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Donne e uomini in tempi bui

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

Bruna Giacomini, Laura Sanò (a cura di), Prospettive filosofiche dell’ebraismo. Intrecci e divergenze nel cuore di una grande eredità, fascicolo tematico della rivista di filosofia “Paradosso”, I, 2019.

 

Il volume, in cui sono condensati i risultati di un convegno internazionale svoltosi a Padova nel novembre 2018, ha il pregio di unire ad un approccio storico-filosofico di vasto respiro il rigore dell’analisi teoretica. Esso si offre, innanzitutto, come un ricco contributo alla storia del pensiero ebraico contemporaneo. In questo senso, l’obiettivo generale è mostrare come le radici ebraiche delle pensatrici e dei pensatori, di volta in volta esaminati, non siano aspetti accidentali, ma rappresentino motivi di confronto e d’ispirazione costante per la loro riflessione. Nel perseguire un tale obiettivo, i contributi presentati si addentrano nel cuore dei temi e delle questioni teoriche che segnano l’affinità e la specificità delle diverse posizioni.

Ampio spazio è riservato nel volume alle pensatrici di origine ebraica, a cominciare dal contributo di una delle due curatrici, Laura Sanò, dedicato alla riflessione di Rachel Bespaloff. In questo saggio si mostra come il pensiero e la vita di Bespaloff siano all’insegna dell’esilio, quale sorte del popolo ebraico, al quale ella rivendica di appartenere. Bespaloff metterebbe in atto, secondo Sanò, un “pensiero nomade” (p. 58), in costante movimento e restio ad essere classificato in una certa corrente filosofica. In questa ricerca incessante, l’unico riferimento ultimo resta la Bibbia, ovvero l’identità ebraica – ciò che non implica però per la pensatrice alcuna adesione confessionale ortodossa. Apparentemente diverso è il caso di Simone Weil che – come mostra Wanda Tommasi nel suo contributo – attacca aspramente il giudaismo, negando così le sue stesse radici. Tuttavia, questa avversione manifesta della Weil non impedisce di rintracciare, nel suo pensiero, motivi profondamente ebraici. Tra questi, Tommasi ricorda l’originale concezione weiliana della creazione come atto in cui Dio si ritira per lasciare spazio all’uomo – una concezione che riprenderebbe, senza volerlo, quella messa a punto nel 1500 dal mistico ebraico Isaac Luria. Soprattutto in considerazione di questo aspetto, il pensiero di Weil consentirebbe, secondo Tommasi, di far luce su una verità dell’ebraismo, ancora valida per noi oggi: l’idea che non esiste radicamento senza la capacità di decentrarsi per far spazio all’altro.

Ancora diverso è il rapporto stabilito con l’ebraismo dalla filosofa Hannah Arendt. Per quest’ultima – come illustra Davide Brugnaro nel suo contributo – la propria ebraicità non significa l’adesione ad una confessione, né l’appartenenza ad una identità collettiva, ma è una condizione data che va accettata con consapevolezza ed interpretata in modo individuale. L’“essere ebrei” può divenire, inoltre, in circostanze particolari, un fatto politico. Affrontando la questione ebraica anche da tale punto di vista, Arendt critica, come ricorda Brugnaro, sia l’assimilazionismo che il sionismo in quanto forme che danneggiano il valore pubblico della pluralità. La riflessione sulla sfera politica quale spazio di espressione dell’essere umano è portata avanti anche da un’altra pensatrice ebrea, Jeanne Hersch, per la quale – come risulta dal contributo di Silvia Mocellin – la difesa della libertà e dei diritti umani ha rappresentato un’esigenza assoluta. L’autrice del saggio sottolinea, però, come per Hersch la libertà non si attualizzi esclusivamente nella sfera politica (come tende a pensare Arendt), ma in ogni attività umana concreta. Tale convinzione porta Hersch ad una “riqualificazione degli ‘atti quotidiani’” (p. 185) che pare richiamare, secondo Mocellin, la valorizzazione del lavoro e dell’operosità tipica della cultura ebraica.

L’appartenenza all’ebraismo, intesa come vissuto personale e motore di un percorso di introspezione e progressiva autoconsapevolezza, costituisce il tema di due contributi, dedicati rispettivamente a Etty Hillesum e Sarah Kofman. Nel primo di questi, Alessandro Galvan mostra come proprio la solidarietà di Hillesum con le vicende tragiche del suo popolo le consenta di elaborare, in termini radicali, un pensiero di valore universale sulla necessità di guarire l’odio con l’amore e di riconoscere, e salvaguardare, Dio anche nella barbarie. Nel suo contributo, Federica Negri si concentra, invece, sull’influenza sempre più consapevole ed insistente che esercita sull’opera dell’ebrea francese Kofman la vicenda del padre morto ad Auschwitz. Se per Kofman – come nota Negri – il pensiero filosofico ha l’obbligo di parlare di Auschwitz, ciò può farlo soltanto con una parola che non sia strumento di pacificazione neutralizzante, ma luogo di condivisione in cui far sopravvivere l’umano.

Una figura continuamente ricorrente nel volume è quella di Emmanuel Lévinas, oggetto specifico di due contributi. Il primo di questi, di Gérard Bensussan, indaga il nesso tra la filosofia di Lévinas e quella di Derrida, mostrando punti di contatto e aspetti di divergenza nella loro appropriazione di alcuni motivi ebraici. Bensussan chiarisce, inoltre, come per questi autori non si possa parlare in senso stretto di un “pensiero ebraico”, ma di una “filosofia tout court” (p. 23), in grado di rapportarsi ad un’esteriorità che sfugge alla lingua greca e che fa violenza agli assunti filosofici tradizionali. Un secondo contributo, di Orietta Ombrosi, espone l’idea di un “messianismo umano” o “nell’umano” (p. 37) quale emerge dalla prospettiva di Lévinas. L’autrice sostiene che per Lévinas il messianismo non consiste nell’attesa di un evento storico o di un solo uomo liberatore, ma nel riconoscimento che ogni uomo, per la struttura stessa della sua soggettività decentrata e aperta all’altro, è considerabile come Messia.

Profondo debitore del pensiero di Lévinas, Derrida – ed il suo rapporto controverso con le radici ebraiche – è al centro del saggio di Bruna Giacomini, l’altra curatrice del volume. Critico di ogni forma di comunitarismo esclusivo, inclusa quella che si è delineata nella storia ebraica, Derrida sviluppa un pensiero che svincola il legame con l’altro da ogni elemento di fratellanza o tensione fusionale, interpretandolo invece come rapporto tra alterità irriducibili. Tale rapporto viene configurato nel pensiero maturo di Derrida come ospitalità assoluta nei confronti dell’altro. Tuttavia, come evidenzia Giacomini, proprio la fedeltà al comando all’accoglienza incondizionata, principio stesso dell’ebraismo, richiede il suo tradimento, poiché implica, fin dall’inizio, la considerazione del “terzo” e la compromissione con la sfera impura della politica. Lévinas ed il suo pensiero sono decisivi, oltre che per la riflessione di Derrida, anche per quella di Maurice Blanchot. Nel suo saggio, Lorenza Bottacin Cantoni ricorda come, dopo la seconda guerra mondiale, Blanchot abbia riconosciuto il senso positivo e universale dell’ebraismo in quanto incarnazione dell’alterità radicale. In particolare, l’“essere ebreo” simbolizzerebbe per Blanchot la condizione propria di ogni ex-sistenza, cioè il suo essere-fuori verso l’esteriorità assoluta.

Un poeta particolarmente significativo per la riflessione di Lévinas è Paul Celan, la cui esperienza è emblematica per esplorare – come dimostra Martino Dalla Valle nel suo testo – il significato del fare poesia dopo Auschwitz. Celan interpreterebbe la sua vocazione poetica come un ridare voce ai “sommersi”, cioè a coloro che Auschwitz ha annientato – i soli testimoni possibili, rimasti però muti nella morte. Proprio a Celan Lévinas dedica il testo Paul Celan. De l’être à l’autre, scritto che costituisce la base del saggio di Vivian Liska. Obiettivo di quest’ultimo è mostrare come Lévinas, pur presentando l’esilio come modo di esistere autentico, in quanto vissuto nell’apertura all’alterità, non intenda con ciò ignorare la sofferenza ed il bisogno di rifugio che sono connesse a tale condizione.

Il compito di dar voce ai “sommersi” può essere accostato al ruolo messianico, di redenzione degli sconfitti della storia, che, secondo Walter Benjamin, lo storico materialista incarna. Questo ruolo è messo in luce da Tamara Tagliacozzo nel suo saggio, la quale precisa, tra l’altro, la presenza di due tendenze contrapposte nel messianismo benjaminiano, cioè tanto l’aspetto restaurativo, quanto la forza distruttiva e rivoluzionaria. Oltre al messianismo, anche il fenomeno ebraico del profetismo figura tra i temi del volume. Nel suo saggio, Ilaria Malaguti spiega che il “profeta”, nel mondo ebraico, non è colui che prevede un evento futuro inesorabile, ma colui che è segno, colui che decifra nel visibile criteri di senso che orientino sé e gli altri uomini. All’atteggiamento del profetismo è affine, per l’autrice, quel “pensare secondo il cuore” (p. 201), anch’esso proprio della tradizione biblica, e stimolo per una ridefinizione del pensiero in quanto compartecipazione attiva e presenza al proprio tempo.

Una problematica diversa, quella del pregiudizio che accusa Nietzsche di antisemitismo, è affrontata da Alberto Giacomelli. Per dimostrare l’infondatezza di tale accusa, Giacomelli mostra come l’ebreo rappresenti in Nietzsche solo una “forma di vita”, una manifestazione mobile ed estemporanea della volontà di potenza, e dunque non un oggetto statico stereotipato negativamente. Del resto, Giacomelli fa presente come Nietzsche riconosca all’ebreo un ruolo vitale nel futuro dell’Europa e nella realizzazione del tipo umano del “buon europeo”, di colui, cioè, che è capace di superare le spinte dei nazionalismi e promuovere il libero scambio della ragione.

Chiude il volume un testo di Monique Jutrin che accenna alla vicenda biografica del poeta e pensatore rumeno Benjamin Fondane, nonché ai temi fondamentali della sua filosofia. L’autrice mostra come Fondane abbia voluto proporsi al pubblico francese quale pensatore esistenziale e abbia per questo inteso dissimulare le sue radici ebraiche. Nonostante questo “marranismo filosofico” (p. 210), vari aspetti delle riflessioni di Fondane provano l’eredità nascosta: tra questi, l’autrice menziona, da un lato, la funzione restauratrice che Fondane assegna alla poesia, la quale ricalca l’idea di tikkoun, di riparazione, presente nel pensiero di Isaac Luria, dall’altro, il motivo del silenzio di Dio, che non indica un’assenza, ma, biblicamente, il sentirsi lontani dal proprio creatore.

La particolare attenzione riservata nel volume alle pensatrici ebraiche offre, infine, l’opportunità per una riflessione conclusiva circa il ruolo e il valore di questa presenza femminile. Sebbene la differenza sessuale, l’essere donne delle pensatrici ebraiche esaminate, non sia direttamente tematizzata nel volume, essa può essere messa in luce a partire dai profili descritti. È innanzitutto percepibile l’intonazione più marcatamente personale del rapporto che le pensatrici studiate instaurano con il proprio ebraismo. Si tratta di un’ebraicità che non è declinata al neutro, all’interno di un linguaggio astratto e generalizzante, ma che è convertita in esperienza vissuta individuale, in percorso interiore e rielaborazione della propria storia – come è il caso, soprattutto, di Arendt, Hillesum e Kofman. Le pensatrici protagoniste di questo volume testimoniano, inoltre, un profondo senso di condivisione e di solidarietà con il destino del proprio popolo e con i molti uomini afflitti dalla guerra e dalle sue conseguenze. Ciò porta addirittura ad immaginare luoghi di accoglienza “al femminile”: è il caso di Weil e del suo citato progetto di un corpo di infermiere di prima linea (p. 123). La sensibilità di queste pensatrici si riflette anche sulla loro spiritualità, vissuta in modo libero e al di fuori di schemi e ortodossie. Viene difesa, infatti, una religiosità non possessiva, rivolta ad una dimensione trascendente, il cui attributo non è l’onnipotenza, ma la fragilità – materna – di un amore che fa spazio all’uomo. Questa capacità di accoglienza, valorizzata in Dio, diviene per queste autrici il modello di riferimento per un pensiero contrassegnato dall’attenzione all’altro e dalla tutela della differenza. Tale impostazione si accompagna, nelle riflessioni di queste donne, ad un atteggiamento critico nei confronti di qualsivoglia criterio di identificazione e appartenenza rigido e imposto. In ciò si esprime, infine, un’emancipazione del femminile, che non si limita ad operare nella sfera domestica del privato, ma ha il coraggio di rivendicare la differenza e la pluralità quali principi fondamentali dello spazio politico.

 

 

 

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