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Far esperienza dello straordinario nell’ordinario

 Eh, sì, noi donne, noi stupide, idiote, illogiche donne, noi cerchiamo il Paradiso e l’Assoluto

Etty Hillesum

 

Ma codesta bellezza non appare manifesta a tutti coloro che hanno integrità di sensi? Perché non ha per tutti un unico linguaggio?

Sant’Agostino

Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

San Paolo, Lettera ai Romani, VIII, 25.

 

 

Abstract This paper stems from a cursory and quite sketchy analysis of the widespread supernatural elements in Charlotte Brontë’s well-known Jane Eyre in order to go deep and disclose the calling to the divine which lurks in women’s inner selves. A lot of women writers and artists may differ in terms of their native places or time, but they share a powerful and passionate impulse to embrace a new, different Reality. In spite of an age of rationally defined truths, of giddy frenzy, of immediate answers, of staggering quickness and unstoppable competitiveness, some women are willing to believe in a world inhabitated by traces of the transcendence, in a mundane reality fraught with mystery and with the unexpected. This essay tries to investigate how often the special relationship between women writers and the supernatural, the occult or magic issues forth in new, appaling readings of the reality. Pushing aside personal desires to ponder about life’s meaning or simple desires to brood over God/Goddess, it is often the particular connection between women writers and the subject of the supernatural that provides a precious opportunity to dwell on a true spiritual quest, to expect surprising encounters with the Absolute in the midst of Ordinary life. Finally, comes the exciting revelation that our daily life is infused with the Divine, that there’s not embedded separation between our unworthy life and the flawless Real Life, between ourselves and God/Goddess.

 

 

Per introdurre le mie riflessioni sulla spiccata e delicata attitudine di alcune artiste di fare spazio nelle loro opere a temi che richiamano alla spiritualità o a un non ben definito, ma urgente, bisogno di trascendenza, mi piace partire da Charlotte Brontë di cui proprio nell’aprile dell’anno appena trascorso si sono festeggiati duecento anni dalla nascita. Fin dal secondo capitolo del suo Jane Eyre, l’opera più nota e, probabilmente, più letta della letteratura inglese, l’eponima eroina sopraffatta dallo sconforto e dalla paura per essere costretta a trascorrere da sola un’intera notte nella temuta camera rossa[1] confida nell’aiuto del fantasma di suo zio dal momento che, per quel che ne sa, molti spiriti di coloro che hanno preso definitivo commiato da questo mondo, inquieti per non aver visto esauditi i loro più intimi desideri o per aver lasciato qualcosa in sospeso durante l’esistenza terrena, fanno ritorno fra i vivi: “to punish the perjured and avange the oppressed”[2]. La piccola protagonista immagina che il fantasma di Mr Reed, il generoso fratello di sua madre[3], risentito dalle ingiustizie subite dalla nipote lasci la sua nuova, ultima dimora “whether in the church vault or in the unknown world of the departed”[4] per materializzarsi di fronte a lei. Tuttavia, la confortante speranza che in un subitaneo momento aveva riempito la sua anima turbata, è subito sgominata da cupo terrore. La possibilità di fare esperienza del soprannaturale, di imbattersi in uno spettro che nella febbrile immaginazione di una bambina impaurita si sarebbe manifestato sotto forma di una voce da cui è bandito qualsiasi accento mortale o nell’aspetto di un pallido viso che sbuca dall’oscurità provoca, infatti, una disperata reazione emotiva[5]. L’ipotesi suggestiva, fin qui solo accennata dall’autrice, di una realtà ultraterrena sempre attingibile da questo mondo e, dunque, di un audace, ma pur sempre occasionale, contatto fra le due sfere dell’esistenza, è ribadita in maniera più esplicita e convinta poco più avanti nel romanzo dall’amica della protagonista Helen Burns: “Besides this earth, and besides the race of men, there is an invisible world and a Kingdom of spirits: that world is round us, for it is everywhere; […]”[6]. Simili riferimenti al soprannaturale, poi, trovano nel romanzo un riverbero costante non solo in fenomeni sensazionali, “uncanny”, per cui è impossibile trovare esauriente e definitiva spiegazione, perché così estranei alla comune esperienza quotidiana, veri e propri vissuti soprasensibili[7], ‒‒ telepatia e trasmissione del pensiero ‒‒ ma anche nella persona stessa di Jane Eyre la cui esclusiva appartenenza a questo mondo è messa più volte in discussione da Rochester: “You are altogether a human being, Jane? You are certain of that?”[8].

Senza voler sottovalutare l’intensità del sentire e la potenza dell’immaginazione che sono le qualità inconfondibili delle sorelle Bronte, trascurare la loro fecondità visionaria e l’agilità creativa con cui furono capaci di costruire realtà immaginarie quali naturali risvolti dell’ingrato mondo reale tanto che, come attesta gran parte della loro produzione poetica, non solo l’ordine terrestre si espande nel trascendente ma anche il fulgido spirito dell’altrove è riconoscibile in questa vita[9], non bisogna dimenticare come in quell’epoca numerosi artisti e letterati, nonché eminenti uomini di scienza, cedessero alle lusinghe del soprannaturale.

Questo è certamente irriducibile a una definizione rigorosa. Con il termine soprannaturale, infatti, si intendeva una estesa congerie di fenomeni indecifrabili dalla ragione quali la telepatia “feelings, sensations, and images also could be conveyed mind-to-mind”[10], la chiaroveggenza, poltergeist o, ancora, la telecinesi che svelavano imprevisti, eccezionali poteri della mente. Non minore importanza, poi, deve essere attribuita in questo contesto allo spiritismo, inteso nella globalità di tutte le sue manifestazioni. Le sedute spiritiche presiedute da sensitivi, medium, portatori di messaggi dai defunti, diventavano precipue possibilità di infrangere l’invisibile barriera fra questo e l’altro mondo. Ciò conduceva a una lettura del reale in cui era possibile dubitare e smetteva di essere plausibile la netta distinzione e irreconciliabilità fra le due dimensioni dell’esistenza.

Merita attenzione, d’altra parte, il superamento del contrasto tradizionale fra immanente e trascendente, perché comportava una inedita concezione della morte non più evento temibile e crudele in sé, per quanto inevitabile, ma prezioso varco per introdursi nella vera vita. La morte, dunque, diventa quasi un momento gioioso, non più connotato da sentimenti di dolore e triste araldo di imperituro oblio e smarrimento. Oltre la “fatale soglia”, prendendo in prestito un’immagine brontiana, non sembra attenderci una landa fredda e oscura ma: “another world, another phase of life”[11].

Sulla scorta di queste considerazioni, vale la pena, perché essenziale aspetto alla tesi sostenuta in questo saggio, sottolineare l’emozionante e sconcertante ridefinizione della vita che le opere di varie, molte artiste intendono suggerire. La vita è completa totalità, perfetta fusione di cielo e terra, o, come scrisse Virginia Woolf, in una stupenda pagina di diario, contiene già in sé l’essenza ultima della realtà[12]. A questo punto, però, è opportuno precisare che accanto all’interesse per il reale che comprende in sé “the wealth and pressure of the Infinite Life”[13] è altrettanto rilevante all’interno del mio studio far emergere l’eguale attenzione rivolta alla semplice concretezza del mondo umano. Questo è ritenuto, infatti, un necessario e naturale ponte di passaggio per la realtà autentica.

Una volta esaurito il nostro tempo nella vita terrena caratterizzata da costante mutamento, complicata e imprevedibile, spaventosamente labile, segnata dalle delusioni e dall’amarezza, ci addentriamo in quell’altro luogo inesplorato: “the one full Reality, all-penetrating Spirit”[14]. Per dirla in altri termini, la questione importante sulla quale riflettere è l’insignificanza della morte, perché essa non comporta la fine e la dissoluzione della singola vita umana, ma il passaggio in una dimensione diversa: “ and we shall live again though in another dimension”[15].

Quest’ultima citazione è tratta da un esile libro di Dion Fortune, The Book of Dead, pubblicato originariamente nella forma di una raccolta di saggi intitolata Through the Gates of Death (1930) e rivolta a un cospicuo numero di lettori, non solo specialisti o appassionati dell’occulto, ma anche, in particolare, a coloro che erano sopraffatti dal dolore e dalla penosa confusione per la perdita recente di persone care. Se per una delle più affascinanti e convinte studiose di magia e di occultismo, ancora immeritatamente trascurata dalla critica[16], non era possibile dubitare di uno scambio fra un ambito e l’altro del reale: “a marvellous intercourse between Infinite and finite, God and soul”[17] e, per logica conseguenza, della effettiva verità dell’immortalità: “It is the spirit of humanity alone which is immortal and endures through an evolution”[18], è pur vero che, sullo sfondo di un interminabile e acceso dibattito tra scienza/ragione e religione/spiritualità in pieno rigoglio positivista/materialista a partire dalla metà dell’Ottocento e in un contesto culturale, umano di intensa ansietà e di apprensione sulla progressiva estinzione della fede lungo tutto il corso del Novecento, l’argomento principale delle riflessioni era da un lato, la natura e il senso dell’esistenza e, dall’altro lato, il destino della vita umana dopo la morte.

Ripercorrendo il cammino della civiltà lungo questi due secoli si constata che perdura, senza decisive differenze, il bisogno di credere in un effettivo ordine e scopo in questo universo nonché, soprattutto, l’urgenza di rassicurazione che tutto non si esaurisca in questa vita: “that life on earth was not the totality of human existence”[19]. Non si può negare che, in un quadro dominato da una razionalità asciutta, da un progresso inarrestabile e da una dilagante incredulità, in maniera sotterranea, ma ostinata, emerge una inestinguibile e febbrile ansia per le questioni più profonde e indecifrabili quali: l’effettiva presenza di strati più profondi anche se invisibili nella realtà quotidiana, l’immortalità dell’anima e il significato ultimo, sempre riposto dell’esistenza. È un fatto incontestabile che una vita scandita da inebrianti promesse, di impensabili ‒‒ almeno fino a quel momento ‒‒ soddisfazioni materiali dettate dai nuovi sviluppi della tecnica e della scienza[20], una vita arricchita da rivoluzionarie scoperte e alimentata da prospettive diverse, più ampie è, nello stesso tempo, immersa in una pesante inquietudine. Abbandonare l’intrinseca disponibilità a interrogarsi sul vero significato della vita e su quel che capiterà dopo la morte, è praticamente impossibile.

D’altra parte, Arthur James Balfour che, fra il 1892 e 1894, figurò fra i primi vice-presidenti della Society for Psychical Research, istituzione fondata appunto per indagare sulle questioni ultime ‒‒ l’immortalità dell’anima, gli insondabili misteri della mente umana o il senso dell’universo ‒‒ riteneva che il fondamento del pensiero teologico non risiedesse in una sublime, inattaccabile certezza ma piuttosto proprio in una fortissima convinzione dei bisogni spirituali dell’uomo: “Again and again, his arguments reduced themselves to this: Human life was meaningless and valueless without religious faith”[21]. Ripetutamente, gli argomenti di riflessione proposti dal futuro primo ministro inglese conducevano alla drastica conclusione che la vita umana era insignificante e priva di valore senza alcuna fede.

Qual è il vero senso dell’esistenza? Che cosa si nasconde dietro l’abbondante scroscio di impressioni ed evidenze che riusciamo a cogliere in questa vita? Come si può stabilire pieno e permanente contatto con la Verità Ultima, con quel Qualcosa di definitivo “cui non si sa dare un nome e che non si sa rappresentare”[22] precluso da sempre all’uomo? E ancora, la morte si rivela l’ineliminabile esito della vita o spalanca la porta a un’altra, più autentica vita? È veramente possibile la comunicazione tra i vivi e i morti? Proprio queste ultime questioni intorno all’evento doloroso della morte e, soprattutto, riguardo all’impossibilità di sapere ciò che sarebbe scaturito dopo tale evento in epoca tardo vittoriana, così come in questa, attanagliano le coscienze degli individui.

Per esemplificare l’estrema intensità con cui tale argomento era sentito e affrontato vorrei riferirmi ad un esempio illustre. La scrittrice Virginia Woolf, che diede un apporto personale ma importante all’innovazione modernista e che, più tardi sarebbe diventata una vera icona per la sensibilità femminista, mentre sul suo diario scrive di sé e delle sue impressioni, tenta di immaginare come morirà e quali sensazioni proverà in quel particolarissimo momento. La morte per Virginia Woolf è terrificante. La scrittrice rammaricata perché sarà, per una volta, incapace di descriverla[23] pensa che la morte sarà il triste estinguersi dell’orizzonte, fitta tenebra, distruzione della memoria, una lenta dissolvenza dell’essere e poi più nulla.

La morte, dunque, intesa quale spietata, irrevocabile conclusione dell’avventura di questa vita era ciò che più sconcertava e che incoraggiava a non fermarsi al reale nella sua immediatezza, ordinarietà e visibilità ma a prestare attenzione a quel che di “implicito”, a quel contenuto “in sospeso” che raramente, se non mai, si lascia afferrare. La presa di coscienza della mera corporeità e concretezza del reale deve essere integrata dal riconoscimento di un’essenza fondamentale celata in essa: “that reality might be transfigured by something above and beyond”[24]. In riferimento al soprannaturale nel suo complesso e a tutti quei fenomeni ad esso correlati[25], allora, si può osservare che erano due i temi, in buona sostanza, che lo rendevano tanto attraente e che spiegano la sua “pervasive fascination”[26]. In primo luogo la connessione fra il mondo terreno e quello spirituale, l’esistenza di una regione intermedia, “a land unknown”[27], senza sbarramento e dunque aperta all’aldilà e, nel contempo, al mondo reale; in secondo luogo, l’immortalità dell’anima perché vi era l’inespressa convinzione che nell’interiorità di ogni individuo vi fosse una forza di valore imperituro che resistesse alla morte[28]. Quel seme, quella speciale intuizione per l’Assoluto, di cui, fra l’altro, scrisse la teologa inglese Evelyn Underhill in una sua raccolta di saggi: “The psyche loosens its frenzied grip on the obvious world and becomes aware of deeper, richer, more universalized realities than the logical reason can reach”[29].

Si comprende dall’esposizione di questi due presupposti, come attestano svariate opere apparse nella seconda metà del XIX secolo su entrambe le sponde dell’Atlantico, che l’idea della manifestazione del soprannaturale durante la vita terrena, l’idea di “una effettiva trasposizione di datità puramente spirituali nella sfera del sensibile”[30] diventa probabile. Se un contatto vivo e un vicendevole scambio poteva stabilirsi fra le due sfere dell’esistenza, allo stesso modo perché escludere che i soggetti defunti, naturalmente privi del loro corpo fisico, essenze evanescenti e incorporee, disincarnati, non potessero fare ritorno, recuperare contatto con quella realtà fisica appena lasciata?

Le aspre apprensioni spirituali e l’intensa sensibilità per il soprannaturale, a dispetto di un crescente fervore scientifico e tempestose turbolenze ideologiche, che rendevano l’età Vittoriana tanto controversa, culminavano proprio in una piena credenza nei fantasmi. Simile disponibilità a lasciarsi affascinare dagli spettri si riflette nella vasta diffusione ed entusiasmo per i racconti su eventuali, sorprendenti apparizioni di fantasmi e infestazioni. D’altra parte, si può osservare che se le ghost stories, nella seconda metà dell’Ottocento, appassionavano un rilevante numero di persone, lettori ma anche grandi autori, bisogna riconoscere che un contributo notevole allo straordinario successo di questo genere di narrazione provenne da scrittrici, più o meno protagoniste, più o meno autorevoli, nel panorama letterario dell’epoca. Donne scrittrici che troppo spesso rispetto ai loro colleghi scrittori vedevano svolgersi le loro vite in maniera inautentica e inappagante, con pochi, se non nessun riconoscimento delle loro capacità in ambito culturale. Oppresse al limite del logoramento da prassi e consuetudini sociali consolidate dalla tradizione, erano forse più pronte, più ben disposte a risalire a Realtà Altre, non visibili. Il potere seduttivo dei fantasmi, infatti, risiedeva nella loro facoltà di infrangere barriere insormontabili. I fantasmi potevano trapassare i maestosi, indefinibili confini tra la vita e la morte ma al tempo stesso superare le differenze sociali, sbarazzarsi senza troppe remore di codici di comportamento o convenzioni che parevano inviolabili.

Gli spiriti liberi dalla corporeità – unencumbered by the material[31]– si riteneva potessero fare esperienza diretta di Dio senza alcun mediatore o, ancora, potessero comprendere pienamente in maniera immediata l’essenza fondamentale dell’esistenza. In generale, pertanto, i fantasmi annullavano l’invalicabile discrimine fra immanente e trascendente, fra vita e morte inducendo a riconsiderare le principali categorie derivanti da una prevalente speculazione al maschile con cui si pensava il reale. Non più una realtà interpretabile solo sulla base di leggi scientifiche, non più una realtà appiattita in un’unica dimensione, ma una realtà in cui si rifrange, si riflette la luce divina e perciò più bella : “Beyond and within the web of temporal circumstance which seems to shut us in, is that steadfast brooding Presence, the Fact of all facts […]”[32]. Credendo nei fantasmi, non soltanto la morte cessa di essere un estremo limite per convertirsi in un ponte per raggiungere l’invisibile, ma la vita ordinaria nei momenti più impensabili consente all’Infinito di rivelarsi. In questa direzione, senza alcun clamore o appello al miracolo diventava se non naturale, per lo meno possibile nella normale vita quotidiana la presenza di spiriti: “the possibility of the existence of invisible intelligent beings capable of acting on matter”[33].

Impercepibili e forse irriconoscibili ai sensi, questi “disembodied spirits”[34] che non avevano preso congedo definitivo da questo mondo ma vi si trattenevano ancora continuando a mescolarsi e a tenere compagnia alle persone viventi, in carne e ossa, costituivano la serena consapevolezza che il mondo non può essere circoscritto da intellegibili e conculcate “Laws of Nature” ma è intriso da segrete, inavvertite forze: “inexplicable things happen, things that had not ― and perhaps could not ― be explained by the laws of science”[35]. La scienza o, in maniera analoga, l’ineccepibile, autoritario apparato concettuale di marca maschile, non può che gettare una luce debole e incerta su un reale il cui senso rimane elusivo e l’inaspettato può accadere.

È interessante notare, a questo punto, che solo un anno dopo dalla prima edizione di Jane Eyre (ottobre 1847), il romanzo a cui ho fatto riferimento all’inizio di questo saggio, per rilevare un’estrema sensibilità verso gli spiriti e una sincera convinzione della loro silenziosa, indimostrabile convivenza in questa vita[36], apparve una corposa raccolta di storie di fantasmi, di luoghi infestati e di fatti straordinari pertinenti all’occulto.

L’opera a cui mi riferisco, intitolata The Night Side of Nature, rimase in commercio per più di cinquant’anni, trasformando l’autrice Catherine Crowe da una semi sconosciuta scrittrice di racconti per bambini a una celebre, sensibile e alacre sostenitrice dell’introduzione del soprannaturale nel reale. The Night Side of Nature non contiene solo un significativo numero di amene e suggestive ghost stories ma costituisce un’affascinante, nonché sentita, affermazione dell’assenza di un’invalicabile confine di demarcazione fra due mondi e dell’immortalità dell’anima: “The belief that this life “is all the be-all and the end-all here”, is a mistake that death must instantly rectify”[37]. Il filo conduttore del suo pensiero, infatti, che si può cogliere nelle sue opere narrative ma anche in alcuni, esili testi teorici che ha lasciato, è rappresentato sempre dalla convinzione che nella vita terrena, benché in gran parte invisibili allo sguardo umano e incomprensibili alla ragione, possano capitare eventi impensabili come, ad esempio: “[…] the possibility of spiritual interference in human affairs”[38]. Tuttavia, precisa Crowe, l’incontro con il soprannaturale e la capacità di percepirlo non è da tutti[39]. La scintilla divina, quelllo “spiritual germ”[40] a cui si è fatto riferimento per Underhill, originariamente presente in ogni individuo anche se latente, si risveglia solo in chi non si lascia sopraffare e avviluppare dal peso e dalle fatali miserie della vita quotidiana, ma rimane sensibile, aperto alle straordinarie sollecitazioni della Realtà vera e autentica, del sempre elusivo “unattainable Object of all thought”[41].

Trascurando le continue e, alla lunga, noiose assicurazioni sulla attendibilità delle fonti da cui la scrittrice trasse tutti i racconti che finirono per comporre la sua opera più famosa[42], indubbiamente quel che più attira l’attenzione del lettore a partire dall’introduzione dell’opera, è la totale convinzione della scrittrice scozzese che in istanti senza tempo, di norma impercettibili perché riposti negli innumerevoli strati che formano questo mondo, in  trasparenza, sopraggiungono quelle che lei definisce le “interferenze” soprannaturali[43]. Contraria ad un atteggiamento scientifico dispotico e arrogante mentre, all’opposto, si rivelava favorevole ad una ricerca umile e imparziale, curiosa e disponibile a non circoscrivere il campo di indagine solo a quei fatti che apparivano conformi a concetti noti o che potevano essere oggetto di indubitabile verifica sperimentale, Crowe esprimeva la speranza che si facesse una piccola breccia nello strato più superficiale, conoscibile della realtà e ci si accorgesse che l’impossibile può accadere, che “things new and unsuspected may yet be true”[44].

Allora, non potendo fare affidamento sulla religione o sulla scienza che rigettavano o denigravano qualsiasi esperienza inimmaginabile e, pertanto, inconcepibile alla ragione umana, la scrittrice scozzese è persuasa che solo con indipendenza di pensiero e con audacia si poteva andare al fondo di fenomeni inspiegabili “new, strange, heterodox, or even absurd”[45]. Lo scopo principale di The Night Side of Nature è proprio quello di stimolare l’osservazione del lettore per tutti quegli eventi straordinari, esperienze indefinibili che le nostre limitate facoltà non sono in grado di comprendere. Certamente, tra i fenomeni che la ragione non può riconoscere e spiegare spicca l’incontro con i defunti. Le numerose testimonianze che riuscì a raccogliere sulla visione di fantasmi erano di estrema importanza perché, se da un lato diventavano prova certa dell’immortalità dell’anima[46] , dall’altro lato diventavano piena testimonianza di una dimensione ulteriore, che i sensi umani non sono in grado di cogliere, all’interno: “We are encompassed on all sides by wonders […] that our whole life and all our faculties would not suffice to comprehend”[47] e oltre il reale opaco e sconnesso che ci circonda: “[…] it would afford a demonstrative proof of the deepest of all our intuitions, namely, that a future life awaits us”[48].

L’inesauribile desiderio di superare la perseverante irrequietezza che ci accompagna, poiché incapaci di cogliere e trattenere la Verità sommersa, così come la speranza di raggiungere una solida tranquillità spirituale acquisendo consapevolezza che, oltrepassati i confini di questa vita effimera e convulsa, si apra un mondo diverso perdura nel ventesimo secolo. Simili bisogni, forse, nell’inquietudine e nella tristezza di un tempo segnato da eventi terrificanti come due conflitti mondiali, diventa ancora più urgente. Non è un caso, quindi, che un profondo interesse per questioni attinenti al soprannaturale e, in particolare, per racconti sui fantasmi in cui due realtà altrimenti inavvicinabili si congiungono così che “the incorporated and the unincorporated spirit”[49] stabiliscono un contatto, si mantenesse vivo.

In una età in cui la potenza del dogmatico materialismo ereditato dal secolo precedente non è ancora diminuita, in cui la portata dello scetticismo e dell’eterodossia tende a espandersi, mentre acquista centralità una visione dell’universo naturalistica e il più possibile razionale che giudica con sarcasmo, quando non denigra, gli entusiasmi metafisici di filosofi e artisti e che si sbarazza, contestandone la validità, di qualsiasi forma di lettura del reale estranea alle dure e chiuse categorie del pensiero scientifico predominante[50], molte persone scrivono ancora e producono discreti, quando non eccellenti, lavori su temi che alla luce del contesto culturale appena esposto, non avrebbero dovuto essere presi neppure in considerazione.

L’argomento che sembra impossibile scartare o ignorare sono l’ancestrale tema di spettri e spiriti che, abbattuta temporaneamente la parete divisoria eretta fra questo mondo e l’aldilà, tornano a far sentire la loro presenza nella vita terrena, così come l’occasionale senso di consapevolezza di “other forms of life other than those shown us by our senses”[51]. Da quest’ultima premessa si dipana un saggio di grande competenza e perspicacia intitolato Ghosties and Ghoulies Uses of the Supernatural in English Fiction pubblicato su The Bookman in quattro parti fra il gennaio e l’aprile del 1933 e scritto da Mary Butts.

Quest’ultima scrittrice, collocata in ambito critico letterario nel gruppo modernista bohemien degli anni venti, che spartiva la sua vita fra l’Inghilterra e la Francia, affiancata spesso ai grandi e famosi letterati del tempo come Ezra Pound, H. D. o Ernest Hemingway, è riuscita, ingiustamente, ad attirare la curiosità e l’interesse degli studiosi di letteratura femminista piuttosto tardi. Sullo sfondo di una vita eccessiva che rivela una donna spesso controcorrente, mondana, indifferente alle convenzioni e alle restrizioni morali, spicca il suo singolare interesse per l’occulto, un’appassionata ricerca spirituale e la sua emozionata accoglienza di inaspettate rivelazioni del divino in questo mondo: “It means everything to me ― I mean as a thing separate from any practice, from love or the arts or work of any kind, the pure quiet sudden thing, like a fire ― no, a light…it is the thing, the only thing, men live by…the one way of finding out what things are”[52].

Risulta interessante nella scrittrice inglese, alla luce della sua grande ammirazione per la letteratura che tratta del soprannaturale in ogni sua forma, sia nel più rigoroso trattato sia, soprattutto, in semplici racconti di fantasia, ritenuti questi ultimi un genere “[…] less popular, of longer descent, whose public is more anonymous […]”[53], la sua inflessibile convinzione che in improvvisi quanto imprevisti momenti di limpidezza si percepisce l’integrazione fra i due mondi: “The expected invasion of another order over against the historical and human”[54]. È interessante notare che la scrittrice, come premessa alla sua esaustiva analisi sulle ghost stories individua un intenzione, una motivazione sostanziale dietro la scrittura di questo particolare genere narrativo che non è quello di generare terrore “to make our flesh creep”[55] ma, piuttosto, provocare un fremito nuovo, risvegliare facoltà sensoriali solitamente sopite e inerti “one awakening to more than fear”[56]. La ghost story ribadisce l’idea che il mondo terreno in cui giorno dopo giorno ci dibattiamo racchiude in sé un Qualcosa “che si può presentire ma mai conoscere”[57], che non ci è dato spiegare, che ci è impossibile descrivere. Analogamente, un banale racconto di fantasmi sostiene la tesi di una possibile, disinvolta compenetrazione fra due realtà “the seen and the unseen”[58] senza che fra esse si interponga alcun velo, tanto che rare e inconsuete esperienze soprasensibili, sospesa ogni capacità di comprensione, possono accadere.

D’altra parte il contatto fra il visibile e l’invisibile, tra l’ordine naturale e quello soprannaturale depone in favore di un reale incontro con il divino: “a theophany, a shining-out of God”[59]. L’autrice, in un suo saggio intitolato Ghosties and Ghoulies e contenuto in Ashe of Rings, offre una interessante e minuziosa panoramica di una considerevole e varia letteratura sul soprannaturale, spaziando da Paracelso, Shakespeare, le insuperate ballate scozzesi “came to life once”[60], la immane tradizione celtica “Ancient or modern, there is too much of it”[61] alle sempre più popolari “ghost-anthologies”[62], attirando l’attenzione del lettore su scrittori a quel tempo molto noti che in maniera eccellente, seppure spesso non in modo esclusivo, si cimentarono nel genere ― M. R. James, Ruyard Kipling o May Sinclair ― o, ancora, su scrittori meno conosciuti come Marion Crawford, Mr. Harvey o Miss Naomi Royde-Smith, che furono comunque in grado di realizzare capolavori “of sober loveliness”[63], constatata l’invariata e inestinguibile curiosità nei confronti del perturbante.

La spartizione delle storie del soprannaturale in due classi, i cui confini però sono sfumati, proposta da Mary Butts, da un lato quelle storie che sostengono una teoria persuadendo i lettori che il corrente materialismo e la credulità sono ugualmente insufficienti per la nostra vita quotidiana, contestando così l’idea che “certain incredulities impoverish us”[64] e, dall’altro lato, quelle semplici storie che intendono suscitare orrori e stupore ma che, al contempo, infondono la convinzione di un universo allargato “of the interaction of other worlds with ours”[65], descrive in modo efficace la narrativa sul soprannaturale prodotta in un remoto passato fino alla prima metà del Novecento.

Tale classificazione ― con particolare riferimento alla seconda categoria di narrazioni ― si rivela di notevole importanza ed è quanto mai significativa alla luce della ancora cospicua quantità di supernatural tales o romanzi, in cui spesso compaiono elementi soprannaturali e magici, che continuano ad essere scritte ai nostri giorni. Il fascino pervasivo per l’insolito e l’occulto, non si è esaurito, infatti, nel secolo scorso conclusosi ormai da una ventina d’anni. La particolare predilezione nutrita ancora oggi da alcuni scrittori e scrittrici, in una sorta di dialogo ininterrotto fra l’epoca Vittoriana e l’età contemporanea, nei confronti del genere narrativo delle ghost stories, o ancora, il favore accordato a tematiche soprannaturali, scaturisce non soltanto dal legittimo intento di garantire al lettore incomparabili occasioni di evasione e deliziosi momenti di distrazione dal tumultuoso, chiassoso mondo esterno, ma anche dalla convinzione che l’immagine di un mondo impermeabile all’invisibile, così come la delicata questione della possibilità di una vita dopo la morte, possono essere rivisitate. Prendendo in prestito le parole che Thyrza Grey, una bizzarra signora appassionata di magia nera, in uno degli ultimi romanzi di Agatha Christie[66] intitolato Un cavallo per la strega, rivolge allo scettico scrittore Mark Easterbrook, non si può escludere in maniera categorica che l’universo sia percorso da forze misteriose e indefinibili: “Non si può eliminare ogni cosa spiegandola con la superstizione o la paura o l’esaltazione religiosa. Verità e forze fondamentali esistono. Ci sono sempre state. E ci saranno sempre”[67].

Un folto gruppo di scrittori e scrittrici dei nostri giorni, dunque, non esita a proporre temi e motivi legati all’ambito del soprannaturale e dell’occulto, sottoponendoli a scaltrite riletture o curiose reinterpretazioni. Ecco che sovente, infatti, ci si imbatte in opere letterarie o artistiche che esibiscono una particolare sensibilità verso il soprannaturale e che, nello stesso tempo, suggeriscono l’idea di una realtà pure banale, incalzante e avvilente ma densa di mistero. Riferendomi in questa occasione solo alla narrativa e alla poesia, che sono le modalità espressive a me più congeniali e con le quali ho più familiarità, non si può fare a meno di constatare che oggi non pochi scrittori e (soprattutto) scrittrici non esitano ad avvicinare ed esplorare con estrema serietà e trasporto complessi e, in definitiva, insolubili questioni quali l’inafferrabile, effettiva sostanza della vita che per preziosi, “miracolosi” istanti si rivela ai nostri occhi.

Questi argomenti scelti dalle scrittrici/scrittori e il modo di affrontarli procurano significative scosse e sincera partecipazione emotiva in chi legge. Si può dire che esista un curioso ed emozionante gioco di rispondenze, al di là delle differenze nazionali e di comprensibili divergenze nella trattazione della materia, all’interno di un sostanzioso gruppo di scrittrici. Così la serena convinzione che pervade all’improvviso l’animo da troppo tempo ferito dell’adolescente Lily, protagonista de La vita segreta delle api, primo romanzo della scrittrice americana Sue Monk Kidd, secondo cui “dietro il tessuto dei nostri poveri giorni affannosi” si nasconde “a nostra insaputa”[68] la fondamentale Verità, trova un’eco perfetta nella semplice immagine all’inizio di High & Dry Primo amore della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto: “Il mondo è come un palloncino pieno di cose che non si vedono. Per questo voglio aprire il mio cuore a tutto, e non soltanto agli esseri umani. […] Se mi apro, nel corso della vita assisterò sicuramente a tanti miracoli”[69]. Questa disponibilità a restare ricettivi, ad aderire fiduciosi alla realtà corporea, infine, che per fugaci, sfavillanti momenti rompe la copertura di superficie per farci scorgere l’Inesauribile, Vera ricchezza contenuta sotto di essa, è rilanciata in una delle poesie più suggestive della poetessa savonese Liliana Martino Cusin contenuta nella sua ultima silloge Sotto lo stesso cielo che voglio trascrivere qui per intero:

 

Nella spaccatura di riarse zolle

spunta un cespo di canne.

Tale è la vita che i suoi doni avari

inaspettatamente fiorisce

su deserti lidi.

 

Come il fiume che tra canneti ed orti

incessante volge alla sua foce

così è il nostro andare verso mete ignote.

 

Ma se un ciuffo di fiori improvviso

spacca l’ordito

tu lo vedi allora il riflesso del cielo sulla terra[70].

 

Una definizione di realtà in cui non esiste sproporzione fra questo e “l’altro mondo”, in cui talvolta l’Assoluto si svela, può spiegare il profondo legame fra scrittrici e una narrativa seria o d’evasione in cui il bisogno di sfiorare temi spirituali emerge in maniera sempre più preponderante. Appare innegabile, all’interno di queste considerazioni, l’assidua convergenza fra un particolare genere letterario, quale è il racconto sul soprannaturale, spesso valutato con severità dalla critica, e le donne scrittrici che rimanda alla necessità per queste ultime di estendere l’idea di reale, di quel che è possibile o vero, sottraendosi a interpretazioni e visioni delle cose offerte generosamente dal mondo patriarcale. Si avverte quasi l’urgenza per una più ampia concezione della realtà che lascia un piccolo margine all’inesplicabile, all’invisibile e che si oppone a rigoriste, coerenti prese di posizione che svuotano d’ogni incanto il reale riducendolo all’ovvietà e alla concretezza del quotidiano. Secondo un folto gruppo di scrittrici dunque, più o meno contemporanee, c’è un qualcosa d’inconoscibile a cui non ci si può sottrarre, di cui bisogna rendere conto.

Scrivere racconti sul soprannaturale, per esempio, può offrire la sconcertante opportunità di concepire un mondo Altro che include l’imprevisto e i cui confini tra la vita e la morte diventano meno rigidi . In simili realtà si possono configurare vere e proprie aperture mistiche, dal momento che l’indistinguibile unità fra umano e divino si può spiegare attraverso la scoperta che all’improvviso, senza avvertimenti, quel che ci circonda è invaso da una luce intensa che genera in chi ne è testimone eccezionali sentimenti d’amore e profonda riconoscenza. Si può sostenere, pertanto, una volta letta una storia di fantasmi che rispetta tutte le regole, capace di intrattenere, spaventare, perfino emozionare il lettore, una volta che si riconosce l’abilità dell’autore di combinare sapientemente tutti gli essenziali, classici ingredienti propri di questo genere letterario ― l’atmosfera, la giusta tensione e lo sconcertante epilogo ― che sullo sfondo, com’è inevitabile, emergono questioni più importanti sulla vera natura della vita umana, sull’esistenza in generale e sulla consistenza dello spirito e la sua sopravvivenza dopo la morte. E, ancora, strettamente connesse alle ghost stories si pongono domande su che cosa è la realtà stessa, sulla sua essenza ultima, ma anche sulla religione, su Dio.

Questa eccezionale possibilità di introdurre e far trasparire temi più profondi nelle trame intriganti di storie sul soprannaturale che, si ribadisce, sono considerate in base a giudizi ingenerosi e un po’ superficiali narrazioni mediocri seppure gradevoli, è il principale elemento d’attrazione per innumerevoli scrittrici. Sta di fatto che la maggior parte di queste ultime non ha scelto di dedicarsi in maniera esclusiva a questo particolare genere letterario, così come, altrettanto sicuramente, spesso non deve ad esso la sua fama. Tante scrittrici con un proprio genere letterario d’elezione che le hanno rese celebri ― la poesia, il romanzo, la biografia, il saggio e perfino l’opera teatrale ― occasionalmente si ritrovano a scrivere storie di fantasmi o comunque di fatti inspiegabili, di eventi estranei all’ordinarietà, (qualche volta si spingono a pubblicare intere raccolte di racconti sul soprannaturale), per esplorare e dar voce, in maniera forse meno netta, a una concezione di realtà diversa da quella esistente, senza dubbio irriducibile ai parametri stabiliti (ereditati) dal pensiero maschile.

L’indagine di realtà altre, realtà piene di misteri, veri e propri slanci mistici e ghost stories si scoprono inscindibili, complementari. Ma senza voler stringere troppo l’orizzonte e limitarci alla predilezione per un genere letterario, non si può negare l’intensa sensibilità verso temi della spiritualità, un forte desiderio di avvicinarsi e di afferrare il mistero dell’esistenza che si realizza e nutre l’opera di tante scrittrici. Ad accomunarle non sono solo l’attrazione per la vita contemplativa, la connessione a un reale d’inclusione e la propensione a interrogare il significato dell’esistenza, così come l’esigenza di indagare l’anima, ma anche una triste trascuratezza da parte della ricerca accademica tout court. Dimenticanza o distrazione che appare stridente a fronte di una vita che se ci assedia con i suoi ritmi incalzanti, con la sua dispersione, con il suo eccesso di parole, nello stesso tempo, non sempre ma abbastanza spesso, sollecita in noi un desiderio di assoluto e di attesa. Sì, proprio l’incapacità di aspettare ci preclude la possibilità di far esperienza dei “momenti di essere” di memoria woolfiana, di avvertire la sostanza divina del reale, di lasciarci sorprendere dalla trascendenza come ci avverte la scrittrice statunitense Sue Monk Kidd: “If you don’t show up prepared to wait, you may miss the transcendent when it happens”[71].

 

 

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[1] Charlotte Bronte, Jane Eyre, London: Penguin Books, 1996, pp. 20-21 “The red-room was a spare chamber, very seldom slept in; I might say never, indeed; […] A bed supported on massive pillars of mahogany, hung with curtains of deep-red damask, stood out like a tabernacle in the centre; […] the carpet was red; the table at the foot of the bed was covered with a crimson cloth; the walls were a soft fawn colour, with a blush of pink in it […]”

[2] Ibid., p. 24.

[3] Ibid., p. 23. “I could not remember him; but I knew that he was my own uncle ‒ my mother’s brother ‒ that he had taken me when a parentless infant to his house; and that in his last moments he had required a promise of Mrs Reed that she would rear and maintain me as one of her own children”.

[4] Ibid., p. 24.

[5] Ibid., “My heart beat thick, my head grew hot; a sound filled my ears, which I deemed the rushing of wings: something seemed near me; I was oppressed, suffocated: endurance broke down ‒ I uttered a wild, involuntary cry ‒ I rushed to the door and shook the lock in desperate effort”.

[6] Ibid., pp. 81-82. “[…] those spirits watch us, for they are commissioned to guard us; and if we were dying in pain and shame, if scorn smote us on all sides, and hatred crushed us, angels see our tortures […]”.

[7] Sogni e immagini che nascondono messaggi, presentimenti, straordinaria empatia o vere e proprie comunicazioni telepatiche percorrono l’intera opera brontiana. Esperienze particolari a cui la protagonista spesso reagisce con serena pacatezza ma anche con prudenza: “Presentiments are strange things! and so are sympathies; and so are signs: and the three combined make one mystery to which humanity has not yet found the key. I never laughed at presentiments in my life; because I have had strange ones of my own” p. 248; “I might have said, “Where is it?” for it did not seem in the room […]. And it was the voice of a human being […] that of  Edward Fairfax Rochester; and it spoke in pain and woe wildly, eerily, urgently.” p. 467; “[…] I could have deemed that in some wild, lone scene, I and Jane were meeting. In spirit, I believe, we must have met.” p. 496; “The coincidence struck me as too awful and inexplicable to be communicated or discussed. If I told anything, my tale would be such as must necessarily make a profound impression on the mind of my hearer; and that mind, yet from its sufferings too prone of the gloom, needed not the deeper shade of the supernatural” p. 497.

[8] Ibid., p. 486. Vanessa D. Dickerson nel suo interessante Victorian Ghosts In the Noontide Women Writers and the Supernatural fa notare come Rochester confermi con veemenza la natura ultraterrena di Jane quando quest’ultima ritorna a Thornfield Hall dopo la visita alla zia morente: “A true Jenian reply! Good angels be my guard! She comes from the other world ‒ from the abode of people who are dead; and tells me so when she meets me alone here in the gloaming! If I dared, I’d touch you, to see if you are substance or shadow, you elf! ‒ but I’d as soon offer to take hold of a blue ignis fatuus light in a marsh.” p. 275. Dickerson, inoltre, osserva come Rochester, in un climax tutto particolare, nella frenesia di voler determinare l’unicità della natura della sua governante la definisca dapprima creatura soprannaturale, mera sostanza o ombra, fino ad assimilarla alle creature mitologiche degli elfi. Da questi, esseri a metà strada fra uomini e dei, “between natural and supernatural”, giunge a identificarla con un semplice fenomeno naturale come a voler dimostrare che Jane Eyre sia caratterizzata da una personalità in cui si uniscono il corporeo e lo spirituale e che al pari di qualsiasi fantasma non si muova su un solo piano dell’esistenza: “She is richer and more exceptional character because she belongs not only to the natural realm of the ignis fatuus but also to the supernatural realm of scado […]” p.65. Vanessa D. Dickerson, Victorian Ghosts In the Noontide Women Writers and the Supernatural, Columbia: University of Missouri Press, 1996.        

[9] Più che nei romanzi forse proprio nelle poesie liriche, più personali o nelle poesie drammatiche, più narrative accanto a tematiche ispirate dalle proprie esperienze, da urgenti interrogativi sul valore dell’amore, sul tempo e in generale sulla vita emergono qua e là visioni di un mondo in cui non esiste una sostanziale differenza fra questa dimensione e l’altra, in cui non c’è contrapposizione ma completa identità fra la vita e la morte, fra il cielo e la terra: “[…] Yet none would ask a Heaven/More like this Earth than thine […]” p. 236; “And could we lift the veil, and give/ One brief glimpse to thine eye,/ Thou wouldst rejoice for those that live,/Because they live to die” p. 308. Emily Brontë, Poesie, a cura di Anna Luisa Zazo, Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1997.

[10] Deborah Blum, Ghost Hunters William James and the Search for Scientific Proof of Life After Death, New York: Penguin Books, 2006, p. 89.

[11] Dion Fortune, Book of the Dead, Boston: Weiser Books, 2005, p. 10.

[12]Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, traduzione di Giuliana De Carlo, Roma: Edizioni Minimum Fax, 2005, p. 149. “La vita è, per dirla con cura e misura, una faccenda stranissima; ha in sé l’essenza della realtà”.

[13] Evelyn Underhill, The Golden Sequence A Fourfold Study of the Spiritual Life, Oregon: Wipf and Stock Publishers, 2002, p. 37.

[14] Underhill, The Golden Sequence, p. 121.

[15] Fortune, Book of the Dead, p. 13.

[16] Dion Fortune (Deo Non Fortuna) pseudonimo con cui Violet Mary Firth (1890-1946) firmò gran parte dei suoi scritti teorici sull’occulto, sulla magia e quasi tutte le sue opere narrative, oggi è senza ombra di dubbio una delle scrittrici più affascinanti, enigmatiche e, inspiegabilmente, più ignorate dalla critica. Di origine gallese, fin dal suo ingresso nel 1919 nel tempio Alfa e Omega dell’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata ‒‒ in un primo tempo anche membro della Società Teosofica ‒‒ dedicò la sua vita allo studio della magia e dell’occulto. Dion Fortune non solo rivolse costante, instancabile attenzione ad ulteriori, invisibili dimensioni dell’esistenza e si mise in comunicazione con entità proprie di altre realtà ma riconobbe ed ebbe grande considerazione delle potenzialità spirituali di ogni donna. Medium esperta, profonda conoscitrice delle dottrine esoteriche e delle leggende arturiane, consapevole delle energie e significati dei sogni e dell’immaginazione precorse molti suoi contemporanei comprendendo la straordinaria rilevanza della psicoanalisi ‒‒ in particolare nutrì interesse per Jung “who was more obviously a magician himself, though a very discreet one”. Nonostante debba scontare un’immeritata condizione di oblio, rappresenterebbe un’interessante soggetto di indagine poiché non fu solo rigorosa autrice di prosa seria e complessa sull’esoterismo ma anche scrittrice di interessanti opere narrative. Alan Richardson, Priestess The Life and Magic of Dion Fortune, Loughborough: Thoth Publications, 2007, p. 77.

[17] Evelyn Underhill, The Essentials of Mysticism and Other Essays, Oxford: Oneworld Publications, 1999, p. 130.

[18] Dion Fortune, Esoteric Orders and Their Work, Maine: Samuel Weiser Inc., 2000, p. 55.

[19] Janet Oppenheim, The Other World Spiritualism and Psychical Research in England, 1850-1914, Cambridge: Cambridge University Press, 1985, p. 2.

[20] A buon diritto fu un epoca denominata “age of science” in cui soltanto i fenomeni evidenti ai sensi e spiegabili “appeared ever more authoritative even irrefutabile” Oppenheim, The Other, p. 119.

[21] Oppenheim, The Other World, p. 131.

[22] Gerda Walter, Fenomenologia della mistica, a cura di Angelo Radaelli, Milano: Edizioni Glossa, 2008, p. 170.

[23] D’altra parte, come dichiarava nel suo ultimo anno di vita, la scrittura era la ragione e suprema necessità della sua vita. Woolf, Diario, p. 458. “[…] devo seguire questa mia strada, non imitarne un’altra. Questa la sola giustificazione del mio vivere, scrivere.”; o ancora p. 463. “Merluzzo e salsicce. Credo sia vero che, scrivendone, ci si rende in qualche modo padroni del merluzzo e delle salsicce”.

[24] Nicola Bown, Carolyn Burdett and Pamela Thurschwell, The Victorian Supernatural, Cambridge: Cambridge University Press, 2004, p. 1.

[25]Bown, Victorian Supernatural, p. 2. “telepathy, ghosts, Spiritualism, second sight, dreams, reincarnation and the divine aspect of Christ”.

[26] Ibid.,

[27] Blum, Ghost Hunters, p. 121.

[28] Oppenheim, The Other World, p. 149.

[29] Underhill, The Essentials of Mysticism, p. 103. Evelyn Underhill riprenderà questo concetto quasi vent’anni più tardi in quello che,

nella sua illuminante prefazione, la teologa definì un libro personale poiché non intendeva essere un trattato per esporre una tesi determinata o ancor meno un manuale teorico riguardo la vita spirituale ma piuttosto una libera raccolta dei suoi pensieri “as they have moved to and fro during the last few years” su temi, quali l’indagine della realtà o l’interpretazione di alcune esperienze, che con passione avevano concentrato il suo pensiero. All’inizio della seconda delle quattro sezioni in cui l’opera è divisa Underhill definisce un luogo comune la natura anfibia dell’uomo, una creatura di confine “set between the unseen and the seen”: è impossibile spiegare la vita dell’uomo solo in termini fisici così come non lo si può fare facendo appello unicamente alla spiritualità. Ne consegue da questa idea una considerazione altrettanto importante, ma quasi mai riconosciuta pienamente: la verità riguardo la nostra condizione unica “our mysterious capacity for God”. Queste premesse implicano secondo Underhill che nell’essere umano è presente una briciola, un seme che appartiene già all’ordine divino.

[30] Walter, Fenomenologia della mistica, p. 25.

[31] Marlene Tromp, Altered States Sex, Nation, Drugs, and Self-Transformation in Victorian Spiritualism, New York: State University of New York Press, 2006, p. 3.

[32] Underhill, Golden Sequence, p. 46.

[33] Bown, Victorian Supernatural, p. 30.

[34] Ibid., p. 30

[35] Blum, Ghost Hunters, p. 39.

[36] Ricordo che proprio nel II volume in cui è suddivisa l’opera più fortunata di Charlotte Brontë compare la disarmante dichiarazione della protagonista di una contrastata e spesso incomprensibile componente di mistero in questo mondo. I presentimenti o quelle che Jane Eyre definiva simpatie fra persone lontane nel tempo e nello spazio, che nel primo decennio del nuovo secolo verranno definite in modo più scientifico “corrispondenze telepatiche”, erano fenomeni “whose workings baffle mortal comprehension”, Brontë, Jane Eyre, p. 248.

[37] Catherine Crowe, The Night Side of Nature; Or, Ghosts and Ghost Seers, La Vergne: General Books Publication, 2009, p. 145.

[38] Catherine Crowe, Spiritualism, And The Age We Live In, London: T. C. Newby Publisher, 1859, p. 104.

[39] Crowe, Night Side of Nature, p. 139. “for we perfectly well know that some people are endowed with an acuteness of sense, or power of perception, which is utterly incomprehensible to others”.

[40] Ibid., p. 136.

[41] Evelyn Underhill, Mysticism A Study in Nature and Development of Spiritual Consciousness, Stilwell: Digireads.com Publishing, 2005, p. 43.

[42] Charles Dickens che recensì il libro di Catherine Crowe per l’Examiner espresse dubbi sull’autenticità di alcuni dei fantasmi che apparivano nell’antologia e criticò l’incondizionata fiducia dell’autrice sulle stupefacenti apparizioni di defunti dal momento che spesso la visione dei fantasmi poteva essere spiegata da comuni disturbi mentali o al più simili esperienze soprannaturali potevano verificarsi (come peraltro Crowe riconobbe di esserne consapevole) in quei momenti in cui la facoltà percettiva è annebbiata “between sleeping and waking”. Bown, Victorian Supernatural, p. 45.

[43] Crowe, Night Side, p. 2.

[44] Ibid., p. 5.

[45] Ibid., p. 6.

[46] Ibid., “[…] and there seems much reason to believe that the dissolution of the connection between the soul and body produces far less change in the former […]” p. 124.

[47] Ibid., p. 1.

[48] Ibid., p. 7.

[49] Ibid., p. 43.

[50] Faccio qui riferimento al pensiero filosofico appartenente alla corrente fenomenologica e in particolare all’interpretazione del reale proposta dalla pensatrice-fenomenologa tedesca Hedwig Conrad-Martius. Eludendo ogni sistema di pensiero e di indagine restrittivo che esclude dal suo ambito qualsiasi atteggiamento di ricerca che non vi rientra bisogna riconoscere l’importanza di una lettura della realtà che “privilegia l’intuizione e la disponibilità al vedere”, quella “visione spirituale” o “conoscenza intuitiva”di cui scrive anche Catherine Crowe che lascia spazio e accoglie anche ciò che rimane inconoscibile o all’approccio assurdo, che fa rimanere in prossimità della verità ma senza mai afferrarla eppure abbandonarsi con fiducia perché si compiono “subitanee illuminazioni” che ricompongono la frammentarietà e gli inevitabili conflitti di questa vita. Angela Ales Bello, Fenomenologia dell’essere umano lineamenti di una filosofia al femminile, Roma: Citta Nuova Editrice, 1992, pp. 156-172.

[51] Mary Butts, Ashe of Rings and Other Writings, New York: McPherson & Company Publishers, 1998, p. 334.

[52] Roslyn Reso Foy, Ritual, Myth, and Mysticism in the Work of Mary Butts Between Feminism and Modernism, Fayetteville: The University of Arkansas Press, 2000, p. 16.

[53] Butts, Ashe of Rings, p. 333.

[54] Underhill, Golden Sequence, p. 16.

[55] Butts, Ashe of Rings, p. 334.

[56] Ibid., p. 335.

[57] Walther, Fenomenologia, p. 170.

[58] Foy, Ritual, Myth, and Mysticism, p. 27.

[59] Ibid., p. 27

[60] Butts, Ashe of Rings, p. 344.

[61] Ibid., p. 353.

[62] Ibid., p. 357. “If it is difficult to end this study, it is harder to draw conclusions from it. So many names occur, and there is no space in which to deal with them. Ghost-anthologies have become popular, and contain such names as Conrad, Ethel Coburn Mayne and Violet Hunt”.

[63]  Ibid., p. 358.

[64]  Ibid., p. 340.

[65] Ibid., p. 345.

[66] La stessa Agatha Christie era una grande appassionata dell’occulto e vi sono alcuni romanzi o semplici racconti in cui indulge su tali temi. La creatrice dei due detective della letteratura più noti e amati nel mondo era peraltro molto ammirata dalla scrittrice Mary Butts. Quest’ultima, infatti, la incluse in una sua personale lista dei migliori giallisti “Best Murders […] were by Dorothy Sayers, Austin Freeman, Berkeley, Agatha Christie, Fletcher, Mason ― Farjeon” e spesso ne recensì il lavoro così come quello, ovviamente, di molti altri letterati suoi contemporanei “[…] it is clear that she read the works of many of her now more famous contemporaries: Vera Brittain, Ezra Pound, Llewelyn Powys, Agatha Christie and Robert Graves” Nathalie Blondel, Mary Butts Scenes from the Life, New York: McPherson & Company Publishers, pp. 262-298.

[67] Agatha Christie, Un cavallo per la strega, traduzione di Lidia Ballanti, Milano: Oscar Mondadori Editore, 1983, p. 66.

[68] Sue Monk Kidd, La vita segreta delle api, traduzione di Paola Frezza Pavese, Milano: Mondadori, 2006, p. 69.

[69] Banana Yoshimoto, High & Dry Primo amore, Milano: Feltrinelli Editore, 2004, p. 25.

[70] Liliana Martino Cusin, Sotto lo stesso cielo, Genova: Le Mani, 2003, p. 112.

[71]Sue Monk Kidd, When the Heart Waits Spiritual Direction for Life’s Sacred Questions, New York: HarperCollins, 2006, p. 29.

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