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Erbacce, cumuli e solchi

Un percorso collettivo nell’insostenibile trama contemporanea

Pagina/13 è un foglio di scrittura studentesca nato grazie agli stimoli che comporta l’autogestione collettiva. Attraverso l’impaginazione e la stampa di articoli, racconti, narrazioni, fumetti, poesie ma anche incontri, conoscenze, riflessioni e discorsi, cerca di mantenere un terreno di scambio e confronto. Non abbiamo mai scritto sulla nostra esperienza e oltretutto non ne conserviamo una narrazione comune. Le righe che seguono sono state un incrocio di mani e di sguardi in cui il contenuto ha trascinato in qualche modo la forma.

L’anticamera, il movimento

I mesi dell’autunno 2008 sono scanditi dalle rivolte studentesche contro il decreto Gelmini riguardante l’istruzione italiana. In tutti gli atenei sono settimane di fermento, confronti, manifestazioni e cortei, formazione di collettivi e proliferare di assemblee. Il mondo dell’istruzione è in rapido movimento e si fa movimento: nasce, nominata dai media, l’Onda. A Verona come altrove le esperienze di lotta s’intrecciano con quelle di vita: questi due termini si fanno sempre più vicini fino ad aggrovigliarsi indissolubilmente. Si ha la sensazione di partecipare a qualcosa di più incisivo delle normali scaramucce con le istituzioni universitarie e presto i discorsi non restano legati agli spazi diligentemente assegnati, ma evadono, deviano nelle passeggiate fino a casa e invadono le tavole fino al fondo delle bottiglie. È sull’onda di questa effervescenza che il corteo del 30 ottobre culmina con l’occupazione dell’aula 1.6 del Polo Zanotto. Lo spazio autogestito – poi passato sotto lo status di “concessione” grazie alle abili manovre delle gerarchie universitarie – diventa ben presto lo specchio di ciò che in quei giorni si poteva respirare a pieni polmoni in Veronetta, il quartiere universitario.

I mesi d’esplosione del decreto Gelmini evidenziano i limiti dell’informazione generalista. Gli studenti italiani sentono sulla propria pelle la pesantezza dei media ufficiali, il loro gioco – la loro compromissione – con le istituzioni e persino la particolare capacità di soffocare il movimento stesso, dopo avergli donato un vigore impensato: eccolo allora a tratti elevato alla visibilità della prima pagina (celebrità per le vedette del movimento, interviste, pubblicazioni…), a tratti condannato con le logore parole d’ordine del discorso poliziesco (la violenza, il disordine, il disturbo). La questione non tarda a farsi centrale: se da un lato i media istituzionali(zzati) non rispondono in alcun modo alle necessità d’informazione degli studenti, d’altro canto neppure i canali più vicini a essi soddisfano questa esigenza. Così, mentre a livello nazionale nascono numerosi blog di informazione e siti web di coordinamento, Verona – città disabituata a certe modalità e dinamiche di lotta – subisce presto e suo malgrado le rigide tempistiche dettate da città più rapide e scaltre, forti forse di esperienze più fresche o di una storia ben più densa. Si cerca di seguire le università più grandi, l’ateneo romano e le grandi reti di resistenza universitaria che mobilitano ondate di studenti nelle varie piazze italiane, ma presto si fa sentire la spossatezza, la necessità di riposare, di prendere una pausa e di riconquistare i propri tempi di lotta e resistenza. Si sente anche la necessità di incanalare l’ossigeno dei racconti provenienti da altre città, farlo fluire sui propri passi, sui propri ritmi. Si sente la necessità, in altre parole, di far vivere gli anticorpi che si stanno tenacemente costruendo in comune.

Un gruppo di studenti che frequenta le giornaliere assemblee d’autogestione dell’aula 1.6 sente la necessità di colmare quel vuoto di informazione che nemmeno tale assemblea è in grado di soddisfare. Seppure non rinuncerà mai al contagio, comincia una sorta di distacco per sperimentare un percorso politico improvvisato, non certo privato, ma per lo meno non ancora battuto. Forse non appropriato, forse nemmeno facilmente condivisibile, ma certo segnato in profondità dall’urgenza di nuovi gesti e nuove disseminazioni. Non che fosse questione di creare una volta per tutte un’informazione più aderente a una presupposta verità, più chiara e trasparente. L’urgenza stava molto prima: tastare un percorso d’autogestione che sapesse mantenere vivi certi spazi di conflitto. L’intreccio di esperienze di vita e lotta, gli incontri e gli scambi, i visi e i corpi, disegnavano e disegnano una storia giornaliera, particolare e individuale e al medesimo tempo collettiva. Sono storie che pulsano, narrazioni che portano con sé già un principio di calligrafia, che necessitano raccontarsi ed essere raccontate, dette e rivissute, mantenute vive nella scrittura. Pagina/13 nasce con questo proposito e in quello spazio tenta di incidere.

Questione di qualche giorno: si gettano sul tavolo le prime idee, si fanno i primi tentativi di scrittura e impaginazione, si monta in fretta un blog nero su bianco e si racimolano le forze per la stampa e la distribuzione. Una mattina di novembre, sui tavoli dell’università, accanto ai soliti volantini pubblicitari e flyer di pub e discoteche, compare un intruso dalla grafica decisamente meno appariscente. Un semplice foglio A4 che raccoglie un paio di articoli, una vignetta, due fotografie e l’incipit di un racconto.

La vita, l’autofinanziamento

Iniziare a scrivere è sempre difficile, ma l’entusiasmo, l’agitazione e il disagio fanno miracoli. Nonostante l’inesperienza e i timidi approcci nei confronti di un mondo totalmente nuovo per tutti noi, si pubblica ogni giorno, inserendo articoli di attualità nazionale sul movimento, sulla politica estera, sulla situazione contingente veronese e tutto ciò che sostanzialmente ci preme. Il foglio inizia a comparire nei corridoi, nelle aule universitarie, nelle biblioteche, nelle aule studio e nei bar, così come in luoghi d’incontro con una lunga storia di lotta politica. Il problema economico delle stampe ci costringe a segnare fin da subito parte dei nostri discorsi, del nostro affannarci. Tuttavia con una certa tranquillità e serenità, ché la pirateria è un male duro da estirpare. Dopo alcuni mesi l’aula 1.6 viene sgomberata; già in primavera, lo slancio del movimento studentesco si perde e inizia così un momento di incertezza, immobilità e perfino riflusso in molti atenei.

Durante l’estate del primo anno, coloro che sino ad allora avevano animato pagina/13 decidono di prendere parte al bando di finanziamento dei gruppi studenteschi – costituirsi dunque come gruppo riconosciuto ufficialmente e usufruire dei fondi erogati. Questo comporta non pochi problemi a diversi livelli. Innanzitutto sul piano politico: si tratta di un foglio nato in un clima fortemente anti-istituzionale e apertamente critico nei confronti dell’università. Domandare i fondi a quest’ultima per le stampe, lega saldamente pagina/13 e università in un intreccio, se non contraddittorio, quantomeno complesso. Tuttavia ci si preoccupa poco di tale evidente contraddizione: si continua a scrivere, impaginare e distribuire.

Da foglio di controinformazione si trasforma lentamente in foglio di narrazioni – non certo una netta cesura, quanto piuttosto uno slittamento mai totalmente compiuto, spesso sofferto o revocato, certo non privo di tensioni, proprio a partire da quel termine, narrazioni, così logoro e abusato dal discorso politico dei capitalisti della democrazia, ma al contempo ancora così carico di intensità e poste in gioco. Slittamento che, marcato anche da un continuo cambio di sottotitoli che evidenzia l’incertezza della stessa proposta del foglio e la sua costitutiva instabilità, non è stato dettato dalla spinta del finanziamento istituzionale. In effetti pagina/13 non si trasforma a causa dei fondi, ma il fatto stesso che abbia pensato di usufruirne indica una profonda trasformazione già in atto. Così il finanziamento viene preso in considerazione, cercato, domandato e ottenuto, proprio perché esso incontra ora lo spazio necessario per svilupparsi, spazio prima semplicemente negato per differenti equilibri. In sostanza, per il peso che gli si attribuisce, non si tratta che di un contributo: non è un caso se i periodi di finanziamenti negati non corrisponderanno mai ai periodi di assenza e inoperosità del gruppo.

Un altro importante effetto del rapporto con l’istituzione universitaria, effetto ovvio ma non certo da sottovalutare, è l’uscita dall’alone di anonimato che l’ufficializzazione del foglio di scrittura impone a questo e dunque all’intera redazione. Il bando e il finanziamento implicano l’accettazione delle condizioni di trasparenza che l’istituzione domanda. Firme, nomi, responsabili: pagina/13 è tracciata e (rin)tracciabile. La sua esistenza e la sua storia diventano trasparenti più che visibili; una trasparenza figlia della dominazione oculare, in cui l’archiviazione è bieca conservazione di potenziali precedenti e nient’altro. Un retaggio in cui si è già da sempre colpevoli e prima o poi si dovrà rendere conto di un debito accumulato.

Con il riflusso del movimento universitario anche il foglio subisce dunque un cambio di rotta, smarcandosi dal contesto di lotta nazionale e aprendosi a scritture precedentemente spinte ai margini per la differente e battagliera atmosfera. Da qui il problema politico è evidente: se prima si pubblicava contro tutto un sistema – del quale si è però inesorabilmente parte – ora l’illusione di una propria estraneità a questo sistema si dissipa e la partita si gioca decisamente all’interno di questo stesso, e contemporaneamente contro di esso. In un certo senso, con i fondi, l’aggettivo “universitario” si è comprato il suo spazio in pagina/13 ed ha in qualche modo stretto la presa e costretto il foglio di scrittura in un regime normativo inscritto nell’economia delle illegalità. Per certi versi una vera e propria assicurazione da parte dell’università. Ad ogni modo l’ottica di pagina/13 rimane l’autofinanziamento e, sebbene ciò comporti ben altro, i fondi erogati dall’università resteranno un semplice contributo. La stessa assenza di profondo dibattito e confronto rispetto al vincolo economico-politico deciso dai fondi, segnala senza dubbio una leggerezza da parte nostra. Ma questa stessa leggerezza, forse un po’ ingenua, testimonia in qualche modo una facilità di movimento e spostamento, sfruttamento disinvolto della corrente che trascina, deviando e facendosi deviare.

La linea rimane sostanzialmente inalterata: tutto ciò che ci chiedono di pubblicare e ci piace, lo stampiamo e lo distribuiamo. Resta però il timore di non poter più trattare determinati temi con la medesima libertà. Che lo si voglia o no comincia a incidere l’autocensura, l’economia delle parole, i linguaggi, i contenuti: il risultato di ogni impaginazione porta tra le lettere un groviglio di strategie, tattiche e decisioni. Si tratta di giocare un anonimato diverso dalla semplice assenza di nome: un gioco al quale siamo tutti soggetti nel momento in cui sappiamo che qualcuno sta facendo di noi una silenziosa biografia, e di questa si servirà nei momenti più opportuni. Tuttavia il movimento si fa volutamente impreciso e distratto, scontrandosi a volte con la mancata concessione dei fondi per contenuti giudicati scorretti.

D’altra parte si tratta di una questione inesauribile: come può un foglio di scrittura informale, spesso informe, insubordinato e rivoltoso, dimostrarsi senza oneri per l’istituzione, quando la sua stessa circolazione, la sua stessa esistenza, sono per quest’istituzione nient’altro che un inciampo, un intralcio e un onere pressoché insostenibili? Forse, più che un ripiegamento in direzione dell’istituzione, l’ottenimento del finanziamento ha coinciso con il punto di visibilità della contraddizione che attraversa inevitabilmente ogni istituzione, proprio laddove quest’ultima tenta di pervadere ogni spazio, di inglobare e sussumere ogni attività spacciandosi per principio garante di ogni esistenza. In altre parole: proprio laddove ogni istituzione si scontra con la concretezza delle vite, e senza alcuna risoluzione possibile.

La questione è altrove

In fondo, nel percorso di pagina/13, nel turbine dei problemi, delle decisioni e delle mosse concrete, il punto del finanziamento ha sempre rivestito una parte residuale, e per questo importante. Si tratta della specifica funzione di un mezzo: tutto l’armamentario che, proprio in quanto tale, si dimentica al momento delle cose importanti – la coscienza dimentica di possedere ciò che emerge direttamente come pratica.

Quando il tempo si aggroviglia in un istante di densità e intensità particolarmente rilevante (come lo sono state le situazioni imbarazzanti in università: con il sindaco Tosi, il rettore di pellicce e bottoni, il giornalista ludico de “Il Giornale” il 16 novembre 2009; oppure ogni singolo momento di tripudio fascista per le strade), pagina/13 pare contorcersi e gonfiarsi, dilatarsi e pulsare, come un corpo in preda a un eccesso di sangue: un dimenarsi per rigettare qualcosa che è contemporaneamente all’esterno della propria pelle eppure conficcato e penetrante anche all’interno. Potrebbe riguardare ognuno, quando davanti a un momento saliente della propria esistenza, percepisce le alterazioni fisiologiche del proprio corpo, così forti da perdere il controllo e la censura. I cortei davanti alla polizia, le opposizioni in assemblee maggioritarie, una sorta di impotenza, l’essere spacciati. Ciò che accade a un corpo vivo nell’impatto con un tutto apparentemente compatto e aggressivo – «i volti cambiavano e io capivo che non qualcuno ma un sistema intero, un’aria stava arrivando a schiantarsi su noi» – è ciò che dalla nascita è sempre stata pagina/13, o meglio, le persone, i corpi, le vite e le storie, che stanno al fondo e la costituiscono. Si tratta di uno spazio di resistenza, il concreto farsi e disfarsi di ragionamenti e azioni di lotta, ma soprattutto di un corpo vivo, vivente. Per questo una sua storia, così come un discorso sul suo mezzo di sostentamento, pare una seduta di diapositive sulla sua propria vita: le si guarda, le si commenta, le si colloca in un quadro storico, e diapositiva per diapositiva, si costituisce la storia biologica di questa particolare vita. A ogni esempio, per ogni momento, più o meno riuscito, più o meno interessante, si tratta di cogliere (o strappare) dai ritratti di un vita, il loro motivo, il loro segreto, l’arcano motore che ha spinto verso ciò che è poi accaduto. C’è il tempo anche per questo, ma forse al termine della sera, dopo le lotte instancabili del giorno, quando il conforto notturno è luogo d’amici, per ordire di nuovo.

Pare l’incedere di un gruppo di individui con una sola torcia nel fitto dei palazzi: ciascuno con una sua prospettiva, un’attenzione, un’accortezza singolare nei confronti del mondo. E’ in questo modo che gli scritti che costituiscono la biografia di pagina/13 sono divenuti nel tempo terreno d’esplorazione fuori controllo. I racconti e i tentativi visionari, la precisa registrazione di dati così come le fotografie, le testimonianze, le polemiche, le note senza testo: ogni pezzo aveva in comune non solamente la stampa, l’accostamento fortuito sulla medesima pagina, bensì un clima e una consistenza ben precisi: quelli di un corpo artigianale senza fondamenta. Compaiono appunti dall’Iran, dalla Spagna o dalla Francia, racconti veronesi, e, più al largo, italiani; riflessioni sociali e ipotesi logiche per nuove categorie politiche; tentativi mascherati o azzardati di antifascismo odierno; piccoli momenti amorosi o di riposo. Se il corpus è talmente esteso da farne dimenticare i confini, il percorso del foglio nel tempo coincide con il mondo di un pugno di vite costrette, come le altre, all’abitare e al garantire, al preservare e al rivoltare ciò che di esse ogni giorno è in discussione: la permanenza. In questo modo, l’enorme costellazione delle tecniche di lotta e sopravvivenza critica (tra le quali figurano tanto l’autofinanziamento e il finanziamento, la pirateria e la solidarietà) non può darsi come solido punto d’approdo a uno status, ma piuttosto come un continua e affannosa ricerca di modi gioiosi d’esistere. Alle spalle di un benefit, tutto il panorama di corse, litigi, bottiglie da riempire, biciclette in due, incontri per la strada e propositi di puntualità, gente che si confessa, gente che si ritrova, nel groviglio dei motivi che porta, infine, a condividere gli stessi posti, per cercare insieme di fare a meno di tutti gli altri, di tutto un mondo. Il finanziamento ufficiale è così, per pagina/13, il punto d’appoggio cieco dimenticato da un’amministrazione. Così come un appartamento o un impiego lo sono per l’uomo. Se cade tutto, si sta un passo accanto a vederlo cadere, solidali tra le macerie.

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