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Dean Falk, Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio

Dean Falk, Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino 2011

 

Dean Falk è docente e direttrice del Dipartimento di Antropologia alla Florida State University e membro dell’Istituto di Biologia umana dell’Università di Vienna.

Titolo originale: Finding Our Tongues: Mothers, Infants, and the Origins of Language

Titolo in italiano: Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio

Titolo in tedesco: Wie die Menschheit zur Sprache fand: Mütter, Kinder und der Ursprung des Sprechens

 

 

Da insegnante di lingua straniera e traduttrice mi incuriosisce spesso come sono stati tradotti un titolo o alcuni termini importanti. Ho trovato che questo libro ci dà una serie di interessanti informazioni sullo stato del dibattito attorno alla lingua materna e anche sulla realtà della traduzione: mi piace il titolo originale perché parla di noi esattamente come siamo soliti fare nella lingua parlata. Nomina prima i protagonisti, cioè la madre e l’infante e, solo alla fine, usa dei sostantivi, cioè Origins of language, che sono termini più da linguaggio scientifico.

La traduzione tedesca dimostra che non esiste un dibattito scientifico odierno attorno alla lingua materna in Germania. Muove da istanze filosofiche, cioè l’umanità (die Menschheit). Traduco il titolo letteralmente: Come l’umanità è arrivata alla lingua: madri, bambini e l’origine del parlare. Si sente nel titolo il lavoro di Johann Gottfried Herder Saggio sull’origine del linguaggio.

In italiano invece, anche se il libro è arrivato con due anni di ritardo, si avverte il lavoro che è stato fatto sulla lingua materna da parte delle filosofe e anche da altri. Mette in relazione le cure materne con la capacità di parlare e conferisce finalmente un giusto peso al lavoro che le donne hanno fatto da sempre. E’ ottimamente tradotto da Paolo A. Dossena, in quanto la riscrittura, come si dice oggi nella scienza della mediazione, fa sentire tutto il dibattito che c’é stato attorno alla lingua materna in Italia e sceglie per baby talk  o lingua delle balie la felice parola maternese.

Ma cosa dice di nuovo il libro? Chi è madre e/o chi ha studiato lo sviluppo del linguaggio nei bambini è sempre stato convinto che il linguaggio poteva nascere solo da questa coppia madre/infante. Anche i testi fondamentali Il bambino impara a parlare di Roberta Michnick Golinkoff und Kathy Hirsh-Pasek  e L’istinto del linguaggio di Steven Pinker non fanno altro che confermare indirettamente questa tesi.

Certo, per me è la prima volta che si parla, in un testo scientifico, dell’origine della lingua situato nella relazione tra madre e suo figlio o figlia. Nella mia ricerca sulla lingua materna mi sembrava sempre ovvio ma non avevo mai trovato riscontri nella saggistica scientifica per questa mia ipotesi. Molti libri di linguistica del Novecento lo fanno pensare quando descrivevano dettagliatamente i dialoghi fra i due ma al livello affermativo non si è mai sostenuta questa tesi. Anche perché esiste tutta una branca della linguistica che si occupa dell’origine del linguaggio  e che ha prodotto le più svariate ipotesi: la lingua è di origine divina e quindi all’inizio perfetta ma nella storia si degrada o nasce come un contratto sociale, o con i versi che fanno i cacciatori per passarsi delle informazioni  sulla presenza della preda oppure nasce con il lavoro nella visione più marxista. Infine, secondo Chomsky il linguaggio non si origina ma è sempre a disposizione perché innato.

La semiotica con l’importante apporto di Ludwig Wittgenstein e John L. Austin, nella tradizione di Herder e Humboldt, avevano dato una svolta decisiva alla ricerca sul linguaggio in quanto avevano messo il nostro idioma dal cielo sulla terra e l’avevano messo sulle gambe per capire che parlando si costruisce il linguaggio e che i sentimenti sono il più importante trasmettitore di significato.

Certo, erano sempre stati avvolti dalla nebbia colui o colei che si erano fatti protagonisti di questi giochi linguistici. Si parlava dell’emittente e del destinatario, cioè istanze parlanti senza carne ed ossa. La parola “madre” non era pronunciabile in questi ambiti di filosofia del linguaggio e certo non poteva essere una qualsiasi casalinga ad aver creato, assieme al suo piccolo, la lingua. Invece, secondo la scienziata, è stato proprio così.

La tesi di Dean Falk  contrasta la posizione di Chomsky e sposa piuttosto l’ipotesi costruttivista di Ray Jackendoff e Steven Pinker.

Dean Falk, antropologa e neuroscienziata, ha trovato, osservando l’evoluzione dalla scimmia all’uomo, una spiegazione molto semplice: Siccome il neonato non riesce più ad essere attaccato al corpo della madre deve essere messo giù in modo che lei possa raccogliere, per esempio, delle bacche o dei tuberi. E in quel distacco fisico il bambino o la bambina, sentendosi abbandonato, scoppia in pianti e lamenti disperati.

Ancora una volta nell’evoluzione la mancanza diventa una risorsa e la madre comincia a fare dei versi e dei vocalizzi e successivamente comincia a parlare al bambino per restare in relazione con lui o lei e per farsi sentire vicino e calmarlo. Per Dean Falk l’origine del linguaggio sta proprio nella coppia madre/infante e non altrove, adducendo molti esempi tratti dalla interazione fra i due e facendo ricorso a numerose ricerche sul campo condotte in tutto il mondo, non per ultimo di Jane Goodall, etologa e antropologa, famosa per le sue ricerche sugli scimpanzé.

La sua tesi si basa fortemente su un procedimento scientifico che va dalla ontogenesi degli individui alla filogenesi della specie. Quando osserviamo lo sviluppo del bambino vediamo, con certe differenze, lo sviluppo della specie umana. Ogni vita ripercorre molte delle tappe che ha attraversato l’umanità.

Ciò che potrebbe essere il pericolo del libro, cioè di insistere tanto sulla parte biologica dello sviluppo, non si è invece verificato. Anzi: nel quinto capitolo Dean Falk spiega dettagliatamente l’interazione tra madre e infante e sottolinea come entrambi si adeguano continuamente agli stimoli dati. Il lavoro della madre è quindi un lavoro cosciente e un’operazione culturale. La madre insegna quel che, secondo lei, è una lingua universale che non è solo verbale ma una lingua cosiddetta “multimodale” perché si serve di tutti gli strumenti che sono in campo come per esempio la musica,  le espressioni facciali e la prosodia. Forse è proprio questo il motivo perché impariamo così bene le lingue straniere in famiglia: perché la lingua in famiglia è universale nei propri significati e nelle proprie emozioni.

Mi fa piacere che finalmente un tale libro sia uscito. Si legge come un romanzo. Brave le scienziate americane!!!

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