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Franca Grisoni, Medea

con una nota di Franco Brevini e disegni di Letizia Cariello,

Edizioni l’Obliquo, Brescia 2012

 

La lettura di questo poema tragico di Franca Grisoni, Medea, ha avuto per me un primo accesso, da cui non posso prescindere. L’ho letto infatti dopo aver visto il lavoro teatrale di Patricia Zanco con la regia di Daniela Mattiuzzi, che ne ha incarnato il testo. Quindi nella mia memoria questo poema di Grisoni è legato in modo indissociabile al corpo, la voce, l’intensità di Patricia.

E del resto c’è un circolo stretto, che ha una storia, tra questo testo e il lavoro teatrale. Infatti è stata Patricia Zanco a chiedere a Franca Grisoni questa nuova scrittura di Medea per poi portarla in scena.

Ho quindi un rapporto con il poema dove visione, udito, o meglio tutti i sensi, sono coinvolti nella lettura. Questo non è soltanto un effetto affascinante. La connessione tra le parole poetiche dell’autrice e la voce, il corpo, la presenza dell’attrice hanno la capacità di riportare alle origini sacre del teatro quando l’accadimento era rituale e sorretto dalla partecipazione in presenza di attori e spettatori. Niente di più adatto per un testo come quello di Medea, che anche nella scrittura di Euripide rimandava a un mondo arcaico.

Ci sono alcuni elementi nel testo che accentuano questa dimensione della presenza corporea. Innanzitutto la scelta dell’autrice di adoperare la lingua materna piuttosto che la lingua italiana.

La lingua materna, in questo caso il dialetto di Sirmione – un bresciano orientale -, è appresa in famiglia, nell’infanzia. Le parole portano con sé una qualità carnale e affettiva perché sono imparate in relazione al corpo materno e nel circolo affettivo delle persone più prossime. La vocalità viene prima del significato. È una lingua che ha la capacità di tessere il sogno con la realtà, come è proprio del mondo dei piccoli.

È quella lingua che, come scrive Luigi Meneghello, inchiavicchia le parole alla materia viva dell’esperienza. Ci può restituire la realtà nella sua qualità incandescente, ma può allo stesso tempo e per lo stesso motivo immergerci nel delirio, nella follia.

È perciò una lingua che non ha nulla di arbitrario, di convenzionale e in cui il corpo è presente al significato.

Questi elementi della lingua materna sono tutti fondamentali per leggere la Medea di Franca Grisoni. Il va e vieni tra sogno e realtà è uno dei tratti distintivi di Medea, che è maga, proveniente da un mondo lontano, barbaro, in cui, come nel mito, non è segnata la distinzione netta tra immaginario e realtà. Una donna viscerale, tellurica, ma come distinguere il viscerale dal delirio?

Avendo ascoltato il testo in scena, prima di averlo letto, sono rimasta colpita dallo stile sonoro di questa lingua, effetto accentuato dal fatto che non ne capivo che una piccola parte, dato che il dialetto di Sirmione è per me difficile da seguire. Ma questo tanto più ha spostato l’attenzione sull’impasto sonoro, sulla grana della voce. Mi sono rimaste impresse le tante parole tronche, che poi ho rimesso a fuoco leggendo il testo. Prendendo una pagina a caso e volendo fare un esempio: propes, d’ades, grancc, el trop, che tases, i facc etc. Poi un magma di fonemi vocalici scuri – le u, le o, le ü – e fonemi consonantici legati alle t, le d, le s. Tutto questo aiuta a rendere il senso della tragicità di Medea: una materialità passionale della voce che non apre a suoni chiari e distesi e dunque preannuncia l’impossibilità di una facile speranza nell’azione teatrale.

Penso che questo impasto di lingua l’abbia aiutata nel rendere la qualità incandescente della realtà delirante di Medea, donna, figlia di re e maga.

Medea appare nel testo di Grisoni come una donna delle origini arcaiche. Viene dalla Colchide, al di là delle terre conosciute. Dove il nomos, che segna il confine tra la legge e ciò che è indefinito, tra l’incluso e il non incluso nelle leggi, tra il noto e l’ignoto, è labile, incerto. È un luogo dove sembra possano abitarci solo donne come Medea, che hanno altre sorgenti di forza – sconosciute, estranee alle leggi paterne.

È una donna prima di tutto amante e poi madre, che ucciderà i figli con dolore, ma perché l’odio nei confronti di Giasone, che l’ha tradita, è più forte. L’autrice accentua il disprezzo per un uomo che la tradisce non per amore di un’altra, ma per sete di potere e per obbedienza profonda alle leggi patriarcali. Tra Creonte e Giasone si instaura un rapporto di interesse e di potere, per il quale vengono sacrificate in modo diverso sia Medea sia Creusa.

Lei è una maga, che sa agire, avendo potenza sulla natura. Destinata a essere vergine per servire il dio, vi si sottrae per seguire Giasone tradendo i suoi. Ma della virginità dedicata al dio e della magia naturale mantiene tutta la forza. Come certe figure potenti di donne dell’antichità mitica, in lei il bene e il male si confondono. Peso ad esempio alla dea Kali, divinità del pantheon indiano, che è simbolo sia di vita, di nascita, sia di morte. In Medea questi aspetti sono compresenti sia nella sua storia di madre sia in quella di amante.

Il bene, legato all’amore materno per i figli ma anche all’amore passionale, lirico per l’amante – bellissimi i versi dell’autrice in questi passaggi – è sovrapposto e si confonde con il male, che prende la figura infuocata del drago.

Il drago, qui nel testo di Grisoni, è una figurazione mitica, che si modifica senza mai prendere una precisa forma o volume definito. Ora è il drago terribile ucciso nella Colchide da Giasone per conquistare il vello d’oro con l’aiuto di Medea. Ora è il drago dentro di lei, forza immensa e infuocata che la prende quando una furia distruttrice la travolge. E il drago è anche – verso la fine del poema – il male di oggi nelle forme che le nuove guerre prendono, pericolose ancora una volta per i figli e per le donne.

Eccolo come lo descrive a pag. 38, quando è fuoco interno che la trascina con sé: «La tenebruza me/ me brüze da luntà/ fiama e rabia ‘n gula/ le me divora/ gh’ó de s-ciopale föra», «Io, la tenebrosa/ io ardo da lontano/ fiamma e rabbia in gola/ mi divorano/ devo scoppiarle fuori».

Questa furia rabbiosa di drago interiore, infuocata, devastante, è ciò che brucia a sua volta Creusa, la sposa giovane di Giasone. Avviene una specie di trasmutazione alchemica, delirante. Il fuoco di drago, che è ilfuoco interiore di Medea, finisce per bruciare anche Creusa, riducendola in cenere. È una bellissima scena di identificazione e di morte tra le due donne, che vorrei riportare: «Chesto el ghe brüza/ chesto la l’ la capis/ e per pora de ela/ – che fin ne le vene/ l’è dré a ’nsomeam -/ el pare la ‘l maledis./ E za l’è ‘mpisa./ E la me tasta za./ Aca da luntà/ l’odio del Drago furius/ sö ela pode e vòi sopial», «Questo le brucia/ questo lo capisce/ e per paura di sé/ – che fin nelle vene sta assomigliando a me/ dai miei panni che ardono/ maledice il padre./ E già è accesa/ e già mi assaggia./ Anche da lontano/ l’odio del Drago furioso/ su lei posso e voglio soffiare» (pp. 44 – 45).

C’è in questa figura qualcosa di terribile, di una forza primigenia che coinvolge la maga e l’altra, Medea e Creusa, per la potenza che viene dall’identificazione di una con l’altra. Il fuoco di Medea distrugge la giovane Creusa. Il processo di identificazione è uno degli strumenti della magia e anche una delle forme di legame tra donne, distruttiva in genere per la più fragile, ma in realtà negativa per entrambe.

Sul nodo doloroso dell’uccisione dei figli c’è da parte di Franca Grisoni uno slittamento simbolico, un’apertura storico-poetica. Nella postfazione lei ricorda che i due isolotti posti di fronte al promontorio di Santa Maria di Leuca nel Salento si dice sarebbero i due figli di Medea, i cui corpi, gettati in mare dalla madre, sarebbero diventati due scogli. Questo è lo spunto adoperato nel poema per allargare lo sguardo a che cosa è diventato il Mediterraneo oggi, luogo di morte per donne, uomini, bambini, ingannati e mandati su barconi pericolosi da parte di uomini senza anima, che, come Giasone, hanno come scopo solo la ricchezza. È un Mediterraneo nel quale guerre violente – i nuovi draghi – trascinano con sé alla morte giovani ragazzi per il piacere del potere da parte di pochi. Il lamento delle madri è terribile e inascoltato.

Nella memoria che ho di questa parte del testo gioca il ricordo della presenza sulla scena di Patricia Zanco, una forza disperata, grave, profonda. Come se fosse una sacerdotessa antica, la cui azione esprime ammonimento, pietà, un sentire profondo che ci chiama.

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