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Femminismo e transfemminismo

“Femminismo fuori sesto. Un movimento che non può fermarsi” è il frutto del lavoro svolto dalla comunità filosofica di Diotima in occasione del Grande Seminario del 2015 intitolato “Umanità dissestata. La scommessa femminista oggi”. Se da un lato si può quindi ritenere che Diotima sia la scrittrice corale di questo lavoro, dall’altro sembra doveroso tener conto del fatto che non tutte le autrici ne costituiscano parte effettiva. Nonostante ciò, l’esperienza femminista di Diotima rappresenta per tutte una profonda radice comune, seppur secondo tracce genealogiche differenti. Una notevole parte delle femministe italiane delle nuove generazioni ha incontrato il femminismo proprio nel confronto col pensiero della differenza sessuale, che ha radicalmente squarciato lo stare al mondo inautentico di molte donne, producendo l’apertura ad un nuovo modo di abitare e abitarsi. Oggi queste stesse femministe hanno ereditato il grande lavoro politico e teorico di Diotima e, come ogni movimento esige, lo hanno messo in moto, trasformandolo e sottoponendolo alle sfide a cui il presente costantemente richiama.

È proprio sulle urgenze dell’attualità, infatti, che questo libro si interroga, immergendosi ma anche emergendo da un presente dissestato, out of joint, dominato da un’ancestrale e violenta invocazione al riassestamento nei binari del vecchio ordine consolidato. Così come, scrive Diana Sartori nell’Introduzione, il fantasma del Padre di Amleto affida al figlio il compito di vendicare il suo assassinio e riportare il tempo al suo giusto posto. Rispetto a questo richiamo all’ordine, paradigma del regime capitalista che produce ingegnosamente sempre nuovi meccanismi per vecchi riassestamenti, il femminismo dimostra di possedere un’estrema familiarità col dissesto, essendosi fatto esso stesso portatore di squilibri sovversivi e di un nuovo ordine delle cose. Nell’ultima conferenza del Grande Seminario di Diotima del 2017, Federica Giardini ha infatti rievocato la potenza femminista creatrice del nuovo e il suo essere una forza non solo critico-oppositiva ma anche fortemente propositiva, mettendo così in guardia le sue ascoltatrici da una più acquietante ricerca del senso di un già dato.

In un momento in cui il femminismo è frequente bersaglio di attacchi mediatici, tra i quali basti ricordare l’affermazione apocalittica della fine del femminismo in seguito ai fatti di Colonia o più recentemente sul caso di Asia Argento, un libro come questo afferma a gran voce non solo la resistenza del femminismo, ma la sua consapevole presenza sulle tematiche spinose della contemporaneità. I temi affrontanti sono numerosi e particolarmente densi, tra essi si incontra la riflessione di Ida Domijanni sulla familiarità del femminismo con la produzione spettrale del suo stesso disconoscimento; l’analisi di Alessandra Allegrini del rapporto tra femminismo e tecnoscienze, una relazione delicata ma al contempo fertile per la produzione di nuove svolte simboliche; la ricerca di Lucia Bertell sulle possibilità di riappropriarsi del lavoro della terra come pratica di trasformazione a partire da sé; l’attenzione posta da Sara Bigardi sul ruolo delle genealogie femministe in una ripensabilità del tempo e del legame tra storia collettiva e singole soggettività.

 

Tra le molte altre riflessioni presenti nel testo, una posizione introduttiva ed orientante è occupata dal saggio di Chiara Zamboni, dedicato all’analisi del rapporto tra politico e sociale. Allargando i confini del saggio ad un dibattitto femminista attuale, infatti, è proprio su questo rapporto che il movimento Non una di Meno è chiamato in qualche modo a render conto della sua esistenza e a determinare il suo orientamento. Nel saggio di Chiara, mediante un richiamo ad Hannah Arendt e Simone Weil, si individuano delle differenze sostanziali tra il sociale e il politico e si afferma che mentre il femminismo ha reso e rende costantemente il personale uno spazio politico, il sociale lavora per un’integrazione tra privato e pubblico che sciolga le contraddizioni personali e collettive in un magma indifferenziato e seduttivo. Differentemente rispetto al sociale, quindi, che pone al centro la vita come bisogno, sostituendosi una serie di funzioni dello Stato, il femminismo rivendica il diritto alla libertà e all’autodeterminazione di soggettività in movimento a partire dal proprio sé, dalla propria storia e dal proprio corpo. È innanzitutto sul corpo delle donne che il femminismo non permette che siano altri a legiferare, determinando un elemento di eccedenza ed eccentricità rispetto alla logica dialettica che non si esaurisce in un progetto finito e non consente un immediato superamento delle contraddizioni. Al contrario, si legge ancora nel saggio, queste contraddizioni il femminismo le interroga e le prende in carico, andando alla ricerca di relazioni alternative e mediazioni linguistiche e simboliche. Laddove il sociale lavora in accordo con le istituzioni per un pacifico scioglimento dei nodi contraddittori, il femminismo si radica nel riconoscimento di fratture e squilibri non addomesticabili.

 

Il movimento politico Non una di Meno si presenta come una fertile incarnazione di ciò di cui parla Chiara nel saggio, in particolare nell’affermazione del carattere sistemico della violenza di genere e nell’esercizio dell’autodeterminazione, dentro e contro una società che strategicamente impone alle donne la posizione di vittime indifese e bisognose di cura. Non una di Meno mobilita i desideri e le esigenze delle donne, creando uno spazio di accoglienza e trasformazione in cui la consapevolezza della vulnerabilità espressa solidalmente dal #metoo transita nella forza collettiva e politica del #wetoogether. Anche se talvolta non sono ancora state trovate le parole giuste per dire i fenomeni, ciò che le urgenze del tempo esigono è che innanzitutto delle forze siano messe in moto. Non una di Meno è d’altro canto consapevole che non si mobilitano lotte efficaci senza un linguaggio che le supporti. Una parola è stata quindi messa in circolo per rispondere all’esigenza di trovare nuove espressioni linguistiche per dire nuove forme di esperienza e nuovi modi di abitare gli spazi di conflitto. “Transfemminismo” è un termine che la possibilità comunicativa e politica di significare un diverso modo del femminismo di stare in relazione innanzitutto con sé stesso. Esso indica, in un senso, un percorso di attraversamento dei femminismi e si assume, in un altro senso, come un movimento in divenire che assorbe le trasformazioni del suo presente e delle soggettività che lo attraversano facendone le condizioni del proprio rinnovamento. Un rinnovamento che agisce sulla realtà e la modifica perché, come si legge ancora nel saggio di Chiara, l’agire femminista non è un movimento minoritario: ne va della verità, del mondo che abitiamo insieme, della vivibilità delle esistenze di tutti e tutte. Transfemminismo genera una spinta propulsiva verso una più complessa proposta culturale e politica di transizione, dal vecchio modello capitalista edificato sui capisaldi delle proprietà, della violenza, della discriminazione, ad una società in cui le soggettività possano vivere nella libertà di farsi ed esprimersi.

Se il femminismo è un movimento che non può fermarsi, come recita il sottotitolo del libro, un passo essenziale da compiere in un momento storico e politico abitato da esperienze femministe plurali, intersezionali e multidirezionali è andare alla ricerca di luoghi di dialogo nuovi. Laddove il sistema neoliberista, ancora profondamente attraversato da dinamiche di potere capitalistiche e patriarcali, lavora strategicamente per tenere divise le soggettività minori e in particolare le donne, i nuovi femminismi sono chiamati a sperimentare forme alternative di alleanza e reciproci attraversamenti in una lotta che, nel rispetto delle differenze, possa dirsi e farsi comune.

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