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Dire l’indicibile. Ascoltare il vero[1]

 

(Traduzione dallo spagnolo di Luciana Tavernini)

 

Presentazione

 

Buongiorno, da quando Milagros mi ha proposto di venire al Seminario, si è prodotto in me un movimento che sembra andare da solo, qualcosa di importante si muove perché ho accettato di venire. La mia dedizione alla psicoterapia l’ho sviluppata, potrei dire, da sola, seguendo alcuni passi che creavano un percorso in cui organizzavo un modo proprio di fare che non mi portava fuori dal mio studio, non mi faceva andare oltre le mie sedute psicoterapeutiche, con le quali mi sentivo e mi sento contenta e soddisfatta. Ma qualcosa in questo momento della mia vita esiste in questa possibilità di incontro con voi, in particolare con quelle che sono qui oggi.

 

Sono cosciente del mio sentire e del sentire delle altre persone e, anche se può sembrare vanitoso dirlo, fin da piccola sapevo che la vita espressa in animali, piante e tutto ciò che consideravo natura aveva un battito, un’essenza propria che era viva e che mi faceva sentire bene osservarla, stare con lei. Oggi sento che questa coscienza è stata ed è ciò che guida i miei passi. In quel sapere che le persone intorno a me sentivano, mi sono soffermata sulla loro sofferenza, forse perché era il sentire che predominava, e ho cominciato a cercare di alleviarlo, conoscerlo, vederne l’origine, le manifestazioni e impegnarmi perché c’era sicuramente un modo di intervenire per riuscire a superarlo e trovare sollievo e benessere. Così a 11 anni ho deciso che avrei studiato psicologia, per poter alleviare la sofferenza delle persone. Quella posizione di comprensione del sentire dei miei familiari e, attraverso la psicologia, anche di quello di altre persone, era in realtà finalizzato a comprendere il mio sentire e, non potevo ingannarmi, la mia personale sofferenza. Crescendo si è prodotta una consapevolezza del mio sentire che mi ha portato all’origine e ho scoperto che c’è un sentire dell’origine che, quando vi accedo, mi offre risposte e sollievo alla sofferenza. Mi lascio toccare da quel sentire vero che mi conduce a una memoria di sentire primi che portano alla mia coscienza il vissuto in modo chiaro, producendo così un senso. Quel sentire latente, che è rimasto al gerundio di una sensazione incompiuta che non incontrava un’interlocutrice che lo ricevesse, prende senso e disfa il nodo, fluisce nel sentire vero che permette la sintonia con il battito della vita. Questa disposizione a essere in sintonia con il sentire che, come dicevano mia madre e le mie sorelle, possiedo fin dall’origine, da quando ero neonata, ha creato man mano questo cammino del sentire in cui ora riconosco di essermi mossa.

Da questa posizione ho iniziato i miei studi di psicologia e si è generata in me una linea superficiale e formale, in cui ho accolto le conoscenze che mi venivano trasmesse, e una linea vera per me, quella del sentire proprio attraverso il quale facevo passare tutte le conoscenze e interazioni che sperimentavo. Questa modalità è una cosa naturale nella mia esperienza, non è il frutto di aver preso la decisione di seguirla: semplicemente succede. In questo modo, dal momento in cui mi sono laureata, ho cominciato a sviluppare la psicologia. Facendo pratica in un centro di salute mentale si è sviluppata, di nuovo, quella doppia linea in cui mi muovo: quella formale e quella del mio sentire proprio che guida la mia pratica e la mia vita. E non potevo tornare indietro, dovevo assolutamente praticare la psicoterapia da quel luogo, solitario ma non debole. Non era facile perché non trovavo interlocuzione a modo mio: se parlavo di quello che osavo, veniva ascoltato con curiosità ma alla fine era come fumo, e dovevo accettare il rapporto con le mie colleghe di studi e di professione dalle loro posizioni teoriche e nel quadro della conoscenza formale e mettere a tacere la mia strada. Così mi sono fatta trasportare dal mio modo di esercitare la psicoterapia e a poco a poco ho costruito un modo per esercitarla centrato sul sentire, sulla mediazione femminile e sull’accettare la differenza sessuale come il fatto significativo delle nostre vite umane, così come sul rivelare la violenza sessuale e la sofferenza da un sentire dell’origine che non ha potuto essere espresso, e quindi non ha potuto essere portato alla memoria presente il danno ricevuto, che è rimasto nascosto nell’inconscio e nel nostro corpo-mente in attesa del momento di essere riscattato.

Questo cammino del sentire non è facile, anzi direi che è difficile e costoso, ma è il cammino della vita. Quando parliamo del sentire nelle creature umane si tratta sempre di un processo di coscienza in cui non c’è bisogno di dire, in cui il pensiero è incluso. È un sentire pensante, un’integrazione dell’esperienza che giunge alla coscienza e a cui accediamo in un momento di maturità concreta e necessaria affinché quella coscienza del vero sentire accada.

Non c’è lotta tra sentire e pensare, tra sentire e ragione. C’è dissociazione, creata da esperienze vissute e significate dall’impossibilità d’integrare il sentire vero. Nasciamo in contesti che hanno già costruito i loro significati su ciò che può accadere in essi: la posizione che ci tocca in quella rete di relazioni, come dobbiamo sentire, pensare, agire. Siamo creature esposte al mondo naturale come esseri vivi ed esposte al mondo culturale come creature umane e da lì, da ciò che ci viene dato, inizieremo il nostro cammino. Fin dall’origine, fin dalla nostra nascita stabiliamo un modo proprio di interagire con nostra madre e con chiunque sia nel nostro ambiente più vicino, e lei creerà un modo specifico di relazionarsi con noi e così anche il resto del nostro gruppo familiare. Questo è un processo naturale, creiamo meccanismi di adattamento che ci permettono di stabilire i legami affettivi di cui abbiamo bisogno per vivere e per essere in grado di andare avanti, discriminando ciò che è nostro e ciò che è di ciascuno/a che si relaziona con noi. Come esseri viventi abbiamo una capacità naturale di sperimentare benessere, di prenderci cura di noi e di sviluppare efficacemente le nostre capacità di vita, anche per integrare il dolore. Come esseri umani il bisogno di senso, di sentire interlocuzione, possibilità di espressione e di ascolto, di linguaggio ci porta alla necessità di integrare il sentire proprio con il significato che nostra madre e il nostro gruppo danno alla nostra esperienza e al nostro mondo. Se sentire e significato sono in sintonia, ci sarà uno sviluppo fluido e sano, potremo sentire adattamento e appartenenza, mentre ci sviluppiamo secondo le nostre capacità e possibilità. Se il nostro sentire proprio non può esprimersi e il significato viene imposto in modo da negarlo, travisarlo, se non abbiamo interlocuzione, allora non ci sarà integrazione e si verificherà una dissociazione; dovremo creare alcuni meccanismi di adattamento a un ambiente al quale non è possibile adattarsi, perché è un ambiente disordinato che genera violenza poiché non riesce ad ascoltare o accettare la mia propria esperienza. Allora la nostra vita si svilupperà separata dal nostro sentire vero e non potremo svilupparci secondo le nostre capacità e possibilità, saremo in una lotta permanente tra un sentire senziente perché non ha potuto trovare senso e un significato a cui non possiamo adattarci perché ci nega.

Ogni creatura si trova nell’una o nell’altra di queste due possibilità, saperlo è quello che ci aiuterà a vivere la nostra vita in maniera più piena. E in queste due possibilità ci troviamo donne e uomini, fin da bambine e bambini.

Tutto questo per dirvi che io, dal mio percorso del sentire, da questa linea, che vi ho segnalato, per cui ogni creatura è capace di riconoscere quello che le è proprio rispetto a quello che le viene da fuori, ho scoperto a poco a poco che ero stata nel luogo del non incontro tra il sentire proprio e il significato, che avevo vissuto l’esperienza di non poter esprimere il mio vissuto, che il mio sentire era stato negato e che mi era stato imposto un significato sul mio esistere che aveva a che vedere con le necessità e il disordine del sentire di quelli che mi avevano fatto crescere. Da quel sentire originale al quale non mi sono chiusa e che si è manifestato in me nei momenti della vita in cui ero pronta a riceverlo, mi sono avvicinata alla sofferenza delle donne e degli uomini e mai ho perso il sapere che tutte e tutti abbiamo, soprattutto noi donne, dalla nostra infanzia: che nascere in corpi di donne o in corpi di uomini crea una maniera differenziata di sentirsi. Con questa conoscenza, non documentata nei libri che avevo studiato, né nelle relazioni che potevo stabilire, sono entrata in contatto con la sofferenza umana quando ho cominciato a sviluppare il mio lavoro in psicologia. Questo mi ha resa capace di vedere e accettare la violenza sessuale esercitata da molti uomini contro le donne, di riconoscere una struttura di relazioni umane che negava quella differenza sessuale come il fatto significativo per eccellenza, e che questo voleva dire la negazione della differenza sessuale femminile, che questa negazione creava violenza nell’infanzia a bambine e bambini, e che dovevo lavorare, a partire dalla mediazione femminile e dal riconoscimento del sentire vero, per poter essere interlocutrice delle donne, e di qualche uomo, che ricorrono alla psicoterapia. E qui appare l’incesto, benché, quando Milagros mi ha proposto di venire, il mio primo pensiero è stato che io non avevo lavorato sull’incesto mentre poi, pian piano, ho riconosciuto che l’incesto era stato presente nella mia vita, nelle psicoterapie e nella struttura di violenza sostenuta dal patriarcato e dal contratto sessuale, entrambi in estinzione.

 

Perché è possibile l’incesto?

 

La violenza sessuale resta fuori dal diritto, resta precedente al diritto, per questo, per trattarla, dobbiamo rendere visibile la realtà contestuale che la sostiene. Parlare della vittima e dell’aggressore non dà risposta al problema. I meccanismi psicologici di attaccamento e di necessità di appartenenza sono tanto basilari nella vita umana che non è stato difficile condizionare il nostro sentire, il nostro pensiero e la nostra condotta in modo conforme ai gruppi di potere e alla conoscenza che hanno trasmesso.

Scrivendo l’introduzione mi si va formando la domanda: come è possibile l’incesto? E di nuovo entro in confusione: comincio a guardare libri, a leggerli solo di passata, che già non ho più tempo, penso che avrei dovuto essermi messa a leggerli per tempo e che ho letto molto poco e che quello che ho letto non sembra che me lo ricordi. Di nuovo il corpo pieno di dolori e la mente densa, però continuo con il proposito di osare scrivere a partire dalla mia esperienza, questa guida non mi abbandona, continua nascosta sotto la mia confusione. Ho fatto quello che di solito faccio: bloccare nell’azione l’espressione della mia esperienza, quella che ho acquisito dal mio sentire. Perché quando devo parlare a partire dalla mia esperienza mi capita di parlare dal mio sentire originale, e appare il blocco per paura di essere rimproverata e rimanere senza interlocutrice, allora rimango sempre allo stesso punto, presa dalla necessità di esprimere la mia verità (saperla è quello che mi ha salvata) e bloccata dal timore di dirla, dato che la condizione per poter stare nel “gruppo”, nella “famiglia” è stare nel loro linguaggio, che non è dal proprio sentire. Scopro che mi sono messa in connessione con il sentire vero della mia famiglia e che, quando sono interlocutrice del sentire di altre persone, mi “sintonizzo” con loro; però nel ricevere il mio sentire proprio lo blocco nell’azione, appare un groviglio che credo sia conseguenza di una proibizione, quella di non dire il mio sentire vero perché allora (se accedo al mio sentire vero e lo dico) succederà qualcosa di terribile. Così, lo taccio.

Devo piegarmi a questo filo sottile di luce propria che non è mai cessato nella mia vita, riconoscere che qualcosa di fedele al mio sentire vero mi ha tenuto in contatto col mio essere, che il mio essere è quello a cui sono obbligata, quello che devo ascoltare e a cui obbedire: obbedienza nel senso di libertà di essere, perché la libertà è Libertà di Essere, di essere in relazione, innanzitutto in relazione con se stessa (o con me stessa) e in relazione con quello che è fuori di me. Così sono qui: ho chiuso i libri, mi dico che li leggerò dopo il Seminario, e che ora debbo obbedienza alla mia propria esperienza.

Se mi attengo alla prima parte del titolo, “dire l’indicibile”, questo che ho terminato di scrivere rientrerebbe come non dicibile nel contesto della nostra conoscenza accademica. Ci hanno insegnato che non dobbiamo parlare della nostra propria esperienza, né partire da questa, e dunque niente di quello che sentiamo deve essere espresso in pubblico e tantomeno negli ambiti della conoscenza formale. Però, questo è impossibile: sempre viviamo a partire dal nostro sentire, e pertanto, quando qualcuno, donna o uomo, parla nell’ambito familiare o formale o scrive su qualsiasi cosa, lo farà da questo luogo, dalla sua propria esperienza che, se è occultata per non essere riuscita ad accedere al suo sentire vero, non sarà neppure verità.

La nostra natura è umana e non c’è separazione tra natura e cultura, biologia e psicologia, ragione e sentire; queste polarità fanno parte della conoscenza formale che ci hanno trasmesso secondo il volere di coloro che hanno avuto il potere di intervenire in ciò che deve essere detto o che si deve nascondere. Così sto dicendo qualcosa che non dovrei secondo queste posizioni formali di potere, e con ciò sarebbero giustificati i miei timori di dire a partire dalla mia esperienza, dato che sarebbe considerata fuori luogo e non adatta. Senza dubbio non dobbiamo dimenticare che su tutto quello di cui parliamo o con cui ci relazioniamo, lo facciamo dalla nostra propria esperienza, e che è bene che lo sappiamo perché sarà un punto di chiarezza e di sviluppo.

Da quando ho cominciato a leggere, e in modo più accentuato dall’università, sempre ho pensato a chi scriveva e se era verità; sempre mi domandavo dov’erano le donne, che cosa avrebbero detto e, se era una donna quella che scriveva, sentivo se lo diceva a partire da se stessa come donna o lo faceva dal punto di vista di quello che dicevano gli uomini.

Continuo con la domanda su com’è possibile l’incesto. Io avevo, come tutte, conoscenza della parola incesto e di quello che significava, però nella mia esperienza personale e professionale non la utilizzavo, utilizzavo “abuso sessuale”. Alla presentazione del libro di Emily Dickinson, in cui Milagros nominò l’incesto, ho cominciato a utilizzare la parola e ha cominciato a muoversi il potere della parola vera in quella realtà che si era preteso appannare con un termine generico, che non nominava realmente il fatto dell’incesto.

In questi giorni nella lotta tra l’osservanza al comando del dominio della violenza e l’osservanza al mio essere ho recuperato, dal periodo in cui studiavo psicologia, il concetto di “tabù dell’incesto” e qui mi collego con il mio oblio; ho scoperto che lo ricordavo come tabù e pertanto che non ne potevo parlare, né riconoscerlo e, leggendo sull’incesto, mi è piaciuta la sensazione di sentirmi fuori da quello che si diceva e riconoscermi autorità per pensarlo da me stessa. L’effetto che aveva avuto su di me era di non vederlo, non parlarne, fare come se non fosse accaduto.

Si parla dall’origine o, per precisare meglio, da quello che ci hanno detto che è l’origine, in una maniera così confusa, speculativa e non vera che ti confondono. Sembrerebbe che quello che sta all’origine è la legge e appare come proibizione dell’incesto; allora le parole “tabù” e “proibizione” si antepongono al fatto dell’“incesto” e in modo positivo sembra come la necessità naturale di regolare un disordine, che parrebbe anch’esso naturale. Un comportamento violento, di violazione, di imporsi con la forza sul corpo della donna, è presentato come il passaggio naturale dal disordine e dal caos, che si danno nella natura, alla cultura, che è ordinata dalla legge. Non ci hanno raccontato qualcosa, qualcosa di terribile è successo perché il fatto rimanga nascosto e sia distorto; è grave perché stiamo parlando del fatto originale, quello che dà origine a una determinata maniera di organizzare la relazione umana.

Questo contratto originario, di cui parla Carole Pateman, che si compone di due parti, da un lato il contratto sessuale e dall’altro il contratto sociale, già si basa su questo fatto della violenza sulle donne. Il contratto sessuale, che precede il contratto sociale, regola quella violenza e costituisce il diritto patriarcale degli uomini sulle donne: è un accordo tra uomini che regola la possibilità di esercitare violenza sulle donne, dà uguale possibilità a tutti gli uomini di accesso sessuale a tutte le donne, e questo passaggio viene considerato il passaggio dalla natura alla cultura. Il patriarcato come diritto sessuale degli uomini sulle donne, regolato dal contratto originario, è un patriarcato degli uomini/figli, quello di un individuo maschile adulto, uscito già dall’obbedienza al padre. Si manifesta nell’ambito privato, assegnato alla famiglia, e nell’ambito pubblico, relazionato con l’organizzazione generale del gruppo. Appare qui una nuova divisione pubblico e privato e di nuovo per confondere. Il contratto originario comprende tutto: pubblico e privato.

Stiamo vedendo come la regolazione della condotta pretesa dalla legge si crea già sopra una menzogna e costruisce una maniera ordinata di mantenerla nascosta. Si crea su una verità non detta, quello che sta regolando per necessità è la violenza esercitata probabilmente da un gruppo di uomini. Sicuramente ci sono stati e ci sono uomini “buoni”. Questi uomini che esercitano il dominio decidono che quella violenza bisogna regolarla perché rimanga instaurata come legge, come una maniera efficace di incorporarla nella condotta di donne e di uomini che la vivranno come un ordine da eseguire per conservare il bene del gruppo e perché c’è castigo se non si esegue. La parte nascosta è che questo contratto originario si fa solamente tra uomini per regolare la loro violenza sessuale sulle donne e per imporre il concetto di superiorità degli uomini e di inferiorità delle donne. Le donne sono assenti in entrambi i contratti: nel primo perché sono l’oggetto dello scambio e nel secondo perché sono considerate non adatte per contrattare, per essere una delle parti dell’accordo che si suppone sia un contratto.

Per questa narrazione l’umanità ha un’origine violenta, raccontata solo dal gruppo degli uomini che esercitò violenza sopra tutte le donne, per il fatto di esserlo, e sopra gli uomini non violenti che sapevano amare le donne. Questa è la storia che ci hanno raccontato, la storia di un gruppo di uomini dominanti che impone la propria legge con la forza della violenza, una storia di guerre e di barbarie. Però pensate che ogni volta che ascoltate o leggete qualcuno, lei o lui lo fa a partire dalla sua esperienza vitale, anche quelli che ci hanno racontato questa narrazione lungo la storia scritta, vale a dire, anche quando sembra scritto o detto nel linguaggio e nei contenuti formali e di dominio della storia di ciò che viene chiamato scienza e conoscenza umana.

 

Dove siamo noi donne?

 

Noi donne esistiamo dall’origine, siamo l’origine. Esistiamo nella vita privata e pubblica, come madri, figlie e amanti e, da lì, da questo luogo centrale, esistiamo come creatrici di legami affettivi e come quelle che procurano cibo, salute, ordine. Non siamo le buone, ma nemmeno le cattive; quello che è certo è che siamo nella realtà, anche se è difficile rintracciarci nella storia scritta ufficiale, perché ci hanno eliminate, non perché non c’eravamo. Dalla storia di violenza che ci è stata raccontata e che ci è stata imposta, siamo state uccise perché siamo nate bambine, violentate fin dall’infanzia in famiglia e in pubblico, i nostri corpi sono stati trafficati per la violenza sessuale e per impadronirsi della nostra capacità di creare vita nel nostro corpo, e questo continua ancora oggi. Ma è certo che la nostra nascita è stata anche desiderata, e appena siamo nate nostra madre e il nostro gruppo si sono rallegrati, abbiamo avuto infanzie e vite creative e felici, siamo state amate e rispettate dal nostro ambiente. Nella storia non raccontata siamo state anche felici. Le donne sono state al centro della vita e, proprio come noi siamo qui ora a parlare dalla nostra libertà femminile, anche altre donne, fin dall’origine, si sono riunite fra loro e hanno creato mondo. Le donne nella storia non raccontata hanno avuto un primo, fondamentale compito. Erano adulte insieme agli uomini, facevano parte del gruppo e partecipavano allo sviluppo della vita e della cultura. È certo che c’era vita al di là di questa narrazione e che la libertà femminile non è stata distrutta, però ogni narrazione storica che vada al di là di questo accordo è stata bloccata.

La bambina che patisce l’incesto si chiede: dov’è mia madre? E se lo domanda anche chi tra noi si prende cura di loro. Pensate: cos’è la prima cosa che chiedete se trovate una bambina sola, o un bambino?

Ho già detto che noi donne siamo fin dall’origine di questa narrazione di violenza e, nella parte precedente, ho parlato di una struttura che sostiene e regola la violenza sessuale contro le donne, in modo che la madre di questa bambina resta ugualmente bloccata in questa violenza sessuale, nel disordine non riesce a esercitare il suo compito di proteggere la bambina. Ma così come il responsabile dell’azione violenta è il padre, o un altro parente, la madre è responsabile della sua assenza e questa è una riflessione imprescindibile per le donne. La maternità è una cosa nostra e, se scegliamo di incarnarla e di dare alla luce una vita, dobbiamo assumerci la responsabilità di una buona cura. Non importa di quali sostegni abbiamo bisogno per svolgere questa cura, ma è nostra responsabilità.

Nella parte precedente ho fatto riferimento al contratto originario come a un accordo tra uomini adulti, non più sotto il controllo del padre. Poiché lì non si parla della donna a partire da se stessa, non sembra che ci sia la donna adulta, che precede sempre la madre, con un’esperienza e un sentire proprio e con un legame, sia per forza sia per amore, con l’uomo che lei trasforma in padre della sua creatura. Vale a dire, prima di diventare madre e di trasformare un uomo in padre, ci sono due esseri adulti che hanno una storia di relazione, che sarà il contesto relazionale e affettivo della bambina e del bambino. La storia ci ha raccontato della maternità e delle madri come donne meravigliose che ci amano incondizionatamente. E questo non è vero: non lo è perché la madre è una donna con una sua storia precedente al rapporto con la creatura e perché ha vissuto in un contesto di violenza, creato dal regime di significato maschile, che l’ha portata a sentire che non governa il suo corpo; è stata condizionata per secoli a sottomettersi a un modello di relazione sessuale affettiva esclusivamente dal punto di vista maschile e a credere di non essere padrona della capacità del suo corpo di creare vita dentro di sé e di farla nascere. L’hanno convinta, manipolandola, che è una risorsa riproduttiva. In questo contesto ha potuto perdere la capacità di libertà femminile di esercitare la responsabilità sulla sua vita e sulle decisioni che prende e ha potuto vedersi assoggettata al dominio esterno del patriarcato e del contratto sessuale e assoggettata a una confusione interna, che le impedisce di prendersi cura della propria creatura o addirittura le fa proiettare su di lei la propria confusione.

Per la bambina che subisce l’incesto questo è il contesto vicino che lo rende possibile. Chi può fermarlo è la madre e, se è lì, lo fa. Se non lo fa, è perché non c’è. La legge non lo fermerà; abbiamo già visto che la violenza sessuale resta fuori dalla legge, resta prima della legge. Come contesto materno noi donne possiamo fermarlo, assumendoci la nostra responsabilità nella capacità che abbiamo di essere madri. Non è la stessa cosa raggiungere la maturità maschile che raggiungere la maturità femminile, e non per questioni di genere ma perché siamo esseri sessuati, e questo è un fatto fondamentale, in psicologia e nei rapporti dei sessi e tra i sessi, che deve essere preso in considerazione per affrontare le difficoltà nelle relazioni affettive sessuali adulte e nella violenza di molti uomini verso le donne.

La bambina si è sentita non protetta dalla madre e questo danno l’ha accompagnata per tutta la vita nella stessa misura della violenza inflitta dal padre. È la madre che può fare da mediatrice tra questa atroce azione e il dolore che è rimasto nel corpo della bambina; non avendoli potuti impedire, non avendola protetta, questa mediazione femminile resta spezzata, in attesa di essere unita, e tutta la vita di questa bambina come donna si svolgerà cercando la sua interlocuzione mediatrice. La madre è quella che la bambina e il bambino cercano perché sia mediatrice con la vita, perché lei e lui sanno che è la loro madre la mediatrice; il loro padre è, o sarà, mediatore in altro modo.

Bambine e bambini amano le loro madri, imparano ad amarle fin dalla nascita, per necessità, ma lo fanno, e la amano così com’è, amano la madre reale e concreta. Il problema non è saper amare la madre, la difficoltà sta nella donna che diventa madre e deve stabilire un rapporto con la propria creatura in un contesto non femminile, un contesto che ha reso invisibile la donna, che esiste prima della madre. Un contesto che impedisce che la maternità, insita come possibilità in tutte le donne, circoli nella vita delle donne, creando una possibilità femminile di cura e di riconoscimento di autorità.

Così ci troviamo con una bambina sola, abbandonata, senza la protezione di sua madre o del femminile materno di altre donne, e così via fin dall’origine di questa narrazione di violenza che ci è stata raccontata. Questa bambina non può fare nulla, è piccola ed è terrorizzata da una violenza e da una mancanza di difesa a cui non può far fronte e questa possibilità non entra nella sua capacità di esperienza infantile. Siamo noi donne che dobbiamo prenderci cura e proteggere le bambine e le giovani.

Oggi sappiamo che l’ordine è precisamente nella natura e che è il tentativo di dominarla che ha creato il disordine. Questa narrazione dell’origine del patriarcato e del contratto sessuale, che pone le donne come sottomesse agli uomini e gli uomini come coloro che le sottomettono, è raccontata da una di queste due parti dell’umanità, mettendo a tacere ciò che viene detto e fatto dall’altra. Lo dice un uomo che si pone all’esterno, come qualcuno espulso dalla natura, osservatore di un movimento al quale non partecipa, perso nelle proprie emozioni non sentite e confuso; allora attacca quella che gli ha dato la vita e la sottomette. Lì appare la forza, il dominio, e l’amore se ne va. La natura sarebbe associata alla donna, alla madre, e dominare la natura e pretendere di regolarla presuppone di esercitare un dominio, un intervento violento su un ordine dato, e include le donne vissute appunto come natura.

 

Ascolto, interlocuzione con la sopravvissuta all’incesto

 

Come ho fatto notare prima, c’è stato un filo che ho dovuto seguire per parlare in questo Seminario, non c’è stato un piano preordinato, ma qualcosa che pian piano è venuto fuori. Sì, sapevo fin dall’inizio che spiegare le conseguenze dell’incesto sulle donne che l’hanno sofferto e che vengono per un consulto mi sembrava che fosse caricarle di qualcosa che non corrisponde loro. Sentivo che avevo bisogno di una prospettiva per inquadrare la possibilità di un comportamento così violento, disorganizzato e distruttivo. È vero che, nella nostra realtà incarnata, è il corpo che conserva la memoria del danno, anche del piacere, ma nella violenza la bambina, la donna che soffre quella violenza sessuale, ha bisogno di capire in qualche modo, come ha potuto essere esposta a quell’esperienza, cosa è mancato nel suo ambiente che l’ha lasciata indifesa di fronte alla barbarie. Conosce il dolore nel suo corpo quando è avvenuta la violazione; quello che il danno le ha lasciato fissato nell’anima è la possibilità che ci sia un contesto che la rende possibile, qualcosa di inimmaginabile nella mente della bambina. Ciò di cui ha bisogno è di esprimere il suo vero sentire, dire la sua terribile verità ed essere ascoltata dalla verità del nostro proprio sentire ed essere accolta con amore e rispetto per la sua forza.

Noi sentiamo nel corpo, è lui che conserva la memoria del sentire, la memoria del mio essere incarnato e senziente. È lì per accoglierci e per segnalarci se siamo in sintonia con lui o se ne siamo separate. Quando si è patito un atto di violenza atroce come l’incesto, il corpo della bambina è l’unico testimone di ciò che ha sperimentato, quindi emette segnali per tutta la vita e questi, quando possono essere decifrati e nominati in relazione, spariranno gradualmente perché hanno svolto la loro funzione. La violazione del nostro corpo e del nostro spazio personale ci insegna che il mondo non è un luogo sicuro e questa bambina, che si è sentita sottoposta a sensazioni che non riusciva a integrare, impara a diventare insensibile a queste sensazioni e vive dissociata dal suo vero sentire, le costa accedervi consapevolmente perché teme che il terrore ritorni. Come ho detto prima, la madre non l’ha protetta: in queste famiglie dove l’incesto è possibile, le relazioni sono distorte, ci sono segreti, isolamento e paura. E si genera una dinamica di relazioni che manterrà la bambina sequestrata dal suo stesso sentire per tutta la vita, perché ci sono stati molti anni di silenzio e di terrore e solo in circostanze favorevoli nella sua vita adulta potrà ricevere questi segnali del suo vero essere e cominciare a prendere in mano tutta la sua storia.

La mia esperienza in psicoterapia è stata con donne adulte che hanno patito l’incesto da bambine. Il primo modo che ho considerato per affrontare la richiesta di María-Milagros Rivera Garretas per il Seminario è stato quello di riferirmi a questa donna coraggiosa e forte in modo diretto, rivolgendomi a quella bambina che non ha ancora ricevuto ascolto e consolazione e per questo rimane il dolore e l’impotenza nel suo corpo, anche se si è già trasformata in donna adulta. Non volevo parlare dell’incesto, né dell’aggressore, né della vittima, volevo parlare con quella bambina, ancora presente in ogni donna adulta, per accoglierla, per parlarle con amore e fiducia nella sua forza per superare quel dolore e per aiutarla a riconoscere che è più grande di tutta quella violenza che ha sperimentato, che già non è più sola. Per cominciare è stata tanto coraggiosa e forte da essere riuscita a portare se stessa fino alla possibilità di una parola e di un ascolto vero e guaritore, imparerà che nominare ciò che è guarisce e libera dagli ostacoli più oscuri e difficili: è questa la magia del sentire vero con una interlocutrice. Qui si disfa l’effetto distruttivo nella sua vita dell’assenza della madre e appare la capacità di riconoscere che sua madre l’ha amata ed è questo riconoscimento del suo amore che la libera, lasciando dietro di sé un passato che ha interferito con la sua capacità di vivere la propria vita. Il fatto che sia in grado di riconoscere in sé la paura, la rabbia, la frustrazione, lo sgomento la aiuterà a risolvere il dialogo con la violenza; ma la renderà capace di sentire felicità e riconoscere che anche lei ha potuto sentire amore per quelle persone che l’hanno ferita e confusa.

 

Voglio chiudere il mio discorso rivolgendomi a quella bambina coraggiosa e forte che è riuscita a venire a parlare con me:

A un certo punto della tua vita adulta c’è chi deve dare un nome a ciò che già conosci e che il tuo corpo-mente non smette di esprimere. Quando accadde nel tuo piccolo corpo non potevi nemmeno viverlo così com’era realmente. Non c’è un simbolico per questo sentire. Hai dovuto viverlo confusa, rotta, morta. È un’esperienza senza nome. Per questo è difficile per te accettare anche un nome quando te lo dicono, per questo è difficile per te accettare che vi sia chi possa scoprirti, portarti fuori da quel luogo oscuro dove ti sei nascosta per poter continuare a vivere con un segreto così spaventoso. Vuoi nasconderti da te stessa, non vuoi nemmeno avvicinarti.

Vivere da bambina l’invasione del tuo corpo da parte di colui che dice che ti vuole bene, che lo sta facendo perché ti ama molto, che sarà un segreto tra voi due e che piace anche a te… è un sentire, senza nome. Genera in te un tale grado di disordine nel tuo proprio sentire che ti lascia divisa e da quel momento in poi abiti il mondo senza abitare il tuo corpo, volando sopra di te, in uno stato di costante minaccia, una minaccia che può essere diretta a qualcosa di concreto o manifestarsi in modo generalizzato: paura di essere e di non essere, di sentire e di non sentire. Si è creato un disordine amoroso che si manifesterà nella vita del tuo corpo, della tua mente e delle tue relazioni; inoltre sarà un segreto di cui non potrai parlare e, nella maggior parte dei casi, non vorrai nemmeno dirlo a te stessa. Si creerà un vuoto così grande che la vita sarà possibile solo essendo una sopravvissuta.

Dopo l’incesto resti intrappolata nel male attraverso la colpa. Già nell’atto la cui esperienza non sai nominare (certo perché non c’è un nome che possa definirla) ti è stato detto che sei stata cattiva per non aver accettato “volentieri” quell’atto di violenza come atto d’amore .Così continui, per tutta la vita, in quel disordine amoroso e di riconoscimento del tuo proprio sentire come qualcosa creata dalla violenza, e continui a provare la stessa sensazione di essere colpevole per essere malata nel corpo e nell’anima, per non essere capace di relazionarti con tranquillità e per essere sulla difensiva, sei tu la responsabile di quelle che sono solo le conseguenze di una violazione di tutta te stessa. Sei confusa, continui ad essere confusa e continua il cerchio della sofferenza e della disperazione perché continui a non poter riconoscere il tuo sentire vero, perché è rimasto senza la possibilità di nominarsi e così continua e continuerà fino a quando non ci sarà una mediazione amorosa che possa portarti per mano verso te stessa, più grande di quell’esperienza infantile che non hai potuto sentire perché ha superato le capacità dei tuoi sensi e della tua vulnerabilità infantile.

Senza difesa, vittima, vulnerabile, essere disponibile per quando l’altro ti chiede, manipolazione perché non conosci il modo reale di agire, ricerca di aiuto esterno e di spiegazioni esterne perché non ti senti in grado di riconoscere le tue risorse, non poter essere in grado di distinguere quando relazionarti, come e con chi. Sempre alla ricerca di chi ti porti fuori di lì, sempre cercando l’incontro in comunione e amoroso e allo stesso tempo fuggendo, in un movimento pendolare di avvicinamento e fuga, non conosci i tuoi confini di cura, il tuo personale territorio dove riposarti, si sono rotte le barriere di ciò che è tuo e di ciò che è estraneo: si è installata la confusione tra ciò che senti dalla tua propria esperienza e ciò che senti perché un altro ti dice ciò che devi sentire.

Finché non accettiamo che la differenza sessuale è il fatto umano per eccellenza, non potremo affrontare quella violenza che rimane nell’oscurità e confonde donne e uomini. Se noi donne non cominciamo ad assumerci la responsabilità del nostro proprio sentire e la chiara consapevolezza della differenza sessuale femminile e del nostro obbligo di agire nel mondo dal nostro essere femminile, tutta la violenza degli uomini nei confronti delle donne resterà impunita perché non sono loro a doverci salvare, non possono, siamo noi e lo possiamo fare. Gli uomini devono farsi carico della loro capacità di esercitare violenza sessuale sulle donne e farsi carico del superamento del loro disordine.

 

 

Parole chiave:

Incesto − Violenza maschile − Libertà femminile − Fine del patriarcato − Madri e figlie

 

Incest − Male Violence − Feminine Freedom − The End of the Patriarchy − Mothers & Daughters

 

[1] Presentato al XXX Seminario internacional de Duoda. El cuerpo se confiesa: el incesto, Universitat de Barcelona, 11 maggio 2019. Il video dell’incontro si trova in https://www.youtube.com/watch?v=_Gm_7Mk3LdM

Il testo in spagnolo è pubblicato in Duoda. Estudis de la Difèrencia Sexual-Estudios de la Diferencia Sexual, Universitat de Barcelona, N.57/2019, pp. 64-81.

 

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