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Frammentazione dei tempi quotidiani e integrità dell’esperienza

Nel parlare dell’esperienza del tempo oggi, dobbiamo subito precisare che è necessario riferirsi a un’esperienza dei tempi al plurale. L’esperienza contemporanea è caratterizzata, infatti, non solo dalla molteplicità dei tempi, che è stata registrata fedelmente dai grandi romanzi novecenteschi che si affidano al flusso di coscienza e che ci parlano della coesistenza del tempo interiore con quello degli orologi e con il tempo storico, ma taleesperienza è contrassegnata da una vera e propria frammentazione. Mentre proprio il flusso di coscienza nei grandi romanzi del Novecento preservava un’unità di fondo, invece oggi i tempi che viviamo sono separati gli uni dagli altri da scissioni verticali, che creano delle aree di incomunicabilità fra una zona e l’altra, delle barriere difensive contro il “rumore” proveniente da altre aree, un rumore che deve essere tacitato affinché noi possiamo applicarci con successo a una determinata attività.1 L’esperienza dei tempi frammentati, di un contempo che esclude altri tempi disturbanti, è oggi tendenzialmente schizofrenica: ci sono frammenti di tempo che non comunicano fra loro e che fanno a pezzi anche noi che li viviamo.

Di per sé, la strategia difensiva che ci fa tenere fuori dalla finestra altri stimoli non pertinenti come “rumori”, che potrebbero interferire con ciò che stiamo facendo, non è negativa, anzi può essere feconda. Questa strategia, che consiste sostanzialmente nel perimetrare una nicchia traendone forza per affrontare il resto, è stata all’origine del separatismo nel femminismo degli anni settanta, una mossa feconda che, mettendo le donne al riparo dallo sguardo maschile e fuori dalla traiettoria prevista dell’emancipazione, ha consentito loro di realizzare grandi guadagni.2 Ai tempi alienanti dell’emancipazione, la pratica dell’autocoscienza ha fatto argine dando spazio e respiro al tempo vivo dello scambio con altre, ai vissuti, all’elaborazione dell’esperienza femminile.

Il problema di una frammentazione penosa e non più feconda si pone invece, nelle pratiche femministe come nella nostra vita quotidiana, quando il perimetrare una nicchia dà luogo a una separazione statica, che non comunica più con il resto, a delle scissioni verticali che rendono inaccessibili alcune aree del nostro vissuto. Sembra prevalere oggi, nelle patologie individuali così come a livello sociale, una scissione verticale di tipo schizofrenico, una schizo-percezione che ci fa letteralmente a pezzi. Credo che in parte dobbiamo accettare questa frammentazione come parte integrante e non eliminabile della nostra esperienza contemporanea; d’altro canto ritengo che, per il bisogno di integrità personale che ci caratterizza come esseri umani e come animali simbolici, siano preziosi tutti quegli elementi che consentano non dico una ricomposizione dei frammenti, ma almeno un loro attraversamento sensato.

Un primo elemento prezioso, che consente di tessere un filo di continuità fra le diverse aree e i diversi tempi non comunicanti fra loro, è quello che Winnicott ha indicato come ambito del “gioco”.3 C’è un gioco di rimodellamento quotidiano che noi facciamo di noi stessi usando i prodotti più disparati, un lavoro artistico di composizione e ricomposizione della nostra identità, messa insieme, scomposta e ricomposta come i pezzi di un puzzle.4 L’attività del gioco come Winnicott la intende – pensiamo ai “giochi” adulti con l’arte, la letteratura, la filosofia – non significa che la frammentazione sia ricomposta, ma che frammenti provenienti da aree diverse vengono utilizzati, messi insieme, scartati, assemblati, in giochi di contaminazione liberi e creativi: la creazione simbolica quotidiana che noi facciamo di noi stessi, vestendoci in un certo modo e usando certi prodotti culturali, è un lavoro artistico di modellamento della nostra identità, un “gioco”, necessario per la costruzione del nostro sé, che utilizza i materiali più disparati, provenienti da aree diverse.

Un altro elemento prezioso per ritrovare un filo di continuità nella frammentazione dei tempi, con ritmi disuguali e accelerazioni diverse, che viviamo oggi, è rappresentato dalla pratica di scrittura di un diario. Che oggi viviamo tempi diversi e tendenzialmente schizofrenici è evidente a tutti: si va dal tempo istantaneo della comunicazione via internet, che ci fa quasi dimenticare di avere un corpo, fino al tempo necessario per spostarsi da casa al luogo di lavoro in città intasate dal traffico, cosa che ci fa invece ricordare pesantemente il nostro essere corpo, dal tempo di un incontro appagante, che ci colma di senso, al tempo passato in una riunione noiosa, che non sembra passare mai, dal tempo vissuto in casa a quello trascorso in luoghi affollati, dal tempo della fantasticheria, dell’immaginazione e della divagazione a quello che ci richiama al qui e ora, al presente vivo. In tutti questi tempi, nella nostra contemporaneità, prevale il prestissimo: siamo abituati a reagire subito agli stimoli, in una relazione immediata stimolo-risposta che ci priva del tempo necessario all’elaborazione. Per questo, nel nostro tempo, i vissuti faticano a tradursi in esperienza: spesso, rimangono dei vissuti irrelati, dei frammenti privi del tessuto connettivo che il fare esperienza comporta; vengono a mancare l’attraversamento, la rielaborazione e il viaggio di maturazione che l’esperienza implica. 5

La scrittura di un diario è uno dei modi in cui è possibile contrastare l’estrema frammentazione dei vissuti facendo sì che, rielaborati, essi diano vita a una vera e propria esperienza. Il diario è sempre stata una forma di scrittura molto amata da donne: penso, come esempi di diari molto significativi di donne del nostro tempo, a quelli di Etty Hillesum e di Carla Lonzi. Il diario permette di riprendere il filo di se stesse in modo intermittente: sono soprattutto gli ingorghi esistenziali a richiedere elaborazione e scrittura, ma è proprio in quei momenti che vorremmo rifuggire dal diario, sfuggire a noi stesse, non affrontare il nodo che chiede di essere guardato, prima ancora di essere sciolto. Io credo che la nostra contemporaneità, che incita all’accelerazione costante, al prestissimo, scoraggi implicitamente l’elaborazione dei vissuti: per questo, oggi, una forma di scrittura privata, intima e autoriflessiva come il diario può essere un prezioso antidoto a questa tendenza dominante. Per questo, inoltre, la scrittura di un diario oggi non è cosa facile, perché si contrappone al consumo compulsivo di istanti che la nostra contemporaneità ci propone. Rispetto al prestissimo che la nostra epoca ci impone, il diario può essere una forma di resistenza delle soggettività, un attraversamento dei vissuti che permetta di tradurli in esperienza, una tessitura di tempi che ci consenta di vivere davvero nel contempo e non nella schizofrenia dei tempi.

Note

  1. Cfr. Massimo De Carolis, Il paradosso antropologico. Nicchie, micromondi e dissociazione psichica, Quodlibet, Macerata 2008.
  2. Cfr. Luisa Muraro, La schivata, in Diotima, Immaginazione e politica, Liguori, Napoli 2009.
  3. Cfr. Donald W. Winnicott, Gioco e realtà, tr. it. di Giorgio Adamo e Renata Gaddini, Armando, Roma 2001.
  4. Cfr. Paul Willis, Creatività simbolica, in AA. VV., Gli attrezzi per vivere. Forme della produzione culturale fra industria e vita quotidiana, a cura di Emanuela Mora, Vita e pensiero, Milano 2005.
  5. Cfr. Paolo Jedlowski, Il sapere dell’esperienza. Fra l’abitudine e il dubbio, Carocci, Roma 2008. Per una più ampia trattazione dei temi qui accennati, relativi alla frammentazione dei tempi e alla loro possibile ricomposizione, rimando al mio libro Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori, Napoli 2011.
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