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Genealogie femminili: ereditare nel femminismo

  • Estratto dalla Tesi di laurea discussa all’Università di Verona, Relatrice Wanda Tommasi

 

La scelta di trattare il tema della genealogia femminile all’interno del femminismo nasce dalla personale esperienza di essere una giovane donna da pochi anni entrata in relazione con il pensiero della differenza sessuale. Si tratta di una condizione particolare che due donne, nel numero di Via Dogana dal titolo Le ereditiere, hanno descritto come l’ingresso in una casa già perfettamente ammobiliata in cui accade che una giovane donna non possa o non voglia “cambiare la disposizione dei mobili, dei quadri alle pareti, delle stanze, togliere alcune cose per metterne altre”[1], insomma farne la propria casa. A partire quindi dalla consapevolezza dell’importanza delle donne che mi hanno preceduto e della necessità di far emergere la mia voce senza sentirmi schiacciata dal peso dell’autorità, ho deciso di indagare il movimento genealogico e le genealogie femminili. Per fare questo ho ripreso le riflessioni di alcune pensatrici tenendo presente che è grazie all’apertura di sguardo guadagnata attraverso il pensiero della differenza che diventa possibile inserire donne del passato all’interno di una propria genealogia. Nelle mie riflessioni ho quindi tenuto insieme il legame con la madre, il rapporto con le donne del passato, l’apertura di sguardo guadagnata dal pensiero della differenza e il tema dell’autorità: tutto questo a partire da me, dal mio essere una giovane donna, un’“ereditiera” che vive in una società trasformata dalle conquiste del femminismo.

Sono partita da Virginia Woolf, considerata un’anticipatrice del pensiero della differenza. Nei romanzi e nei saggi la scrittrice scrive sempre a partire da sé: è consapevole del suo essere donna e di come questo incida nella sua professione. In modo particolare in Una stanza tutta per sé e ne Le tre ghinee emergono chiaramente l’importanza della differenza sessuale, la consapevolezza delle condizioni materiali in cui vivono le donne e il tema della genealogia femminile. Nel primo testo Virginia Woolf invita le studentesse di due università femminili cui si sta rivolgendo a riflettere sul fatto che l’indipendenza di pensiero deriva dall’indipendenza economica. L’autrice paragona le università maschili, che esistono da secoli e sono molto ricche, alle “giovani” università femminili, nate con fatica e povere di mezzi. Per Virginia Woolf il sesso femminile è povero rispetto a quello maschile e questo ha influito sulla sua storia. La povertà, infatti, provoca instabilità e insicurezza: quindi “è assolutamente impossibile che le donne di classe media, le quali soltanto disponevano del loro cervello e del loro carattere, avessero preso una parte qualsiasi in uno di quei grossi movimenti che, nel loro insieme, costituiscono l’immagine del passato per lo storico”[2]. Poiché Virginia Woolf si sta rivolgendo a delle studentesse sul tema “La donna e il romanzo”, decide di portare l’esempio di alcune scrittrici che, nonostante tutti gli ostacoli, sono riuscite a emergere dall’anonimato e a fare della scrittura un’occupazione con cui guadagnarsi da vivere. È qui che s’inserisce il riferimento alla genealogia femminile: l’autrice invita le studentesse a “pensare attraverso le nostre madri” [3]. Prendere coscienza della propria differenza sessuale apre una nuova prospettiva sul passato e sul presente, inaugura nuovi valori e diversi punti di vista rispetto a quelli imposti dalla tradizione maschile, che nel corso della storia ha preteso di imporsi come neutra. Per pensare attraverso le proprie madri bisogna compiere quel movimento genealogico che, partendo dal presente, risale fino al passato cercando esempi di libertà femminile: in questo modo le donne possono trovare le parole adatte a esprimere la propria esperienza.

Una stanza tutta per sé va letto insieme a Le tre ghinee. Scritto sotto forma di una lunga lettera indirizzata al segretario di un’associazione pacifista, anche questo testo mostra la consapevolezza di Virginia Woolf della differenza sessuale nell’intento di opporsi alla guerra e al fascismo. Poiché la domanda che percorre tutto il saggio è come poter contribuire alla pace, l’autrice dimostra che le donne possono contribuire a evitare la guerra solo svincolandosi dal punto di vista maschile, dai valori e dai mezzi proposti dal patriarcato. Virginia Woolf dona infatti la prima ghinea, che immagina di avere a disposizione, alla ricostruzione di un college femminile, la seconda a un’associazione che favorisce l’inserimento delle donne nelle libere professioni e l’ultima ghinea al segretario dell’associazione pacifista. Secondo l’autrice combattere il patriarcato equivale a combattere contro il fascismo e significa quindi contribuire attivamente alla pace. In questo contesto il movimento genealogico emerge quando, a partire dall’urgenza presente della guerra, Virginia Woolf decide di rivolgersi al passato per cercare dei riferimenti; li trova in quelli che sono stati gli insegnamenti imposti al sesso femminile per molto tempo: la povertà, la castità, la derisione e la libertà da fittizi legami di fedeltà. Attraverso un cambiamento di prospettiva, queste istanze diventano delle “maestre” per le donne di oggi, perché mostrano la possibilità di crearsi uno spazio di libertà all’interno del sistema patriarcale. Proprio perché le donne sono state cresciute con queste imposizioni, il sesso femminile è ora in grado di poter svelare tutta la crudeltà della guerra senza lasciarsi incantare dal prestigio e dalla ricchezza. Vedere nel passato spazi di libertà femminile e dare valore a quelle donne che sono riuscite a crearselo è possibile grazie a un cambio di prospettiva sul passato e grazie al movimento genealogico.

Successivamente ho preso come riferimento Luce Irigaray e le sue riflessioni sulla genealogia femminile. Luce Irigaray è la prima pensatrice della differenza sessuale e in Speculum compie un’importante opera di decostruzione della teoria freudiana e della tradizione filosofica occidentale da Platone a Hegel. È proprio nel mezzo di quest’analisi desolante per il sesso femminile che l’autrice compie un movimento genealogico andando alla ricerca nel passato di forme di autorità e libertà femminile a cui le donne possano ispirarsi e da cui possano trarre insegnamento. Luce Irigaray dedica un capitolo di Speculum alla figura della “misterica”, termine con cui l’autrice tiene insieme i due riferimenti all’esperienza delle mistiche e delle isteriche. Negli anni successivi Luce Irigaray riflette e sviluppa in modo più approfondito il tema della genealogia femminile legandolo alla riscoperta del rapporto femminile con la madre. Questa è infatti una necessità per le donne se vogliono uscire dalla sottomissione all’ordine patriarcale, che le vuole come oggetti a disposizione dell’uomo. Il patriarcato si regge su una grande rimozione: prima del parricidio ipotizzato dalla teoria freudiana, per Irigaray ci sarebbe un delitto ancora più antico e più terribile, ovvero l’uccisione della madre. Questo matricidio originario ad opera dell’uomo consiste nella negazione e nella successiva dimenticanza della dipendenza dalla madre, colei che ci ha messe e messi al mondo. Il pensiero maschile non può assolutamente accettare una dipendenza che lo renderebbe vulnerabile, non autonomo e non del tutto trasparente a se stesso perché legato a un’origine che non dipende dalla sua volontà; l’uomo “uccide” la madre con la pretesa di potersi mettere al mondo da solo. Il matricidio è visibile al momento della nascita, quando le figlie adottano il cognome paterno entrando a far parte di una genealogia maschile che non rispetta la differenza sessuale; una volta cresciuta, alla donna è chiesto di entrare a far parte della genealogia del marito assumendone il cognome. Luce Irigaray afferma che le donne, se non vogliono “essere complici dell’uccisione della madre”[4], devono far uscire dall’anonimato la genealogia femminile, valorizzando il rapporto con la propria madre e le proprie antenate, ma anche con quelle donne che le hanno precedute e a cui riconoscono autorità. Oltre a ciò per l’autrice è fondamentale che le donne concepiscano un divino femminile, diverso dal divino dalla tradizione maschile: il divino femminile è un orizzonte infinito cui tendere, un orizzonte di riferimento entro cui dar forma alla propria identità femminile. Senza un divino femminile le donne finiscono per accettare e far proprio il modello maschile; in tal modo, non può esserci libertà, ma viene meno anche la possibilità di avere un orizzonte comune; non può crearsi quella distanza che permette la comunicazione tra donne e nemmeno può esserci genealogia femminile. Il divino femminile è raffigurato dall’autrice in Etica della differenza sessuale attraverso l’immagine del “mucoso”, un’immagine che serve a dare un’idea del trascendentale sensibile, ovvero di una divinità che rimane in contatto con il corpo e la sensibilità.

Un passo ulteriore si compie con l’aiuto di Carla Lonzi, notando l’importanza che per quest’autrice hanno avuto i punti di riferimento femminili nella sua vita di donna. Prendendo in esame Taci, anzi parla. Diario di una femminista e Armande sono io!, emerge chiaramente il tema della genealogia femminile. Nel suo diario Carla Lonzi lamenta più volte la mancanza di riconoscimento, che né la famiglia né gli uomini sono stati in grado di donarle; il riconoscimento da lei desiderato viene trovato, all’inizio degli anni ’70, in una donna di nome Sara, all’interno del gruppo di Rivolta Femminile. Carla Lonzi, partendo da un’esigenza personale, dimostra come sia fondamentale il riconoscimento da parte di un’altra donna perché solo questo può donare un nuovo sguardo su di sé e sul mondo; da qui la libertà di essere se stessa e l’autorità personale che le consente di esprimersi senza censure poiché le proprie parole trovano accoglienza in un’altra persona in grado di capirle. Il riconoscimento reciproco tra lei e Sara le permette di assumere un nuovo sguardo sul mondo presente e sul passato. Con una nuova consapevolezza di sé e con la prospettiva aperta dal pensiero della differenza sessuale, Carla Lonzi può finalmente rivolgersi al passato e leggerlo in modo diverso. Essendo cresciuta in un collegio cattolico, invece di rifiutare totalmente i modelli che le sono proposti, sceglie di dare spazio alla figura di Teresa di Lisieux e ne riconosce l’importanza per il superamento del misconoscimento da parte della sua famiglia. Teresa Martin, che viveva in convento e che quindi sottostava a un sistema rigido di regole, grazie alla lettura di Carla Lonzi viene vista come la creatrice di uno spazio di libertà femminile, una libertà dimostrata sia dagli scritti autobiografici sia dalle opere teatrali. È così che l’autrice si rispecchia in questa figura femminile del passato: “Per me era l’immagine esatta del mio autoritratto, la presenza di due spinte entrambe attive nella mia vita e sovrapposte, a cui cercavo una soluzione”[5].

Un ulteriore riferimento alla genealogia femminile compare nel testo, lasciato incompiuto, dal titolo: Armande sono io!. Partendo da un momento di difficoltà nella relazione con il suo compagno Pietro Consagra, Carla Lonzi trova nell’esperienza delle Preziose un aiuto per comprendere quello che sta vivendo. Leggendo le commedie di Molière scopre di essere nella stessa situazione della protagonista de Le intellettuali: “Proprio nella stessa situazione, cioè una donna che ha un fidanzato e lo tiene per un paio d’anni, credo, a riflettere su cosa è una relazione, non vuole garantirgli il matrimonio, non vuole cose fisiche ecc. ecc. E lui poi si orienta sulla sorella e lei rimane smarrita. Insomma a quel punto lì tutta la sua pressione non ha più motivo e allora lì Molière ha modo di ironizzare molto crudelmente anche su questa donna”[6]. Carla Lonzi decide di indagare la vita di queste donne che, tra ‘600 e ‘700, sono riuscite a creare uno spazio di libertà all’interno di una società patriarcale e la cui esperienza è stata poi tramandata in modo ironico e derisorio. Nelle proprie stanze le Preziose “affermavano alcune cose, tipo che l’amore se ne parla ma non si sa cos’è; dunque è una cosa che va indagata, è una cosa su cui le donne sentivano di aver molto da dire, sui sentimenti, sui rapporti, sull’amore, sulle circostanze che alimentano, che deprimono l’amore, sulle varie caratteristiche dell’amore […]”[7]. Un aspetto interessante nel pensiero di Carla Lonzi è che passato, presente e futuro s’intrecciano e si condizionano a vicenda nella prospettiva genealogica: il presente apre nuove prospettive sul passato e il passato può aiutare a capire eventi del presente. “Se Armande sono io, tre secoli dopo sono anche qualcos’altro”[8]; con questa affermazione, Carla Lonzi si inserisce in un continuum generazionale; si sente vicina ad Armande, ma ha anche la consapevolezza di avere a disposizione più risorse rispetto a una donna vissuta nell’Ancien Régime.

L’importanza della ricostruzione di una genealogia femminile parte dal vissuto presente di ogni donna: è dalla maggiore libertà vissuta oggi dal sesso femminile, rispetto alle condizioni del passato, che diventa possibile compiere quel movimento a ritroso nella storia attraverso cui le antenate acquistano valore e diventano punti di riferimento importanti per il presente. Non posso fare a meno di considerare che mi trovo nella particolare condizione dell’“ereditiera”, essendo una giovane donna da poco entrata in contatto con il femminismo. Questo assume aspetti problematici, perché la vicinanza tra donne appartenenti a due generazioni diverse rischia di non lasciare lo spazio necessario all’elaborazione delle più giovani: in primo luogo occorre l’accettazione da parte di chi è venuta prima che il proprio pensiero possa essere ripensato da chi viene dopo; in secondo luogo è importante il riconoscimento dell’autorità delle donne più mature da parte delle più giovani. Poter confrontarmi e dialogare in presenza con queste donne che mi hanno preceduto, poter instaurare un dialogo positivo e arricchente con loro è sicuramente una fortuna; tuttavia non si tratta di un rapporto privo di contrasti perché, per una giovane donna che riconosce autorità alle donne che sono venute prima, talvolta è difficile “elaborare una propria posizione di autonomia, togliendosi dal privilegio/svantaggio dell’essere seconde, del venir dopo, che spesso sfocia nel mutismo/ribellione […]”[9]. Un modo per uscire da questo blocco e sviluppare un percorso personale è intendere l’eredità non come una catena che ci tiene inchiodate al passato, come invece tende a fare la tradizione, ma piuttosto come una spinta che permette “[…] una iniziativa nuova da parte di quelle che la ricevono”[10]. Inoltre è necessario riflettere sul tema dell’autorità e riconoscerne la differenza rispetto al potere; per fare questo bisogna tornare al rapporto con la madre, la prima autorità che una donna sperimenta nella propria vita, un rapporto non privo di contrasti e difficoltà. Proprio il rapporto con la madre insegna che l’autonomia non deve essere intesa come “separazione dalla relazione di dipendenza dalla madre, dunque come conquista di un’autonomia intesa come emancipazione da un rapporto di eteronomia, ma piuttosto come uno sviluppo che non abbisogna del rifiuto della relazione d’autorità per accedere alla libertà”[11]. Altri rischi per la genealogia femminile possono derivare dall’inconsapevolezza con cui le donne di oggi vivono e sperimentano le conquiste del femminismo e da quel femminismo “di moda” che è proposto attraverso i social network soprattutto alle più giovani. In questo modo, a mio avviso, si alimenta la creazione di uno stereotipo, un’idea di donna che rientri meglio nel nuovo tipo di società in cui il sesso femminile non può più essere escluso. Sia che le nuove generazioni non sappiano nulla riguardo al femminismo, sia che ne abbiano una concezione negativa, o che vi si accostino solamente per seguire una moda, il problema rimane sempre lo stesso: “Non ‘sanno’ il cambiamento e ciò che hanno pensano che sempre tutte le donne l’abbiano avuto: l’amore e l’appoggio della madre, la possibilità di studiare, una gestione libera della propria sessualità, un rapporto contrattuale con i maschi, il matrimonio e la maternità come scelta e non come destino. Sono per loro cose naturali, che non si nominano, come non si parla dell’aria che respiriamo.”[12] Il movimento genealogico rende possibile la continuazione del dialogo tra donne appartenenti a generazioni diverse e aiuta ad avere consapevolezza della libertà che si sperimenta.

È più facile che s’instauri un rapporto di scambio e di trasformazione quando ci si riferisce a donne del passato, anche molto lontane nel tempo: ci si sente più legittimate e stimolate a esprimere il proprio punto di vista senza paura; si dà un’interpretazione personale di una pensatrice del passato pur con la consapevolezza di poter sbagliare. La persona che viene interpretata, infatti, non può più dire la sua, se non attraverso i testi e le testimonianze che ha lasciato. È all’interno di questa situazione che si può legittimamente parlare di movimento genealogico. Non si tratta di una semplice rielaborazione di figure femminili del passato, ma di una pratica che parte da domande e problemi del presente, con la possibilità di trovare le risposte in figure che appartengono al passato. In questo modo donne la cui vita è stata considerata irrilevante dall’ordine patriarcale emergono e diventano maestre, esempi importanti per le nuove generazioni: “Chi viene dopo interroga chi è venuto prima a partire da sé, lo/la interpreta sulla base delle proprie domande, gli/le conferisce autorità in un rapporto di libertà […]”[13]. All’inizio degli anni ’80 le appartenenti alla Libreria delle donne di Milano e alla Biblioteca delle donne di Parma hanno cercato di tradurre in pratica questa necessità di trovare punti di riferimento femminili nel passato e hanno raccolto le loro riflessioni all’interno del Catalogo dal titolo significativo Le madri di tutte noi. Il testo analizza una decina di scrittrici: nonostante le differenze che caratterizzano queste autrici, ciò che le accomuna è la libertà. Nella loro scrittura c’è libertà femminile e riconoscere questo è stato un passo fondamentale che ha cambiato la prospettiva secondo cui la donna era vista come mancante, perdente rispetto all’uomo e collocata spesso in posizione vittimistica, tanto che “riconoscere come vincente una ha fatto sì che ci riconoscessimo tutte”[14]. Oltre a quest’apertura di possibilità concrete per le donne, riconoscere autorità alle scrittrici del passato, ammetterle all’interno della propria genealogia, significa offrire la possibilità a tutte le donne di spostare il proprio affetto e la propria richiesta di riconoscimento verso figure femminili in grado di donare questo riconoscimento, uscendo così dall’ordine patriarcale che propone esclusivamente figure maschili di autorità. La stessa necessità emerge in ambito storico, dove ci si accorge che la donna non è assente, ma appare semmai in modo intermittente e in campi che dalla tradizione maschile non sono considerati importanti. Il pensiero della differenza sessuale ha proposto di vedere questa intermittenza non come una mancanza da colmare, ma come una storicità tipicamente femminile. Il movimento genealogico permette quindi di far uscire le donne del passato dall’anonimato e di valorizzarle rispettando il loro apparire in modo intermittente e in contesti differenti. Un’altra caratteristica che differenzia il movimento genealogico dalla trasmissione di una tradizione è il suo non essere una pratica che si esaurisce una volta per tutte: conta molto sulla consapevolezza e la presa di coscienza delle donne di oggi perché “gli spazi di libertà già conquistati possono sempre richiudersi (dall’esterno, ma anche nel nostro intimo)”.[15]

Aver riflettuto sulla genealogia femminile all’interno del femminismo ha aperto in me una nuova prospettiva sul passato, sul legame con mia madre e con le donne che mi hanno preceduto, sia con le donne del passato sia con quelle da cui mi trovo a “ereditare in vita”. A queste ultime io riconosco autorità senza sentirmi schiacciata, perché ho preso coscienza della necessità della mia voce, del mio pensiero e anche delle mie critiche. Con un movimento genealogico sono partita da domande che mi pongo nel presente, che riguardano la mia posizione all’interno del femminismo, e mi sono rivolta al passato trovando le risposte in quelli che ora ritengo i miei punti di riferimento femminili. Quello che ho guadagnato da questo percorso personale non è esclusivamente mio, ma è a disposizione di qualunque altra donna.

 

[1] Laura Sebastio e Barbara Bertaiola, L’eredità indigesta, in «Via Dogana». Rivista di pratica politica, n. 44/45, “Le ereditiere”, Libreria delle donne, Milano, settembre 1999, p. 11.

[2] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, tr. it. a cura di Livio Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock, SE, Milano 2012, p. 58.

[3] Ivi, p. 90.

[4]  Luce Irigaray, Il corpo a corpo con la madre, in Sessi e genealogie, tr. it. a cura di Luisa Muraro, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007, p. 30.

[5]  Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978, p. 48.

[6]  Carla Lonzi, Armande sono io!, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1992, p. 31.

[7]  Ivi, pp. 48-49.

[8]  Ivi, p. 26

[9]  Antonia De Vita, Ereditare in vita, in «Via Dogana». Rivista di pratica politica, n. 44/45, “Le ereditiere”, cit., p. 3.

[10]  Françoise Collin, Un’eredità senza testamento in AA. VV., Un’eredità senza testamento. Inchiesta di “Fempress” sui femminismi di fine secolo, a cura di Clara Jourdan, Tipografia Commerciale Cooperativa, Mantova 2001, p. 22.

[11]  Diana Sartori, «Tu devi». Un ordine materno, in Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, a cura di Diotima, Liguori Editore, Napoli 1995, p. 18.

[12]  Giannina Longobardi e Anna Maria Piussi, Come sono. Viste da due “vecchie”, «Via Dogana». Rivista di pratica politica, n. 44/45, “Le ereditiere”, cit., p. 5.

[13]  Ida Dominijanni, Nella piega del presente, in Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, a cura di Diotima, Liguori Editore, Napoli 2002, p. 191.

[14] AA. VV., Catalogo n. 2 – romanzi. Le madri di tutte noi, Libreria delle donne-Milano, Biblioteca delle donne-Parma, Milano 1982, p. 50.

[15]  W. Tommasi, Relazione Convegno a Girona (Spagna), XIV° Seminario Internazionale “Josepa Arnall Juan” – La storia e gli studi delle donne nell’università europea, 15-16 dicembre 2016.

 

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