Che cos’è il femminismo?

Questa è la prima domanda a cui mi sono sentita chiamata nel lavoro di preparazione a questa conferenza, ma per riuscire a parlare dell’inizio, di un cominciamento dove io non c’ero, mi sono chiesta chi potessero essere le mie compagne di viaggio all’indietro.

A causa della grande responsabilità che percepivo pesare sul mio corpo nel tenere questo intervento, credevo fosse fondamentale avere vicina una donna che ne avesse fatto esperienza in prima persona1.

Successivamente una serie di circostanze mi hanno dato la possibilità e il tempo di riflettere con maggiore attenzione a questo istinto iniziale e mi sono resa conto che il mio primo impulso mi parlava a gran voce di autorità femminile. Mi sono resa conto che, nonostante avessi accettato immediatamente la proposta nata all’interno del ritiro estivo di Diotima di essere qui oggi, una parte di me, quella più fragile, quella più vicina alla donna muta di cui parla Lia Cigarini, sentiva di dover avere l’appoggio ed essere tenuta per mano da una maestra, anche qui nel presentarmi davanti a voi.

Questo sentire mi parlava chiaramente di quanto non mi riconoscessi fino in fondo l’autorità di tenere questa conferenza con le mie parole, come se per parlare di femminismo avessi contratto un debito con chi è venuta prima di me che mi paralizzasse, che non mi permettesse un accesso libero. Come se le mie parole dovessero essere approvate da alcune donne precise per andare bene, come se nel femminismo chi è della mia generazione dovesse entrarci chiedendo permesso e in punta di piedi, rimanendo costantemente in ascolto e ripetendo le parole della maestra.

Parole che si continuano a voler ascoltare incessantemente.

Non è un caso che nell’occasione del ritiro di Diotima in preparazione a questo seminario l’idea di far parlare chi non avesse esperito in prima persona il femminismo negli anni ’70 non sia stata accolta da tutte favorevolmente. Ho sentito in quel ritiro quasi un bisogno da parte di alcune che le cose rimangano immutate, che la scena si ripeta, l’incapacità di rischiare, di mettere in circolo parole nuove, di accogliere e scommettere.

 

In questo affresco che le mie paure avevano dipinto, dai contorni così difficili da decifrare, mi risultava impossibile immaginare suoni e movimenti che reggessero l’esposizione pubblica. Mi è venuto in soccorso Vincenzo, abile giocoliere di parole e silenzi, che nei momenti più difficili sa illuminare le mie ombre sciogliendole e svincolandole da ogni giudizio. E nello scrivere a lui è stato finalmente possibile liberare quel fiume in piena che mi toglieva il respiro:

 

“Io sono nella fase panico da conferenza… quella di cui ti parlavo che se va male posso strappare laurea e tutto il resto, so razionalmente, che non è vero ma la sensazione è proprio quella e mi chiedo perché mi devo sempre infilare in queste situazioni di grande responsabilità, dove tanto dipende da me e c’è così tanto in gioco.
Credo profondamente che bisogna essere protagoniste, soggetto agente della propria vita, però ogni tanto sarebbe bello non dover fare nulla, non dover essere al centro, prendere posizioni, decidere e dire la cosa giusta.
Che tutto quello che deve essere, potesse accadere senza fare niente, questo sarebbe davvero entusiasmante, prendere il microfono in mano e nel silenzio le persone possano capirsi senza dire nulla!!!”2.

 

E così liberando il desiderio di rimanere passiva, inerte, immediatamente è emerso ciò che davvero era urgente per me dire:

 

“Una delle cose che voglio dire, durante il mio intervento, è quella di smantellare l’idea che per comunicare bisogna aspettare la parola giusta, credo sia importante rischiare e dire anche le cose sbagliate pur di iniziare a parlare; autorizzarsi a parlare, a uscire da sé per non trattenere la propria esperienza, che ci parla della nostra vita materiale, nella solitudine delle proprie viscere.

È nei fiumi di parole che poi spuntano luminose quelle giuste credo/spero, almeno è quello che ho sperimentato fino a ora.
Questo secondo me ha proprio a che fare con l’irruenza dell’inizio del femminismo che era dirompente rispetto l’addomesticamento attuale che chiude tutti e tutte nella solitudine, in una paralisi afona.

L’azione dirompente mi è sempre più chiaro quanto passi non solo dal riconoscimento dell’autorità dell’altra ma anche dall’assunzione della propria autorità e le due cose spesso non vanno di pari passo.
A volte il troppo di più dell’altra può paralizzare la situazione, penso ad alcuni dibattiti del grande seminario in cui io per prima non ho osato prendere la parola.

Il trovare il proprio spazio mentre l’altra si sottrae e ti fa spazio. Una danza, un doppio movimento, dove l’altra fa un passo indietro ma tu devi farne uno avanti.

Alcune volte per muovere quel piede è necessario uscire dallo spazio dell’altra e andare a creare nuovi spazi ”3.

 

Questa è la premessa per spiegare come io sia arrivata in quest’aula oggi ed è la stessa premessa che mi ha portata dopo anni di lavoro con Diotima a stare in un profondo ascolto della necessità che chiama dentro di me: il partire dal qui e ora.

Dal mondo in cui io sto vivendo, nelle relazioni legate a una quotidianità che è fuori dalle aule dell’Università e fluisce e si intesse per le strade, nei bar, ai concerti e in tanti altri luoghi4. Nel qui e ora la domanda sulla rivoluzione femminista si è trasformata all’istante dentro di me da un “che cos’è” a un “cosa ne è stato del femminismo”; cosa ne è oggi, e per rispondere ho incontrato varie ragazze più giovani di me, e a loro ho chiesto cosa fosse il femminismo, cosa ne fosse passato nelle loro vite, cosa questa parola evocasse e se la loro differenza fosse in gioco nelle relazioni che vivevano.

Sono rimasta profondamente colpita nello scoprire il vuoto di pensiero e di trasmissione della portata politica dell’inizio, ognuna delle giovani con cui ho parlato ha ammesso di non aver mai sentito parlare di rivoluzione femminista se non nei termini di conquista dei diritti e che gli unici cenni trasmessi dal sistema scolastico avevano a che fare semplicemente con la lotta per il voto, le suffragette, nulla più.

“Ci è stato tolto un pezzo di storia che ci appartiene e ci parla di noi, che ci riguarda nella quotidianità, al di là dei fatti storici nei contenuti”.

Mentre pensavo ai contenuti, a questo furto che per l’ennesima volta la cultura, l’insegnamento, faceva alle donne, continuando a riprodurre un ordine simbolico che non le riguarda, mi sono trovata a Torino al Museo Lombroso e di fronte ai miei occhi ho visto un cartello enorme dal titolo il Femmismo in 7 tappe:

 

1882 – Auclair introduce l’uso della parola femminismo 1945 – Diritto di voto alle donne
1963 – Friedan pubblica “Mistica della femminilità” 1969 – Kate Millet pubblica “Sexual Politics”
1970 – Legge sul divorzio
1975 – Riformato il Diritto della Famiglia
1978 – Legge sull’aborto
Nascono i Centri Antiviolenza e le “Case delle donne”

 

E questi sarebbero i contenuti per le istituzioni? Questo è il riassunto in sette tappe del femminismo?

Ho provato una grande rabbia, mi sono sentita prendere in giro da una manipolazione semplice e stupida della storia, e così ho iniziato a pensare alle mie sette tappe, e ho immediatamente capito quanto per me fosse insensato elencare sette date per riassumere il femminismo; poi, superata la reattività, mi sono chiesta perché in quell’elenco i nomi fossero stranieri, perché il percorso italiano risultasse così cancellato.

Perché non ci fosse il nome di Carla Lonzi, e in nessun punto “Sputiamo su Hegel. Donna clitoridea donna vaginale”.

Come mai la declinazione della libertà femminile deve essere affidata esclusivamente alla conquista dei diritti? Le mie giovani amiche assumono nella normalità i diritti ereditati dal movimento, questo tipo di libertà è scontata, ovvia. Ma mi viene ribadito che manca il percorso femminista: la differenza, che secondo le mie interlocutrici è forse la cosa più importante, per la scuola non esiste.

Caterina mi parla di Liceo artistico e poi della facoltà di Architettura, le donne in questo scenario sembrano essere esclusivamente o madri o Muse ispiratrici, o entrambe. Si continuano a studiare gli uomini, nessuno al liceo mi ha parlato di un’artista donna.

Interruzione – un anno dopo

Nel rileggere gli appunti, un anno dopo il mio intervento al Grande Seminario, ho deciso di interrompere qui la trascrizione del filo dei miei pensieri, perché troppo dentro e fuori di me è accaduto per mantenere intatta la trama che allora avevo disegnato.

Avevo scelto di fare una relazione quasi interamente affidata al parlare in presenza, e a questo punto ricordo che passai il microfono tra le donne e gli uomini presenti, chiedendo di associare liberamente, alla parola femminismo, la sensazione o il pensiero che sentissero emergere.

Oggi sono consapevole che da quel giorno, da quel seminario che ospitava oltre al mio intervento quello di Tristana Dini e Stefania Ferrando, qualcosa ha davvero avuto un nuovo inizio. Reinterrogarci sulle origini del femminismo, e riattraversarle con i nostri corpi e le nostre relazioni, nel qui e ora, ha permesso non solo la nascita di nuove relazioni politiche, ma anche generato occasioni, allora impensabili, di incontro e di scommessa.

Il lavoro sull’autorità, che in queste riflessioni iniziavo a impostare, è stato poi sviscerato e rimesso in discussione per tutto il 2013 e sento quanto sia servito a me e a molte altre, per riuscire ad accedere alla propria forza e alla propria capacità di agire, creando e tessendo situazioni nuove profondamente legate al proprio desiderio radicale.

E così dopo vari accadimenti, scambi e spostamenti, si è arrivate all’incontro dicembrino di Bologna, dove sotto gli occhi delle presenti abbiamo potuto vedere gli effetti circolanti e di crescita dell’autorità quando si muove in una dimensione orizzontale.

È stato un incontro per me indimenticabile, dove abbandonata la preoccupazione di parlare per paura di non dire la cosa giusta, ognuna è riuscita a partire da sé e nei fiumi della differenza delle nostre parole e pratiche, ne sono emerse molte che sentivamo come spinta fondativa generativa del nostro agire politico e che abbiamo condiviso, rilanciato e messo come tappeto d’invito dei futuri nostri incontri.

Partendo da un’assunzione di responsabilità secondo cui ognuna scrive un pezzetto della storia del femminismo, si è liberato il grandissimo desiderio di agire insieme e trasformare i nostri passi perché possano essere sempre più aderenti ai nostri corpi.

Verona, Napoli, Paestum e Bologna hanno segnato e disegnato lo spazio tra le parole con cui inizia questo articolo e dove sono arrivata sino a ora, da un sentimento di frustrazione e di blocco alla percezione entusiasta di un profondo slancio, il panorama che si è finalmente aperto sotto i miei occhi appare veramente promettente!

Note

  1. Il mio primo pensiero non era stato quello di trasformare quel peso in ali, ma di trovare qualcuna con cui condividerlo, per sentirlo più leggero.
  2. Momento storico di un mancato grido che diventa malattia e morte, testa di Medusa silente nella pancia di ognuna, l’urlo che se uscisse farebbe crollare il mondo, l’urlo della passione di G.H.
  3. Alessandra Pantano durante un incontro di Diotima suggeriva, come una delle possibili strategie, questo movimento di uscita e ricerca.
  4. E in questo muovermi riconosco l’incessante spinta di uscire dai luoghi noti, dai miei rifugi, di andare fuori sperimentando le molteplici possibilità dell’incontro che si possano dare.
Condividi:
FacebookTwitterGoogle+