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Dos textos cercanos

 

Pensadoras del Siglo XX.

Aportaciones al pensamiento filosófico femenino.

a cura di Fina Birulés e Rosa Rius, Madrid, Instituto de la Mujer 2011.

 

Etty Hillesum. Un ungüent per a tantes ferides.

Adrià Chavarria, València, Editorial Denes, collana Rent 2011.

 

Ho vissuto da vicino la comparsa di questi due libri. Anche se in modi molto diversi, entrambi mi hanno attravversato anche prima di leggergli. Può essere un segno che nelle sue pagine rimanga scritto il mio nome, ma questo senso forte di coinvolgimento va oltre la partecipazione in essi. Punta direttamente a una passione polisemicamente vissuta in comune. Avevo scelto altri libri, ma quando mi sono arrivati alle mani questi due volumi poche settimane fa ho cominciato a cambiare idea. E se finalmente ho deciso di presentarvi una piccola nota su Pensadoras del Siglo XX. Aportaciones al pensamiento filosófico femenino e una sorta di preludio a Etty Hillesum. Un ungüent per a tantes ferides è perché sono certa che il valore di entrambi eccede assolutamente la vanità del nome proprio.

Il primo libro, Pensadoras del Siglo XX. Aportaciones al pensamiento filosófico femenino, si tratta di un compendio di saggi curato da Fina Birulés e Rosa Rius, professoresse entrambe dell’Università di Barcelona e anime complici del Seminario «Filosofia i Gènere» che celebra due decade di esistenza dedicate a lavorare sulla produzione filosofica femminile. Il libro è diviso in cinque sezioni intitolate ognuna col nome di una filosofa. Alcuni di questi nomi come Hannah Arendt, Simone Weil o María Zambrano sono ormai molto noti al pubblico, anche grazie al lavoro di questo e tanti altri gruppi di donne che hanno dedicato il loro tempo a ricuperare i loro pensieri, tradurre i loro testi e riflettere su e con loro. Altri sono molto meno conosciuti dentro e fuori dell’accademia come Jeanne Hersch e, sopratutto, Rachel Bespaloff, la pensatrice di origine ucraniana autrice di un affascinante studio sulla Iliade —tradotto allo spagnolo e al catalano da Rosa Rius. Includere questi nuovi nomi nello spazio de visibilità, come osserva la stessa Rosa Rius, è «motivo di celebrazione» (p. 141).

Mi è impossibile offrire un resoconto delle diverse prospettive di analisi con cui le autrici dei saggi che compongono questo volume —oltre  Fina e Rosa, Carmen Revilla, Elena Laurenzi, Marta Segarra, Georgina Rabassó e Àngela Lorena Fuster— approciano alcuni aspetti del ricco pensiero delle filosofe scelte. Mi accontenterò con invitare alla lettura e ad accennare ai pressuposti che incorniciano la ricerca individuale sul pensiero di queste donne, cosa che mi permette di mettere a fuoco il punto in cui i due libri che presento si complementano.

Entrambi si nodriscono della convinzione enunciata da Fina Birulés nella Introduzione che «il femminile si declini in plurale» e hanno come obiettivo comune «far parlare le donne perché ci dicano chi sono o chi sono state» (p. 9). Nascono anche dalla volontà di ricostruire una genealogia di pensiero e parole femminili, che come la stessa Fina avverte, non mira soltanto «a riparare una ingiustizia storica, ma anche ad indicare le lacune del sapere dominante» (ibid.). Nella filosofia, tanto le lacune quanto la ingiustizia persitono, poiché come viene indicato da Rosa Rius, «nel campo della filosofia continua a riprodursi una sorta di processo che regge le presenze e le mancanze» nei diversi mezzi e spazi di difusione (p. 141). Le filosofe studiate non rientrano nelle diverse ortodossie ed scuole e questa può essere una spiegazione in più per la mancanza di trasmisione. Ma nella combinazione di lavoro di critica e construzione diventa basilare domandarsi anche, come viene indicato già nella Introduzione, che significa parlare di tradizione di un pensiero femminile quando si evvidenzia il fatto che in tanti casi queste pensatrici non si conoscono tra di loro e in tanti altri si può parlare di coincidenze, ma non di influenze conscie di une sulle altre, e neanche di continuità. È per questo che diventa metodologicamente importante la domanda sulla tradizione, persino oltre al fatto che la tradizione si costruisce sulla esclusione delle donne. Fino al punto che forse, come si insinua,  sarebbe più giusto adoperare l’espressione con cui Arendt si riferisce agli uomini che non sono completamente nel mondo: «tradizione nascosta» (p. 11 e ss.).

Con questa ipotesi continua a lavorare il Seminario, attendendo al frammento e all’indizio e indagando su una tradizione di individualità che storicamente non hanno avuto le istituzioni che trasmettano le loro voci.

E di questo Seminario formava parte l’autore del secondo libro che ci tengo a farvi conoscere, Etty Hillesum. Un ungüent per a tantes ferides di Adrià Chavarria (Tortosa 1972- Barcelona 2009). Questo studio che abbiamo la fortuna di leggere grazie all’impegno intelligente, alla fedeltà amichevole e al lavoro delicato di Emilia Bea è soltanto una parte dell’ambizioso progetto che illusionò Adrià Chavarria fino a l’ultimo giorno della sua vita. Una mostra significativa di uno dei vari progetti filosofici e letterari che facevano luccicare gli occhi di questo saggista, critico letterario e poeta quando i suoi occhi erano ormai troppo grandi. Nel prologo scritto da Emilia Bea, chi ha curato l’edizione completando i capitoli lasciati incompiuti dall’autore con altre note scritte da lui, si sente già un palpito che attraversa il libro: l’ammirazione di chi scrive per una donna capace di trarre senso,  profondità di conoscenza dell’umano e del divino e di trovare in questo un principio più pregnante di responsabilità dinanzi alla passione del suo popolo e davanti alla sua propria passione.

Come lui stesso dichiara nel primo dei quattro capitoli che compongono questo libro —il cui disegno iniziale ne progettava nove—, uno dei motivi che lo animarono alla ricerca fu il contribuire non soltanto alla conoscenza dell’opera di Esther Hillesum nell’ambito di lingua catalana, ma al movimento di fare nostra questa voce lucida in mezzo ai momenti di ombra e crisi: trarre alimento spirituale dalle sue parole comestibili (p. 33 e 36-37). Con questo animo l’autore ci lascia uno studio attento allo spirito e alla forma delle parole di chi aveva la speranza di essere cronista del suo tempo, nonostante la certezza della sua morte precoce, perché si sapeva toccata dal dono della scrittura. Parole arrivate all’autore attraverso le diverse traduzioni dell’opera scritta in olandese. Attento anche a stabilire i punti di convergenza con altre pensatrici che formano parte di quella genealogia letteraria femminile nascosta —come si osserva anche nelle abbondanti note che accompagnano il testo—, e molto riconoscente con gli studi precedenti, tra cui spunta /sorge/salta fuori, per il suo valore e la influenza sulla sua ricerca, il libro di Wanda Tommasi, Etty Hillesum. La intelligenza del cuore.

Del rapporto corpo a corpo che Adrià mantenne con Hillesum e che si trova nella base del suo impegno etico-politico per farla nostra, ne da ragione il titolo: Etty fu un balsamo per tante ferite e tra queste anche per le ferite proprie. Un pensiero benefico per un uomo complesso e tenace nella sua passione, che mette a fuoco puntualmente e senza veli il suo accordo con i pensieri e le attitudini della pensatrice olandese.

La riflessione sulla morte e la importanza vitale di caricare con la memoria apre le pagine di questo studio che raccoglie i principali filoni dell’interpretazione dell’autore dell’opera di Hillesum insieme ai punti nodali di una personalissima scommessa, la sua. Convinto dall’importanza della voce spirituale delle donne che nel secolo XX avevano pensato controcorrente, in un ambiente ostile e nei margini di una tradizione che le aveva negate, Adrià fece la sua scommessa per i refrattari al potere e alla forza. Cosí, come resta chiaro anche in queste pagine, si alleò dall’inizio del suo intenso percorso di studio, traduzione e difussione con quei pensieri desiderosi d’una «nuova umanità»; anzitutto con lo sforzo sgretolante di poete e pensatrici tanto care a lui come Helena Valentí e Maria Mercè Marçal o Simone Weil, Sarah Kofman, Ingeborg Bachmann, Hannah Arendt e, finalmente, Etty Hillesum. In seguito alla scoperta del pensiero di Esther Hillesum, Adrià decise di portare avanti una analisi di tutte le sue opere che restituisse una immagine abbastanza completa di una donna che per lui costituiva «una delle voci più sottili della letteratura di “testimone” sugli evventi che sono accaduti in Europa con lo sviluppo della forza dei totalitarismi» (p. 37).

Di fronte alla specificità del Diario di Hillesum, dove l’urgenza del racconto del vissuto riscatta la durezza e la bellezza della vita prescindendo di riflessioni storico-politiche esaustive, Adrià non dubbita a sottolineare il fatto che la differenza sessuale è un dato determinante non soltanto nella forma di questo scritto testimoniale ma anche nel rapporto tra i lettori e lo spirito dell’opera scritta da una donna. In lotta contro la posizione storica che lo definisce come uomo, lui riconosce traccia nel ruolo centrale che l’amore —non possessivo e che lascia essere in libertà— ha nella esistenza di Hillesum e nella visione di un Dio necessitato dall’aiuto umano che lei rende nei suoi manoscritti, anticipando la teologia post-exterminio.

Con una sensibilità impregnata dalla sua intimità con l’opera delle filosofe già citate e, viene anche detto, dalla la fede ebraica, Adrià consegue articolare i passaggi che tracciano nel Diario e nelle Lettere il rapporto non illusorio di Hillesum con le possibilità del suo tempo e quella doppia volontà che la mantiene radicata alla vita: l’amore altruistico incarnato nell’aiuto agli altri, che deciderà il suo ingresso e anche il modo della sua presenza attiva e testimoniale nel campo di Westerbork, insieme a un «dialogo franco» con Dio attraverso una esperienza eterodossa di preghiera (p. 83).

A partire di un disegno del legame tra Hillesum e lo psicologo Julius Spier (cap. II), chi attuò come una specie di metaxu per lei, l’autore descrive il Diario come un poros (via/viaggio) verso l’interiore di sé stessa che la trasforma. Una discesa che si apre verso la trascendenza, da cui prende le mosse per assumere la responsabilità di condividere col coraggio dell’azione e l’acutezza del pensiero il destino comune del suo popolo. Il movimento d’inginocchiarsi si fa uno con la sua narrazione quotidiana della situazione infraumana in cui si vedono condannati a vivere nel campo, ma in cui ancora sono possibili i miracoli dell’amore. Con uno stile essenziale, Adrià Chavarria ci guida, attraverso concetti nodali come la storia dei vinti, l’amore, l’autorità, la fede attiva, il male, la vendetta, per un percorso dove il gioco di resistenza e liberazione che traspare nella scrittura di Hillesum offre una chiave vitale diversa per confrontarsi con la violenza distruttiva della barbarie. Offre e al tempo stesso domanda un linguaggio nuovo non soltanto per dire il mondo, ma anche per ripararlo (p. 74 e 81).

Come l’autore tiene a ribadire nelle pagine finali di questo libro, il viaggio di Esther Hillesum, il cui tra il disordine del mondo riesce ad  aprirsi al tempo sereno di una crescita spirituale, è di «una tenerezza poetica infinita» (p. 89). Le tracce di questo spirito di tenerezza capace di trasmettere un alito di pace nel cuore dell’orrore sono molto presenti e sottolineate nel saggio di chi tanto volse dare memoria dei «galeotti naufragati». E sono loro a custodire una parte di quella enigmatica serenità che annegava gli occhi d’Adrià prima di lasciarci.

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