riposare una volta conclusa la sua opera, opera di creazione che egli considerò soddisfacente.

Sono nonna di due bambine, sorelle, di uno e cinque anni, figlie di mia figlia, e so per esperienza che la nozione di creazione descritta nella Genesi e nella tradizione che l’ha tenuta viva durante moltissimo tempo (fino al logo di Apple), non corrisponde per niente alla mia esperienza femminile di creazione. Non vi corrisponde nella pretesa di creare dal nulla o dal fango della terra, non vi corrisponde nella nozione ordinata, gerarchica e consecutiva del tempo di creazione, non vi corrisponde nella nozione di comandare che si crei, e non vi corrisponde nella nozione di tempo di riposo.

C’è nella mia esperienza femminile di creazione e di tempo di creazione un patimento (nel senso di «passare per») e un vissuto/idea del tutto, tutto indipendente da ordini prefabbricati, che nessuna metanarrazione maschile conosce. Nella mia esperienza, creare è creare da qualcosa già creato: il mio stesso corpo nel caso della maternità; la mia genealogia nella circostanza, ricevuta e preziosa, di essere nonna. Né il nulla né il fango, la polvere o la terra intervengono. Solo creando da e in qualcosa già creato è possibile il patire, il passare per, l’attraversare come esperienza personale inespugnabile e, anche, come un passare da qualcuno e a qualcuno, da chi è venuta/o prima di me a chi viene o sia venuto/a dopo, facendo e riconoscendo genealogia. Nel patire non c’è posto per il comandare: non c’è posto per il comandare che la creazione inizi (fantasia sciocca), e nemmeno per il comandare che la creazione termini (sterminio terrificante). E non c’è posto per fissare un tempo di riposo, sebbene il riposo sia imprescindibile.

Ciò che succede è un’altra cosa: è un’esperienza illimitata del tutto, tutto senza palliativi, tutto divino o sovrumano, che esige dalla creatrice un’esposizione continua e simultanea alla vita e alla non vita, all’amare e all’incapacità di amare, al poter tutto e all’estenuazione, alla trasparenza e al peso insostenibile, alla massima coniugazione e all’incapacità di intendere o di dire, alla discrezione e alla sfacciataggine, alla visione e all’ateismo. Cioè a un costante essere sull’orlo di un attacco di nervi.

Non si tratta di errori di epistemologia, perché la donna che crea e ricrea la vita e la convivenza umana1 non è, nella sua realtà pura, nella sua realtà materna non contaminata dai resti del patriarcato e pertanto indipendente dal sociale,2 soggetta a obblighi contraddittori. Vita/non vita, amare/incapacità d’amare ecc. non sono obblighi contraddittori, non sono double binds (doppi legami), ma esperienze carnali ed essenziali dei due volti della Medusa, cioè dello spirito aereo della bellezza infinita e dell’estrema gravità della bellezza infinita; perché Medusa, più che diventare brutta, mostra anche l’insopportabile gravità della bellezza femminile e della sua creazione, quella gravità che fa rizzare i capelli e strappa gli occhi dalle orbite. La donna che crea è soggetta a una necessità ineludibile, la necessità derivata dal suo essere madre e/o di stare nella genealogia femminile; non è soggetta, in questa necessità ineludibile, a obblighi interposti; benché ci siano molti e alcune che pretendono lo sia o che vogliano credere impossibile che non lo sia. E nonostante accada che la genealogia si interrompa.

Tutto questo per non abdicare al mio essere donna; tutto per continuare a cercare di tenere come orientamento politico ultimo la precedenza dell’altro;3 e, nella pratica vicina e aderente, la mia apertura a esso, apertura che è corporea e in quanto tale, patimento, passione.

E qui entrano gli orari incompatibili del titolo di questo testo. Uso questa espressione contundente e semplice perché l’ho sentita quest’estate da mia figlia quando, per telefono, cercava di mettersi d’accordo con un’amica d’infanzia per vedersi e chiacchierare, senza riuscirci: «Proviamoci, anche se sicuramente abbiamo orari incompatibili», disse. Ascoltando queste parole, ho sentito un segnale delle viscere, quel «qui c’è qualcosa» sussurrato dall’ispirazione, ossia dal soffio dello spirito, come quando si suggeriva agli esami. Perché, effettivamente, il tempo di una madre e il resto del tempo si reggono, nel nostro mondo, su orari incompatibili: non opposti né che si accavallano ma incompatibili, inconciliabili. Se il tempo è, come è, uno, lo teniamo organizzato in unità che rispondono a bisogni e desideri che si ignorano reciprocamente: da un lato, i bisogni e i desideri della maternità, dall’altro le cose che riguardano la produttività misurata in merci e denaro. Tra queste due organizzazioni incompatibili del tempo c’è una lotta oscura molto più dolorosa e letale della lotta dialettica, proprio perché la lotta tra incompatibili non accede al linguaggio del dialogo, non comunicano tra loro. È una lotta che esiste e si dirime ferocemente senza fare epifania della realtà,4 causando sofferenze profonde perché sono dell’ordine simbolico, sofferenze che solo il senso guarisce; un senso che abbia la finezza di quello di Jane Austen quando scrive, in Persuasione, per bocca della sua protagonista, Anne Elliot, in dialogo con il suo corteggiatore, Mr Elliot: «Questo – disse – è pressappoco il senso, o meglio il significato delle parole, perché certo del senso di una canzone d’amore italiana non si deve parlare»5.

Nella mia esperienza di nonna, anno dopo anno si ripete questa sofferenza: mi risulta impossibile connettere il tempo e il senso della mia scrittura con il senso e il tempo della mia esperienza di essere nonna quando convivo con mia figlia e con le mie nipoti per un periodo medio o lungo. Vivo, in questa situazione, due vite parallele, incompatibili, incomunicabili, inconciliabili. Non per non avere tempo né per mancanza di energia, anche se di energia e tempo non rimane quasi niente quando vivi con bambine piccole, ma perché il senso del tempo risulta, come gli orari delle due vecchie amiche, reciprocamente escludente. Resto, letteralmente, “in bianco” rispetto alla mia vita abituale, senza dimenticare che il bianco è e storicamente è stato una riserva prediletta di fecondità e senso per molte donne6. Da questo bianco è nato, probabilmente, il presente testo.

Virginia Woolf, quasi un secolo fa, parlò favorevolmente di questa esperienza, vedendo nelle vite parallele di mogli e mariti, di madri e padri, una fonte di ricchezza. Scrisse magistralmente in Una stanza tutta per sé:

 

L’uomo illustre apriva la porta del salotto o della stanza dei bambini – pensavo – e trovava la sua donna, forse in mezzo a questi bambini, o con il lavoro di ricamo sulle ginocchia; a ogni modo ella era al centro di un ordine e di un sistema di vita diversi, e il contrasto fra questo mondo e il suo, che poteva essere quello della legge o della politica, immediatamente lo rinfrescava e rinvigoriva; e perfino dalla più semplice conversazione scaturiva una differenza naturale di opinioni, capace di fertilizzare nuovamente le idee ormai inaridite nella sua mente; e lo spettacolo di questa donna, che era in grado di creare benché vivesse in un ambiente così diverso dal suo, ristorava la sua forza creativa, finché insensibilmente la sua mente sterile cominciava di nuovo a tessere intrecci; ed egli riusciva infine a trovare la frase o la scena che gli mancavano quando si era messo il cappello per andare a trovare la donna7.

 

Ma non è questa la mia esperienza. Le due vite (i tribunali, la stanza dei bambini) sono ora in me, senza escludere che siano anche separate per sesso. E nell’ultimo secolo è accaduto qualcosa, che mi porta a desiderare che le mie due vite comunichino, si bacino e armonizzino, dato che non mi basta l’arricchimento della vita maschile con quella femminile o, in caso, il viceversa. Le donne, molte di noi, abbiamo adesso due vite intere; gli uomini, molti, continuano ad averne una e, alcuni, anche un pezzetto dell’altra. Che fare con il senso del tempo affinché il due stia nell’uno senza perdere grandezza? Come praticare il senso che più mi piace del «doppio sì»8? Per esempio, dove dice:

 

«All’epoca di mia mamma la maternità non era una scelta, ma il lavoro sì. Oggi invece la maternità è una scelta, il lavoro una necessità. Il lavoro non era precario come oggi e i nostri padri erano più ricchi dei nostri mariti. Mia madre ha scelto di lavorare perché per lei era una conquista. Io oggi non potrei stare a casa, mentre io ho scelto di avere bambini. C’è questo paradosso. È un punto di forza e di debolezza insieme»9.

 

Clara Jourdan, commentando una versione precedente di questo testo, mi diceva: la sensazione di incompatibilità può venire dal fatto che vivi sola e hai bisogno di raccoglimento per scrivere, per cercare di creare, non perché siano, nel tuo caso, due vite incompatibili. In altre parole aggiungo ho bisogno di una stanza tutta per me ma non sono né ho mai voluto essere un artista del secolo XX, che aveva bisogno di divorare relazioni per creare «dal nulla» ed essere il più potente10. E proprio per di qua va la mia domanda principale: in termini di simbolico, cioè di senso libero della vita e delle relazioni, quale prezzo ho pagato per la stanza tutta per me? Perché la mia sensazione di vivere due vite incompatibili persiste ed è, in realtà, l’impulso, impulso in termini di bisogno e desiderio di simbolico, da cui nasce questo testo; è il suo bianco, la sua purezza.

Da alcuni decenni, c’è un sacco di nonne dedite alla ricreazione della loro genealogia femminile; sono tante e la loro esperienza, liberamente assunta, è talmente difficile da essere stata descritta (non da loro stesse ma dalla medicina sociale e dal suo linguaggio maschile) come una nuova sofferenza femminile: la «sindrome della nonna schiava». Questa sindrome, che non ha niente a che vedere con la schiavitù come è socialmente intesa, è esistenziale e di senso, non di orario di lavoro, benché possa essere acutizzata dalla sua durezza. La nonna schiava ripete l’esperienza del tutto, tutto senza palliativi, indifferente a etiche preconcette, che aveva già vissuto quando era madre. E a volte vi soccombe. Soccombe perché il senso di questa esperienza (l’esperienza del tutto) non compare, non vede la luce. E la ripetizione, mostruosa, le diventa insopportabile.

Non vede la luce perché in un tutto senza palliativi non c’è simbolico. Non c’è simbolico se non c’è parola, certamente, e nemmeno, a mio parere, se non c’è limite, un limite che faccia da levatrice della parola. Non c’è simbolico se non c’è un limite, sia pure per, prima o poi, farlo saltare, o meglio spostarlo con un senso della vita e delle relazioni sempre più fine, senso a sua volta nato dai cambiamenti prodotti nella realtà e dall’agire simbolico. Penso che senza l’orizzonte e l’abbraccio del limite (che non è né proibizione né barriera simbolica),11 la madre o la nonna vengano meno di fronte all’enormità di ciò che da loro e solo da loro dipende, e il tutto diventa caos senza Dio o Dea e senza storia.

So che bisogna pensare senza parapetti, ma senza di essi le bambine precipitano. Hannah Arendt si riferiva probabilmente alle ideologie e ad altri “ismi” come appiglio o balcone prefabbricato da cui affacciarsi sul mondo, e così è: non sono buoni parapetti, perché non lasciano passare né patire. Nella mia esperienza di essere nonna, il limite che cerco starebbe nello sguardo altrui e comune, sguardo politico che nella mia cultura non esiste: uno sguardo politico, femminile e, anche, maschile, che sappia riconoscere che previamente a e al contempo con la produttività in denaro e merci c’è «una produttività in termini di vita, di vitalità, di esistenza, diversa dalla produttività in merci propria del capitalismo»,12 produttività soprattutto femminile, che cerca disperatamente simbolico. Produttività che si prende un tempo incalcolabile e che unisce, non dialetticamente, degli orari rigorosissimi con il non avere orari, cioè con la disponibilità totale, senza un settimo giorno per riposare. Nel mio desiderio, questo sguardo politico sarebbe stato capace di accedere alla coscienza del fatto che la madre/nonna ha bisogno di tutta la società al suo servizio, al servizio della creazione e ricreazione della vita e della convivenza umana, e non il contrario (la maternità al servizio della società), come risulta essere, sfortunatamente ed erroneamente, oggi. Oggi, una o un bebé impara dai suoi primi giorni, ridicolmente, ad andare in macchina legato, immobile, sudato e inabbracciabile, nonostante la sua innocenza, perché la sua vita è minacciata da macchine e guidatori, e ci si aspetta da lei o da lui che pianga cronometrandosi con le aree di servizio delle autostrade. Quando cresce, sua madre e le sue nonne vivono in permanente tensione per i rischi che corre semplicemente andando per la strada, strada che nella nostra cultura è lo spazio pubblico per antonomasia e, come tale, dà la misura di quello che nella nostra cultura si intende per civiltà e per politica. Non per caso il femminismo degli ultimi decenni del secolo XX ha dato priorità a un’esigenza che continua a non essere soddisfatta: il poter andare tranquille per la strada di notte sole.

Perché cerca disperatamente simbolico l’esperienza della maternità e dell’essere nonna? Cioè, perché non lo trova, se è un’evidenza dei sensi che nasciamo da donna e che ci piace passare molto del tempo di vita con donne, dato che l’umanità intera confida soprattutto su di loro per la sua creazione e ricreazione?

Credo che cerchi simbolico perché noi donne dell’ultimo secolo (gli uomini fanno pochissimo simbolico, anche se sono molto sensibili a esso), abbiamo ceduto sul simbolico della madre;13 ceduto o, se si preferisce, sacrificato, sacrificato, nel mio caso, alla stanza tutta per sé, per una insufficiente coscienza del suo valore e, soprattutto, della sua fragilità: la lingua, com’è noto, vive dell’essere parlata; se è lasciata in sospeso, muore o si tramortisce. Abbiamo anche dimenticato simbolico, sì, ma, soprattutto, abbiamo ceduto liberamente, in particolare noi femministe quando abbiamo confuso libertà con emancipazione, benché l’emancipazione non ci soddisfacesse. Abbiamo ceduto – penso – su ciò che riguarda la precedenza della vita e della produttività di vita, sacrificandola sugli altari della produttività in denaro e merci: cedere è un istante, piccolo e trascendente allo stesso tempo14. Io, per esempio (l’esempio che ho più sottomano), ho ceduto costruendo tenacemente e laboriosamente una stanza tutta per me, stanza che, al tempo stesso, era necessaria per difendermi dal patriarcato e contribuire a espellerlo dalla mia esperienza. Era imprescindibile? Non lo so. So che in questa costruzione è accaduto qualcosa d’altro, c’è stata una sospensione di contingenze non da poco della maternità, di cui a quanto pare quelle che sono venute al mondo dopo sentono ora la mancanza. Mi è rimasto in mente, da un esercizio della medica Pilar Babi Rourera nel corso Sexuar la política del master in Estudios de la Diferencia Sexual di Duoda, l’affermazione che l’isteria femminile sta sparendo dagli ambulatori e, se c’è, è tra le straniere (meno emancipate? più viscerali?). Questa mattina per radio, nel resoconto giornalistico di una banale inchiesta sull’uguaglianza in Spagna, una donna con una voce giovane diceva: «È che la maternità è penalizzata»; e lo attribuiva, erroneamente ma servendosi del linguaggio corrente, alla mancanza di uguaglianza. Cioè, le donne di oggi si sentono povere di simbolico della madre, della sua continuità e validità. Lo avvertì, per esempio, Rebecca West (Cicely Isabel Fairfield, 1892-1983) nel 1916 nel suo primo e bel romanzo Il ritorno del soldato, che si riferisce più al ritorno del guerriero rimosso che al ritorno a casa del soldato15.

C’è un legame tra la cessione/dimenticanza di simbolico e il conseguente castigo o penalizzazione. È un legame interno necessario, indipendente dalle istanze maschili (anche se esercitate da donne) di potere che circolano, come quando una commette un errore e subisce le conseguenze che ne derivano, per esempio mettendosi con un uomo interessante perché violento.

Come abbiamo ceduto sul simbolico della madre? Come abbiamo ceduto sulla precedenza della produttività di vita? In astratto, so che abbiamo ceduto consentendo che durante gli ultimi tre o quattro decenni trionfasse pienamente il vecchio principio maschile, umanista e rinascimentale, di uguaglianza o unità tra i sessi. I due sessi, essendo adesso uguali, sono uno, e questo uno è risultato essere sostanzialmente maschile. Lo conferma la ragazza che diceva che la maternità è penalizzata per mancanza di uguaglianza. E lo conferma la tesi che dice che le ragazze di oggi non vogliono essere uguali a nessuno ma uguali a se stesse, senza due vite con tempi incompatibili insaccate in una. Essere uguale a se stessa vuol dire scegliere di essere donna, ossia non vivere deportata nei valori storici della mascolinità trionfante. Le donne del Gruppo lavoro della Libreriadelle donne di Milano hanno scritto:

 

È morta anche l’idea di parità, cioè l’esigenza di misurarsi con i paradigmi di un mondo regolato solo sugli uomini. Le figlie e le nipoti delle donne che hanno corroso i pilastri di quel mondo con la prima autocoscienza, si muovono oggi accanto ai loro compagni di strada, confusi spaventati guerrieri, e sentono riduttive e vecchie tutte le etichette.

Più che essere pari agli uomini, si chiedono piuttosto come diventare pari a se stesse: come cioè la società intera può ripensare le sue istituzioni e le sue regole alla luce anche della loro esperienza e intelligenza di vita16.

 

 

Nella pratica, nella mia pratica politica, penso di aver ceduto sul simbolico della madre ammirando e, nel simbolico, copiando a volte, un’espressione, che sembrava buona e non lo era, della mascolinità moderna/postmoderna: l’uomo di sinistra e trionfatore, trionfatore in un’organizzazione gerarchica, tipicamente come dirigente. L’ammirazione e il simbolico hanno un legame intimo e sinuoso. Un esempio può essere proprio la sospensione che menzionavo prima, di contingenze non da poco della maternità, tra cui il tempo a essa dedicato17.

Nell’uomo trionfatore in un’organizzazione gerarchica, privata o pubblica, che ho conosciuto, c’era, necessariamente, violenza, violenza derivata dalla gerarchizzazione, una violenza elegante, esercitata sulle coscienze18. Le femministe e le donne toccate dal femminismo non l’hanno accettato per ciò che riguarda la politica del sesso e abbiamo finito, la maggior parte di noi, per divorziare da quegli uomini. Ricordo un episodio che mi ha obbligato a intenderlo, anni fa: un compagno medievista, molto di sinistra e profemminista, alla fine di un incontro universitario di donne in cui io avevo chiesto a quelli del suo gruppo solidarietà con noi nella politica universitaria, mi disse: «Ma come possiamo sostenervi se siamo tutti conviventi (arrejuntados)?»19 .Cioè mi ricollegò, con il linguaggio volgare che usano a volte le viscere, la politica con la politica del sesso, segnalando con la sua risposta un po’ rabbiosa che noi le avevamo separate ed erano, invece, inseparabili. Le avevamo separate divorziando da loro e credendo che, dopo, il loro modo di essere e pensare non ci riguardasse. È qui, in questa separazione tra la politica e la politica del sesso, dove io e altre che conosco abbiamo ceduto o sacrificato simbolico della madre, impoverendo il lascito di senso che abbiamo trasmesso alle nostre figlie e allieve, e forse anche a figli e allievi.

La violenza dell’uomo di sinistra e trionfatore che ho ammirato e, nel simbolico, a volte copiato in passato, faceva parte di una modalità della politica del potere propria del secolo XX, che all’epoca fu chiamata «totalitarismo»20. Ricordo che da piccola mi intrigava il nome della strada di una delle mie scuole vicino a Bilbao: «Avenida del Triunfo». Non capivo che cosa volesse dire o di quale trionfo si trattasse; essendo quello del fascismo, non me lo dicevano con chiarezza quando lo domandavo. Pochi anni dopo, nel 1962, uomini di sinistra e progressisti spagnoli fondarono e lessero molto un settimanale politico di successo che si chiamava anch’esso “trionfo”21. C’era una coincidenza, una coincidenza la cui sostanza era dare per scontato che l’organizzazione, nucleo dei totalitarismi del secolo XX, è buona ed è gerarchica, anche se la cosa del “gerarchica” non si dicesse con chiarezza. Sembrava buona perché serviva a trionfare, a portare avanti qualcosa. Ma l’organizzazione è buona se non è gerarchica, cioè se è sciolta e libera, se è pratica di relazione: se non è strumentale a nulla ma interessa per la relazione stessa, senza altro fine che stare in relazione, di modo che la stessa pratica di relazione decida che cos’è che viene avanti, come sappiamo bene noi madri, nonne, sorelle, amiche. Le femministe del mio tempo lo sapevano come donne, e per questo diffidavamo della doppia militanza (dipendente dai partirti politici, gerarchici per definizione, anche quelli antigerarchici) e dei coordinamenti femministi di questo o quell’altro livello o stile.

Ma nella maternità, di tutto questo non ho avuto coscienza. Io avevo «voglia di vincere», desiderio di esistenza simbolica, che la vita non mi lasciasse da parte, e fu affascinante leggerlo anni dopo nel “Sottosopra verde” Più donne che uomini22. Ma, come scrisse Teresa d’Avila, «c’è molto da essere a essere»,23 ci passa molto da essere senza consapevolezza a essere con consapevolezza, passa molto da essere senza consapevolezza di chi si è (donna, per esempio) a essere senza consapevolezza di essere donna24. Fui capace di riconoscere l’uomo patriarcale, e non l’ho mai ammirato, ma non fui capace di riconoscere il delitto simbolico, delitto in termini di perdita di umanità, che comportava la nozione maschile del trionfare, che consistette nel trionfare a spese dell’ordine simbolico della madre. Perché le madri (me compresa) trionfarono allora e continuano a trionfare ora, nel sociale, quelle che trionfano, in cambio del mettere limiti patriarcali, o semplicemente maschili, alla maternità, limiti che, questi sì, sono barriere simboliche, perché non sono limiti pensati né provati da loro. Per questo, penso, nella maternità non ci sono oggi, o non abbastanza, limiti che facciano simbolico, che facciano di questa esperienza grandissima l’esperienza di felicità piena che è chiamataad essere. Lo provano, a mio parere, le madri della Lega del Latte Materno (LLL),25 che soffrono perché cercano di non darsene (finché diventano consapevoli che questo le esaurisce), dato che mettere o togliere ciò che già c’era sono la medesima operazione, senza interpretazione libera. Penso che in questo senso «la maternità è penalizzata», come ho menzionato prima. E si sente povera di simbolico, povera di senso femminile libero.

Non era ancora il mio tempo? Non lo so, ma credo che sì, lo era, perché il tempo del simbolico è sincronico, va con ciò che sta succedendo: è sempre il suo tempo.

Vedendo lo splendido film di Margarethe von Trotta Hannah Arendt,26 mentre assimilavo stupefatta e affascinata l’affermazione che senza i Consigli ebraici, cioè senza questo tipo di organizzazioni, ci sarebbero stati meno morti tra la popolazione ebrea, mi sorse la domanda sul valore di questa asserzione nel mio presente. E mi venne un’associazione tra, da una parte, la pericolosità del funzionario dello Stato (gerarchizzato per definizione) degli anni 30 del secolo XX che, intendendo il servizio pubblico solo come un eseguire ordini e non più come servizio, abdica alla sua coscienza e commette delitti contro l’umanità come se non fosse lui a commetterli, e, dall’altra, il tipo di mascolinità degli uomini progressisti della mia generazione, orientata a trionfare in organizzazioni gerarchiche rinunciando alla consapevolezza del su cosa, su chi o come lui sta trionfando, e, non potendo giustificarsi con l’eseguire ordini proprio del fascismo, lo rimpiazza con nozioni ambigue come “legittimità”, “lottatore”, “pioniere”, “delocalizzazione”, “globalizzazione”, “guerra umanitaria”, o “comunità internazionale”, rendendo la politica incerta e fittizia. Nell’uno e nell’altro caso, i delitti commessi e che si possono commettere vanno contro l’ordine simbolico della madre e comportano la perdita di umanità per abdicazione della coscienza, coscienza che nell’infanzia di tutti loro c’era.

Perché è sempre il tempo del simbolico, non solo quando si impara a parlare. Per darne un’immagine, rievoco una scena: Seminario di Maggio di Duoda, anno 2011, dedicato a «L’eccellenza femminile alla fine del patriarcato»; fine di un incontro molto intenso sulle donne della Lega del Latte Materno; una donna progressista (Gloria Téllez) interviene, preoccupata, e dice: «Non lo vedi tu molto pericoloso, e ancor più adesso (ricordatevi della fine del franchismo, quando finisce qualcosa come il patriarcato può dare dei colpi di coda che possono fare molto male), per una donna che ritorna a casa, il pericolo di perdere la sua indipendenza e soprattutto la sua libertà se non lavora? Se lascia tutto, qualcuno deve mantenerla, e questo qualcuno sarà qualcuno che avrà potere su di lei». E, a mo’ di «parto impossibile»,27 la risposta: «Io credo che lei non perderà la sua libertà: perderà la mia. […] Perderà una libertà che ha ormai compiuto il suo processo storico. Pertanto, perderà una libertà che non coincide con la libertà che serve a lei in un mondo cambiato proprio dalla mia libertà. Cioè, il ritornare a casa non esiste»28.

Il tempo della propria libertà è disponibile sempre, se una, avendo cura della vita del suo spirito, mantiene la coscienza sveglia per giungere a saper riconoscere, con indipendenza simbolica, che cosa o qual è ora la sua libertà (l’indipendenza economica, la contrattazione della dipendenza, la dipendenza amorosa, il riconoscimento comune che i debiti d’amore non sono saldabili e questo fa molto piacere… ecc.). Per questo, aggiungo adesso un’altra risposta: il tornare a casa sì che esiste, ed è, nel nostro tempo, tornare al simbolico della madre, alla casa della madre, di quelle madri non patriarcali ma servitrici delle figlie che molte donne e femministe della mia generazione abbiamo cercato di essere.

 

Note

  1. È il titolo del libro di Marta Bertran Tarrés, Carmen Caballero Navas, Montserrat Cabré i Pairet, Ana Vargas Martínez e María-Milagros Rivera Garretas, De dos en dos. Las prácticas de creación y recreación de la vida y la convivencia humana, Madrid, horas y Horas, 2000.
  2. Ho toccato questa questione in Come in un romanzo storico, in Annarosa Buttarelli, Luisa Muraro e Liliana Rampello (cur.), Duemilaeuna. Donne che cambiano l’Italia. Milano, Pratiche Editrice, 2000, 279-283; e in La vida de las mujeres: entre la historia social y la historia humana, in Flocel Sabaté e Joan Farré (cur.), Medievalisme: Noves Perspectives, Lleida, Pagès editors, 2003, 109-120.
  3. Questa è, nella mia memoria di traduttrice, l’idea principale del libro di Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Mondadori 2003 e Il Margine 2012 (El Dios de las mujeres, trad. di María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, horas y Horas, 2006).
  4. Questa espressione è di María Zambrano nel suo El hombre y lo divino (1955), Madrid, Siruela, 1991, p. 245 (tr. it. di G. Ferraro, L’uomo e il divino, Roma, Edizioni Lavoro, 2001).
  5. «This is – she said – nearly the sense or rather the meaning of the words, for certainly the sense of an Italian love song must not be talked of» (Jane Austen, Persuasion, letta da Juliet Stevenson, capitolo 20, scena del concerto, www.audible.com). La traduzione italiana è nostra.
  6. Si veda, per esempio, l’opera delle artiste contemporanee Isabel Banal (www.isabelbanalx.com) e Blanca Casas Brullet [“DUODA. Estudios de la Diferencia Sexual” 43 (2012), projecte d’artista] y, naturalmente, nel sec. XIX, Emily Dickinson (Emily Dickinson, Poemas 1-600. Fue – culpa – del Paraíso, edición, prólogo, traducción y lectura de los poemas en español de Ana Mañeru Méndez y María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2012). Si vedano anche, Assumpta Bassas Vila e Joana Masó, Blanca Casas Brullet: reservas de sentido, [“DUODA. Estudios de la Diferencia Sexual” 43 (2012) 158-173]; e il mio ¿Por qué Heloïse en la escalera noble de la Universidad de Barcelona? www.ub.edu/duoda/web/
  7. Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, tr. it di L. Bacchi Wilcock e J. R. Wilcock, Milano, Feltrinelli 2011, p. 123.
  8. Immagina che il lavoro, “Sottosopra”, ottobre 2009.
  9. Ibid., p. 6.
  10. Ho toccato brevemente questa questione in Eloísa lo impregna todo de luz, in Elena del Rivero, Heloïse Perfundet Omnia Luce (tr. it. Eloisa impregna di luce ogni cosa, “Via Dogana” 92, 2010.)
  11. Sulla nozione di “barriera simbolica” si veda Clara Jourdan, Barreras simbólicas, “DUODA. Revista de Estudios Feministas” 30 (2006), pp. 33-40.
  12. Su questa produttività si possono vedere i testi del monografico di “Duoda” 44 (2013), pp. 52-119, intitolato La política de las nuevas madres, [María-Milagros Rivera Garretas, Presentación, 52-54; Ivette Roche Andreu, La vida en danza, 56-72; Carme Vidal Estruel, En la revuelta de la maternidad, 74-90; y Sophie Kasser ¿Dónde estoy cuando soy dos? 92-97]; l’idea citata, nella mia Presentación, p. 53.
  13. Sull’ordine simbolico della madre, bisogna tornare più e più volte ai libri: Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1991 e 2006; e Diotima, Il cielo stellato dentro di noi. L’ordine simbolico della madre, Milano, La Tartaruga, 1992.
  14. Il seguente aneddoto mi pare un risultato enorme di questa cessione: un «medico senza frontiere», intelligente e impegnato con coloro che subiscono violenza, in una recente intervista radiofonica condannava un laboratorio farmaceutico per aver smesso di fabbricare un farmaco che salvava molte vite in paesi poveri perché «non era redditizio». Egli ripeteva il linguaggio del laboratorio senza poter aggiungere «Sì che era redditizio, era redditizio in vite».
  15. Rebecca West, The Return of the Soldier, New York, The Century Company, 1918; tr. it. Il ritorno del soldato, Vicenza, Neri Pozza, 2009. Il tema ricorre nel film diretto da Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud Pollo alle prugne (Francia, Belgio, Germania, 2011), basato sull’omonimo romanzo a fumetti di Marjane Satrapi (Poulet aux prunes, Paris, éd. L’Association, 2004; tr. it. Pollo alle prugne. Un romanzo iraniano, Milano, Sperling & Kupfer, 2005).
  16. Immagina che il lavoro, “Sottosopra”, ottobre 2009, p. 8.
  17. Ho cercato di toccare questa questione spinosa in La rebelión de los cuerpos, in El Amor es el Signo. Educar como educan las madres, Madrid, Sabina editorial, 2012, pp. 157-173.
  18. Esprime fedelmente questo messaggio il racconto infantile di Adela Turin (il preferito dalla mia nipote maggiore quest’estate e che abbiamo letto a sazietà) Cañones y manzanas, trad. Humpty Dumpty, Barcelona, Lumen, 1978.
  19. Con «arrejuntados» si riferiva al fatto che erano stati lasciati dalla moglie e si erano uniti a un’altra donna malamente o in maniera affrettata.
  20. Si veda, soprattutto, Hannah Arendt, The Origins of Totalitarianism, 3 tomi, New York, Harcourt & Brace, 1951 (tr. it. Le origini del totalitarismo, Torino, Einaudi, 2009).
  21. In realtà, fu la trasformazione di un settimanale dedicato al cinema. Quando riappare come rivista digitale, si descrive come «la rivista che negli anni 60 e 70, due decenni cruciali, incarnò le idee e la cultura della sinistra del nostro paese e fu simbolo della resistenza intellettuale al franchismo»; si veda www.triunfodigital.com/
  22. Gennaio 1983. In traduzione spagnola: Más mujeres que hombres. (Enero 1983. Sottosopra Verde), en Librería de mujeres de Milán, La cultura patas arriba. Selección de la revista ‘Sottosopra’ (1973-1996), trad. de María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, horas y Horas, 2006, pp. 107-129.
  23. Teresa de Jesús, Las Moradas, Moradas primeras, cap. 1.5: «Parece que digo algún disparate; porque si este castillo es el ánima claro está que no hay para qué entrar, pues se es él mismo; como parecería desatino decir a uno que entrase en una pieza estando ya dentro. Mas habéis de entender que va mucho de estar a estar; que hay muchas almas que se están en la ronda del castillo que es adonde están los que le guardan, y que no se les da nada de entrar dentro ni saben qué hay en aquel tan precioso lugar ni quién está dentro ni aun qué piezas tiene».
  24. Pensavo a quest’ultima cosa sentendo, recentemente, un’intervista alla monaca domenicana contemplativa e grande rivoluzionaria sor Lucía Caram, che parlava di sé al maschile, coerentemente con i suoi oggetti d’ammirazione.
  25. “La Leche League” (LLL) fu fondata il 17 ottobre 1956 a Franklin Park, Illinois (USA) da sette madri: Mary White, Edwina Hearn Froelich, Mary Ann Cahill, Betty Wagner Spandikov, Viola Brennan Lennon, Mary Ann Kerwin y Marian Leonard Tompson:www.llli.org/. Sono practiche che le contraddistingono, per esempio, tra una grande varietà dato che è diffusa nel mundo intero, l’allattamento a domanda o il condividere il letto.
  26. Margarethe von Trotta, Hannah Arendt, sceneggiatura di Pam Katz e Margarethe von Trotta, protagonista Barbara Sukowa, Germania, Lussemburgo, Francia, 2012.
  27. María Zambrano nella bella intervista che le fece Pilar Trenas nel 1988 per il programma di tv2 Muy personal, riferendosi alla sua scrittura dice: «Claro. Como tiene que decir, como tiene que ser el de alguien que se ve forzado a crear. A veces, qué agonía, a veces, qué parto imposible, a veces, qué felicidad» [Entrevista a María Zambrano (1904-1991), a cargo de Pilar Trenas, “DUODA. Revista de Estudios Feministas” 25 (2003) 141-165; p. 157]; tr. it. in “Per amore del mondo. La rivista”, giorni della merla 2005: «Certo. Come deve dire, come deve essere quello di qualcuno che si vede costretto a creare. A volte, un’agonia, a volte, un parto impossibile, a volte una felicità».
  28. Diálogo sobre la ponencia de María-Milagros Rivera Garretas, “DUODA. Estudios de la Diferencia Sexual” 41 (2011) 92-105; p. 104.
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