La rivista »

Due voci vicine e diverse sul pensiero di Etty Hillesum

 

I libri che qui presento sono dedicati entrambi ai diari e alle lettere di Etty Hillesum, al suo pensiero vivente. Le date di pubblicazione sono molto vicine: quello di Giancarlo Gaeta, Il privilegio di giudicare. Scritti su Etty Hillesum, (Apeiron ed.) è del 2016. L’altro, di Antonella Fimiani, Donna della parola. Etty Hillesum e la scrittura che dà origine al mondo, (Apeiron ed.) è del 2017. Sia l’uno che l’altro fanno riferimento alla traduzione dell’edizione integrale dei diari della Hillesum, quella Adelphi del 2012. È un riferimento importante perché allarga la considerazione delle linee evolutive del suo pensiero mettendo maggiormente a fuoco alcuni aspetti – ad esempio il peso del suo rapporto con Spier – rispetto a studi che si erano basati sul diario precedentemente tradotto in Italia in forma ridotta.

Una visione accomuna i due testi: Etty Hillesum è radicalmente attenta ai fatti storici che avvengono durante l’occupazione nazista di Amsterdam e il disegno dell’Europa che si delinea, ma l’organo di questa intelligenza profonda è il proprio sentire, che lei scopre e dipana nella scrittura dei diari. Come avviene tale circolarità? Prendere in considerazione e soppesare gli avvenimenti e le persone implica allargare l’anima, dunque trasformarsi soggettivamente. Ma il percorso di attenzione ai fatti storici, alle donne e agli uomini in essi coinvolti, richiede anche di più di questo: il formulare un linguaggio radicalmente nuovo, che dia conto della discontinuità storica che lei e i suoi contemporanei vivevano. Hillesum cercava questo.

Sia Gaeta che Antonella Fimiani portano a confronto l’impegno nella scrittura di Etty Hillesum a quello di Hannah Arendt non solo perché coinvolte personalmente nello sbrogliare la matassa degli eventi che coinvolgono il popolo ebraico durante la persecuzione nazista, ma proprio perché entrambe si appoggiano nel fare questo alla narrazione intesa come capacità di dare realtà a ciò che altrimenti potrebbe apparire insensato e inconcepibile. Arendt scrive da lontano, Hillesum dall’interno di questa situazione.  Narrare comunque come esercizio di verità riguardo a ciò in cui si è implicati, da lontano o da vicino. La Hillesum in particolare pensava che questo potesse contribuire ad una crescita comune di civiltà affinché non potesse più ripetersi la condizione di oppressione creata dal nazionalsocialismo nella maggior parte dell’Europa.

Entrambi, Gaeta e Fimiani, fanno riferimento non a caso a quella riflessione di Hillesum particolarmente illuminante in questa direzione: «E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e diventare fattori di crescita e di comprensione, – allora non siamo una generazione vitale». È un brano tratto dal diario a pag. 56 della nuova edizione.

In coerenza con ciò Giancarlo Gaeta definisce il diario della Hillesum non solo qualcosa di più, ma di profondamente diverso dalla registrazione e descrizione dei fatti: «La funzione del diario è per lei di mettere chiarezza nei propri stati d’animo, perché solo attraverso se stessa può tentare di capire gli altri e sviluppare un’autentica capacità creativa. In questo senso credo si debba considerare il diario un’opera compiuta» (pag. 122). Dunque non un’opera di testimonianza, ma molto di più e di più grande. La parola “testimonianza” infatti mi pare fuorviante, nonostante sia la prima a cui pensiamo nel leggere i diari, come mostra Fimiani.

Sono partita nel mostrare il terreno di fondo comune sul quale i due libri costruiscono l’interpretazione. Tuttavia il taglio poi è diverso, diversa la piega che viene data agli scritti di Hillesum. Nel caso di Gaeta è il piano storico politico ad interessarlo. Ed esattamente nella direzione che gli imprime Hillesum cioè in risonanza con un percorso religioso, originale, creativo, non ideologico. Nel libro di Antonella Fimiani si avverte tutta la passione che lei stessa ha per il legame che la Hillesum mette in campo tra trasformazione soggettiva e scrittura, tra impegno esistenziale e condivisione del linguaggio, tra ricerca di libertà e sperimentazione della forma artistica.

A mio modo di vedere questo taglio diverso è evidente nella differente interpretazione data all’avvicinarsi a Dio che Etty descrive nel corso del diario. Naturalmente entrambi commentano la novità sul piano simbolico, formulata ancor prima del dio dopo Auschwitz di Hans Jonas, di una presa in carico di un Dio fragile, che ha bisogno degli esseri umani, un Dio da salvare ogni giorno dentro di noi e dentro coloro che incontriamo. Poi però Gaeta è particolarmente attento al percorso di Hillesum a cui riconosce una religiosità, ma diversa e originale rispetto ad una religione di fede, basata su un credo condiviso. Dio è il nome adoperato per quello spazio interiore che le ha permesso di sbrogliare pazientemente la matassa contorta e dolorosa di avvenimenti, in modo da trovare una strada che distinguesse tra i gesti, le parole, i pensieri orientati da un pensiero e dall’altra il lasciarsi andare alle reazioni immediate, al salvare il proprio, alla disperazione e l’angoscia. Dio indica quello spazio interiore che ha avuto come effetto che quello di poter trovare una misura non solo per la propria vita ma anche per quella degli altri. Non è affatto una questione di bene contrapposto al male, ma tra una attenzione al significato dei fatti con il loro risvolto esistenziale e l’andare alla deriva, sballottati e a caso. Gaeta riconosce di Hillesum la crescita interiore e la consuetudine esistenziale con Dio ma perché questo porta ad una leva di modificazione nel rapporto con il mondo. Sono rimasta molto colpita che dica che quello di Hillesum è un pensiero pienamente politico.

Antonella Fimiani interpreta l’intenzione di Hillesum di salvare un pezzetto di Dio in noi stessi come una generazione materna di Dio in noi, nell’ascolto di Dio. È una posizione che le permette di aggirare e non sottomettersi all’ascetismo, all’etica, al perbenismo e ai sensi di colpa. È il punto di leva per la libertà propria e di altri. Fimiani è attenta a tutti gli effetti di soggettivazione, di trasformazione che questo nome, Dio, provoca sul piano esistenziale. Un nome, che forse non è un nome, ma una metafora. Certo non ha consistenza ontologica, nonostante e proprio perché entra in circolo con la nostra trasformazione soggettiva.

Dovendo stringere in una immagine il testo di Fimiani, direi che il suo studio è caratterizzato dal grande spazio dato alle riflessioni di Hillesum sulla scrittura, sull’arte, sulla forma. Ad esempio viene ampiamente sviluppato il confronto tra Etty Hillesum e Rainer Maria Rilke a partire dal fatto che per Hillesum Rilke ha rappresentato dapprima un modello e poi un seme fruttuoso per il suo andare nella scrittura nel tentativo di restituire la verità anche dolorosa del reale. Sarebbe interessante ricostruire la funzione che Rilke ha avuto per molte lettrici di questo periodo della seconda guerra mondiale, come si ricava da diversi testi di questo periodo. Accanto a quello di Rilke, altrettanto importante il legame che Fimiani vede tra Etty e l’amico giornalista Philip Mechanicus, entrambi nel campo di smistamento come ultimo passaggio verso la morte. Fimiani mette bene in evidenza la differenza tra i due. Mechanicus più vicino alla descrizione e al distacco ironico, Hillesum impegnata nella ricerca della verità di quello che accade per stabilire una priorità di ciò che è essenziale rispetto a quel che è secondario. E tuttavia entrambi presi dal guardare, capire, scrivere nel campo di smistamento.

 

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+