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Decoro Urbano

 

Il Capo II della del D.l. n. 14/2017 (Decreto Minniti) è intitolato «disposizioni a tutela della sicurezza delle città e del decoro urbano»: il Legislatore qui ha predisposto nuovi ed incisivi strumenti finalizzati alla tutela del decoro e dell’uso di alcuni luoghi della città, con l’intento di prevenire quelle condotte che ne impediscono l’accessibilità e la fruizione. In queste disposizioni, emerge chiaramente il ruolo assunto dal decoro urbano, come uno dei fattori costitutivi della nozione di sicurezza urbana, e la sua tutela viene garantita tramite un inedito potere punitivo comunale[1].

 

«Ho firmato una direttiva a tutti i prefetti d’Italia: GUERRA TOTALE al degrado urbano, a spacciatori e balordi!» così su Facebook Matteo Salvini annuncia misure e poteri straordinari per «garantire adeguati livelli di vivibilità e decoro» (…). La circolare anti-degrado ricorda, nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato, l’istituzione del reato di accattonaggio e dell’esercizio abusivo di attività di parcheggiatore. (…) «Si tratta – si legge nella circolare – di misure volte a limitare le opportunità criminali, proponendosi di incidere anche sul livello di sicurezza e di benessere percepiti dalle comunità locali» per contrastare «fenomeni antisociali e di inciviltà̀ lesivi del “buon vivere” cittadino» a causa del «persistente afflusso di un notevole numero di persone, sovente in condizioni di disagio sociale».[2]

 

«La sicurezza e il decoro urbano servono anche a tutelare le persone più fragili. Quando le persone non arrivano da sole a comportarsi con buon senso, servono delle regole e delle sanzioni». Sono state queste le parole con cui il sindaco di Cuneo, Federico Borgna, che guida una maggioranza di centrosinistra, ha spiegato ai suoi concittadini il senso di due ordinanze “antibivacco” emanate nei giorni scorsi e valide fino a fine ottobre, una sul divieto di consumo di alcool fuori dai locali in certe vie attorno alla stazione, l’altra che introduce il Daspo urbano per i senzatetto, con una multa da 300 a 900 euro e l’allontanamento dalla città per chi si accampa in un raggio di 50 metri da ospedali, stazioni, monumenti, parchi, edifici pubblici, portici, luoghi di pregio, mercati… Cioè praticamente ovunque. «Ma va detta una cosa — precisa il primo cittadino — prima di reprimere noi abbiamo dato la possibilità a tutti di entrare nei progetti del Comune per trovare una sistemazione dignitosa: la maggior parte ha accettato e quelli rimasti fuori sono pochi irriducibili»[3].

 

Come nasce e cosa è il Decoro Urbano?

 

“Decoro urbano” è il nome di un gruppo informale che si incontra periodicamente per danzare nello spazio pubblico a Palermo. Questa esperienza è nata più di un anno fa. C’era allora il governo Lega Cinque Stelle, che il 24 settembre 2018 aveva approvato il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, una riforma che modificava diverse norme in tema di asilo e immigrazione e non solo[4], in continuità con il precedente decreto sulla sicurezza e sul decoro urbano emanato da Marco Minniti, Ministro dell’Interno del governo Gentiloni nel 2017. Entrambi questi decreti, pur essendo emanati da parti politiche antitetiche, riducono il disagio sociale ad un problema di ordine estetico e di disturbo per “il buon vivere cittadino”, e propongono come soluzione al problema la repressione e non la cura delle persone che vivono ai margini. L’anno o poco più di governo Lega Cinque Stelle mi è stato particolarmente indigesto perché, oltre ad inasprire le leggi sull’immigrazione, ha anche dato legittimità a comportamenti palesemente razzisti con dichiarazioni pubbliche di alcuni ministri che affermavano la priorità di una parte della comunità (i veri e le vere italiane!) da difendere contro presunti invasori e criminali, intendendo con questi aggettivi i migranti, che per le loro ragioni scelgono di lasciare la loro terra, esattamente come hanno fatto i nostri nonni e nonne e come fanno i nostri figli e le nostre figlie oggi e come l’umanità continuerà a fare sempre e per sempre, perché migrare è una facoltà degli esseri animati, come lo è amare o mettere al mondo.

 

Allora in quei mesi, mossa dal disgusto, ma anche dal desiderio di non farmi vincere dallo sconforto, ho sentito che qualcosa si doveva fare. Ho trovato immediatamente delle alleate e degli alleati, oppure forse avevo prima individuato l’alleanza e l’idea è venuta dopo. Eravamo in cinque nei primi incontri, e io ero l’unica palermitana. Che l’azione fosse danzare è stato così spontaneo e immediato che non mi ricordo nemmeno come sia venuto fuori esattamente. I primi mesi eravamo in cinque. Avevamo provato a coinvolgere altre persone, ma poi ci siamo trovati noi. Decoro Urbano non è un gruppo, è piuttosto un’azione che si compone scompone e ricompone ogni volta e i partecipanti sono spesso diversi, ma i fondatori e le fondatrici sono queste cinque persone che creano una genealogia che si radica in luoghi lontani tra loro e, anche se non comprende tutto il mondo, simbolicamente lo comprende, eravamo tutto il mondo: Emran dall’Egitto, Laura dalla Germania, Marta dalla Polonia, Lamin dal Gambia e io sola da Palermo.

Il nome lo ha intuito Laura una sera che danzavamo noi cinque in una piccola piazza, e lo abbiamo trovato perfetto.

 

Decoro Urbano esiste per celebrare la relazione tra i corpi e tra i corpi e lo spazio. Attraverso l’improvvisazione si coltiva la sensibilità per ciò che ci dà luogo. Valorizzando i saperi singolari dei corpi danzanti, si onora lo spazio urbano come milieu complesso, molteplice e fragile che precede, condiziona e accoglie l’alleanza dei corpi. (Laura)

 

Il gruppo si è incontrato per un po’ di mesi, poi loro sono partiti e partite per le loro strade, e quando ancora sembrava un problema lontano da noi, sono apparsi i primi casi di Covid 19 in Italia, e a marzo 2020 abbiamo vissuto il tempo sospeso e rarefatto del lockdown. Per mesi il Decoro Urbano non si è più visto in città. Appena il primo lockdown è finito, il Decoro Urbano è tornato subito in piazza. Non mi aspettavo una risposta così festosa. Quando ci siamo ritrovat*[5] a danzare eravamo molt* di più e ho sentito che questa di danzare per strada è una cosa piccola rispetto alla grandezza del mondo, ma che per me è una cosa grande. Abbiamo continuato anche durante la cosiddetta “seconda ondata” della pandemia, dentro cui ancora ci troviamo, rinnovando l’appuntamento di settimana in settimana.

Le ordinanze e i decreti ci costringono ad interrogarci su come e dove continuare, quando possibile. Adesso l’Italia viene divisa in zone distinte per colore. Mentre scrivo la Sicilia è in “zona rossa” (il rosso indica il più alto rischio di contagio e il più alto tasso di occupazione di posti in terapia intensiva degli ospedali), quindi non possiamo incontrarci affatto. Ci eravamo interrogati su “se continuare” anche prima, quando ci trovavamo nelle “zona arancione” (rischio medio), perché non volevamo essere confuse e confusi, né confonderci noi stess*, con quelli che i giornali chiamano “negazionisti”, mentre sapevamo di conoscenti o sconosciuti che lottavano tra la vita e la morte per il Covid e di persone morte senza il saluto delle loro famiglie. Credo che la solitudine nella morte sia uno degli aspetti più traumatici e indimenticabili della pandemia. Nonostante i dubbi, abbiamo deciso di continuare ogni volta che fosse possibile, perché per la nostra connessione non è necessario essere fisicamente vicin*, anzi, c’è bisogno di molta più cura, di molto più ascolto, di molta più presenza, per non perdersi mentre siamo lontan* e metà del viso è coperto da una mascherina. È stata forte la necessità di salvaguardare questo spazio dell’incontro dal vivo ancora di più in un tempo caratterizzato dalla disgregazione sociale e dalla solitudine. Abbiamo deciso di affrontare i limiti e i vincoli come risorse, abbiamo colto l’occasione di attraversare un cunicolo stretto e di disporre il nostro corpo in forme che se avessimo avuto tutto lo spazio a disposizione non avremmo mai sperimentato.

 

Decoro Urbano è l’azione scelta di danzare nello spazio urbano, fuori di casa e insieme ad altre e altri, senza una regia, senza volontà estetica preordinata. Decoro Urbano è un accadimento annunciato, ma imprevedibile. Dopo il primo re-incontro post lockdown, l’emozione traboccava, allora ho scritto le parole che sentiva il mio corpo sul mio quaderno:

 

Siamo la carne del mondo con la sua domanda di senso che trova una felicità d’insieme nel danzare nella città, siamo il corpo danzante della polis, il decoro dell’urbe, il de.coro, siamo un corpo, un coro color carne

 

e infinite le sfumature dei colori e qualità delle nostre carni, carni pallide dorate trasparenti pelose nere lucide rosee lisce delicate marroni ruvide opache segnate spesse venate

 

siamo la libertà che eccede dal precariato e dagli angoli.

 

Siamo senza gloria, senza fama, senza nome, senza spettacolo, siamo nessuno.

 

Non abbiamo responsabilità, ma il nostro responso l’abbiamo ed è la nostra presenza, l’apparenza, l’apparire in carne, prendere posizioni e spazi. Ci incliniamo l’uno verso l’altra, ci contagiamo. Ci curiamo di noi.

È molto gioioso.

 

E noi abbiamo il diritto di essere felici, il dovere di essere felici, in questo mondo, a dispetto di questo mondo, a dispetto dei soldi del lavoro dei documenti delle leggi ingiuste, a dispetto di chi sta seduto col culo sopra le leggi, a dispetto delle scuole chiuse e delle biblioteche chiuse e dei teatri chiusi, anche perché quando erano aperti, non erano aperti per tutti, c’erano già da sempre barriere più alte di quelle architettoniche, e una parte di questa carne non è legittimata a stare nel mondo, non è legale, non può apparire sulla terra, figurati a teatro o in biblioteca! e parte di questa carne ha tre euro per tutto il giorno, figurati se pensa al teatro e alla cultura e all’arte e se il teatro l’arte e la cultura pensano a lui.

 

Il decoro urbano è nato così: all’inizio eravamo cinque di cinque diverse sfumature del color carne. Quattro hanno camminato molto, due dal nord e dal freddo secco, due diverse sfumature di chiaro e di pallido, due dal sud e dal mare, sfumature di scuro e di nero lucido.

Io ero qui in un sud di mezzo, nella terra di mezzo tra Ballarò e la Kalsa, col mio pallore di mezzo, e non ho dovuto camminare.

Il decoro urbano messo come una coperta sulla verità dei corpi non ci piaceva.

Allora abbiamo danzato in strada per apparire, per essere visibili, per guardarci l’un l’altra, per essere visti.

Il decoro urbano siamo noi.

 

Noi ci siamo riconosciuti. Ci siamo dati il diritto di esistere, di apparire nel mondo che mettiamo al mondo. Lo partoriamo noi il mondo. Lo partoriamo noi il mondo in cui non ci sono nati e nate illegali o clandestine e non ci sono nati e nate che muoiono di fame, di violenza di Stato, di guerra e di mare, ci siamo tutte e tutti noi, c’è Giulio Regeni[6], c’è Marielle Franco[7], c’è George Floyd[8], c’è Alan Kurdi[9], c’è il bambino annegato con la pagella[10], e la bambina di 5 mesi, con la sua tutina col cane aviatore, trovata ieri su una spiaggia libica[11], e danzano con noi e siamo tutte e tutti intorno a loro e li stringiamo e sorridiamo, e siamo felici che loro siano vivi perché ne va anche della nostra vita, sono parti di questa carne, e se loro muoiono sono i pezzi della nostra carne a morire, balliamo insieme e ci tocchiamo, mani rosa, mani nere e manine piccolissime che non potranno più accarezzarci e consolarci del dolore troppo grande e senza pace di averle perdute perdute per sempre, pur sapendo che avremmo potuto. (Emilia).

 

Chi partecipa al Decoro Urbano? Come avvengono gli incontri?

 

Al Decoro Urbano viene chi vuole. Persone che hanno gioia nel danzare. Corpi. Vite. Non ha importanza chi siamo, qual è il nostro lavoro, da dove veniamo, se siamo in possesso di documenti, se esercitiamo il diritto di voto, cosa sappiamo fare, cosa possediamo, chi amiamo, se ci identifichiamo in un genere oppure no. Non ci rivolgiamo delle domande, nemmeno il nome, cioè, se capita. Eppure tra noi c’è un legame, ed è straordinario come in un’ora di danza insieme, creiamo una complicità, un’alleanza profonda e immediata.

 

Faccio una digressione: l’unico lavoro che ho sperimentato in prima persona che non abbia come focus il corpo, anzi in cui il corpo viene piuttosto mortificato e costretto nella posizione seduta per ore, è l’insegnamento nella scuola pubblica come insegnante di Lettere. Mi chiedo se l’assenza di corpo e la difficoltà di creare legami immediati tra le persone possano essere messi in relazione. Io, limitatamente alla mia esperienza di sei anni, ho fatto una grande fatica a tessere relazioni, anzi, ho piuttosto sentito che frequentemente i rapporti tra colleghe e colleghi fossero spesso caratterizzati dall’inimicizia, dalla competizione e dall’astio.

 

Decoro Urbano è già aperto per tutte quante le persone. A me Decoro Urbano mi dà la confidenza, la felicità, il coraggio anche per conoscere la gente. Anche per conoscere la gente, certo. Anche mi dà la felicità. Prima mi vergogno a ballare, a vedere la gente e vedere una persona negli occhi, però ora ho un poco la confidenza, ho buttato tutta la vergogna, ho buttato tutta questa vergogna, quindi, ho cominciato a conoscere la gente, il pubblico, per fare una cosa davanti agli altri. Decoro Urbano mi ha fatto questo tutto. Quindi una cosa molto importante, perché se non avevi la confidenza del pubblico o una cosa che tu devi fare, quando non avevi la confidenza non puoi farlo. Io ringrazio tutte le persone che stanno facendo la danza dentro Decoro Urbano, ancora mi dico questa parola: Decoro Urbano mi dà la felicità, mi dà molto la felicità, mi dà la curiosità, quindi non so dire una cosa che non va. (Lamin).

 

Ci incontriamo, facciamo un cerchio, ci scaldiamo un po’, poi qualcun* fa una proposta di movimento, offre un tema per cominciare la nostra esplorazione. Partiamo dallo spazio in cui siamo: danziamo l’Appoggiarsi, oppure l’Appendersi. Danziamo solo danze rotonde o solo quadrate. Oppure siamo l’acqua o la pietra. Cavalli ubriachi. Cerchiamo nell’aria stelle che vediamo solo noi, da collegare in una rete di movimenti che disegnano una traccia coreografica. Giochiamo ad imporre “mode”[12] che le altr* sono costrette a seguire e poi noi a nostra volta a seguire quelle altrui. Attraversiamo. Ci infiliamo. Ci distendiamo sulla strada, occupiamo il suolo pubblico. Abbracciamo con lo sguardo le altre danze. Sostiamo. Ci lanciamo palle di movimento. Ci incliniamo verso. Costruiamo forme semoventi collettive, in cui ciascun* ha un movimento e un suono.

 

A volte le idee si snocciolano una inanellata all’altra e l’energia cresce, altre volte è più faticoso, non troviamo comunanza di intenti, non intuizioni che ci fanno volare, l’energia cala. In poche ce ne sentiamo responsabili, ma ci alleniamo a non esserlo più degli altri e delle altre, o a non farlo diventare un peso, proviamo a non intervenire sempre. Non siamo le animatrici. Se non accade nulla, nessun* ha da rimproverarsi qualcosa e tutt* possiamo fare in modo che sia diverso. La sfida del Decoro Urbano è quella di sperimentare uno spazio acefalo, senza capo, in cui, se anche chi lo ha proposto si dovesse assentare, la cosa non muore, perché ci sono altr* che la portano e che si costruisca con idee mischiate dalla sovrapposizione delle voci di tutt*. È una sfida difficile, ancora del tutto aperta, ma questo è un contesto ideale per metterla in atto, perché chi si avvicina al Decoro Urbano, è di solito un soggetto nomade[13], pronto a stare al gioco, disponibile ad esporsi, a condividere, a stare in ascolto, a smattonare l’egemonia del normale, che ha speranze, desideri, persone coraggiose, generose, gioiose.

 

Rimane difficile e non così scontato, perché tutte e tutti noi abbiamo incrostata addosso un’impostazione scolastica in cui c’è Uno che detiene il Potere: il Maestro, il Capo, il Leader e ci tocca scompaginarlo, essere sovversiv* nei confronti anche di noi stess*, delle persone educate che siamo, rispettose dei ruoli impliciti che passivamente ci troviamo ad recitare. È ancora inusuale in molti contesti condividere il Potere con altre persone, dividerselo, giocarci a palla. Trovare una via per fare scorrere il potere tra i corpi, perché diventi potenza collettiva. Nella danza, nelle arti in generale, sento molto forte la credenza che l’imposizione dittatoriale sia segno di genialità, che abusare della propria autorità e del proprio ruolo siano frutto dello shining dell’artista e non di un sistemico abuso del potere. Ho ascoltato personalmente numerose testimonianze di amiche e amici artisti che raccontano episodi che in contesti diversi dal teatro sarebbero inquadrati come reato di mobbing, ma che nel contesto artistico vengono giustificati, come un male necessario che porta alla realizzazione di opere d’arte. Forse è anche per questo diffuso comportamento disfunzionale, al quale è molto difficile sottrarsi perché ha a che fare col ricatto (se non subisci non sarai più scelto/a, sarai fuori, non lavorerai più!), che la categoria di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo è una di quelle più disgregate, ma anche più disperate. La disperazione è data principalmente dalla povertà, dall’incapacità di garantirsi con costanza la propria sussistenza, anche da parte di artisti che lavorano in enti e compagnie di richiamo internazionale. Spesso le giornate di prove non sono pagate o sono pagate in nero, per mesi talvolta non si lavora affatto. In questi mesi di chiusura dei teatri per via del Covid stanno emergendo alcune forme di associazione e di rivendicazione di diritti riconosciuti in altri paesi europei (il reddito di continuità, per esempio), ma non mi sembra che sia esplosa la rabbia rivoluzionaria che sarebbe necessaria per capovolgere questo mondo dalle radici. I criteri di distribuzione della ricchezza e in questo ambiente sono misteriosi e certamente ingiusti e andrebbero indagati a fondo e messi profondamente in discussione. Ho trovato una rara gratitudine nei confronti della sua compagnia nel discorso di Claudia Castellucci alla cerimonia di premiazione per il Leone D’Argento 2020 della Biennale di Venezia per la Danza[14]. L’ho ascoltato sei o sette volte e mi ha commosso ogni volta: sono parole radicalmente politiche che salgono al contrario la corrente inarrestabile del luogo comune per cui la creatività sarebbe un atto titanico e onanistico dell’Io, un frutto dell’individualismo e non delle relazioni. Secondo me, la creatività è una negoziazione continua con se stesse e con i paesaggi che attraversiamo, fatti di esseri animati e inanimati, che ci modificano incessantemente senza tregua, senza mai lasciarci in posa, ci smussano, ci scalfiscono, ci feriscono. E noi a nostra volta, lasciamo tracce, lasciamo pezzi di noi, segni, modifichiamo lo spazio, rompiamo equilibri, ne facciamo di nuovi. Decoro Urbano è un’evidenza di questa caratteristica comunitaria della creatività e che attraverso un atto creativo ci si possa prendere cura gli uni delle altre.

 

Trovo molto penosa l’esaltazione del singolo essere umano, ma sono all’opposto molto curiosa e interessata delle storie autobiografiche, di tutte le vite, ordinarie e straordinarie. Nella politica istituzionale trovo l’apoteosi dell’esaltazione del capo carismatico, con visibilità estremamente più mainstream che nel teatro, fenomeno ancora più disfunzionale in un contesto in cui dovrebbero contare la collaborazione, il dialogo e la mediazione tra i diversi posizionamenti. Chi si mostra forte si guadagna la fiducia; tutte e tutti abbiamo un innegabile bisogno di affidarci, soprattutto perché viviamo in una costante minaccia di catastrofe imminente, e in questi mesi la pandemia sembra dimostrare che la catastrofe si sia abbattuta davvero su di noi. Non riesco a spiegarmi altrimenti che con questo bisogno atavico di essere protette e protetti dalla propria vulnerabilità, il necropotere del ventennio mussoliniano, il ventennio Mediaset berlusconiano e questa recente, tutt’altro che scampata, retriva fase neofascita. Perché se questi figuri erano (e sono) lì è perché in tantissimi hanno detto sì. Siamo pastori e siamo pecore, siamo vulnerabili e mortali, e il “potere inteso come rete dinamica di interconnessioni e contaminazioni ibride”[15] ce lo dobbiamo sudare e non ci garantisce una salvezza che sia fuori di noi. Provo ad attuare questa rete dinamica nelle mie classi di danza con le bambine (tutte femmine!, quasi sempre): mi faccio guida per creare uno spazio in cui tutte possano esistere a pieno diritto, in cui conti il tempo di ciascuna, il corpo di ciascuna e non ci sia nessuna dietro, in silenzio, con la paura di sbagliare. In molti contesti pedagogici che ho frequentato nella mia vita (scuola, scuole di danza) funziona così, che veniamo ingabbiat* nelle maglie del narcisismo e della paranoia di non essere abbastanza, della compiacenza e della competizione. Ci sono voluti anni per guarirmi dai danni di queste forme di educazione, in cui riuscire in qualcosa diventa uno strumento di sopraffazione, non una gioia del gruppo. Come se il passo avanti di uno fosse esclusivamente un merito personale. Come se restare indietro fosse una colpa. Detesto la parola “merito” e tutti i discorsi che a questa parola falsa si associano. Come se riuscire non dipendesse da tutto il contesto, da tutto il sistema.  Come se “riuscire” in un contesto non fosse sempre relativamente a qualcosa di specifico: possiamo riuscire “in un grande salto” o essere campionesse “nella verticale” o “nelle piroette”, ma “in un grande salto” e “nella verticale”, nell’analisi logica italiana si definiscono “complementi di limitazione”, perché indicano che riusciamo bene limitatamente a quell’argomento, ma che potremmo avere bisogno di affidarci all’altra che non eccelle in niente di tutto ciò, ma sa, per dire, andare a tempo come un metronomo. Notiamo spesso solo ciò che è grande e colpisce, ma la realtà è fatta anche dal piccolissimo e dall’impercettibile. Dovremmo aiutarci tutte e tutti a fare emergere i nostri talenti, anche quelli che non hanno a che fare col grande, e a godere della presenza di ciascuna persona, riconoscere il contributo prezioso di ciò che fa poco rumore.

 

Dove e quando si incontra il Decoro Urbano?

 

Il Decoro Urbano danza a Palermo, non ha un appuntamento fisso, giorno e orario della volta successiva vengono stabiliti alla fine di ogni incontro. La piazza in generale è il luogo più adatto, ideale se è chiusa al traffico e ci sono panche e alberi. Abbiamo già tracciato una piccola mappa del Decoro Urbano, che va dal Foro Italico, un grande prato vicino al mare, alle piazze più centrali del centro: Piazza Bellini, Piazza Sant’Anna, Piazza Bologni e Piazza Garraffello alla Vucciria; abbiamo danzato sotto le antiche mura vicine alla Porta Felice, dette le Cattive, per via delle vedove, le captivae, le prigioniere del loro lutto, che vi passeggiavano nel XIX secolo. Abbiamo danzato sotto e sopra il Ponte dell’Ammiraglio, un ponte antichissimo del XII secolo, sotto il quale scorreva il fiume Oreto e su cui Garibaldi si scontrò con i Borboni. Abbiamo danzato in una piccola piazza vicino alla Fiera del Mediterraneo, dove le persone del quartiere si sono messe a sedere a guardarci e poi qualcuno ci ha ringraziato. Abbiamo danzato ai giardini della Zisa, il Castello arabo-normanno prova del fatto che la collaborazione tra popoli dà bei frutti. Abbiamo danzato davanti al tribunale e tantissime bambine srilankesi si sono unite a noi.

 

Decoro urbano è una situazione, è una riunione di forze sparse, di energie e potenziali che vogliono esprimersi ma non avevano ne occasione ne luogo. Decoro urbano sicuramente nasce a Palermo, ma senza luogo fisso, e così danza tutta la città.

DU è una situazione di scoperta, ricerca, piuttosto che di conferma o manifestazione.

Danzatore/danzatrice che improvvisa è anche e forse soprattutto un spettatore. È uno che osserva, sente, ascolta attivamente e trasforma tutto ciò che percepisce da fuori e quello che si ripercuote dentro di lui/lei, e sceglie di generare, o no, il movimento, una azione. Ogni azione cambia la sua prospettiva creando un accesso ad altri informazioni che trasformano e generano altre prospettive e azioni ancora.

Danzando, entrando in questo processo, il limite tra fuori e dentro comincia a sfumare, accade qualcosa che trasforma noi , che trasforma anche il luogo, per noi…

Un po’ come nel atto magico, usiamo i nostri corpi per alterare il significato e ruolo abituale di alcuni luoghi della città.

Succede qualcosa di nuovo e forte dentro di noi a livello di esperienza, (emozione, immaginario e azione fisica) e quello diventa una parte della memoria personale e collettiva.

Il rapporto con lo spazio diventa più intimo, familiare. Per quel momento breve, diventa un luogo sicuro e intimo, giocoso, dove le regole di coesistenza e rapporti fra di noi li decidiamo noi.

Il DU esiste per creare una situazione in cui quelle forze trasformative nostre possono essere evocate e entrare in forza… (Marta).

 

Ogni elemento dei luoghi in cui ci incontriamo entra nella nostra danza e al contempo noi, coi nostri corpi e con le architetture inedite che creiamo, riconfiguriamo, ri-formiamo, rifondiamo lo spazio pubblico, e lo rivendichiamo come tale: pubblico. La riappropriazione dello spazio in quanto pubblico attraverso l’apparizione dei corpi è un’azione evidentemente politica, anzi direi che è la condizione dell’azione politica[16], ma c’è di più: ciò che creiamo è infinitamente ripetibile in ogni luogo del mondo, perché a creare questo spazio è l’alleanza tra i nostri corpi, l’accordo che abbiamo stretto tra noi, quindi ri-fondiamo lo spazio pubblico, e componiamo uno spazio reticolare trasferibile ovunque, creato dalle relazioni che continuiamo a tessere tra noi. Noi appariamo nelle piazze come una collettività: la nostra azione non è data dalla singolarità dei nostri corpi ma dall’insieme, e per spiegarlo mi approprio delle parole di Judith Butler che scrive: “nessun corpo instaura singolarmente lo spazio dell’apparizione perché questa azione, questo esercizio performativo, accade solo ‘tra’ corpi, in uno spazio che costituisce il vuoto tra il mio corpo e quello dell’altro. Di conseguenza, il mio corpo non agisce mai solo quando agisce politicamente. L’azione emerge sempre dal ‘tra’, figura spaziale che unisce e a un tempo diversifica. […] Lo spazio dell’apparizione, in altre parole, non è un luogo che può essere separato dall’azione plurale che lo pone in essere; esso non si trova al di fuori dell’azione che lo chiama in causa e lo costituisce.”[17]

 

Qualche settimana fa per la prima volta abbiamo danzato ad una manifestazione: il 14 gennaio si è svolta a Palermo l’udienza preliminare del procedimento a carico di Matteo Salvini per l’accusa di sequestro di persona perché impedì ai 147 naufraghi salvati dall’Open Arms di sbarcare per più di venti giorni. Il Forum Antirazzista Siciliano aveva organizzato un presidio per dichiarare la propria rabbia per quell’abuso di potere gravissimo. Abbiamo sentito di esserci anche noi e di danzare il diritto al movimento dei popoli. Nello spazio pubblico noi danziamo, fioriamo come corpi in movimento, corpi danzanti, risvegliati dal desiderio e dal piacere di danzare insieme. In città è molto raro avere occasioni per danzare insieme, non ci sono feste che contengano questa tradizione. Alcuni gruppi di danze popolari si incontravano ogni giovedì, prima del Covid, a piazza Bellini e danzavano insieme. A volte sono andata anche io e si respira un clima profondamente gioioso. Sento questa esperienza vicina al Decoro Urbano. A ben guardare, sono esperienze entrambe felici, ma diverse: le danze popolari hanno una coreografia fatta di passi e di ritmi, spesso sono pattern che si ripetono, ed è una libera scelta dei danzatori e danzatrici combinarli; uomini e donne hanno ruoli diversi. Sono coreografie semplici e ripetute, inclusive mi viene da dire: con attenzione e prove puoi riuscire ad impararle anche se non hai mai studiato in un corso specifico. Immagino che nei paesi di origine si siano sempre imparate danzando e imitando chi le conosceva. Comunque sono balli codificati, hanno dei nomi e una storia. Il Decoro Urbano non conosce balli, non ha ritmi, non ha “passi”. Quando danziamo a volte partiamo dall’osservazione del luogo. Una volta in una piazza c’erano colonne, alberi e panchine, e le danze che abbiamo creato sono state totalmente scaturite dalla verticalità e dall’orizzontalità di ciò che vedevamo. A volte partiamo da parole evocative, per me per esempio, “appoggiarsi” non finiva di generare danza, mi dava un piacere enorme appoggiarmi con tutto il corpo, con tutto il peso, su una struttura di metallo molto grande che si trova ai giardini della Zisa. Di appoggio in appoggio finivo per non toccare più terra, sentivo che avrei potuto vivere lì come il Barone Rampante di Italo Calvino che decise un giorno di trasferirsi sugli alberi. A volte partiamo dall’imitazione di qualcuno e possiamo vedere con molta chiarezza che ciascun* ha un suo senso di danza, dei gesti fondativi, un DNA del movimento, che è unico e diverso in ciascun* come la forma e il colore degli occhi. Lamin, per esempio, guida grandi cerchi in movimento in cui riproduciamo ritmi con le mani e battiamo il tempo con i piedi, in modi simili, ma non uguali, ad alcune danze che ho un po’ studiato nel corso di Danze dell’Africa dell’Ovest. Io, che sono molto appassionata di anatomia e biomeccanica e sono fortemente influenzata da venticinque anni di studio di danze contemporanee occidentali, propongo danze che partano dalle articolazioni o dalla pelle. E così via, non c’è una danza del Decoro Urbano, ci sono infinite possibilità che nascono dalla proposta di una e che nell’interazione si ibridano. Decoro Urbano è un’occasione per portare nella piazza dunque, danze diverse, e di avvicinare il mondo della danza professionale con altre esperienze possibili. Tra noi infatti ci sono professioniste della danza e persone che semplicemente amano danzare e questi due mondi comunicano senza appiattirsi, perché ciascun* usa il suo linguaggio. Al Decoro Urbano partecipano che io sappia anche una maestra di danza indiana, una maestra di tango, una maestra di danze popolari e un maestro di tai chi e questi incontri ci danno occasione per ibridare i linguaggi. Generalmente in Europa e in America vige la credenza che le danze d’arte siano quelle che definiamo “classica” e “contemporanea”. Già l’uso di questi aggettivi ci informa sulla nostra mentalità euroamericanocentrica: dovremmo specificare a quale danza classica ci riferiamo, perché anche il Bharata natyam è danza classica, è la danza classica dell’India. E di danze contemporanee ho idea che ce ne siano davvero infinite nel mondo. Gli europei e gli americani hanno la tendenza a ritenere i loro saperi più evoluti, assoluti e universali, cioè non storici e contestualizzati. Gli euroamericani hanno il vizio dell’arroganza di una presunta superiorità culturale ed etica, e anche nella danza è così, per questo le danze che non appartengono al canone occidentale sono state a lungo definite “primitive” o “folcloristiche”. Infatti, nei manuali di storia della danza mondiale abbiamo potuto leggere tutto della storia della danza europea e americana, nulla sulle danze dell’Africa, dell’Oriente, del Sud America, perché considerate oggetto di studio dell’antropologia culturale, non degli studi sulla danza, nonostante “sembra ormai impossibile ignorare il fatto che, come tutte le pratiche umane, la danza sia sottomessa ai rapporti di pressione politica e che sia essa stessa un luogo di esercizio di potere”[18]. Sento che Decoro Urbano può con-fondere questi discorsi sulla danza.

 

Puoi raccontare il desiderio di danzare di Decoro Urbano?

 

C’è questo desiderio di danzare. Non è facile intercettarlo e dargli la possibilità di venire fuori, ma ora so che c’è e si allarga e si restringe, un po’ come i giorni dell’anno che sono lunghissimi o brevissimi. Nei giorni estivi di luce Decoro Urbano si manifesta più volentieri. La città sembra più lucida, più adatta. Mi interrogo su cosa sia questo desiderio di danzare insieme ad altri corpi nello spazio urbano. Perché alcune persone dicono: “si, andiamo a danzare per strada”. Perché alcune persone, perché io, sento questo – il danzare nella città – come un desiderio. Danzare in strada è profondamente diverso da danzare in e per il teatro. E non solo perché in strada si uniscono non professionisti della danza, non solo quindi per l’aspetto tecnico. È un danzare totalmente improduttivo e fuori da qualunque mercato. Danzare in strada è una danza che nasce lì, da quello che vedi in quel momento, dal tempo che fa, dalle scarpe che hai, da chi è venuto quel giorno, dal marciapiede bagnato o sporco. Non lo sapevi prima e non lo sai nemmeno dopo, perché dipende dalle scelte e dalle non scelte di tutte e tutti e nessuno è fuori, nessuno è dall’alto, lo spazio teatrale non ha fine, è unito, è infinito, nessuno sta fuori, nessuno sa tutto. Anche chi sta camminando o è seduto e non è lì per noi, fa parte della scena. Ognuno sa qualcosa, ma nessuno sa tutto. E soprattutto è una danza senza stile e con migliaia di stili diversi, è una danza senza identità e con migliaia di identità possibili che migrano di corpo in corpo contaminandosi. Le decisioni vengono prese nel qui ed ora del corpo.

 

Mi chiedo sinceramente cosa ci porta fuori, cosa ci porta all’appuntamento con la danza, con la piazza e soprattutto perché c’è una specie di gioia in questo andare, anche se non tutti gli appuntamenti sembrano ugualmente “riusciti” o “funzionanti”. Non è una domanda banale, per me non è una domanda banale. Mi risuonano le parole che Braidotti attribuisce a Spinoza, come se raccontasse anche di noi: “la sua etica pratica come desiderio di vita in comune tra le soggettività, che proprio dalla cooperazione tra loro traggono gli elementi che accrescono la loro potenza e la loro autonomia singolare, contribuendo così ad aumentare la felicità collettiva”[19]. Mi risuona anche “potenza” invece di potere. Alcuni appuntamenti sono miracolosi. Scrivono. Le danze scrivono la città. E non è corretto dire che non lasciano traccia, che svaniscono immediatamente appena create. Le danze rimangono: i nostri corpi sono gli archivi. Non si deve capire la danza, non la si deve spiegare. Abbiamo scritto, ma non abbiamo comunicato, non abbiamo detto niente, non abbiamo parlato, nemmeno tra di noi. Non ci siamo espressi. Non abbiamo esercitato le capacità espressive del corpo. Né fatto ricerca per trovare qualcosa. Non c’è altro da trovare oltre noi stessi. Siamo questo. Siamo stati presenza e le presenze erano connesse, si ascoltavano l’una con l’altra e la danza aveva senso, si scriveva nello spazio e poi immediatamente spariva nei nostri archivi, ma con un senso. “Avere senso” è diverso da “avere significato”. Non sarei in grado di trovare un significato nella danza che abbiamo creato, ma sono in grado di sentire quando ha senso. Il corpo danzante è un corpo con una visione privilegiata, perché precede il senso logico in quanto materia che si espone, ma produce senso prelogico nel qui ed ora del suo esistere in movimento. Non è un movimento a caso, non è un dimenarsi iperproduttivo, e non è nemmeno un movimento dimostrativo. È movimento che nasce da ogni corpo inteso non come una materia con una forma finita, ma con una forma che è contemporaneamente finita e immanente, ma anche infinita; è un “rapporto”, un rapporto tra le parti e i livelli che compongono ciò che chiamiamo “io”, tra i diversi sé, tra i sé e il mondo[20]. La danza è una relazione di relazioni. Quando la carne esposta, la materia nuda e calda del corpo, tocca e si lascia toccare, allora sente, si sente, ed è sentita, in una parola: ha senso, anzi, è il senso, è il senso dell’esistere come insieme di esseri viventi e non viventi in una relazione tra loro che sia creativa,  ovvero l’esatto opposto di “distruttiva”. Danzare insieme è l’opposto di fare la guerra.

 

Ed è anche un ancorarsi alla realtà concreta del corpo, uscire dalla realtà virtuale che ci esibisce mentre ci nasconde, farsi una passeggiata urbana come corpo tra i corpi. Non ci serve un teatro, i nostri corpi sono il teatro e sono anche lo spettacolo, quello che esponiamo non è che lo spettacolo dell’Essere.

 

Se non posso ballare non è la mia rivoluzione. (Emma Goldman)

 

Disegno di Daniele Crisci

 

 

 

[1] Dall’articolo “Ordine di allontanamento e “daspo” urbano: la disciplina di Minniti e le modifiche di Salvini” di Federica Gatta dell’11 Ottobre 2018 e aggiornato il 31 Marzo 2019: https://www.iusinitinere.it/ordine-di-allontanamento-e-daspo-urbano-la-disciplina-di-minniti-e-le-modifiche-di-salvini-13104

[2] Dall’articolo “Zone rosse e guerra al degrado: lo spazio pubblico secondo Salvini” di Sarah Gainsforth del 20 Aprile 2019: https://www.dinamopress.it/news/zone-rosse-guerra-al-degrado-lo-spazio-pubblico-secondo-salvini/

[3] Dall’articolo “Il sindaco di Cuneo Borgna: Daspo ai senzatetto? Decoro e sicurezza tutelano tutti” di Federica Cravero su Repubblica del 17 Agosto 2020:

https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/08/17/news/il_sindaco_di_cuneo_borgna_daspo_ai_senza_tetto_decoro_e_sicurezza_tutelano_tutti_-264809622/

[4]Per sapere cosa prevedeva il “pacchetto sicurezza”:

https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2018/11/27/decreto-sicurezza-immigrazione-cosa-prevede

[5] Ho deciso di avvalermi dell’uso dell’asterisco, non per neutralizzare i generi maschile e femminile, ma perché non voglio rassegnarmi al maschile plurale, tanto più che siamo molte più donne che uomini, né scambiarlo col femminile per non nutrire il luogo comune secondo cui la danza è più adatta alle donne che agli uomini. Inoltre, al Decoro Urbano sono benvenut* tutt* coloro che non si identificano con uno dei due generi, anzi, potrebbero anche già avere partecipato, potrei non saperlo, non è un’informazione che ci scambiamo e potrebbe non essere così evidente. All’inizio avevo provato a coniugare ogni aggettivo declinabile al maschile e al femminile, ma questo rendeva la scrittura pesante e goffa e in ogni caso non avrei incluso tutti possibili generi. Non è una soluzione che mi soddisfa, ma al momento non ne ho trovate di migliori né me ne sono state suggerite altre dalle persone a cui ho chiesto aiuto.

[6] Giulio Regeni era uno studente di dottorato all’Università di Cambridge che si trovava in Egitto, rapito e torturato brutalmente fino alla morte dalla National Security egiziana (i servizi segreti) per 9 giorni dal 25 gennaio al 3 febbraio 2016.

[7] Marielle Franco era un’esponente del Partito Socialismo e Libertà brasiliano, che si occupava della difesa dei diritti umani ed in particolare di quelli delle donne, assassinata il 14 marzo 2018, dopo pochi mesi dalla sua elezione al Consiglio comunale di Rio de Janeiro.

[8] Un uomo assassinato per il fatto di essere nero da un poliziotto che, con un ginocchio premuto sul collo, gli impediva di respirare a Minneapolis il 25 maggio 2020.

[9] Un bambino di tre anni trovato morto su una spiaggia turca, annegato mentre cercava di raggiungere l’Europa in fuga dalla Siria nel 2015 con la sua famiglia.

[10] Nel 2019 è annegato nel Mediterraneo un ragazzo forse del Mali, che aveva la sua pagella con bei voti cucita nella giacca.

[11] Ancora nel 2019 è stata trovata morta annegata su una spiaggia libica una neonata di circa cinque mesi. Queste morti sono inaccettabili, perché potrebbero essere evitate se solo queste famiglie, uomini e donne, potessero raggiungere l’Europa legalmente.

[12] Il gioco si chiama “è meglio”, lo ha proposto Laura, che è tedesca, e lei ha usato la parola “moda”, per spiegarlo a noi, e ho trovato ironica questa scelta. Questo è il gioco: una persona comincia, dicendo con voce perentoria, come di comando, per esempio: “è megliooo: GRATTARSI” e tutt* ci dobbiamo grattare; poi, quando si sarà stancata, un’altra persona potrebbe dire: “è megliooo… PREGARE IL SOLE”, e tutt* preghiamo e supplichiamo il sole; e un’altra ancora: “è megliooo… CORRERE SENZA META”, e tutt* corriamo senza meta, fino a che un’altra persona non avrà un’altra “moda” da imporre.

[13] “Il nomadismo a cui mi riferisco ha a che fare con quel tipo di coscienza critica che si sottrae, non aderisce a formule del pensiero e del comportamento socialmente codificate. […] Gli spostamenti nomadici segnano quindi un divenire creativo. Sono una metafora performativa che consente incontri altrimenti improbabili e mette a disposizione insospettate fonti di interazione tra diverse forme di esperienza e conoscenza” in Braidotti R., Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità, Donzelli Editore, Roma 1995, pagg.8-9.

[14] Qui la cerimonia di premiazione della Biennale Danza 2020 con il discorso di Claudia Castellucci dal minuto 24.15 al minuto 34.30: https://www.youtube.com/watch?v=DsjZVuwtOis

[15] Braidotti R., Per una politica affermativa, Mimesis, 2017, pag. 55.

[16] Arendt H., Vita Activa. La condizione umana, Tascabili Bompiani, (trad. S. Finzi) XVI edizione 2011 (titolo originale: The human condition,1958 The University of Chicago, U.S.A.), pag. 146 e seguenti.

[17] Butler J., L’Alleanza dei Corpi, Nottetempo, seconda ed. 2017 (Notes toward a Performative Theory of Assembly, 2015), pagg. 125-126.

[18] Ginot T., L’Identita, il contemporaneo e i danzatori, in Franco S., Nordera M. (a cura di), I discorsi della danza. Parole chiave per una metodologia della ricerca, Utet, Novara 2005, pag. 301.

[19] Braidotti R., op. cit. pag. 20.

[20] Questi pensieri trovano risonanza o ispirazione, non so, nel libro di J.L. Nancy, Indizi sul corpo, Ananke, Torino 2009, in particolare nel Capitolo II “Dell’anima” (pp. 65-82).

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