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Del desiderio, trascendenza e riconoscimento. Su Ciò che non dipende da me. Vulnerabilità e desiderio nel soggetto contemporaneo di Wanda Tommasi

Leggiamo dalla presentazione in copertina:

 

Ciò che non dipende da noi comprende molte cose: amicizie, amori che vanno e vengono, salute e malattia, ricchezza e povertà, buona e cattiva sorte. Ad avvertirci dell’importanza di tutte queste cose sono le emozioni, le quali nel loro insieme delineano l’immagine di una soggettività dipendente dall’esterno, vulnerabile e attraversata dall’intima estraneità del desiderio.

 

Questo che Wanda Tommasi ci offre è un aiuto a pensare la condizione umana e quella femminile innanzitutto, e a riflettere sul senso della nostra esistenza, su quello che ci è capitato e su quello che siamo diventate. Quando si è già trascorso ben più di metà del cammin di nostra vita lo sguardo si sofferma su ciò che è stato, e si può pensare retrospettivamente il percorso compiuto.

Già il titolo esplicita il sentimento – visto che di emozioni e sentimenti si tratta – dell’autrice, un’autrice che ha, a mio parere, il grande pregio di  scrivere sempre, non per l’accademia, ma di ciò che le sta a cuore e a partire dal suo vissuto. Questo sentimento è complessivamente negativo, come del resto già il titolo suggerisce, mettendo a tema non la nostra libertà, ma ciò che subiamo, ciò  che non dipende da noi, ciò che c’è capitato di incontrare e ci ha colpito.

La vita che abbiamo vissuto appare tracciata più da ciò che ci ha determinato dall’esterno che dalla nostra volontà e dalla nostra scelta.

Si potrebbe ribattere all’autrice che ci offre le sue parole, e questo libro, che è solo l’ultimo tra altre cose importanti che ha scritto, che questa presa di parola è un atto grande di libertà nel quale si esprime la sua indipendenza, ma non si possono discutere i sentimenti degli altri.

Del resto il suo sentimento non è così singolare, ma trova sostegno in quello che molti altri pensatori e pensatrici dicono della soggettività contemporanea, caratterizzata dal senso della fragilità, della vulnerabilità e della dipendenza.

A causa delle mie associazioni – a ognuna, quando legge, vengono in mente altre cose che l’hanno colpita – sono andata a rileggere alcune pagine del dialogo che Mary Caterine Bateson intesse con il padre, nel libro Dove gli angeli esitano. Nel capitolo XII Metalogo La dipendenza[1], è contenuta una preghiera che Mary Catherine citava, pertinente al nostro argomento e che mi pare preziosa quando dobbiamo chiedere un orientamento: “Dacci la serenità per accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio di cambiare le cose che non possiamo cambiare e la saggezza per distinguere le une dalle altre”.

Sempre nello stesso libro, nel capitolo XVI, Innocenza ed esperienza[2], si tratta invece della diversità di sguardo tra il vecchio e il giovane rispetto alla traiettoria della propria vita e l’argomento viene introdotto da due curiose poesiole in cui il percorso della vita viene metaforizzato da due diverse modalità di avanzare: quella determinata di un tram che scorre su due rotaie e quella apparentemente più libera di un bus. Il giovane del dialogo teme di essere un tram costretto a correre su binari prestabiliti, il vecchio teme invece di essere stato un bus e di avere perso la strada che conduce dritto e sente aumentato il senso della sua responsabilità. Mi sembrano immagini buffe, ma anche efficaci a rappresentare il dilemma determinismo libertà.

Mi è parso però, che scritto negli anni 70, da un uomo già anziano, nella contrapposizione tra vecchio e giovane, delinei un sentimento che oggi non può rendere conto della situazione presente. E’ la nostra generazione, e quella precedente cui Gregory Bateson appartiene, e sono le donne prima di tutto, appartenenti a quella generazione, che hanno sentito il bisogno di trasgredire i binari prefissati; oggi, a me sembra, che ai giovani non siano preparati binari di nessun tipo e che debbano prendere subito tutto sulle loro spalle, caricati inoltre di una grande responsabilità, si trovino davanti al rischio di vivere nel sentimento della totale superfluità. Nell’inganno del tutto è possibile e disponibile e nel sentimento paralizzante di non potere in realtà determinare nulla della propria esistenza. Come dimostra il grande numero di coloro che non studiano, non lavorano e neppure cercano lavoro.

Di fronte ad una condizione umana in cui l’esistenza è determinata da condizioni che in gran parte non dipendono noi, quale atteggiamento interiore assumere? Wanda Tommasi ci ricorda la posizione degli stoici che pongono la saggezza e la tranquillità dell’anima nel ritiro dagli attaccamenti esterni, attaccamenti che ci rendono vulnerabili dato che siamo dipendenti dagli altri e dalla sorte.

Si tratterebbe quindi di guadagnare una posizione interiore di distacco per essere meno esposti, e di guadagnare la serenità, che ci viene dalla fede che tutto l’ordine del mondo è fissato in una ratio cosmica che ci trascende.

Come in tutte le fedi, è nella trascendenza, attraverso una collocazione di sé in un senso che va al di là di noi stessi come singoli, che si può generare il sentimento di accettazione di quello che ci capita. Anzi addirittura di fare di ciò che ci capita lo strumento di una crescita e di una trasformazione interiore.  La mistica Caterina da Siena, ad esempio, in una lettera consigliava a Raimondo da Capua, suo confessore e maestro e figliuolo, di studiarsi di trarre guadagno da ogni cosa che gli capitasse, buona o cattiva, nel frangente era cattiva. [3]

Parlo di fedi nominando la trascendenza, ma intendo anche sistemi filosofici. Semplificando all’estremo la ricchezza del pensiero di questi pensatori, si può sostenere che sia Spinoza che Hegel, e forse anche Marx che a me era caro, chiedono al singolo di trascendersi e di trovare il senso della sua esistenza nella partecipazione a una vita più grande.

Sia la fede in una razionalità della storia che l’abbandono fiducioso in Dio non sembrano essere, oggi, nell’Occidente, comunemente disponibili, dato che l’economia e il mercato ci vengono presentati come l’unico orizzonte della vita dei popoli e dei singoli, le uniche deità cui sacrificare e fare riferimento. L’unica ratio cui piegarsi è quella finanziaria.

Dico che nell’Occidente quest’abbandono alla trascendenza non è disponibile, perché la frequentazione con le amiche straniere, le islamiche, ma non solo loro- vivissima la fede anche delle africane, cattoliche o protestanti che siano – mi ha convinto che questo sentimento di affidamento fiducioso ad Altro del senso della vita propria è ancora vivo in altri mondi, sempre più interconnessi con il nostro. Vivo in donne che spesso si sono trovate a vivere in difficili circostanze, siano esse personali o anche coinvolgenti tutto il popolo, come accade oggi nelle guerre in Medio Oriente.

Il sostegno rimane nel riferimento alla misteriosa volontà divina e alla presenza amorevole di Dio. La siriana Souheir Kathouda[4], di Aleppo città devastata, dalla quale tutti quelli che hanno potuto sono fuggiti, dice: le porte si sono chiuse dietro di noi e non possiamo più fare ritorno alla nostra città, ciò significa che Dio voleva ci conoscessimo meglio.

Del resto nel libro di Wanda Tommasi tornano, già presenti in altri suoi scritti precedenti, riferimenti forti e sentiti ad autrici come Simone Weil e Hetty Hillesum.  Appartenenti a un secolo che aveva già celebrato la morte di  Dio,  queste due grandi pensatrici, pur essendo partite anche loro da una posizione agnostica, di fronte alla tragedia e all’orrore della guerra e dei campi di sterminio, ritrovano l’unico senso possibile nell’amore di Dio e nella libertà interiore che quest’amore consente.

Anche il desiderio, desiderio che attraversa il soggetto ponendolo, come dice Wanda Tommasi in posizione estatica[5], fuori dal proprio controllo, è legato alla trascendenza, intesa come relazionalità con Altro fuori di noi.

Alla tematica del desiderio Wanda dedica pagine molto efficaci riprendendo da un lato la teoria psicanalitica, soprattutto Lacan, attraverso la lettura di Hegel operata da Koiève, dall’altro lato riprendendo quanto di essa, con le dovute correzioni, si ritrova nel pensiero femminista (Irigaray, Foque, Cigarrini, Muraro).

La prescrizione di non cedere sul desiderio, l’andare al di là del godimento immediato degli oggetti disponibili, per un rilancio aperto all’infinito, ripropone quindi l’apertura del soggetto a ciò che lo trascende.

Ricordo la bella figura della vecchia che Luisa Muraro riprende dal mistico sufi Attar.[6] Con il suo povero gomitolo di lana partecipa all’asta dove si vende Yusuf, un giovane così bello da rappresentare l’irresistibile bellezza divina, e si fa avanti nonostante la sproporzione tra il valore dell’oggetto desiderato e le poche risorse disponibili: il senso della sua esistenza sta nell’averci provato, nel non aver rinunciato in nome di un realismo paralizzante.

E tuttavia le vicissitudini del desiderio non sono lineari e spesso sono inaccessibili alla coscienza e tanto meno determinabili attraverso la volontà. Non a caso l’autrice intitola il capitolo che dedica a questa tematica la parabola del desiderio. Parabola: una traiettoria che descrive uno slancio, ma anche la successiva caduta.

Non si tratta qui dell’impossibilità di appagamento, in quanto nessun bene disponibile può colmare la mancanza costitutiva del soggetto: questa mancanza di per sé potrebbe rilanciare all’infinito il desiderio, si tratta invece della morte del desiderio stesso o dell’impossibilità da parte del soggetto di disporre della forza desiderante.

L’autrice constata una debolezza del desiderio femminile nei confronti degli oggetti sociali, di fronte al mondo e dice nonostante la libertà femminile recentemente guadagnata esso arretra di fronte a un ordine sociale avvertito come estraneo oppure imita il desiderio maschile assumendone acriticamente gli oggetti.[7]

Apre quindi una serie di questioni e di dubbi che riassumo così:

In primo luogo il pensiero della differenza avrebbe dato per presupposto un desiderio femminile autentico e originale costruendo una metafisica del desiderio, mentre proprio nella tradizione mistica, soprattutto femminile, si trova l’indipendenza del desiderare secondo se stesse, in relazione all’Altro nell’accettazione della propria creaturalità.

Rimane inoltre una certa ambiguità nei confronti degli oggetti del desiderio che non dovrebbero essere sottoposti a giudizio o a censura, mentre alcuni oggetti – ad esempio il potere- vengono invece considerati inadeguati a dare la felicità a una donna e considerati segno di sudditanza al simbolico maschile.

L’autrice rimarca poi che si è dissolto l’intreccio tra sessualità e politica che ha caratterizzato la nascita del pensiero femminista e si è giunti paradossalmente a un femminismo desessualizzato più coinvolto sul piano politico e molto meno sulla questione della relazione amorosa con gli uomini[8].

A questo proposito mi pare importante la sua riflessione sul desiderio di riconoscimento.

Wanda Tommasi riprende da Hegel, nella versione che ne fa Koiève – versione che ha poi avuto una grande importanza nell’elaborazione di Lacan, l’affermazione che il desiderio umano è desiderio di riconoscimento, desiderio di essere amato, desiderato e riconosciuto dall’altro nel proprio valore.[9] La richiesta d’amore che rivolgiamo all’altro è quella di essere riconosciuti nella nostra soggettività e nella nostra indipendenza.

In Hegel la lotta per il riconoscimento finisce nella sottomissione dell’una autocoscienza all’altra, e quindi con l’assoggettamento del servo. Altre voci femminili come Jessica Benjamin ci propongono una teoria dell’intersoggettività basata sulla tensione – che già sarebbe rinvenibile nella relazione madre-bambino – tra onnipotenza che rende l’altro oggetto e riconoscimento reciproco.

Seguendo l’indicazione presente nel testo possiamo leggere nel libro di  Luisa Muraro  Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna:

 

Oggi il bisogno di riconoscimento è molto sentito e diffuso. Vi sono analisti che lo considerano un sintomo di malessere collegato all’individualismo moderno. Non sono d’accordo, secondo me il bisogno di riconoscimento ha una radice più profonda e sana, relazionale: esprime la domanda di vedere negli occhi di altri che la propria esistenza ha valore per se stessa, perché, senza questa conferma, diventa difficile che essa ne abbia ai propri occhi. ..

 

E prosegue affermando che questo bene si produce nella relazione materna nella quale si radicano anche altri beni di natura finissima, come l’autorità e la fiducia.

E ancora Il riconoscimento materno è un dono allo stato puro, nasce dalla gratificazione di lei che si rispecchia nella creatura cui ha dato la vita. [10]

 

La richiesta di riconoscimento può assumere la forma del conflitto politico, esprimendosi quindi nella richiesta di diritti inclusivi, a carattere identitario di gruppi e di minoranze. Come abbiamo visto anche recentemente nella questione delle unioni civili, ma anche la politica di pari opportunità, che abbiamo criticata in quanto neutralizzante della differenza appartiene a questo filone.

La relazione politica tra donne ha reso possibile il riconoscimento tra simili, non appiattite nel regime del rispecchiamento e, mettendo al centro la relazione con la madre, ha offerto una sponda a una modalità di costituzione della soggettività indipendente dallo sguardo maschile.

Ma che ne è della relazione con gli uomini? L’emancipazione spinge alla competizione, e rende difficile la relazione amorosa, il ritiro dalla competizione facilita la relazione, ma rischia di riproporre la complementarietà.

Più di una decina di anni fa in Via Dogana Lia Cigarini [11]proponeva la relazione di differenza che avrebbe dovuto toglierci da un’alternativa paralizzante.  Ancora Muraro in Non è da tutti, cui già ho fatto ricorso, si chiede quale guadagno ci sia per il mondo, per la civiltà, dall’aver guadagnato le donne l’indipendenza dagli uomini e ricorda come questo fatto non sia ritenuto dalle donne di altri popoli un obbiettivo politico da conseguire.

Penso che la nostra generazione non sia andata molto avanti nella trasformazione della relazione con gli uomini, ma abbiamo motivo di pensare che, almeno in parte, lo stia facendo la generazione di donne che è venuta dopo di noi, almeno quelle tra di loro, che non hanno rinunciato a vivere la relazione amorosa con l’altro sesso.

 
NOTE
[1] Gregory Bateson Mary Catherine Bateson  Dove gli angeli esitano. Verso una epistemologia del sacro, Milano, Adelphi ed. 1987, p.195.

[2] Ivi, pp. 251 sgg.

[3] Lettera n.267 A frate Raimondo da Capua dell’ordine dei predicatori in Santa Caterina da Siena Le Lettere, Milano, Figlie di San Paolo ed, 1987 pp.1142 sgg.

[4] Souheir Kathouda è la Presidente associazione Donne musulmane di Italia.

[5] Wanda Tommasi Ciò che non dipende da me Vulnerabilità e desiderio nel soggetto contemporaneo, Napoli, Liguori, 2016, p.23.

[6] Luisa Muraro Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Milano, Mondadori ed. 2009, pp. 5 sgg.

[7] Wanda Tommasi, Ciò che non dipende da me, cit, p.48.

[8] Ivi, p.53

[9] Ivi, p. 40

[10] Luisa Murano Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Roma, Carocci, ed. 2011, p.62.

[11] Lia Cigarini Libertà senza emancipazione, in Via Dogana , Libreria delle Donne di Milano ed. , n.61 giugno 2002

 

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