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“Etnografía terrona de sujetos excéntricos” di Maria Livia Alga

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

“Gracias al archipiélago postexotico, a sus mares y a sus tormentas, a los vientos y a los nacimientos, a nuestras genealogias”: sono parole infilate da Maria Livia Alga nella collana di ringraziamenti che chiude Etnografía “terrona” de sujetos excéntricos (Ediciones Bellaterra, Barcelona 2018), un innovativo e articolato lavoro di etnografia incarnata femminista multisituata.  La grazia di quella frase si dispiega attraverso l’accostamento semantico di paesaggi marini (arcipelago, mari, tempeste che generano flusso e movimento incessante) a genealogie tenute in ombra (come quella della ‘terrona’) che hanno tuttavia partorito nuove nascite che abitano negli arcipelaghi cui Livia dà riconoscimento, soggetti mai davvero ‘situati’, come l’antropologa Mari Luz Esteban, le filosofe della comunità filosofica Diotima di Verona, della Casa di Ramia e altre “case grandi”.  Queste comunità-arcipelaghi collegati da strade d’acque senza confini, sono messe in rete proprio dagli attraversamenti dell’autrice, terrona da tempo in mobilità spaziale, intellettuale e relazionale.  Il movimento che producono i soggetti in transito tra geocorpografie liquide crea un flusso di rinnovamento di pratiche e immaginari postesotici generati dalla ricerca e sperimentazione, da parte delle camminanti tra arcipelaghi, di nuovi orizzonti epistemologici ed emozionali femministi, controegemonici, ecologistici, decoloniali, indisciplinaristi. Nel paragrafo conclusivo del libro, “Práticas etnograficas postexóticas”, in cui sono sintetizzati gli elementi principali che costituiscono l’etnografia postesotica, questa viene definita “un aspetto del postcoloniale che studia [tra l’altro] la relazione tra l’equilibrio del potere, l’immaginazione e la fantasia, … la dinamica assimilazione/integrazione/mercantilizzazione delle differenze, la retorica del multiculturalismo” (p. 324). Le conclusioni possono di fatto leggersi come il manifesto “di una visione etnografica che si costruisce nel confronto con la vita quotidiana delle comunità cui può aderire l’antropologa, contribuendo a costruirla e nutrirla” (p. 323).

Come le nuove nascite menzionate da Livia in quel ‘grazie’ finale avvengono nell’incrocio dei mari e non riconoscono check-points, le nuove metodologie e strategie d’investigazione, c’insegna il libro, non possono avere muri disciplinari o culturali o linguistici, né lavorano alla semplice rimessa in circolazione di narrazioni sotterrate dalla storia ufficiale. Per cui, quando l’autrice assume il compito di ripartire dalla figura-categoria di ‘terrona’ non intende semplicisticamente confutare la delegittimazione e inferiorizzazione di una figura subalterna, e quindi porsi in una posizione rivendicativa o giustificativa, ma desidera dissotterrare la geo-corpo-etnografia della ‘terronità’. In questo scarto dal pensiero disciplinaristico della ‘modernità’ a quello critico femminista e postesotico, Livia attua una riconnessione con la storia delle dissidenze, e si pone in dialogo con il lavoro sociologico ed epistemologico di studiose che hanno operato sommovimenti nei saperi e nelle pratiche femministe transnazionali, sebbene i suoi riferimenti bibliografici siano in gran parte attinti da studi postcoloniali e di genere dell’area europea e atlantica che non hanno ancora assunto la prospettiva femminista decolonizzante del Sud oltremare, la conoscenza-consapevolezza delle meticce, delle ‘colorate’ e indigene la cui geocorpografia è segnata dal quel che io chiamo passaggio TransMediterrAtlantico, e il cui pensiero critico è genealogicamente segnato dalla tratta e colonizzazione proveniente dal Mediterraneo con rotta Africa (col fine di  colonizzare e prelevare schiavi) e sbarco nelle Americhe (col fine di colonizzare  e istituzionalizzare la schiavitù).

Voce significativa della nuova generazione di donne ricercatrici che – come scrive nel bel prologo la teorica dell’antropologia incarnata Mari Luz Esteban– vanno molto oltre la disciplina, trasgredendo ed espandendo “i limiti dell’etnografia” (p. 10), l’autrice assume nella sua autoetnografia  e metodologia di disarticolazione dalle discipline e dalle identità canoniche la posizionalità di ‘terrona’ nell’ora e qui, nel tempo di crisi delle coordinate disciplinari di esotismo/orientalismo e (post)colonialità; ora e qui in giorni duri di nuove schiavitù e discriminazioni razziali, economiche e sessuali in cui, tuttavia, sottolinea nell’Introduzione, si sperimentano nuove pratiche di coalizioni trasversali capaci di andare oltre le rivendicazioni identitarie o separatiste lavorando alla creazione di posizioni politiche e immaginari innovativi, oltre le categorie occidentali universalizzanti e omologanti quali, ad esempio: lesbica e lesbismo, femminista e femminismo, queer, genealogia, ecc.

Mari Luz Esteban coglie in pieno l’essenza attivista e in(ter)disciplinarista di questo lavoro laddove evidenzia come Livia usi i termini ‘post-esotica’ e ‘terrona’ secondo un procedimento proprio degli studi subalterni: “per recuperare e utilizzare in modo controegemonico un termine peggiorativo applicato ai settori subalterni, ridefinendolo e attribuendogli una identità positive”. In particolare, l’aggettivo ‘postesotico’ è utilizzato “per descrivere la prospettiva secondo cui il rigore dell’analisi è nutrito dall’immaginazione, dalla fantasia e dalla creazione artistica” (in: Alga, p. 10).

La narrazione spiraliforme di Livia Alga – articolata in una illuminante Introduzione, cinque capitoli con sottosezioni discorsivamente concatenate e assolutamente imprescindibili, e le conclusioni-manifesto – mostra come lo stare dentro i movimenti di (r)esistenza, spiazzamento e disconnessione (delinking) da categorie, discipline, politiche e immaginari ancora prepotentemente egemonici, patriarcali e coloniali richiede a chi lavora intessendo raccordi e flussi tra antropologia, etnografia e studi di genere, di porsi entro le genealogie dissidenti, postcoloniali e postesotiche. A questi tre aggettivi, aggiungerei ‘decoloniale’ e ‘femminista’, così come ci ha insegnato il lavoro seminale intorno a  decolonialità e consapevolezza-coscienza-conoscenza femminista di Maria Lugones [1], la filosofia della coscienza che da quasi tre decenni, operando in stretto rapporto con la coalizione Mujeres de Color, ha introdotto la riflessione su colonialità e genere, radicalizzando le prospettive femministe,  e ha aperto la strada alle nuove generazioni di donne decoloniali di colore che, collegandosi alla genealogia delle donne native di Abya Yala  e “tejiendo de otro modo”  (tessendo in maniera differente) le epistemologie elaborate dalla scuola colonialità/modernità, stanno lavorando a una critica decoloniale dell’universale ‘donna’[2]. Problematizzando l’espressione ‘le donne’, procedono a  smantellare, delinkare, evidenziare le segnature egemoniche di una classificazione di ‘genere’ universalmente condivisa, al fine di decolonizzare i femminismi aprendo ‘la mirada’ (come si legge nel manifesto della rete di donne che ha assunto il nome di Abya Yala per sottolineare il legame genealogico alle lotte e alla resistenza delle indigene) e costruendo un’epistemologia femminista decoloniale dal Sud che talks back (ribatte) all’eurocentrismonordeuropeo – il che comporta far luce sull’ancora attiva  egemonia bianca dei femminismi occidentali e, conseguentemente,  mettere in crisi lo spazio-stato-concetto di genere in quanto infettato dai paradigmi razziali ( cfr., in particolare, i lavori di analisi culturale e sociologico e le pratiche attiviste di  Yuderkys Espinosa Miñoso , accessibile sulla sua pagina di academia.edu).

La metodologia di Livia Alga, proprio in quanto volta a investigare l’“etnografia terrona dei soggetti eccentrici” avvalendosi  di concetti quali etnografia multisituata; cartografie femministe, spazi d’intersezione; itinerari corporei e transiti incarnati – strumenti che sono anche nuclei  semantici da cui si originano  figurazioni per la disconnessione  da vecchie e nuove occidentalizzazione di poetiche, saperi, politiche – è straordinariamente innovativa anche rispetto agli studi di genere postcoloniali e geocorpografici occidentali, per quell’ancoraggio alla figura-concetto-narrazione della ‘terrona’.  La metodologia arcipelagica, insulare  e peninsulare[3]  non intende rimuovere/cancellare  la meridionalità, la subalternità di chi fatica, misconosciuta, tra terra e mare, né, come accade nell’Italia meridionale e insulare, l’ulteriore indicizzazione negativa, l’ ‘africanità’ incisa sulle facce insulari e peninsulari del Sud, ma si pone come uno strumento che ricerca pozze, fonti,  radici (acqua e terra) da cui emergono corpi non integrati, genealogie e ramificazioni dislocanti che pluralizzano e imbastardiscono l’antropologia e  la demografia delle identità. Si manifestano così comunità e moltitudini delle cosiddette minoranze, il cui orientamento è dato dalla bussola del non-nazionalismo (suggerisco di leggere attentamente il cap. 4 del volume,  “La orientación no es nacional”), non recinzioni, dismissione di  ogni tipo di confine e chiusura di porti. Proprio il crocevia che prende vita nei porti ha da sempre insegnato a peninsulari ed isolani che “ogni alterità è una parte di noi stessi” (p. 359).

In quanto minoranze, i terroni, i peninsulari, gli isolani e i bastardi  del sud che hanno dovuto emigrare, ma che hanno anche accolto l’arrivante, così come  le donne dissidenti del Sud globale, hanno appreso che la dis-aggregazione da nuove forme di colonizzazione genera nuove coalizioni e nuovi attivismi: la dis-aggregazione, il rovesciamento dello stigma ‘terrona’  da offesa e indice di oppressione a portatrice di resistenza e trasformazione, diventa metodologia di disconnessione da mai estinte metodologie dell’oppressione, da pulsioni coloniali, inferiorizzazioni, e non già tuffo nell’auto-annullamento (a questo proposito, cfr. in particolare il  capitolo 3, “En movimiento: identitades, pratica, espacios”).

Nuove aggregazioni, nuove pratiche, incontri arcipelagici di bastard*, reiett*, espuls*resistenti sono stati e spesso sono oscurati e silenziati dalla storia ufficiale che richiede di conformarsi a concetti moderni e universali eteronormativi, discriminatori soprattutto verso le minoranze e quindi i verso i ‘terroni’, gli ‘incolti ignoranti’, la terrona. Discriminazione verso il Sud, tutti i Sud, e ancor più verso i soggetti donna e i soggetti non eteronormati: gli (etero)ex-centrici che sono anche al contempo eteroeccentrici, eretici e terroni. Nel far luce sul lato più oscuro della terronità – il nesso terronità-colore della pelle-classe e genere – Livia, in quanto geografa di arcipelaghi mentali, sessuali e culturali smaschera la componente razzista che stigmatizza la terrona come ‘africana’, la condizione femminile più segnata dall’espropriazione di soggettività, corpo e saperi, ieri come oggi.

L’etnografia terrona multisituata e postesotica delineata da Livia Alga e il pensiero intersezionale che lei e altre antropologhe non disciplinariste femministe stanno elaborando, ci aiutano ad oltrepassare l’orientamento nazionalistico e fuoriuscire così dalle cartografie di omogeneizzazione globale costruite sull’architrave classe/razza/genere. Portare in scena l’etnografia decoloniale terrona è un’azione di delinking compiuto intorno, a partire da una narrazione specific-sited attraverso lo svelamento di stereotipi e politiche razziste, egemoniche, discriminatorie, sessiste, al fine di pervenire alla risignificazione delle relazioni e incontri sociali testimoniati da quella parola: terrona. In questo modo viene risignificata la storia e la forma di cosa fosse una terrona, che cos’è oggi e cosa può essere in futuro, lanciando così questa figura un tempo etichettata solo come subalterna e oppressa – la terrona, il terrone, la – verso le geo-corpo-grafie transizionali, transnazionali, denazionalizzanti  che  identificano nuove località immaginarie architettate grazie alle coalizioni di attivist* e artist* decoloniali insorgenti che, come le odierne genti in movimento globale, sono contemporaneamente corpi, incarnazioni, testimoni e interpreti di una genealogia che viene dal passato e si protende verso il futuro, i futuri(smi). GRAZIE, Livia e a presto. CIAO, dovunque tu sia. TI AMO!

 

[1] Il rifirimento è al saggio “Playfulness, ‘World’-Traveling, and Loving Perception,” incluso nell’antologia Making Face, Making Soul/Haciendo Caras, San Francisco, Aunt Lute, 1990, a cura di Gloria Anzaldua, grande precorritrice di elaborazioni e visioni poetico-politiche postcoloniali, decoloniali e femministe. Lugones invisionò una coalizione trasversale e sovranazionale di donne – che denominò appunto “Women of color” – in grado di trasformare le società a partire proprio dalla miscigenation di culture, conoscenze, lingue, arti, ecc. Va notato che secondo una lettura neutra del pensiero colonialità/modernità, il testo fondativo è quello del sociologo peruviano Anibal Quijano Colonialidad/ modernidad/racionalidad ( Perú Indígena. Año 13, 29:11-29.9), pubblicato nel 1991, un anno dopo quello di Lugones e di altri importanti lavori contenuti nel volume Making Face. Invero, si era in un momento di feconda riflessione da parte di studiosi e studiose, creativi e creatrici meso-americane o americane d’origine latina. Tra gli articoli seminali di  Maria Lugones imprescindibili per lo sviluppo del femminismo decoloniale, Colonialidad y género. (2008), Revista Tabula Rasa. (9): 73-101, e Toward a Decolonial Feminism (vol 25, issue 4, Special Issue: Feminist Legacies/Feminist Futures, Fall 2010, pp. 742-759).

[2] Yuderkys Espinosa Miñoso, Diana Gómez Correal, Karina Ochoa Muñoz, “Tejiendo de otro modo: Feminismo, epistemología y apuestas descoloniales en Abya Yala “, Popayán: Editorial Universidad del Cauca, 2014.

[3] Ho aggiunto i due ultimi aggettivi ad arcipelagico pensando ai terroni insulari siciliani e ai peninsulari pugliesi,  attivando di conseguenza un’operazione al contempo geo-politica e autoetnografica tra Livia e me.

 

 

 

 

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