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Donne in politica: tacchi, trucchi e altri problemi

*Questo testo pubblicato su Via Dogana  riprende nel titolo e nei contenuti il mio contributo  al Grande seminario annuale di Diotima, Università di Verona, il cui tema generale era “Il disorientamento è la nostra prova”.

La parte storica si basa principalmente su Irène Thery, La distinction de sexe. Une nouvelle approche de l’égalité, Odile Jacob, Paris 2007.

 

 

Sembra un paradosso ma l’unico partito che non ha mai inserito nel suo statuto o nel suo programma il tema delle pari opportunità, conta ormai su una numerosa truppa femminile, ha scritto la giornalista Cristina Giudici in apertura al suo libro inchiesta Leghiste. Pioniere di una nuova politica (Marsilio, Venezia 2010). A me non sembra un paradosso, anzi  lo trovo normale visto che sta capitando anche nel resto della società, ma non importa: Leghiste è un libro da leggere per quello che fa conoscere e gli spunti di pensiero che offre.

A proposito di paradossi: chi ha prestato attenzione alla presenza femminile nell’arena politica, sicuramente avrà notato il contrasto fra l’agio con cui si presentano, nei rispettivi paesi, le donne di cultura non occidentale, poche anche loro, e il disagio che invece manifestano le donne politiche formate nella cultura occidentale che va in giro predicando emancipazione femminile.

Fra le nostre donne politiche alcune assumono i tratti di una femminilità aggressiva e dura, come l’indimenticabile Margaret Thatcher; altre rivestono i panni della modesta casalinga, come Angela Merkel, formatasi in realtà alla scuola del potere maschile sotto l’ala di un “padre”; ci sono quelle che oscillano tra sensibilità e grinta, come Hillary Clinton nel duello con Barack Obama, e quelle, ne conosciamo in Italia, che si attaccano a un uomo con una devozione finta o vera non si sa, un legame comunque che non ha le caratteristiche di un’alleanza… Non poche  hanno tentato e si sono ritirate o sono state costrette a farlo, moltissime quelle che nemmeno hanno tentato, pur sentendosi attirate. Cresce, d’altra parte, il numero di donne senza qualità che si danno alla politica per loro ambizione e per convenienza di quelli che le spingono a farsi avanti: con queste ultime siamo entrate nella fase del post-disagio, in un futuro in parte già presente che è da capire. Qui incontriamo anche le scatenate, alla lettera, donne senza vincoli né misura, tipo Sarah Palin.

La classica spiegazione femminista del disagio, che lo riconduceva al sessismo del mondo politico, secondo me non regge e non regge quindi la risposta in termini di massa critica: quando saremo in molte, ecc. Il sessismo c’è, innegabilmente, ma c’è dell’altro che ci mette in difficoltà e riguarda le singole e la società femminile. Forse il cambiamento desiderato dipenderà dal tempo? No, perché quello che il tempo di suo può produrre sono accomodamenti a spese degli elementi più cedevoli (la politica rispetto al potere dei soldi, le donne rispetto agli uomini, Milano insegna).

Bisogna risalire alla causa del disagio, che non è quella che abbiamo creduto. Secondo me, abbiamo attribuito al patriarcato anche un’eredità che viene invece dalla modernità occidentale.

Con la modernità e l’individualismo è finita quella cultura “olistica” per cui tutti si sentivano parte integrante del corpo sociale a sua volta inserito nel cosmo. Da queste appartenenze attraverso una fitta trama di relazioni  le persone singole ricevevano un valore quale che fosse il loro posto nella gerarchia sociale. C’erano più gerarchie; quella sessuale, che dava il primo posto all’uomo, non era l’unica e non s’imponeva uniformemente, infatti c’erano situazioni in cui contava poco. Si formava così il senso della differenza sessuale che si consolidava ed esprimeva grazie alla relativa separazione tra società delle donne e degli uomini. Finita questa cultura, il fatto della differenza sessuale, non più nutrito di significati e di funzioni culturali, è diventato un principio naturale che doveva fondare l’ordine sociale: le donne assegnate alla casa, l’uomo alla vita pubblica. Senza più società femminile, sottoposte alla concezione naturalistica della loro differenza e fuorviate dai bei discorsi maschili, le donne dall’Ottocento in avanti si sono trovate incapsulate in un rapporto di tipo olistico con gli uomini, nella coppia di due fra loro complementari, all’interno di una società di cittadini asessuati formalmente uguali. Ma la “coppia” da cui veniva il senso della differenza sessuale, tendeva a riprodursi nel sociale: la segretaria con il direttore, l’infermiera con il medico, la suora con il prete…

La contraddizione esploderà con il femminismo della prima e della seconda ondata, in termini che sono fra loro molto diversi. La prima ondata mirò a promuovere emancipazione facendo leva sul principio d’uguaglianza. La seconda ha ricreato società fra le donne per dare un senso libero alla differenza sessuale, facendo leva sulla difficoltà di molte e il rifiuto di alcune a integrarsi nella società alle condizioni incoerenti e faticose dell’emancipazione. Ogni tanto spunta la tendenza contraria, a “cancellare” la differenza, come se questa fosse il problema.

Abbiamo, credo, elementi sufficienti per capire che la natura del disagio che dicevo. La differenza femminile in politica è senza mediazioni e, a rigore, senza senso. L’analisi storica aiuta a spiegare anche il disordine nei rapporti tra donne e uomini: dalla modernità abbiamo ereditato anche la perdita di ogni cultura maschile della differenza sessuale, come si può costatare per ogni dove.

Torno al libro di Cristina Giudici sulle leghiste. Il sottotitolo, “pioniere di una nuova politica” è giustificato? Non c’è dubbio che le donne da lei avvicinate abbiano trovato delle mediazioni (dirò quali) per inserirsi nella vita pubblica con esiti interessanti. Tuttavia, a mio giudizio, gli esiti e le mediazioni non disegnano una strada nuova nella vita politica, loro stesse del resto non lo pretendono. Però mostrano bene la piega che le cose stanno prendendo. Non si tratta di donne senza qualità, sia chiaro, infatti quasi tutte hanno passato una selezione basata su criteri politici nel senso onesto della parola, indipendente da interessi sessuali o affaristici. Il problema è che niente di veramente essenziale dipende da loro.

Dice una ma è il sentimento di molte: non credo nella parità dei sessi, semmai nella superiorità femminile, non abbiamo bisogno di quote rosa, se stiamo emergendo è perché siamo più brave: veloci nel ragionamento, sensibili, iperattive. Di fatto, nel mondo della competizione maschile per il potere politico, non basta loro essere “più brave”, ce la fanno anche perché si affidano al capo della Lega o chi per esso. Del suo programma seguono senza obiezioni il dettato principale, quello del federalismo; in quello secondario, che è di compiacere i malumori xenofobi della base elettorale, la loro risposta varia notevolmente. C’è più di una sindaca che rende difficile la vita, già difficile, degli immigrati con regolamenti pensati ad hoc e ci sono altre che, al contrario, promuovono la loro integrazione con buon senso. Di mezzo, una varietà di posizioni. Spicca, per la simpatia che suscita, il caso dell’operaia eletta deputata la cui intervista occupa un intero capitolo dal titolo orribile, “La fiammiferaia del Polesine”. La nota dominante in tutte, direi, fa pensare allo zelo delle prime della classe, brave, laboriose, non pericolose per la compagine, consapevoli di sé. Il che non sorprende considerato che la scuola è stata e rimane fondamentale nella promozione sociale delle donne.

In breve, queste donne amanti dell’impegno politico e impegnate nella Lega Nord, davanti al problema che dicevo, accresciuto dalla rissosa competizione maschile tipica delle democrazie occidentali, hanno trovato una duplice mediazione, quella di affidarsi al capo del loro partito (o altro uomo di potere) e quella della diligenza laboriosa nello stile che s’impara a scuola. Il disagio è vinto ma non c’è signoria.

Cresce da anni in me e nell’intera società, credo, la consapevolezza di un grande potenziale di energie femminili, che però in politica non si spende al suo meglio. Sembra trattenuto. Che fare? La risposta è trasparente: dare forza alla differenza femminile sulla scena pubblica e a questo scopo, più che tacchi e trucchi, serve potenziare i rapporti donna con donna. Gli uomini vanno bene così, cioè, in politica oggi, vanno male, ma non sono loro che trattengono il nostro potenziale bensì una certa debolezza della società femminile nella vita pubblica, per cause storiche che ho evocato e cause strutturali che già conosciamo, legate al rapporto con la figura materna. D’altra parte, se anche andassero meglio di così, non sono loro uomini che possono aiutarci a tradurre in pratica politica e in realtà sociale la qualità delle relazioni e dei vissuti, il sentimento della vita e quelle altre cose cui molte, moltissime donne continuano a pensare e sognare, basta vedere come tengono la casa e i bambini. Solo relazioni femminili capaci di solidarietà e disposte al conflitto se necessario, nella misura del necessario, danno vita a mediazioni qualificate nel senso che ho detto: è stato vero finora, lo sarà anche domani. Altrimenti, uomo o donna è tutto lo stesso.

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