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Donne nella rotta balcanica: migranti e operatrici. Con un’introduzione di Anastasia Rossato

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

Introduzione

 

Durante il primo incontro allargato della redazione della rivista di Diotima è sorto il desiderio di inserire un articolo che parlasse di donne provenienti da realtà culturali lontane dalla nostra. Per questo motivo ho deciso di coinvolgere Serena Rubinelli, un’amica laureata in Storia e Civiltà all’Università di Pisa con una tesi sulla questione armena. Quando io e Serena ci siamo conosciute abbiamo da subito provato un interesse reciproco per le nostre idee: io le ho parlato del pensiero della differenza sessuale e lei mi ha raccontato del suo impegno come volontaria nell’associazione One Bridge to Idomeni. Come si legge all’inizio dell’articolo, l’associazione opera sulla “rotta balcanica” incontrando donne e uomini di diverse culture e nazionalità e portando aiuti nei cosiddetti accampamenti informali. La mia richiesta è stata quella di riflettere sull’esperienza di volontariato alla luce della differenza sessuale. Dopo aver coinvolto anche Mariavittoria, volontaria nell’associazione e interessata a questi temi, sono scaturiti diversi punti: l’assenza delle donne all’interno degli accampamenti informali, il maggiore controllo subito all’interno dei campi governativi, la difficoltà delle volontarie di operare in quanto donne.

Attraverso la “rotta balcanica” le donne non viaggiano quasi mai sole, ma all’interno di nuclei famigliari e sostano nei campi governativi dove, in cambio di igiene, cure e protezione, vengono sottomesse a un maggiore controllo da parte delle autorità. Risulta quasi impossibile instaurare una relazione con le donne per capire le loro motivazioni perché i volontari e le volontarie dell’associazione operano solo all’interno dei campi informali. Questa mancata relazione meriterebbe una riflessione più ampia, tuttavia le autrici hanno dovuto scontrarsi con la carenza di studi sulle donne migranti della “rotta balcanica”.

Serena e Mariavittoria si soffermano anche sull’essere donne impegnate in operazioni di volontariato in contesti culturali molto diversi dei nostri in cui l’autorità femminile è difficilmente riconosciuta dagli uomini. Interessante è la critica che emerge nei riguardi di alcuni volontari uomini che sembrano assecondare questo mancato riconoscimento ponendosi spesso in una posizione di superiorità rispetto alle volontarie.

L’ultimo punto su cui mi soffermo riguarda le pratiche; One Bridge to Idomeni è nata con l’intento di creare ponti da attraversare in entrambe le direzioni. Per questo motivo si dà molta importanza al ritorno dei volontari e delle volontarie dai campi: l’aiuto non si esaurisce nelle attività di volontariato nei campi informali, ma continua nella propria città sensibilizzando le persone attraverso i racconti e le immagini della propria esperienza personale. Questo stesso articolo, con cui si è cercato di analizzare una situazione all’apparenza neutra alla luce della differenza sessuale, ha già contribuito a portare un punto di vista diverso sull’attività di volontariato che le autrici stanno svolgendo.

 

Donne nella rotta balcanica: migranti e operatrici

 

Negli ultimi anni si sono sviluppati principalmente tre flussi migratori diretti in Europa che prevedono l’attraversamento del mare Mediterraneo. Quello orientale è detto “rotta balcanica”: dalla Turchia le persone raggiungono la Grecia via mare o la Bulgaria via terra, da cui parte un viaggio per attraversare a piedi i paesi balcanici. La rotta centrale con partenza da Libia, Tunisia e Algeria, prevede la traversata del mare Mediterraneo per raggiungere l’Italia. Infine, quella occidentale collega Marocco e Algeria alla Spagna. Queste tre rotte hanno subito notevoli cambiamenti dovuti alle politiche messe in atto dall’Unione Europea e dai singoli Stati che vivono il fenomeno migratorio. In particolare, tra il 2017 e il 2018, la rotta del Mediterraneo centrale ha visto una diminuzione degli sbarchi in Italia dell’80%, mentre quella occidentale e quella balcanica sono aumentate rispettivamente del 131% e del 45%.[1] Nel corso del 2015 circa 850.000 persone sono sbarcate sulle coste della Grecia per attraversare i paesi balcanici e per entrare in Europa. Le provenienze principali sono: Pakistan, Iran, Iraq, Afghanistan e Siria.[2] Nell’agosto dello stesso anno la Macedonia, ormai sopraffatta dalle migliaia di persone migranti presenti al confine greco nel campo improvvisato di Idomeni, decide di aprire il passaggio a tutti coloro che sono diretti verso la Serbia, che attua la stessa politica per 72 ore. Vengono momentaneamente sospese le politiche di confine nate con l’accordo di Schengen e si crea una sorta di corridoio umanitario gestito da militari e polizia di frontiera. In poco tempo però i controlli di frontiera vengono reintrodotti, l’Ungheria costruisce un muro al confine e la rotta si sposta, attraversando Bosnia Erzegovina, Croazia e Slovenia.[3]

Questo articolo, scritto a quattro mani, nasce dal confronto di esperienze che chi scrive ha fatto soprattutto tramite l’operato dell’associazione One Bridge to Idomeni. L’associazione è nata nel 2016 in seguito alla volontà di alcuni ragazzi e ragazze veronesi di creare un “ponte” di aiuti e di sostegno tra l’Italia e le persone migranti in cammino lungo la rotta balcanica. In tre anni di attività, i volontari e le volontarie dell’associazione hanno operato lungo le principali tappe della rotta: a Idomeni in Grecia, a Belgrado e a Šid in Serbia, a Bihać, Velika Kladuša e Sarajevo in Bosnia e a Chios, di nuovo in Grecia. L’associazione opera attraverso due tipologie di attività che possono essere distinte tra “partenza” e “ritorno”. Durante la “partenza” i volontari e le volontarie portano aiuti materiali e finanziari sul posto, mettono a disposizione il proprio supporto fisico e umano entrando in contatto con le persone migranti per conoscerne i problemi, gli obiettivi e i desideri, ma anche per praticare un’idea di accoglienza che è sempre più penalizzata dalla politica europea e degli Stati. Le attività del “ritorno”, non meno importanti, comportano il racconto e la diffusione di quanto si è visto e ascoltato sulla rotta, per diffondere un’informazione diretta e condividere maggiore consapevolezza di ciò che succede ai nostri confini, con l’obiettivo che si trasformi in buone pratiche di azione e di pensiero e non in retoriche sensazionalistiche.

La redazione di questo articolo rientra a sua volta nelle attività del “ritorno”. Chi scrive ha avuto modo, negli ultimi due anni, di osservare e partecipare a diverse situazioni: dai campi informali creatisi a ridosso dei confini o degli incroci delle principali vie di trasporto, ai campi governativi sempre sovvenzionati dall’Unione Europea in Serbia ed in Bosnia ed Erzegovina, e ai centri di accoglienza per richiedenti protezione internazionale in Italia. Solo in seguito è succeduta una riflessione più approfondita riguardante le donne nelle migrazioni. L’elaborazione di alcuni ragionamenti sulle presenze migranti lungo la rotta balcanica risulta parziale per la scarsità di informazioni ufficiali. Non sempre, infatti, queste passano per canali ufficiali e spesso chi le produce deve preoccuparsi di garantire l’anonimato ai migranti che incontra per motivi di privacy o di sicurezza. Inoltre, le persone migranti che percorrono la rotta balcanica sono più difficilmente individuabili rispetto a coloro che arrivano via mare, sia perché cercano di rendersi invisibili ai controlli per superare i confini e proseguire il viaggio, sia perché non tutti risiedono nei campi ufficiali gestiti da agenzie governative o da organizzazioni internazionali. Da questa riflessione si sono sviluppate due tematiche diverse ma intrecciate tra loro. La prima riguarda le donne migranti lungo la rotta balcanica: come viaggiano? Quali strade percorrono? In cosa si differenziano, se si differenziano, da quelle degli uomini? La seconda, invece, riguarda le donne operanti lungo la rotta come volontarie o come operatrici: come ci si sente ad operare in quanto donna in contesti culturali differenti?

Nel corso del 2018, tra le tre diverse rotte, quella balcanica ha registrato la maggior percentuale di donne in viaggio. Infatti, secondo UNHCR, il 23% dei migranti che hanno attraversato i paesi balcanici erano donne, valore che invece si dimezza per le altre due rotte.[4] La gran parte delle donne presenti sulla rotta balcanica viaggia all’interno di un nucleo familiare (sono mogli, sorelle, figlie e parenti) oppure, pur intraprendendo il viaggio da sole, hanno convenienza ad unirsi ad un gruppo con presenza maschile. Oltre ad una forma di tutela personale, si potrebbe trattare anche di un riflesso delle società di provenienza di chi percorre questa rotta, dove la tradizione prevede per le donne un legame molto stretto e talvolta di dipendenza con gli uomini. Nello scorso inverno abbiamo lavorato all’interno del campo governativo di Ušivak, a Sarajevo, nel quale erano presenti donne che viaggiavano principalmente in famiglia e nella maggior parte dei casi con figli e figlie al seguito. Questa potrebbe essere una grande differenza rispetto alla rotta mediterranea centrale dove, secondo la nostra percezione, molte donne intraprendono il viaggio da sole, basti pensare alle donne nigeriane vittime di tratta.

Il percorso della rotta balcanica ha una durata variabile a seconda di quanto facilmente si riescono ad attraversare i confini europei: anni, se si attende di ottenere un passaggio regolamentato; diversi mesi, invece, se si riesce a superare i confini autonomamente, azione illegale secondo le legislazioni europee. Il tentativo di attraversamento dei confini è chiamato “the game” dai migranti perché, se si viene scoperti dalla polizia di frontiera, si viene rimandati nel paese precedente dal quale poi si deve ripartire, come in un pericoloso gioco dell’oca. Lungo il percorso sono presenti diverse tappe forzate, a causa della chiusura delle frontiere, dove i migranti attendono il tempo necessario per tentare (o ritentare) la tappa successiva. Inizialmente, in questi luoghi, di solito situati al confine o lungo i principali snodi di treni e bus, si creano degli accampamenti informali e, solo in seguito, i paesi interessati costruiscono campi governativi o gestiti in via ufficiale che sono attrezzati per alloggiare i migranti. In Serbia, dove negli ultimi anni sono transitate diverse migliaia di persone,[5] sono stati attivati 19 campi,[6] mentre in Bosnia, che da un anno e mezzo è la principale tappa di transito e attesa prima del passaggio in Europa, sono attivi, ad oggi, 8 campi.[7] Le condizioni di vita e di accesso ai campi governativi non sempre incontrano e rispettano le esigenze dei migranti, uno dei principali problemi risiede nella lontananza geografica dal confine dei campi o nel rigido controllo degli accessi e delle uscite giornalieri. Alcune persone, quindi, rifiutano l’accesso a questi campi e preferiscono risiedere in luoghi non attrezzati (appunto, informali) ma prossimi ai confini, dove a minor sostegno e servizi corrisponde, però, libertà di movimento e maggiore indipendenza. Ci sono anche casi di migranti che decidono di alloggiare in ostelli o in appartamenti privati sostenendo quindi le spese di un affitto, per quanto irrisorie possano essere nella penisola balcanica. In molti di questi casi si tratta di famiglie.

One Bridge to Idomeni opera principalmente negli accampamenti informali proprio per fornire maggior supporto in situazioni di assenza di servizi. Questa linea d’azione dell’associazione ci porta già un primo elemento di riflessione sulle donne migranti lungo la rotta: non sono mai presenti in questi luoghi. La quasi assoluta maggioranza delle persone migranti con cui abbiamo operato, infatti, sono stati uomini. L’assenza di donne è riconducibile principalmente al fatto che queste, come i minori e gli anziani, sono universalmente considerate “soggetti vulnerabili”[8] e quindi portatrici di un diritto di precedenza nell’acceso ai servizi e alle strutture di assistenza.[9] Una donna migrante che arriva in Serbia o in Bosnia, dove è costretta ad attendere un tempo indefinito prima di riuscire ad entrare in Europa, dovrebbe registrarsi presso le autorità del posto ed ottenere così una sistemazione in un campo ufficiale, che dovrebbe essere attrezzato a garantire buone condizioni igieniche e di sicurezza. Un uomo migrante, nella stessa situazione, può non essere indirizzato subito ad un campo ufficiale, o può essere alloggiato in un campo con meno servizi e in peggiori condizioni. Data la maggioranza di presenze maschili lungo la rotta, molti campi sono soltanto per uomini. Le donne e le famiglie hanno accesso solo a pochi campi a loro riservati. In sostanza, lungo la rotta balcanica, essere considerate un soggetto vulnerabile comporta, teoricamente, un miglior trattamento in termini di assistenza, o quanto meno l’accesso prioritario a strutture di transito o di accoglienza meglio organizzate. Ciò che, invece, l’essere considerate vulnerabili non comporta è un accesso facilitato al paese di destinazione o un’agevolazione del tragitto. Quindi, se nel periodo di attesa del passaggio di un confine una donna ha più possibilità di poter alloggiare in un campo meglio attrezzato rispetto a un uomo, nel momento in cui prova ad attraversare il confine ne condivide le medesime condizioni, con l’aggiunta dei possibili rischi derivanti dall’essere donna. Se una donna decide di non subire i tempi biblici ed incerti del passaggio regolamentare in Europa (scelta condivisa dalla maggior parte dei migranti),[10] deve lasciare il campo, percorrere la distanza al confine, che comporta il dormire in bivacchi improvvisati o all’aperto, attraversare il confine a piedi cercando di rendersi invisibile ai controlli della polizia e quindi percorrere strade non battute, isolate e lunghe. Se viene trovata dalla polizia subisce lo stesso trattamento di un uomo migrante: è respinta nel paese precedente con modalità più o meno violente, con il vantaggio, forse, di non essere brutalmente picchiata come frequentemente accade agli uomini che tentano di attraversare illegalmente il confine.[11] Le tutele derivanti dalla categorizzazione di “soggetti vulnerabili” decadono, quindi, con l’uscita delle donne dalle strutture ufficiali. Con queste osservazioni non si vuole suggerire che le donne debbano avere diritto a percorsi facilitati lungo la rotta migratoria, ma evidenziare l’ipocrisia delle politiche migratorie dell’Unione Europea: si finanziano campi e strutture di accoglienza lungo la rotta, a tutela della permanenza sul territorio extra-europeo, ma non si fa nulla per tutelare il viaggio, il movimento, verso l’Europa, reso pericoloso e violento dalle politiche di contenimento ai confini, portate avanti dai medesimi Stati membri.

Un secondo elemento di riflessione sulle peculiarità della migrazione delle donne nasce dalle condizioni di attesa che si trovano ad affrontare nelle tappe della rotta, ovvero le condizioni della permanenza nei campi o nelle strutture di accoglienza. Non sarebbe corretto pensare che maggior assistenza significhi, a priori, maggior beneficio. Spesso, infatti, a maggiore assistenza corrisponde maggiore controllo. Ad esempio, nell’inverno 2017 ci trovammo ad operare presso le barracks di Belgrado, ex depositi ferroviari adiacenti all’ex stazione centrale, dove erano accampati all’incirca un migliaio di migranti. Le persone dormivano all’interno delle enormi baracche che non avevano riscaldamento, elettricità, né acqua corrente. Non erano però presenti migranti donne perché queste avevano avuto accesso direttamente ai campi ufficiali. Si trattava di una scelta quasi obbligata per le donne: la residenza in un campo ufficiale le avrebbe protette principalmente dai possibili pericoli derivanti dal ritrovarsi isolate o in condizioni di disagio all’interno degli accampamenti con i figli piccoli. Entrare nei campi ufficiali era, per gli uomini, una possibilità (il governo serbo aveva attivato diversi campi su tutto il territorio nazionale), ma una buona parte di coloro che erano presenti alle barracks rifiutavano di accedervi, a costo di sopportare le condizioni disagevoli nelle quali si trovavano. Questo rifiuto dipendeva principalmente dal fatto che presso le barracks avevano libertà di movimento e non avevano limiti di accesso perché non era necessaria alcuna registrazione. Inoltre, le barracks erano vicino alle principali linee di autobus e dei treni, mentre i campi erano per la maggior parte lontani dai confini ed isolati (condizione spesso comune anche ai nostri centri di accoglienza). [12] Qualche anno dopo, nell’aprile 2018, il governo serbo fece sgomberare la zona e portò forzatamente anche gli uomini nei campi. Situazioni simili si crearono a Subotica, al confine con l’Ungheria, e a Šid, al confine con la Croazia. Altre limitazioni legate alla residenza nei campi, e comuni spesso anche alle strutture di accoglienza, consistono, ad esempio, nell’impossibilità di cucinare quello che si vuole, nel dover dipendere da orari imposti, nel controllo di ogni entrata e di ogni uscita dal campo, nella sorveglianza a cui le persone sono costrette all’interno del campo e delle abitazioni, ecc. Queste limitazioni derivano da come è pensato e strutturato, ad oggi, il sistema dei campi e delle strutture di accoglienza per rifugiati o migranti in fase di accertamento. Esistono, inoltre, in questi contesti di accoglienza, ulteriori penalizzazioni legate all’essere donne che colpiscono, in particolare, la sfera della maternità o dell’igiene. Spesso, alle donne con figli al seguito vengono imposte pratiche di educazione che non tengono conto delle loro pratiche e dei loro saperi culturali. Su questo tema, declinato sui centri di accoglienza in Italia, si segnalano gli studi condotti da Barbara Pinelli, le cui osservazioni potrebbero essere tranquillamente estese anche ai campi e alle strutture presenti lungo la rotta.[13]

Il titolo di questo articolo utilizza un generico “donne” perché si è deciso di condividere riflessioni non solo sulle migranti, ma anche sulle operatrici che lavorano lungo la rotta balcanica. In questi due anni di attività, la percezione di chi scrive è che operatrici e volontarie siano molto numerose, se non addirittura in maggioranza, sia nelle grandi ONG, come OIM, che nelle più piccole associazioni indipendenti. Ad esempio, nell’ultimo anno di attività di One Bridge to Idomeni, le volontarie sono state più numerose dei volontari. Il ruolo delle donne e del genere nell’ambito dell’accoglienza è un tema molto interessante che merita un’analisi approfondita che tenga conto degli ultimi sviluppi degli studi di genere. In questo articolo ci limitiamo a riflettere su situazioni a cui si ha avuto modo di partecipare direttamente o che sono state vissute da operatrici e volontarie incontrate lungo la rotta.

Nel film sull’accoglienza diffusa in Italia, Paese Nostro, realizzato da ZaLab,[14] una delle operatrici intervistate espone un suo dilemma personale: come lavorare per l’integrazione quando la diversità culturale coinvolge in modo radicale la concezione e i rapporti di genere? La sua riflessione era relativa ai differenti modi di rapportarsi con l’omosessualità da parte dei migranti con cui lavorava, ma questa sua riflessione potrebbe riguardare anche le diverse concezioni della donna che i migranti, uomini e donne, portano con sé. Lavorare con persone provenienti da contesti culturali differenti dal proprio, risulta spesso una delle maggiori sfide nel mondo dell’immigrazione. In un lavoro in cui le relazioni personali costituiscono gran parte della quotidianità, il modo in cui ci si approccia a credenze ed abitudini differenti risulta fondamentale. A maggior ragione quando, oltre alle concezioni della persona con la quale ci si relaziona, ci si trova a confrontarsi anche con quelle della società in cui si lavora, come accade, per esempio, a chi opera lunga la rotta balcanica. Ciò che è emerso dal confronto con diverse operatrici e volontarie lungo la rotta, è che spesso accade che l’autorità e le competenze delle lavoratrici siano messe in secondo piano rispetto a quelle degli uomini, sia dai propri colleghi che dai migranti. Ad esempio, sono stati riportati frequenti casi in cui in situazioni di possibile tensione, come la distribuzione massiva di NFIs,[15] siano stati chiamati ad intervenire o siano intervenuti, anche se non richiesti, operatori maschi ritenendo non efficace o non idoneo l’intervento di operatrici donne. Oppure, altri casi in cui in situazioni di discussione tra un’operatrice e un “beneficiario” nella quale si alzavano un po’ i toni, i colleghi uomini intervenivano intromettendosi, anche se di posizione subalterna. Questo tipo di atteggiamenti, che si potrebbero definire di “prevaricazione”, sono prodotti dall’idea che una donna sia, per l’appunto, un soggetto più vulnerabile e quindi da proteggere maggiormente rispetto ad un uomo. Sono emersi anche casi in cui ciò che veniva detto da un’operatrice non veniva preso in considerazione dai migranti, uomini e donne, allo stesso modo che se a dirlo fosse stato un operatore, anche se di posizione subalterna. La difficoltà, quindi, è spesso doppia: far riconoscere l’autorità e la capacità decisionale dell’operatrice donna sia all’operatore uomo (o altra operatrice) che ai migranti, uomini e donne. Questo tipo di situazioni ed atteggiamenti sono comuni all’esperienza quotidiana di molte donne in ambiti diversi, ma se nella nostra società può essere più facile comprenderne l’origine e cercare di combatterla, quando ci si trova in non-luoghi, come i campi di transito o di accoglienza, a contatto diretto con persone provenienti da società ed abitudini diverse, diventa più complesso riuscire a decifrare l’origine e le motivazioni che producono i suddetti atteggiamenti. Il risultato è che, comunque, l’efficacia del lavoro delle operatrici può essere ostacolata per il solo fatto di essere donna.

Se, come si è visto, un uomo migrante lungo la rotta può, in linea di massima, scegliere se risiedere o meno in un campo, la stessa scelta non è facilmente attuabile da una donna migrante. Si è visto anche che la residenza nei campi può essere, per certi versi, penalizzante, ma quello che non bisogna tralasciare è la volontà degli stessi soggetti migranti che troppo spesso tende a non essere considerata. La donna migrante è un soggetto più vulnerabile dell’uomo migrante, ma questa vulnerabilità non deve giustificare pratiche di vittimizzazione e depoliticizzazione dei soggetti. Si dimentica spesso che la vulnerabilità non dovrebbe essere “una costruzione sociale”,[16] ma una condizione individuale. Secondo alcune opinioni informali di operatrici incontrate lungo la rotta, molte donne traggono principalmente beneficio dall’assistenza che deriva dalla loro categorizzazione come soggetti vulnerabili. Donne e uomini migranti vengono individuati come soggettività che necessitano di un supporto e di una educazione per superare questo loro stato di precarietà e la loro (presunta) mancanza di autonomia. Nel caso delle donne si tratta di pratiche che prevedono la loro emancipazione secondo una “soggettività femminile pensata come moderna, emancipata, autonoma”[17] data ingenuamente per scontata come l’unica raggiungibile. La nostra esperienza ci trasmette la necessità di un migliore supporto alle donne migranti, specialmente nei contesti di viaggio e di maggior pericolo, ma il rischio che spesso si corre è proprio quello di incasellare le donne in figure vulnerabili e da tutelare, sottraendo loro autonomia e potere d’azione. Questa definizione delle donne si riflette non solo sulle migranti, ma anche su coloro che lavorano lungo la rotta. Si manifestano talvolta delle vere e proprie privazioni del potere di azione di operatrici e volontarie. Queste, come si è detto, sono senz’altro situazioni comuni a molte altre donne che lavorano in ambiti differenti, ma nell’ambito delle migrazioni e dell’accoglienza il lavoro svolto viene messo maggiormente a rischio, proprio perché i rapporti di fiducia che si stringono con i migranti, uomini e donne, rappresentano l’aspetto più importante del lavoro e nel momento in cui questi vengono minati da concetti pregiudiziali di genere l’intero operato può perdere valore.

Queste sono alcune delle difficoltà che abbiamo potuto riscontrare nel nostro operato sulla rotta. Per quanto riguarda l’esperienza della migrazione al femminile gli studi che sono stati fatti sono numerosi, ma si concentrano soprattutto su rotte più note, oppure sul sistema accoglienza in Italia. Mancano invece studi accademici o di un certo livello di approfondimento sulle migranti lungo la rotta balcanica. Sono difficilmente reperibili anche studi sulle difficoltà affrontate da operatrici e volontarie nel settore immigrazione, si trovano principalmente delle linee guida da seguire per lavorare con determinati enti, agenzie intergovernative o associazioni, che sono comuni a uomini e donne. Il nostro punto di vista può risultare parziale, è il prodotto delle nostre esperienze e delle riflessioni che abbiamo potuto sviluppare con alcune persone che abbiamo incontrato sul nostro percorso e con One Bridge to Idomeni.

 

 

[1] Viaggi disperati. Rifugiati e migranti in arrivo in Europa e alle sue frontiere UNHCR report gennaio-dicembre 2018, p. 8

[2] Ibidem, p. 10

[3] Anna Clementi, Diego Saccora, Lungo la rotta balcanica. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo, infinito edizioni, Formigine (MO) 2016, p. 13-14.

[4] Viaggi disperati. Rifugiati e migranti in arrivo in Europa e alle sue frontiere UNHCR report gennaio-dicembre 2018, p. 8.

[5] IOM, Mixed migration flows in the Mediterranean: Compilation of available data and information – February 2019 https://www.iom.int/sites/default/files/dtm/mediterranean_dtm_201902.pdf

[6]Sui campi attualmente attivi in Serbia: UNHCR, Centre profiling – Serbia: https://data2.unhcr.org/en/documents/download/55034

[7]Sui campi attualmente attivi in Bosnia: UNHCR, Inter agency operational – Bosnia and Herzegovina / 01-31 May 2019

https://www.undp.org/content/dam/unct/bih/PDFs/UNCTBiHSitReps/Interagency%20refugee%20and%20migrant%20operational%20update-%20May%202019%20updated.pdf

[8] Con  “soggetti vulnerabili” si fa riferimento alle definizioni stabilite dalle Nazioni Unite in: UN Human Rights – Office of the High Commissioner, GMG, Principles and Giudelines, supported by ptractical guidance, on the human rights protection of migrants in vulnerable situations, pp.6-7, 45-46 (https://www.ohchr.org/Documents/Issues/Migration/PrinciplesAndGuidelines.pdf)

[9] B. Pinelli, Soggettività e sofferenza nelle migrazioni delle donne richiedenti asilo in Italia, in V. Ribeiro-Corossacz, A. Gribaldo (a cura di), Sul campo del genere. Ricerche etnografiche sul femminile e sul maschile, Ombre Corte, Verona 2010.

[10]ECRE, Hungarian Helsinki Committee, AIDA Country report: Hungary – 2018 update, pp. 17-18 http://www.asylumineurope.org/reports/country/hungary.

[11] Si vedano i report di Border Violence Monitoring (https://www.borderviolence.eu/ ) e in particolare il report del 3 agosto 2018: “The police attacked them with metal sticks and electro- shock batons, including the women and children” https://www.borderviolence.eu/violence-reports/august-3-2018-0100-in-a-forest-close-to-perjasica/.

[12] UNHCR, Centre profiling – Serbia https://data2.unhcr.org/en/documents/download/55034

[13] B. Pinelli, Salvare le rifugiate. Gerarchie di razza e di genere nel controllo umanitario delle sfere d’intimità in C. Mattalucci, Antropologia e riproduzione. Attese, fratture e ricomposizioni nelle esperienze di procreazione e genitorialità in Italia, Raffaello Cortina, Milano 2017; B. Pinelli, Soggettività e sofferenza nelle migrazioni delle donne richiedenti asilo in Italia, in Ribeiro-Corossacz V. e Gribaldo A. (a cura), Sul campo del genere. Ricerche etnografiche sul femminile e sul maschile, Ombre Corte, Verona, 2010.

[14] Paese nostro. Il film che avremmo voluto mostrarvi realizzato dagli autori Zalab nel 2016 (Michele Aiello, Matteo Calore, Stefano Collizzolli, Andrea Segre, Sara Zavarise) e prodotto dal Ministero degli Interni.

[15] Non-food items: materiale altro dal cibo come ad esempio coperte, sapone, cerotti, ecc.

[16] Ivi, p. 137

[17] B. Pinelli, Soggettività e sofferenza nelle migrazioni delle donne richiedenti asilo in Italia, in Ribeiro-Corossacz V. e Gribaldo A. (a cura), Sul campo del genere. Ricerche etnografiche sul femminile e sul maschile, Ombre Corte, Verona, 2010, p. 140.

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