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Fedeltà a sé e gusto dell’intero

 

 

*Sono passati vent’anni da quando è prematuramente scomparsa Laura Cipollone, a cui mi legava una amicizia profonda e la passione condivisa per il pensiero e la politica della differenza. La libertà femminile è stato il filo conduttore della sua esistenza e del suo lavoro innovativo, di ricerca e di creazione di spazio pubblico, come dirigente della Regione Umbria nell’ambito delle politiche sociali ed educative. Desidero ricordarla con questo testo, apparso come introduzione al libro curato dal suo compagno di vita e di impegno politico, Claudio Carnieri: Laura Cipollone, Educare alla differenza. La ricerca e la passione di una vita (scritti 1980-2001), Perugia 2012.

 

Ho apprezzato e sostenuto l’iniziativa di Claudio Carnieri di raccogliere gli scritti editi e inediti di Laura in un unico volume: un modo per farli vivere al presente. Oggi, ripercorrendone la lettura, assaporo il senso di questa iniziativa, al quale non mi sembrano estranei l’idea e il gusto dell’intero coltivati da Laura, moventi preziosi e ininterrotti del suo incedere professionale ed esistenziale. Sono grata all’opera paziente da lui compiuta di ricerca, sistemazione, presentazione dei molti materiali già pubblicati e destinati a un pubblico vasto, ma anche di pagine e appunti preziosi di lavoro a uso amministrativo. Cercati, letti, ordinati con cura e attenzione così come con cura e attenzione Laura aveva provveduto alla loro stesura. E immagino quanti paesaggi dell’anima e della nostalgia abbia in lui evocato, nei giorni e nei mesi, questo lavoro paziente, dono amorevole a colei di cui è stato compagno di vita, di impegno politico e intellettuale.  Fino alla fine. In limen e oltre. E nell’oltre anche questo volume.

Molte le risonanze nel corso della mia lettura: ricordi ancora vividi di scambi lenti o velocissimi, in presenza e a distanza, di viaggi di lavoro e momenti conviviali, del piacere di scommesse e progetti condivisi, di scoperte e inaspettati guadagni di sapere, di arresti e riprese del pensiero, di rilanci del desiderio, e di relazioni, molte relazioni, soprattutto tra donne. Con questa nostalgia – ma anche con la speranza che il suo lascito possa ancora parlare con forza, scuotere inerzie politiche e ripiegamenti individualistici e offrire oggetti buoni di pensiero e di azione – ho ripercorso i suoi scritti, la maggior parte dei quali già conoscevo per aver seguito Laura prima da lontano, quando da attenta studiosa dell’infanzia si fece promotrice, con altre e altri – singoli, gruppi, associazioni -, di nuove visioni dell’educazione, e, dopo la svolta del pensiero e della pedagogia della differenza sessuale, per aver condiviso con lei iniziative, progetti, percorsi di ricerca-formazione, incontri pubblici e confronti serrati di politica delle donne, e non solo.

Un’ idea di conoscenza come riconoscenza guidava il suo agire, spesso pionieristico ed esposto consapevolmente al rischio. Penso alla sua convinta valorizzazione delle competenze genitoriali-materne come fonte di conoscenza, ma anche al riconoscimento dei saperi scientifici e della loro rilevanza per evitare il pressapochismo o il routinario, per continuare a interrogare l’esperienza, un riconoscimento sorretto da una curiosità euristica sottratta alla mode ed esigente nel filtrare  i saperi specialistici attraverso il sapere dell’esperienza – e in particolare la cultura delle donne – e sottoporli alla prova della realtà contestuale, al vaglio dialogante con le conoscenze situate, da far emergere. Ma penso anche alla sua disposizione, concreta e simbolica, alla riconoscenza per ciò che di buono, poco o tanto che fosse, poteva incontrare nel suo cammino, utile a creare contesti in-comune e condivisi, a proteggere e coltivare l’essenziale di una civiltà di rapporti, a rendere umana la convivenza tra soggetti con le loro differenze: politici e amministratori capaci di ascoltare e attenti a una costruzione partecipata delle decisioni, istituzioni ed enti locali propositivi e competenti, operatrici e operatori capaci di mettersi in gioco al di là di ruoli e funzioni e a continuare al apprendere, madri e padri disposti a uscire dalla solitudine, ad auto-attivarsi, a farsi interlocutori e partner intelligenti nell’opera educativa sociale, abitanti impegnati nella cura del loro territorio, cittadini e associazioni interessati a partecipare alla creazione e ri-creazione del tessuto sociale ed economico e dei luoghi di vita, dalle case alle scuole agli spazi pubblici alle città.

Nella stagione ricca di fermenti innovativi successiva all’istituzione del nuovo servizio asilo nido in Italia, ricordo come fosse per me, per le mie collaboratrici e i miei studenti, un riferimento importante la voce di Laura, che, staccandosi sia dalle critiche oppositive al nido sia dal coro che ne elogiava le virtù liberatorie per le donne, instancabilmente sollecitava a non contrapporre per via ideologica il nuovo al vecchio, la professionalizzazione del nido alle pratiche educative e allevanti familiari, l’emancipazione delle donne-madri al patrimonio dei saperi femminili della cura costruito e tramandato di generazione in generazione, il sapere scientifico ai saperi tradizionali e popolari. Con la forza di chi, come lei, conosceva bene e dall’interno la realtà quotidiana dei servizi e la fatica della loro gestione, aprì un sentiero di riflessione, di progettualità e di operatività orientato al gusto dell’intero non come compromesso o aggiustamento esteriore ma come prospettiva necessaria per rendere i servizi dell’infanzia luoghi di vita caldi, accoglienti e familiari – sono le sue parole – , luoghi realmente educativi. Con una energia moltiplicativa e contagiante che attingeva dal bisogno, intimo e politico, di un mondo da riconfigurare personalmente e collettivamente in profondità, Laura era alla ricerca continua di connessioni e integrazioni, e ad essa sollecitava. Significativo a questo riguardo il suo ricorrente investimento propositivo sulle figure del coordinamento, in una prospettiva non tecnicistica o puramente amministrativa, ma propulsiva di competenze e capacità realizzative trasformatrici nelle politiche pubbliche. Connessioni e integrazioni: tra pubblico e privato, tra istituzionale e informale, tra sapere scientifico e sapere dell’esperienza, tra teoria e pratica, tra visibile e invisibile, tra detto e non detto, tra piccolo e grande, tra progetto e realizzazione, tra studio e organizzazione, tra ricerca e amministrazione, tra soggetti di diverse età ed esperienze, tra emotivo e cognitivo, tra dimensione soggettiva e profilo oggettivo delle cose e delle situazioni. Potrei continuare.

Significativa la sua tensione, evolutivamente coltivata lungo tutto il suo percorso professionale e politico, a tenere in relazione, in una circolarità virtuosa e aperta, operatività quotidiana, formazione, ricerca, sperimentazione, trasformazione, documentazione, valutazione, nuova progettualità, con la consapevolezza della complessità delle situazioni e degli eventi umani e dell’importanza dei processi oltre (o più) che dei prodotti.  E proprio in forza di questa tensione, mai dismessa, Laura ha potuto dare negli ultimi anni contributi originali, nell’attento scambio con altre esperienze nazionali e internazionali e con esperte ed esperti, al tema della valutazione, centrale nel panorama contemporaneo dell’analisi delle organizzazioni, strategico per le politiche locali alle prese con le riforme del welfare e con la riconfigurazione sistemica dei servizi, e tuttora un tema “caldo”, problematico e aperto. In particolare, nei volumi da lei curati, Strumenti e indicatori per valutare il nido, un percorso di analisi della qualità di un servizio educativo in Umbria, e Il monitoraggio della qualità dei servizi per l’infanzia e per l’adolescenza. Indicatori e strumenti, risuona quella tensione all’intero nella ricerca di una qualità alta e partecipata della vita infantile e comunitaria che aveva caratterizzato la sua conduzione dei corrispondenti progetti regionali e forse in quegli anni sentiva rafforzata e legittimata dall’incontro con la politica e con il pensiero della differenza sessuale, che non procede per scissioni ma per connessioni. Nel rileggere quelle pagine non si può non avvertire l’attualità e la lungimiranza delle sue riflessioni, in un tempo come il nostro di involuzione politica e sociale, in cui all’imperativo ormai diffuso della valutazione corrispondono pratiche di certificazione meramente formali, burocratiche e accomodanti, quando non pratiche performanti di esercizio del potere e del controllo gerarchizzante. Insieme con altre studiose sensibili alla valenza pubblica e politica dell’educazione, a operatori e amministratori del settore, a insegnanti e genitori, Laura ha contribuito ad attivare e sperimentare percorsi di ricerca e di formazione attorno alla valutazione della qualità di servizi per l’infanzia la cui rilevanza va riscoperta e rilanciata, ben al di là dell’istituzione nido da cui hanno preso le mosse. Perché sempre più oggi anche le istituzioni pubbliche e i servizi alle persone si conformano alle logiche economicistiche e utilitaristiche e ai paradigmi aziendali, mercificano le relazioni e riducono a prodotto certificabile e commerciabile cura, educazione, conoscenza e cultura, scambi tra umani, intelligenza e capacità inventiva, desideri e motivazioni, in forza di modelli di valutazione basati sulla standardizzazione e sulla misurazione quantitativa, che decide cosa vale e cosa no.

Che cosa accadrebbe se prendessimo sul serio le indicazioni emerse da questi e altri percorsi di ricerca-trasformazione da lei animati, rigorosi ma mai tecnicistici, un patrimonio della Regione Umbria (e non solo) prezioso anche a distanza di anni? Avverrebbe un cambiamento radicale delle forme di civiltà e una re-invenzione del sociale. E non penso solo al sapere sperimentale della valutazione emerso da quei percorsi, in cui il valutare veniva riconosciuto originalmente come processualità relazionale aperta e continua, multidimensionale e partecipata, critica e propositiva, negoziata tra soggettivo e oggettivo da tutti gli attori in gioco, pratica formativa e trasformativa di rinnovato scambio tra piccolo e grande, tra alto e basso in una verticalità non gerarchica, e sorretta dall’idea del cambiamento a partire da sé insieme con altri, indispensabile a innestare su misure condivise e sempre più avanzate il senso dell’agire educativo e amministrativo. Penso in particolare alle parole sapienti di Laura e delle educatrici coinvolte: “Il funzionamento interno di un nido, come per una scuola, non è comprensibile utilizzando la teoria burocratica dell’organizzazione, cioè l’analisi del rapporto mezzi, programmi, obiettivi, attraverso procedure razionalizzate, poiché buona parte di quello che lì accade, sfugge a questa analisi” (p. 290). E ancora: “Le insegnanti esprimono il bisogno di una compiutezza maggiore, di una restituzione della complessità dell’esperienza che dagli strumenti di rilevazione non si può ottenere” (p. 293). Risuona in queste parole la resistenza femminile all’ onnipotenza del visibile e del calcolabile, assieme alla fiducia che coltivare l’umanità, educare e formare a partire dai più piccoli, è un’opera grande a fondamento della civiltà, da proteggere da impostazioni ad essa estranee, e la cui qualità si può solo provare a dire e narrare lì dove trova accoglienza l’aspirazione al buono che è ancora possibile creare insieme. Per approssimazioni, perché non tutto è dicibile e rimane sempre una zona di mistero che rimanda ad altro – “sacro” lo chiamava Gregory Bateson – nelle faccende (quando sono) umane, ma non per questo esonera dall’entrarvi in relazione. Al contrario, a volte è proprio questo invisibile e non immediatamente ponderabile che orienta al meglio se si sa ascoltarlo e restarvi fedeli.

È un’idea differente di mondo che emerge quando, come fanno Laura e le sue educatrici e collaboratrici più avvertite, si mette al primo posto come misura di valore nella vita associata e nella polis (anche alla lettera: l’organizzazione spazio-temporale delle città) il bene-essere dei bambini e delle loro madri e di chi in modo diverso si occupa di loro con cura. Come anche Winnicott ci ha insegnato, questa centralità induce uno spostamento di disposizione simbolica dal pensare per sé al “pensare per due”, dunque sempre in relazione, una relazione né utilitaristica né strumentale, che apre a un’economia più grande di rapporti e di contesti, dove è possibile ricollocare perdite e guadagni d’essere con un nuovo senso e sentirsi parte attiva e responsabile di un tutto che ci riguarda.

Restituendo e commentando sulla rivista “Bambini”[1] il seminario internazionale di Bologna dell’ottobre 1984 Partecipazione e gestione dei servizi nella trasformazione dello Stato sociale. Quali prospettive per l’infanzia?, Laura sottolineava: “una funzione dell’istituzione dell’infanzia è di rappresentare gli obiettivi educativi generali di una società e porli in dialettica sia con i localismi, i pregiudizi e i luoghi comuni vecchi e inadeguati, sia con l’espressione di una soggettività nuova” (p. 103).

Una soggettività nuova decisiva è stata indubbiamente per Laura quella femminile. Essa costituisce un filo rosso, che attraversa, scandisce e accompagna la sua opera intellettuale, professionale, politica e il suo itinerario personale, modulandosi nel tempo in una direzione sempre più consapevole di libertà, e testimoniando quella fedeltà a sé aperta al dubbio, al divenire, alla ricerca continua di un di più, che è stata la cifra del suo essere ed agire. Nel misurarsi costante con i saperi scientifici più avanzati sull’infanzia e sull’educazione anche con la mediazione delle studiose con cui aveva una relazione di fiducia (Tullia Musatti, Egle Becchi, Patrizia Ghedini, Paola Falteri, Letizia Bianchi, Anna Bondioli e altre), Laura ha presto avvertito l’importanza di metterli in dialogo con i saperi “naturali” delle madri, e trarre ispirazione dalla casa per pensare la vita di un nido[2]. E presto ha invitato a imparare dalle creature, bambini e bambine, mettendosi alla loro altezza: un’altezza che non coincide con il basso e piccolo cui comunemente si pensa, ma un’altezza “alta” che rimanda alla fragile enormità dell’umano[3] vicino all’inizio della vita, non riducibile in alcun modo alle categorie del produttivo – o del riproduttivo da sfruttare senza limiti – e che ci invita sempre di nuovo allo stupore, a tutto ripensare e rimettere in gioco.

L’incontro con il femminismo della differenza ha segnato una svolta nel suo procedere, le ha offerto principi di orientamento e un incipiente ordine simbolico che lei stessa ha contribuito a mettere alla prova e far crescere avvertendo l’urgenza di nuove direzioni di lavoro. Non si trattava più e solo di denunciare la mortificazione di ciò che le madri (e le donne) fanno nell’opera quotidiana di tessitura del mondo, ma di far uscire l’essere donna dall’essere madre senza negarla, e di prendersi la libertà e la forza di rimettersi al mondo, di mettere al mondo il mondo[4], grazie a un cambiamento profondo dello sguardo su di sé, sugli altri, sulla realtà. Laura aveva intuito che rendere insignificante la differenza femminile o cancellare la differenza sessuale non era solo questione di ingiustizia, ma un vero e proprio errore epistemologico, che ha ripercussioni non solo sulle cure allevanti ed educative, ma in primo luogo sui processi di conoscenza e sui modelli di interpretazione e di rappresentazione del reale, e dunque anche sulle configurazioni della vita associata e sulla qualità dello spazio pubblico. Un difetto non correggibile con le politiche di aggiustamento partitario né con comportamenti rivendicativi o moraleggianti, che rimangono dipendenti dalla logica di potere nel rapporto tra i sessi. Aveva avvertito che la crisi delle istituzioni, della politica e del vivere associato è anzitutto di natura simbolica, ha a che fare con un modello di civiltà e di umana coesistenza, con paradigmi di conoscenza e di pensiero, con relazioni tra generazioni che non sono più sostenibili e generano infelicità.

Le relazioni politiche tra donne si fecero anche per lei, come per molte, più intense ed esigenti. La sua sfida non cessava di ancorarsi al più “elementare” e all’educativo come a una delle fondamenta dell’umano, ma ora veniva ricollocata in una visione più ampia e decisamente politica, di una politica della differenza che interpella tutti, uomini e donne, e per tutti aspira a mostrare vie d’uscita e nuove possibilità. Così concludeva un suo breve e incisivo articolo Culle semivuote: ” […] la questione allora si pone, prima che sul piano delle politiche ovvero per poter pensare a politiche facilitatrici di percorsi di costruzione di una civiltà delle relazioni umane e del vivere sociale, su quello di un cambiamento dell’attribuzione di significati e di modello sociale. Si tratta di rendere l’opera di attenzione, protezione, responsabilità, relazionalità delle donne, un perno dell’agire sociale, considerandola un bene soglia tra privato e pubblico, che va sostenuto e non asservito o distrutto. Tale opera va rafforzata, e ha bisogno per questo di riconoscimento, ma va anche affermata, e questo dovrebbero poterlo fare le donne” (p. 299).  Avverto in queste sue parole sia l’invito ad aprirsi a quella forma di conoscenza come riconoscenza-riconoscimento che era parte costitutiva del suo stile, sia il pungolo rivolto anzitutto a sé e alle sue simili, le donne, a farsi con coraggio protagoniste e interpreti di una nuova civiltà di rapporti, senza cedere alla barbarie. Una barbarie oggi, se possibile, ancora più violenta di quella degli anni in cui Laura si risolse a scrivere le sue note ferme e preoccupate dal titolo Contro la barbarie (1994), in cui con onestà intellettuale si interrogava e interrogava: “Che fare? Temo, per ora, solo tenere salda la coscienza di ciò che si è e di ciò che si è fatto. Non perdere la lucidità di giudizio, non perdere la passione per il proprio genere. Da qui forse la possibilità per tutte noi di rimanere sulla scena del mondo. Mi viene in mente la storia di Thelma e Louise, due ‘guerriere’ costrette a suicidarsi pur di non rinunciare alla propria libertà. C’è un’altra strada? Mi lascio lo spazio per pensare che le strategie multiple e sapienti delle donne abbiano la meglio sull’imbarbarimento della civiltà” (p. 250).

Oggi, a distanza di anni, possiamo registrare che non si è avverato ciò che Laura temeva, ossia che “la scomparsa della politica fa scomparire le donne dalla scena politica”, se per scena politica si intende quella più grande, non riducibile all’arena dei partiti e alle istituzioni della politica, rimpiccioliti e ripiegati su sé stessi anche a causa della loro colpevole sordità alle trasformazioni prodotte dalle donne a partire dalla propria libertà. Ma va certo tuttora condivisa la sua preoccupazione che una donna non si faccia includere, quand’anche come risorsa salvifica, nei luoghi della decisione e della responsabilità pubblica a prezzo dell’omologazione e dell’assoggettamento, proprio e altrui.

Laura ha saputo evitare questo pericolo. Con una andatura sapiente che le veniva in primo luogo dalla fedeltà a sé e dalla primazia delle relazioni tra donne, e non senza fatica e tentativi di approssimazione, ha saputo farsi mediazione vivente per trasformare un’idea in una pratica e viceversa, curando con pazienza ed entusiasmo le condizioni e i processi necessari a che persone, relazioni e contesti potessero esprimere la loro dimensione creativa, fossero motivati a coinvolgersi nel ricombinare in modo generativo elementi già esistenti, a trovare assieme a lei una lingua e forme simboliche e materiali per sostanziare una visione, un progetto[5].

Nella Postfazione a questo libro Claudio ci aiuta utilmente a ricordare, menzionandole, molte delle intraprese innovative e creative che hanno punteggiato l’itinerario di Laura anche oltre i confini dell’Umbria: realizzazioni che testimoniano un suo modo libero e originale di interpretare la funzione pubblica restituendola alla sua vocazione di generatrice di risorse sociali e produttrice di intelligenza collettiva, e di concepire l’opera dell’amministrare come nuova tessitura di mondo. Un modo che in molte (e spero in molti) auspichiamo re-diventi visibile grazie anche a questo libro, e di nuovo operante tra noi per provare a trovare risposte al crescente bisogno e desiderio di donne (e di qualche uomo) di pratiche di libertà non da rinviare al mondo di domani, ma da mettere nel mondo oggi, quotidianamente, nella responsabilità, nel rischio e nell’esposizione reciproca che rendono politica la vita in comune ed educano all’arte e alla cura del vivere insieme.

 

 

[1] Laura fu dall’inizio collaboratrice della rivista, punto di riferimento importante della pedagogia dell’infanzia in Italia e all’estero, a partire dal Gruppo Nazionale Nidi-Infanzia. La rivista ha mantenuto nel tempo il suo titolo, nonostante che Laura e io, insieme con altre, verso la metà degli anni Novanta avessimo proposto al direttore e al comitato editoriale un cambiamento di nome: “Bambine e bambini”. Non fu colto appieno il significato della nostra proposta, che era di dare esistenza simbolica alle bambine dando voce alla differenza sessuale e restituendo senso alla realtà attraverso un linguaggio sessuato, e nel titolo rimase il maschile non marcato “Bambini”. Forse questa impasse rappresentò un’ulteriore spinta per Laura a farsi promotrice, con il sostegno mio e di altre, della rivista “Bambine e Bambini in Umbria”.

[2] Non posso non ricordare a questo proposito un articolo intelligente e utilmente provocatorio, per il femminismo e per la politica tutta, della teologa svizzera Ina Praetorius, che sfida i global players invitando all’esperimento filosofico post-patriarcale di pensare e organizzare il mondo come ambiente domestico, anziché come mercato, da lei interpretato come istanza decisamente secondaria. La ispira la consapevolezza femminile che libertà e dipendenza possano coesistere in uno scambio creativo, così come la necessità di mettere al centro della società e dell’economia le ragioni della vita e di una giusta convivenza tra umani, e tra umani e ambiente naturale, a partire dalla valorizzazione della nascita e delle relazioni più elementari. Uscito nella rivista “Via Dogana”, l’articolo è ora presente nella raccolta di saggi di Ina Pretorius, Penelope a Davos, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano 2011.

[3] Rovescio i termini di una visione corrente, senza negarla.

[4] cfr. DIOTIMA, Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1990.

[5] Posso solo accennare qui ad altri esempi che conosco da vicino di percorsi, prolungati nel tempo, di lavoro con insegnanti, e coordinatrici di nidi e di scuole dell’infanzia, responsabili dei servizi educativi, insieme ad alcune di noi cosiddette esperte, che Laura aveva contribuito a progettare, e alla cui realizzazione si era dedicata personalmente creando con cura le condizioni e dandosi-dando tutto il tempo necessario a provocare cambiamenti significativi nella direzione della presa di coscienza della differenza sessuale e nell’intrapresa creativa di nuove piste di lavoro. Mi riferisco in particolare al percorso del Comune di Pistoia, Educare alla differenza, il cui resoconto narrativo fu pubblicato, con lo stesso titolo, a cura di Laura Cappellini, come dossier nel numero di gennaio 1999 di “Bambini”.  Un altro esempio è il progetto di ricerca-formazione Educare bambine e bambini nella scuola dell’infanzia proposto dalle scuole dell’infanzia della Provincia Autonoma di Trento, al quale Laura, Letizia Bianchi, Emanuela Cocever e io abbiamo collaborato, a partire dal 1996 e per un tempo che sembrava non finire mai, quasi quattro anni, un tempo non facile nel quale pure sapevamo trarre molti momenti condivisi di piacevolezza. Un tempo del resto tutto necessario a creare le giuste condizioni e la fiducia necessaria, quelle condizioni che ci hanno permesso di articolare, negli ultimi due anni, azioni (gruppi di parola) rivolte alle madri e ai padri come estensione sperimentale del servizio stesso. Questo percorso è stato solo in parte raccolto in un report, presentato a Trento in una Giornata di studio nel 1998, ma mai elaborato e documentato completamente né pubblicato. Il dolore per la malattia di Laura e poi per la sua scomparsa ci aveva tolto energia e parola.

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